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sabato 22 febbraio 2014

Medio Oriente: il numero dei "detenuti amministrativi" senza accusa né condanna nelle carceri israeliane sale a 200

www.infopal.it
Alcuni dati mostrano come il numero dei palestinesi detenuti nelle carceri dell'occupazione sotto regime di detenzione amministrativa, senza accusa né condanna, sia di recente salito a 200. 

La fondazione "Solidarietà internazionale" per i diritti umani ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso il 21 febbraio, da Quds Press, che il numero dei detenuti amministrativi assiste ad un continuo aumento causato dalle campagne di aggressione portate avanti quotidianamente da Israele.

Il comunicato ha affermato che non meno del 90 per cento dei detenuti amministrativi sono ex prigionieri e leader di organizzazioni palestinesi. La fondazione ha spiegato che le autorità d'occupazione fanno riferimento a "dossier segreti" per giustificare l'applicazione della detenzione amministrativa nei confronti dei palestinesi, senza basarsi su prove o indizi chiari per formulare una specifica accusa per il prigioniero. 

Inoltre all'avvocato viene proibito l'accesso a tali dossier che le autorità d'occupazione pretendono di tenere per sé in quanto riservati.

venerdì 21 febbraio 2014

Esercito Turchia blocca profughi al confine con la Siria - Forze di sicurezza aprono fuoco per disperdere rifugiati

TMNews
Istanbul - L'esercito turco questa notte ha respinto un folto gruppo di profughi siriani mentre cercavano di entrare in Turchia sparando in aria per disperderli presso il valico di frontiera di Akcakale, riporta l'agenzia Dogan. 

I rifugiati che vengono dalla città di Rakka, dove nella serata di ieri si sono intensificati gli scontri tra esercito regolare e ribelli anti-Assad sono ora accampati lungo il confine in territorio siriano.

Secondo i dati dell'Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) la Turchia ospiterebbe ad oggi più di 600 mila rifugiati siriani, di cui 200 mila circa vivono nei campi gestiti dalla Protezione civile turca al confine con la Siria. 

Ankara ha aperto le sue porte ai profughi siriani fin dall'inizio del conflitto nel 2011, ma l'ingente flusso di rifugiati, il più importante da inizio 2013 secondo l'Unhcr, ha spinto le autorità turche a maggiori controlli lungo la frontiera.

New Book:"The Wrong Carlos" Argues Texas Executed an Innocent Man

One of the strongest accounts pointing to the execution of a probably innocent man in recent times concerns the case of Carlos DeLuna, who was executed in Texas in 1989. 

In a forthcoming book, The Wrong Carlos: Anatomy of a Wrongful Execution, Professor James Liebman of Columbia Law School describes his investigation into the case, along with a team of students. 

The investigation uncovered serious problems in DeLuna's case, including faulty eyewitness testimony and the police's failure to investigate another potential suspect. DeLuna maintained his innocence and said another man, Carlos Hernandez, committed the crime. Hernandez and DeLuna looked so similar that their own families mistook photos of the men for each other. 

Moreover, Hernandez had a history of violent crimes like the one for which DeLuna was executed. The book and its accompanying website provide evidence of a grave mistake with police and witness records, trial transcripts, photographs, and more. The Wrong Carlos will be released in July 2014 but is available for pre-order now.

J. Liebman, "The Wrong Carlos: Anatomy of a Wrongful Execution," Columbia University Press, forthcoming July 2014

USA: New York vuole diminuire il numero dei detenuti in regime di isolamento saranno esclusi minorenni e donne in incinte

Tm News
Decisione di proporzioni storiche: sarà vieta per i minorenni e per le donne incinte e porrà lo Stato all'avanguardia per la difesa dei diritti dei carcerati

Lo Stato di New York si prepara a prendere una decisione storica sulla questione dei detenuti in isolamento con una riforma che dovrebbe diminuire il numero di prigionieri in queste condizioni e vietare la pratica per i minori di 18 anni. Con questa riforma New York diventerebbe il più grande sistema penitenziario americano ad approvare un provvedimento del genere, soprattutto per quanto riguarda i minori.

La rivoluzione è contenuta in un documento depositato in un tribunale dello Stato dalla New York Civil Liberties Union, l'associazione che rappresenta tre prigionieri che hanno avanzato tale richiesta. Inoltre i funzionari dei penitenziari non potranno più usare l'isolamento solitario come misura punitiva per donne incinte e la punizione avrà un limite di trenta giorni per le persone disabili e con ritardi mentali.

Le nuove linee guida del provvedimento per la prima volta coinvolgeranno tutti i prigionieri e non solo - come succede ora - solo coloro che si trovano in carcere per violenze e per reati legati alla droga. "Lo Stato di New York ha fatto la cosa giusta impegnandosi in una riforma completa del modo in cui viene usato l'isolamento estremo, una pratica dannosa e disumana che per anni è stata usata come prima punizione" nelle prigioni, ha detto Donna Lieberman, a capo dell'associazione.

Altri Stati americani - inclusi il Colorado, il Mississippi e lo Stato di Washington - stanno valutando di cambiare le regole sul confinamento solitario e la prossima settimana il sottocomitato Giustizia del Senato prenderà in considerazione la questione. Ma la scelta di New York è di proporzioni storiche, vista la grandezza del suo sistema penitenziario: lo Stato potrà dare l'esempio e porsi all'avanguardia di un cambiamento che in futuro potrebbe cancellare "una misura punitiva che negli Stati Uniti in una forma o nell'altra è stata adottata negli ultimi decenni in quasi tutti gli Stati Uniti", ha concluso Taylor Pendergrass, il legale che sta guidando la causa per la New York Civil Liberties Union.

Arabia Saudita: condanne fino a 20 anni di carcere per 7 manifestanti anti governativi

Aki
Da sei a venti anni di carcere sono stati inflitti da un Tribunale saudita a sette manifestanti di Qatif per aver contestato il governo di Riad. 

Lo riferiscono i media locali, spiegando che ai sette è stato anche imposto il divieto di espatrio per la durata della pena. 

Gli imputati, che faranno appello, sono stati riconosciuti colpevoli di aver "preso parte alle proteste", "intonato slogan contro lo Stato" e di "possesso e realizzazione di bombe Molotov". 

Uno degli imputati è stato anche condannato a 80 frustate per consumo di alcolici.

Venezuela: Presidente degli Stati Uniti Obama chiede liberazione manifestanti detenuti

Ansa
Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha chiesto "la liberazione" delle persone arrestate durante le manifestazioni antigovernative di questi giorni in Venezuela, invitando, inoltre, il presidente Nicolas Maduro al dialogo. Dopo aver definito "inaccettabile" la violenza nel paese, Obama ha respinto le "false accuse" di Caracas contro gli Stati Uniti.
"Il Venezuela cerca di sviare le proprie carenze con accuse" contro Washington, ha precisato il presidente degli Stati Uniti, che si trova in Messico per un vertice a tre insieme al Canada. Maduro aveva ordinato questa settimana l'espulsione da Caracas di tre diplomatici statunitensi. "Il governo dovrebbe concentrarsi nel venire incontro alle legittime richieste dei venezuelani", ha aggiunto Obama.

giovedì 20 febbraio 2014

Onu: in Somalia un milione di sfollati interni e un milione di profughi nei Paesi vicini

Radio Vaticana
Sono un milione gli sfollati interni in Somalia e un altro milione di persone ha trovato rifugio nelle Nazioni vicine. Due milioni sono invece i somali che non hanno cibo a sufficienza. Sono i dati presentati dall'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, il cui responsabile delle operazioni, John Ging, ha appena effettuato una visita nel Paese africano, colpito solo tre anni fa da una terribile carestia che ha causato 260mila morti. 

A complicare la situazione “estremamente fragile“, ha sottolineato Ging, la scarsa sicurezza sul territorio. Dopo anni di anarchia e sanguinose azioni da parte dei miliziani islamici Shabaab, non solo sul territorio somalo ma anche in altri Stati africani, a dicembre si è insediato il nuovo premier, Abdiweli Sheikh Ahmed. Della situazione in Somalia parla mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio, intervistato da Giada Aquilino:MP3 

R. - Questa è la situazione degli ultimi tre anni, non è dunque una novità. Probabilmente al mondo dei mass media sembrava che, con la tentata rinascita del nuovo Stato, la situazione fosse cambiata. Invece no, perché le istituzioni somale - nate un anno e mezzo fa - non sono ancora in grado di assicurare una governabilità, soprattutto nel centro-sud della Somalia. Poi c’è la questione della sicurezza: ci sono ancora molte zone nelle mani degli oppositori, in particolare degli Shabaab, e questo chiaramente non incoraggia i rifugiati a tornare in Somalia, soprattutto dal Kenya e dall’Etiopia; non incoraggia nemmeno gli sfollati interni a fare rientro nelle zone di origine.

D. - Oltre alle ragioni di sicurezza, quali altri motivi sono alla base di queste migrazioni?

R. - Negli ultimi tre anni i motivi sono stati la siccità, che ha colpito in un modo drammatico la Somalia. Ma bisogna anche tornare molto indietro, alla frantumazione dello Stato somalo che ha spinto moltissimi abitanti a cercare - oltre i confini dello Stato oppure, per gli interni, oltre i confini delle loro regioni - un luogo di rifugio per poter sopravvivere.

D. - Quando si parla di rischi di anarchia anche in altri Paesi, viene evocato spesso il caso della Somalia. Per dove passa la via della rinascita?

R. - Passa attraverso un doppio sforzo: uno sforzo interno delle popolazioni, che deve essere coadiuvato dalla Comunità internazionale: cioè la Comunità internazionale da sola non basta e queste Nazioni, come la Somalia, da sole non possono rimettersi insieme. C’è bisogno di un approccio comune di lungo termine tra la Comunità internazionale e gli abitanti del posto.

D. - Ed il ruolo della Chiesa locale?

R. - A causa dell’insicurezza, a causa di una forma estrema di islamismo, noi non possiamo operare molto apertamente, però è chiaro che continuiamo con un’opera umanitaria, soprattutto attraverso la nostra Caritas. Inoltre, abbiamo altri contatti meno visibili: proprio questa mattina ho ricevuto l’invito da parte di una persona in Kenya che vorrebbe lavorare di più nello sforzo di riconciliazione all’interno della Somalia e a cui ho dato il mio benvenuto. Bisognerà trovare interlocutori validi.