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venerdì 26 giugno 2020

Unicef: in Yemen la peggiore crisi umanitaria del mondo. Milioni di bambini rischiano di morire

ANSAmed
Milioni di bambini yemeniti hanno un "disperato bisogno di aiuto umanitario". E' l'allarme lanciato oggi dall'agenzia dell'Onu per l'infanzia (Unicef), secondo cui quattro minori yemeniti su cinque rischiano di non superare l'esame per la sopravvivenza in quella che l'Onu definisce la peggiore crisi umanitaria del mondo.


Lo Yemen è da anni martoriato da una guerra intestina che ha poi assunto dimensione regionale col coinvolgimento di Arabia Saudita e Iran e che si inserisce in un contesto di endemica povertà e penuria di risorse alimentari.

Secondo Unicef, "decine di migliaia di bambini sono morti per cause dirette o indirette del conflitto, come malattie e malnutrizione". Degli oltre 12 milioni di minori yemeniti, circa due milioni hanno abbandonato le loro case e vivono come sfollati in condizioni più che precarie.

"Il numero dei bambini malnutriti può raggiungere i due milioni e 400mila entro la fine dell'anno, ovvero con un incremento del 20%", si legge nel documento dell'Unicef.
La crisi del coronavirus ha esasperato le già disperate condizioni dei servizi sanitari nel Paese, separato da più di 30 line di conflitto tra le diverse parti armate. (ANSAmed).

martedì 5 febbraio 2019

In Venezuela è crisi umanitaria. Unicef: i diritti dei bambini sono in pericolo. I numeri dell'emergenza.

Globalist
Nel 2019 l’Unicef ha chiesto uno stanziamento di circa 70 milioni di dollari solo per l’emergenza dei bambini in fuga dal paese sudamericano.



Nell’ultimo Rapporto sull’intervento umanitario di Unicef, il Venezuela è entrato tra i 59 stati dove la situazione dei bambini è considerata in 'emergenza'.

E per capire quanto la preoccupazione sia ai massimi livelli, basta dare un’occhiata alle previsioni di spesa: nel 2019 l’Unicef ha chiesto uno stanziamento di oltre 100 milioni di dollari per l’emergenza in America Latina e Caraibi, di cui circa 70 milioni di dollari solo per l’emergenza dei bambini in fuga dal Venezuela.

Leggendo il report lo stato di sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo della Fao, inoltre, si scopre che nel paese è denutrito ben il 12% degli abitanti. 

E diverse malattie sono in forte aumento: il morbillo aveva registrato 727 casi nel 2017, mentre nel 2018 questa cifra era salita a 5.525. E in aumento c’è pure la difterite, diffusa per lo più tra i bambini.

A registrare lo stato di povertà diffuso ci ha pensato l’ultimo sondaggio annuale Encovi 2018. Secondo questo documento - che analizza condizioni abitative, servizi di base, accesso alla scuola, occupazione e protezione sociale - le famiglie “povere” sono ormai quasi una su due (il 48% del totale). 

E la situazione per i giovani tra i 3 e i 24 è sempre più preoccupante: in questa fascia di età, l’abbandono scolastico ha raggiunto ormai il 30 per cento. I motivi sono soprattutto mancanza di trasporti, assenza di cibo e acqua nelle scuole.

Sono 2,4 milioni i venezuelani che sono scappati in altri paesi dell’America Latina, mettendo spesso a dura prova le capacità d’accoglienza degli stati confinanti. 

Il paese dell’area più sotto pressione è la Colombia. "Stanno arrivando in centinaia di migliaia dal Venezuela – dichiara Maria Paula Martinez, direttrice di Save the Children in Colombia – e continueranno, poiché la crisi lì non mostra segnali di recessione. Il governo colombiano e il resto del mondo devono riconoscere la situazione per ciò che è: un’emergenza umanitaria prolungata, che probabilmente peggiorerà molto".

I ragazzini che lasciano il Venezuela corrono il rischio di restare vittime di trafficanti di esseri umani o altri criminali. Oltre a pericoli sanitari legati alle condizioni precarie del viaggio.
Il direttore per le Americhe di Amnesty International, Erika Guevara-Rosas, ha condannato le ultime violenze: "Il governo del Presidente Maduro dovrebbe garantire il diritto alla vita, invece di togliere la vita ai giovani del paese. 

Tutti i giovani che vivono in povertà dovrebbero avere pari opportunità per il loro futuro, e non vivere con il timore che la polizia o i militari li vedano come nemici da sradicare".

lunedì 7 gennaio 2019

Esodo dal Venezuela: è crisi umanitaria. Due milioni di profughi in Colombia, il Messico chiede aiuto alla comunità internazionale

Atlante Guerre
L’esodo dal Venezuela è una crisi umanitaria: così è necessario definirla, poichè secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, due milioni circa di venezuelani sono stati costretti ad abbandonare il loro paese negli ultimi quattro anni. 

Ma sono certamente di più. Ha destato un certo scalpore la notizia che la situazione venezuelana fosse indicata come una delle dieci più gravi del mondo: per l’Irc, International Rescue Committee, merita di essere messa accanto a Yemen, Siria e Afghanistan, come una vera catastrofe.

Il rapporto dell’Acnur è della fine di ottobre del 2018. In seguito alla crisi, anche la OEA. l’organizzazione degli stati americani, ha istituito un gruppo di lavoro con esperti di tutta America, Venezuela compreso, per affrontare la crisi, che coinvolge anche gli altri Paesi dell’America latina.

Secondo il segretario generale, Luis Almagro, gli esperti dovranno “fornire soluzioni all’esodo del popolo venezuelano, il volto più visibile della crisi umanitaria in Venezuela, che oggi percorre a piedi tutte le città e le città delle Americhe in cerca del pane che non possono ottenere nella propria terra “. 

Secondo le statistiche dell’ACNUR, circa 750.000 sono quelli che hanno richiesto lo status di rifugiato. Ma per una stima del settimanale colombiano Semana, nella sola Colombia sarebbero arrivati già due milioni di migranti. E la cifra che viene riportata dai media internazionali parla di un totale di tre milioni di persone.
[...]

La causa principale dell’esodo è la povertà. Da uno studio del venezuelano Instituto Nacional de Estadistica (ENCOVI), quasi il 90% della popolazione vive in stato di povertà, e il sistema sanitario è al collasso. L’inflazione è all’82.766% e potrebbe arrivare al 1.000.000% in breve. Sono dati confermati dallo stesso governo di Maduro. Che però attribuisce la causa della crisi al sabotaggio delle “economie imperialiste”, che con le sanzioni imposte per le violazioni dei diritti umani avrebbero strangolato l’economia nazionale.

Un’altra causa del collasso dell’economia di Caracas è determinata dal crollo dei prezzi del petrolio, che è la principale fonte di entrate per il Paese. Con esso, anche una buona parte dei fondi necessari a sostenere il traballante progetto avviato da Chavez è sfumata. Ma i rapporti che giungono dai rifugiati e dai migranti parlano di assistenza medica negata a chi è contrario al regime. Di assassini di oppositori in via extra giudiziaria. E semplicemente non c’ è da mangiare.

Il Paese che più ha ricevuto l’impatto dell’esodo, definito “biblico” da El Pais, è la Colombia. Secondo Semana, il settimanale fondato da Gabriel Garcìa Marquez, Semana , occorre

“…quantificare e ottenere le risorse necessarie ad assorbire una popolazione di 2 milioni di venezuelani in fuga. Quanto costa integrarli nel paese e soddisfare i loro bisogni di base? Collegarli al sistema educativo e al sistema sanitario?”.

Anche l’impatto demografico di questa migrazione di massa contribuisce ad aumentare la tensione fra Venezuela e Colombia, che è costellata di incidenti. Anche una parte della guerriglia Bolivariana colombiana è passata in Venezuela: si tratta di coloro che non hanno aderito al processo di pace e di disarmo, che è andato in porto, ma in mezzo a mille polemiche sulla sua efficacia. Lo spauracchio della guerra fra i due Paesi è probabilmente solo un arma retorica, usata da entrambe le parti più ad uso interno: per denunciare lo stato d’assedio in cui vive il Venezuela, o per accomunare crimini della guerriglia e di Maduro.

Ma una guerra “a bassa intensità”, come è stato definito il lungo confronto fra e Farc e il governo Colombiano, che dal 1948 al 2013 ha fatto 220.000 morti, di cui 170.000 civili e solo 50.000 combattenti, in qualche modo continua.

Il Messico si dissocia. Ultima ora: un gruppo di 13 Paesi dell’America Latina ha firmato un comunicato, nel quale si chiede aiuto alla comunità internazionale per l’emergenza causata dall’afflusso in massa di profughi e migranti dal Venezuela. Poichè però il comunicato dichiara illegittime le ultime elezioni in Venezuela, che hanno confermato Maduro alla presidenza, il Messico non ha firmato. Andrés Manuel López Obrador, il nuovo presidente, che ha promesso una svolta radicale, manda così un segnale proprio all’inizio del suo incarico.
Maurizio Sacchi

domenica 25 febbraio 2018

La crisi dimenticata del Venezuela e il dramma dell’esodo di rifugiati

Formiche
Entro giugno del 2018 si prevede la fuga di circa 3 milioni di venezuelani a causa della crisi economica e umanitaria 


Il flusso di cittadini attraverso le frontiere della Colombia e del Brasile, così come verso altri Paesi del mondo (Italia inclusa) colloca il Venezuela allo stesso livello della Siria quando si parla del fenomeno migrazione.

Un reportage del quotidiano americano The Wall Street Journal sostiene che un decimo della popolazione è fuggito dal Venezuela a causa della crisi sociale, umanitaria ed economica del regime di Nicolás Maduro. Le cifre registrate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati indicano che le richieste d’asilo politico dei venezuelani all’estero sono più di 100mila. L’Istituto di Migrazione della Colombia calcola che soltanto nell’anno 2017 sono arrivati in territorio colombiano (per restare) 500mila venezuelani.

Le previsioni per il 2018
L’Assemblea Nazionale del Venezuela pronostica che per giugno del 2018 circa 3 milioni di venezuelani saranno fuori dal Paese. Più del 40% della popolazione ha manifestato l’intenzione di trasferirsi dal Venezuela. Il flusso di migranti nella frontiera colombo-venezuelana è aumentato del 600% l’anno scorso.

Come in Siria e Birmania
Il Wall Street Journal sostiene che queste statistiche si possono comparare con i 600mila siriani che hanno chiesto asilo politico in Germania o la migrazione di 700mila membri della minoranza etnica rohingya in Birmania che sono scappati verso il Bangladesh.

Il Washington Post ha dedicato un editoriale alla “peggior crisi dei rifugiati in America latina”. Per il quotidiano americano, il catastrofico collasso economico del Venezuela sta attraversando i propri confini. Il governo colombiano di Juan Manuel Santos ha ammesso che l’arrivo di circa 600mila venezuelani sta diventando un problema, mentre nella frontiera con il Brasile il flusso è di circa 140mila persone. Negli Stati Uniti le richieste di asilo sono 60mila e per le Nazioni Unite negli ultimi anni sono andati via dal Paese 1,1 milioni di cittadini.

Fare di più
“I rifugiati venezuelani – si legge nell’editoriale del Washington Post – attirano molta meno attenzione e aiuti internazionali di chi fugge dalla Birmania o dalla Siria. Questo deve cambiare”. La motivazione, secondo la pubblicazione, è semplice: i venezuelani, una volta cittadini orgogliosi del Paese più ricco dell’America latina, ora stanno morendo di fame. “Il 90% dei venezuelani dichiara di non avere i mezzi per comprare cibo a sufficienza, e il 61% dichiara di andare a letto affamato – si legge nell’editoriale – […] Senza una soluzione in vista per la crisi in Venezuela, è arrivato il momento che gli Stati Uniti e gli altri Paesi facciano di più per mitigare l’impatto esterno di questa situazione”.

Rossana Miranda

mercoledì 3 gennaio 2018

Guerre dimenticate - Yemen: Onu, oltre 1000 giorni guerra. Il 75% della popolazione senza assistenza umanitaria.

AnsaMed
Il conflitto in Yemen ha superato la drammatica soglia dei mille giorni, e l'Onu ha affermato che se non si otterrà un maggiore accesso umanitario e una diminuzione della violenza, il costo delle vite sarà incalcolabile. "Con l'intensificarsi degli scontri nei giorni scorsi, altri bambini e famiglie sono stati uccisi in attacchi e bombardamenti", hanno detto i numeri uno delle principali agenzie delle Nazioni Unite (Oms, Unicef e World Food Program) in una dichiarazione congiunta.



Rivolgendo un nuovo appello alle parti in conflitto - i ribelli Houthi da una parte e una coalizione militare a guida saudita dall'altra - affinché consentano immediatamente il pieno accesso umanitario e fermino i combattimenti.

"Più di mille giorni di bambini reclutati per combattere, mille giorni di malattie, morte e sofferenze umane inimmaginabili", hanno detto, precisando che il conflitto ha creato la peggiore crisi umanitaria nel mondo.

Circa il 75% della popolazione in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, compresi 11,3 milioni di bambini che non possono sopravvivere senza di essa, e 16 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile e strutture igienico-sanitarie adeguate.

mercoledì 11 marzo 2015

Boko Haram: Croce Rossa, crisi umanitaria generalizzata nella regione del Lago Ciad, incrocio frontiere di 4 paesi

MISNA
L’avanzata di Boko Haram e le controffensive militari sono all’origine di “una crisi umanitaria generalizzata” nella regione del Lago Ciad, dove si incrociano le frontiere di quattro paesi: lo denuncia in una nota il Comitato internazionale per la Croce Rossa (Cicr). 

 “La violenza che imperversa in Nigeria – sottolinea l’organizzazione – ha costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare il loro paese e ha superato i confini, raggiungendo i paesi vicini, Ciad, Niger e Camerun, dove la situazione umanitaria è in rapido deterioramento”. 

 Il Cicr sottolinea che molte persone sono fuggite senza nulla e che possono sperare solo nell’aiuto di parenti o amici. L’afflusso di civili in fuga dalle zone rurali, più esposte alle incursioni di Boko Haram, ha fatto inoltre crescere in modo esponenziale la popolazione delle città. 

Si stima ad esempio che la popolazione di Maiduguri, il capoluogo dello Stato nigeriano del Borno, sia passata nell’arco di pochi mesi da uno a due milioni. Forti incrementi hanno riguardato anche altri centri del nord-est della Nigeria, come Yola e Gombe, dove i profughi sono ospitati in campi, in scuole o in altri edifici pubblici. 

 Violenze e combattimenti, d’altra parte, hanno spinto molti a oltrepassare le frontiere nazionali. La Croce Rossa calcola di aver distribuito razioni alimentari a circa 45.000 nigeriani giunti nella regione di Diffa, nel Niger sud-orientale. [VG]

mercoledì 10 dicembre 2014

Nigeria - Boko Haram: rischio di crisi umanitaria per più di mezzo milione di persone

News from Africa
In Nigeria si susseguono sempre più frequenti e improvvisi gli attacchi del gruppo di terroristi islamici. Oltre 1,5 milioni di persone si è spostato all’interno del paese. Per le ong situazione allarmante per i profughi fuggiti oltre confine

Nairobi - I continui attacchi del gruppo di fondamentalisti islamici Boko Haram nel nord-est della Nigeria stanno mettendo a rischio di crisi umanitaria più di mezzo milione di persone, e sempre più gente sta lasciando i villaggi. Secondo le agenzie umanitarie presenti sul campo, il numero delle vittime continuerà a crescere poiché nulla viene fatto per fermare gli attacchi. “Dalla fine di agosto il movimento di ribelli ha preso il controllo dello stato di Adamawa, consolidando la sua presenza con atti violenti e costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire”, dice Sarah Ndikumana, direttore nazionale dell’International Rescue Committee, ong che offre assistenza ai rifugiati.

Per via degli attacchi, a detta di Ndikumana, molte persone sono rimaste senza accesso a cibo, acqua, riparo, assistenza medica e altre necessità quali vestiti e sapone. “Gli attacchi sono improvvisi, perciò la gente fugge portandosi dietro appena qualche maglietta. Non conoscono nessuno, non hanno nulla e spesso non riescono a ottenere nulla”.

L’ultima ondata di attacchi, avvenuta il 25 novembre a Maiduguri, la città più grande nello stato del Borno, si è conclusa con dozzine di vittime e moltissimi feriti. Secondo gruppi di volontari, almeno un milione e mezzo di persone si è spostato all’interno della Nigeria dal maggio 2013, quando per la prima volta il governo ha dichiarato lo stato di emergenza negli stati nordorientali di Adamawa, Borno e Yobe. Altri 150 mila hanno cercato rifugio nei vicini Ciad, Niger e Camerun, secondo il commissariato Onu per i rifugiati. L’ufficio per gli aiuti umanitari dell’Ue (Echo) pensa che questa cifra potrebbe ammontare a 180 mila.

Altri, sui quali non si hanno dati precisi, si suppone abbiano trovato rifugio in abitazioni di ripiego fra le comunità ospitanti nelle vicinanze. “Parecchi continuano a scappare dai villaggi, e nelle ultime settimane il numero è aumentato”, comunica Fernando Arroyo, direttore dell’ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha) in Nigeria.

I campi profughi al momento sono sovraffollati, e ce ne sono soltanto 12 ufficiali in Borno e 6 in Adamawa. Vi vivono più persone di quante ne possono contenere e i rifugiati non hanno accesso adeguato a cibo, acqua e servizi sanitari. Una tale mancanza di igiene ha portato a un aumento fra i rifugiati dei casi di colera, diarrea e altre malattie prevenibili, a detta del Movimento Internazionale Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. 

Per questo molti vengono cacciati dai campi e tornano a venire coinvolti negli attacchi. Secondo Arroyo “il problema è che sappiamo per certo che solo una minoranza arriva nei campi profughi, tutti gli altri cercano rifugio in comunità ospitanti, perciò è molto difficile rendersi conto di quanti siano, registrarli e fornire assistenza. La scarsità di cibo comunque resta il problema maggiore. L’Ocha ha stimato che nel 2014 più di cinque milioni di persone in 11 stati settentrionali della Nigeria non abbiano avuto cibo a sufficienza. Abbiamo paura che questo numero possa crescere a causa dei danni provocati nell’ultimo anno all’agricoltura e al commercio come raccolti distrutti, fattorie invase dai ribelli e abbandono generale dei campi.

domenica 12 gennaio 2014

La tripla crisi umanitaria del 2014 - Siria, Rep. Centrafricana, Sud Sudan

Huffington Post 
Il 2014 debutta con tre gravissime crisi umanitarie.


La guerra in Siria è entrata già nel suo terzo anno con milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati nei paesi limitrofi. A dicembre è riesploso il conflitto in Repubblica Centrafricana mentre il giovane Stato sud-sudanese si sta dilaniando in una guerra internache spinge migliaia di cittadini a cercare rifugio oltre confine o nei luoghi che pensano sicuri, come le sedi Peacekeeping delle Nazioni Unite a Bor, Bentiu, Malakal.

Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha definito l'operazione umanitaria in Siria una delle più complesse della sua storia, con oltre 7 milioni di siriani che hanno bisogno di cibo e che il WFP assiste in Siria ma anche in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia, là dove la fuga dalla guerra li ha spinti.

Nella Repubblica Centrafricana, le violenze sono esplose a dicembre, con una virulenza mai registrata dalla caduta del governo di Bozize, lo scorso marzo. L'insicurezza alimentare ha toccato picchi altissimi con 1,29 milioni di persone che hanno bisogna urgente di cibo in un paese dove, già prima del conflitto, un terzo della popolazione aveva difficoltà a mettere assieme il pranzo con la cena. Stesso scenario, con diversi protagonisti, in Sud Sudan dove l'operazione di emergenza alimentare del WFP riguarda 400.000 sfollati e migliaia di rifugiati, soprattutto in Uganda (29.000 rifugiati) ma anche in Kenya e in Etiopia.
Alcune delle sfide che queste crisi pongono alla comunità umanitaria sono comuni, pur nella diversità delle situazioni geopolitiche e degli attori in campo.

La principale sfida riguarda l'accesso alle popolazioni da assistere. Nonostante gli appelli affinchè ciò sia garantito dalle parti in conflitto, moltissime zone rimangono off limits, le popolazioni civili, ma anche gli operatori umanitari, sono considerati obiettivi bellici e i mezzi per assistere la popolazione una merce da rapinare. In Siria è stata questa la sfida costante di questi anni. In Repubblica Centrafricana solo da pochi giorni il WFP ha potuto riprendere la distribuzione di cibo all'aeroporto di Bengui dove 100.000 persone avevano cercato riparo le scorse settimane. Ma non altrettanto succede in molte zone del Nord-Ovest del paese. In Sud Sudan ci sono 97 depositi di cibo del WFP ma non tutti sono raggiungibili.

Il costo (umano prima di tutto) delle crisi umanitarie si accompagna all'ipoteca che il protrarsi dei diversi conflitti pone alla sicurezza alimentare. In Repubblica Centrafricana, anche se i colloqui a N'Djamena dovessero portare a una soluzione negoziale del conflitto, non ci sarà il prossimo raccolto perchè la gente, per paura, ha abbandonato le terre da coltivare. In Sud Sudan, le 200.000 persone che sono fuggite dai villaggi sono fuggite anche dai campi, vendendo le poche cose che potevano vendere. Tra poco, quando inizierà la stagione delle piogge, 60 per cento del paese diventerà un enorme pantano dove ogni spostamento sarà impossibile. O il cibo arriva ora o non arriverà nei prossimi mesi. Questo, come gli altri conflitti in corso, è anche guerra del cibo.