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giovedì 7 luglio 2016

Con la guerra 75 milioni di bambini in 35 paesi senza istruzione. Quale futuro?

In Terris
Le bombe non radono al suolo soltanto la struttura visibile di una nazione, le case, i palazzi, le stazioni, ma uccidono la possibilità di crescita di intere generazioni, specialmente se teatro dei conflitti sono quelle zone che Papa Francesco ha definito “le periferie del mondo”; circa un quarto dei bambini del mondo in età scolare – 462 milioni – vive in Paesi colpiti da crisi. Circa 1 bambino su 6 in età da scuola dell’infanzia fino alla secondaria superiore (3 – 18 anni) che vive in contesti di crisi umanitarie ha disperato bisogno di supporto per l’istruzione.

Una vera emergenza umanitaria, sociale e culturale, che oggi inizia ad essere al centro del dibattito internazionale, anche se non ancora con la giusta attenzione. Paesi fragili e colpiti da conflitti hanno visto crescere esponenzialmente la popolazione non scolarizzata, ma l’istruzione in situazioni umanitarie e di crisi continua a ricevere solo una piccola porzione del budget umanitaria globale. Attualmente ci sono 75 milioni di bambini in 35 Paesi che non vanno a scuola e ad oggi meno del 2 percento dei finanziamenti per l’aiuto umanitario va all’educazione in contesti di emergenza.

In tempi di conflitto e di crisi, le infrastrutture sociali ed economiche sono distrutte, e la fornitura di servizi di base, come l’istruzione, diventa difficile, frammentato o semplicemente inesistente. I bambini sono costretti ad abbandonare la scuola, e sono più vulnerabili e a rischio di violenza, il lavoro forzato e di tratta.

Secondo l’Unicef, i bambini siriani sotto i cinque anni non hanno conosciuto altro che la guerra. Dall’inizio del conflitto sono nati 3,7 milioni di bambini, un terzo della popolazione infantile del Paese. Oltre 306.000 sono nati come rifugiati nei paesi limitrofi. Il numero complessivo dei minori siriani colpiti dalle conseguenze della guerra, all’interno del Paese o negli stati dove si sono rifugiati, è di circa 8,4 milioni, oltre l’80% della popolazione infantile. Una generazione perduta.

Qualcosa si muove, dicevamo. E infatti se ne è parlato a Istanbul il World Humanitarian Summit, il primo vertice mondiale indetto per affrontare le emergenze umanitarie globali del nostro secolo. Per due giorni,a fine maggio, si sono incontrati 9mila delegati, tra i quali anche i rappresentanti di 173 governi e delle Ong.

Nell’ambito dell’educazione in contesti di emergenza e di conflitto è stata lanciata proprio dall’Unicef un’iniziativa chiamata “L’educazione non può aspettare” (Education Cannot Wait); molti paesi si sono impegnati finanziariamente per raggiungere 150 milioni di dollari. Il ripristino dei sistemi di istruzione in queste aree in grado di fornire un segno visibile di un ritorno alla normalità.

L’accesso limitato all’istruzione è uno dei modi più sicuri di trasmissione della povertà da una generazione all’altra. L’istruzione – lo ricordiamo – è un diritto umano fondamentale, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Ogni ragazza e ogni ragazzo dovrebbe avere il diritto ad un’istruzione di qualità in modo che possano avere più possibilità nella vita, tra cui le opportunità di lavoro, migliori condizioni di salute e anche di partecipare al processo politico.

Uno degli episodi più inquietanti risale allo scorso febbraio, quando almeno 50 morti furono provocati da raid aerei su 2 scuole ed 5 ospedali (tra cui quello sostenuto da Medici senza Frontiere) nel nord della Siria. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon si disse “profondamente preoccupato dalle notizie di attacchi missilistici su almeno 5 strutture mediche e due scuole tra Aleppo e Idlib, che hanno ucciso quasi 50 civili, inclusi bambini”.

L’Agenzia dell’Onu per l’infanzia ha chiesto scelte concrete perché almeno nelle scuole e negli ospedali i bambini siano protetti e al sicuro. Secondo gli ultimi dati dai teatri di guerra ogni giorno 4 scuole o ospedali sono attaccati o utilizzati da forze o gruppi armati.

Su questo fronte è impegnata anche l’organizzazione “The Global Partnership for Education”, il cui motto è “Reaching global goals through local action”, ossia raggiungere obiettivi globali attraverso azioni locali. “Un’istruzione di qualità per tutti – afferma GPE – è il fondamento di un mondo che è prospera, pacifica, equa, e pronto per il futuro“. Pochi giorni fa il Consiglio di Amministrazione della GPE ha approvato un budget di 147 milioni di dollari per migliorare l’istruzione di milioni di bambini e giovani nella Repubblica Democratica del Congo, Malawi e i quattro Stati dei Caraibi insulari Dominica, Grenada, St. Lucia e St. Vincent e Grenadine. Le sovvenzioni sosterranno e contribuire ad attuare piani di settore dell’istruzione nazionali o regionali che forniscono una stampa blu per il rafforzamento dell’istruzione dei paesi nei prossimi anni.

Sembra tanto, e per essere un’iniziativa non governativa lo è. Ma è pur sempre una goccia nel mare finché i potenti del mondo non decideranno non solo di farsi carico strutturalmente delle situazioni di crisi, ma eviteranno di alimentare i conflitti, unica vera strategia per una pace duratura.

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