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lunedì 19 febbraio 2018

Nigeria - Riabilitazione per 475 Boko Haram degli oltre 1.000 imputati al primo processo ai terroristi

Ansa
Nigeria - Lagos - In Nigeria le autorità hanno cominciato a rilasciare centinaia di persone sospettate di aver sostenuto o fatto parte della sanguinaria setta terroristica islamica di Boko Haram, per offrire loro la riabilitazione con pene alternative anziché subire il processo penale.




Nei loro confronti, fa sapere un consulente legale della procura generale, ci sono anche pochi riscontri probatori. Molti di loro erano accusati di omertà o di aver nascosto informazioni sui terroristi.

I 475 in corso di scarcerazione, sono fra oltre mille imputati del primo grande processo contro Boko Haram, che si tiene da alcuni giorni in una remota caserma nella cittadina di Kainji, nel centro della Nigeria.

Due giorni è stata compiuta l'ultima strage attribuita a Boko Haram, che con tre kamikaze con corpetti-bomba ha colpito un affollato mercato a Konduga, nello stato di Borno, con un bilancio di una ventina di morti e decine di feriti.

lunedì 4 dicembre 2017

Ecco il “centro di cura” per la riabilitazione degli ex jihadisti. Dal 2004 recuperate 3300 persone ad una vita normale.

DIRE
Un seguace di Osama bin Laden davanti la televisione? Non è fantascenza, ma vita quotidiana in un centro di riabilitazione per fondamentalisti islamici a Riad. “Benvenuti nell’oasi della saggezza”: così sono stati accolti i giornalisti della ‘Bbc’ nell’istituto, denominato ‘Centro di cura e consulenza Mohammed Ben Nayef’.

Il Centro di cura e consulenza
Mohammed Ben Nayef’
Dentro l’apparente villaggio turistico con palme e prati curatissimi, una piscina e una palestra,circolano ex detenuti talebani e militanti di Al-Qaeda che sulla base della legge anti-terrorismo possono ricevere cure per tornare alla vita normale.

“Evitiamo di chiamarli detenuti” ha detto il direttore Abu Maghayed, che poi ha spiegato: 
“Ci concentriamo nella correzione delle convinzioni errate, non possiamo combattere il terrorismo con la forza, le idee si combattono con le idee, anche se non è facile riportare la gente a smettere di odiare la società e le proprie famiglie”.
Attraverso l’incontro con i familiari e l’invito a intraprendere la via del matrimonio, religiosi e psicologi del centro incoraggiano gli “ospiti” a reintegrarsi e ad abbandonare la vita da estremisti. Anche l’arteterapia ha un ruolo di rilievo. Oltre a esser uno strumento catartico, è il metro di misura dell’evoluzione psicologica: all’inizio i dipinti sono brutali e con colori accesi, in seguito più pacati e tenui.

“Ci sentiamo persone nuove grazie a questo posto. La preoccupazione è che la gente del Paese possa non accettarci” ha spiegato un ex detenuto della prigione di Guantanamo ospite dell’istituto.

Dal 2004, quando l’ex vice primo ministro Mohammed Ben Nayef ha voluto l’apertura del Centro in seguito a un’ondata di attentati, più di 3.300 individui sono tornati alla vita normale, con “un tasso di riabilitazione pari all’86%” afferma il direttore del Centro.
E’ di pochi giorni fa l’annuncio del principe saudita Mohammad bin Salman dell’avvio di una coalizione di 40 Paesi musulmani col fine di “eliminare l’estremismo dalla faccia della terra“.

martedì 6 settembre 2016

Brasile - APAC il carcere aperto che riabilita i detenuti

Radio Vaticana
Esiste una realtà carceraria in Brasile che punta tutto sulla riabilitazione e il reinserimento sociale del detenuto, partendo dall’assioma che la società diventa più sicura se chi ha commesso un delitto smette di essere un criminale. In Brasile, a partire dagli Anni ’70 si è andato affermando un modello detentivo che prende il nome dall’associazione che lo promuove: APAC – Associazione di protezione e assistenza ai condannati. 


Nelle prigioni APAC non c’è polizia penitenziaria, non ci sono armi e i detenuti lavorano tutti. Il risultato è una bassissima percentuale di recidiva. A spiegarci bene di cosa si tratta è Jacopo Sabatiello, della ong internazionale Fondazione AVSI in Brasile partner di APAC.

Le APAC
Tutto ha origine dall’intuizione di un avvocato e giornalista dalle lontane origini italiane, Mario Ottoboni. E’ lui, impegnato nella pastorale carceraria, a dare il via negli Anni 70 al modello delle APAC, strutture carcerarie che non sono gestite dalla Stato ma da un’associazione del terzo settore, senza la presenza di armi o di guardie penitenziarie. Una prigione che è cogestita da un’associazione e dagli stessi detenuti.

Coinvolgimento della società
Cuore del metodo Apac è quello del coinvolgimento della società, condizione necessaria se si vuole utilizzare il periodo detentivo della pena, come un percorso di risocializzazione diretto a reintegrare i detenuti nella società. Altro punto forte di questo metodo è la partecipazione di volontari, che lavorano dentro queste strutture facendo assistenza in vari ambiti.

Le Apac sono carceri vere e proprie
C’è un sistema di dura disciplina che regola le giornate. I detenuti si svegliano all’alba. Alle 7.30 c’è quello che chiamano il primo atto di socializzazione, che è una preghiera comune. Poi c’è la colazione, le attività lavorative fino a pranzo, poi ancora lavoro fino alle cinque e dopo si comincia a studiare per i vari diplomi; dopo la cena un breve momento di ricreazione e si va a dormire. Nelle carceri tradizionali, invece, i detenuti sono costretti a oziare per tutta la giornata.

Successo nel recupero dei detenuti
Oggi in Brasile ci sono 50 di queste carceri, per un totale di circa 3mila detenuti. Si tratta di carceri piccole con un massimo di 200 persone proprio per favorire l’accompagnamento individuale di queste persone.

L’uomo è al centro
All’entrata di ogni Apac c’è una scritta che recita: qui entra l’uomo, il delitto resta fuori. Quindi una particolare attenzione all’essere umano e alla sua innata dignità. La recidiva nelle carceri tradizionali si stima sia fra il 70 – 80%. Nelle APAC la recidiva è intorno al 20% e il costo di mantenimento di queste strutture a carico dello Stato è molto basso.

A cura di Stefano Leszczynski

domenica 13 dicembre 2015

In comunità terapeutica cambia vita: moglie, figlio e lavoro. Deve tornare in carcere per reato compiuto a 18 anni nel 2007

Redattore Sociale
Matteo, 26 anni, un’infanzia difficilissima e una “carriera” da tossicodipendente deviante tra la strada e la prigione. Dopo il recupero in comunità terapeutica, ha un lavoro, una moglie e dei sogni. Ma dovrà scontare 6 anni per una rapina compiuta quando ne aveva 18

Roma - La storia di Matteo (nome di fantasia) è la stessa di centinaia di altri giovani con un passato di tossicodipendenza, ma ciò non toglie nulla alla sua assurdità. Matteo oggi ha 26 anni, una moglie, un lavoro stabile (il barista) e un altro (l’allevatore di cani) che sogna e vorrebbe avviare appena possibile. Ma tutto questo tra pochi giorni si dovrà bloccare, perché il giovane dovrà andare in carcere a scontare una condanna a 6 anni per un reato commesso nel 2007, quando aveva 18 anni ed era totalmente un’altra persona.

Matteo nasce in Italia da una donna straniera appena arrivata nel nostro paese e ancora ignara di essere incinta. Non conoscerà mai il padre e la sua infanzia sarà costellata di soggiorni in affidamento presso comunità di accoglienza o famiglie, alternati con burrascosi periodi di ricongiungimento con la mamma. Quando Matteo ha 10 anni, lei si sposa con un italiano, ma la nuova famiglia fa di tutto per escludere questo bambino già molto irrequieto e non fargli avere contatti con la sorellina nel frattempo arrivata.

Matteo conosce la strada da adolescente: reati piccoli e reati più seri, spaccio, vari periodi in carcere minorile e in quello per adulti. Conosce l’abuso di qualsiasi sostanza stupefacente, compie precocemente la “carriera” più classica del tossicodipendente deviante ed emarginato. Quando, a 19 anni, arriva dalla detenzione in una comunità terapeutica delle Marche dice chiaramente che per lui “è meglio il carcere”, dove è sicuro di tornare presto. È convinto che sia quello il suo destino, ne è come affascinato.

Invece non andrà così. Matteo rialza la testa, riesce a lavorare “su se stesso” come dicono gli operatori che lo seguono con assiduità; scopre, anzi mette a frutto, la sua passione per gli animali, vorrebbe fare l’addestratore di cani; diventa affidabile, uno dei successi migliori della comunità. Da qui esce dopo un programma riabilitativo di 2 anni e mezzo e trova subito lavoro in una città vicina alla comunità: un contratto da barista a tempo indeterminato, che svolge ormai da 4 anni. Intanto si è fidanzato con una ragazza del luogo e insieme a lei ha cominciato a progettare la sua vita e la sua attività futura: un allevamento e una pensione per cani che ha già iniziato a popolare con alcuni cuccioli e ad attrezzare con quello che serve. Tre mesi fa si sposa nella comunità dove ha fatto il percorso riabilitativo, l’unico luogo, dice, in cui ha trovato una sua famiglia e una dimensione di una normalità.

Ma in questi anni c’era una pratica che viaggiava in direzione opposta al suo lieto fine personale: quel processo per una rapina a mano armata compiuta quando ne aveva 18 anni, e che lo aveva portato in carcere prima della comunità, era andato avanti: condanna in primo grado, condanna in appello, e a breve l’inesorabile verdetto della Cassazione. E' infatti scaduto il termine per un eventuale ricorso e ora si aspetta solo che la suprema Corte emetta la sua sentenza, che sarà sicuramente di condanna. A quel punto due agenti delle forze dell’ordine, forse vestiti in borghese per non impressionare, gli busseranno a casa e gli diranno che devono portarlo in carcere a scontare la pena definitiva a 6 anni.

Lascerà a casa la moglie, i suoi cani, il suo lavoro, gli amici della comunità: l’intera sua nuova “normalità” spezzata da una giustizia che ancora una volta ignorerà ciecamente che la “rieducazione” di questo giovane è avvenuta da tempo. E che, pur nel rispetto delle sentenze, potevano essere disposte misure diverse dal carcere, senza il rischio di buttare via la faticosa e tenace rinascita di una persona che ha ancora tutta la vita davanti. (st)

domenica 22 giugno 2014

Papa Francesco ai detenuti di Castovillari:" Dio perdona e accompagna. La società deve imitarlo"

Cari sorelle e fratelli,
il primo gesto della mia visita pastorale è l’incontro con voi, in questa Casa circondariale di Castrovillari. In questo modo vorrei esprimere la vicinanza del Papa e della Chiesa ad ogni uomo e ogni donna che si trova in carcere, in ogni parte del mondo. Gesù ha detto: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36).  
Nelle riflessioni che riguardano i detenuti, si sottolinea spesso il tema del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e l’esigenza di corrispondenti condizioni di espiazione della pena. Questo aspetto della politica penitenziaria è certamente essenziale e l’attenzione in proposito deve rimanere sempre alta. Ma tale prospettiva non è ancora sufficiente, se non è accompagnata e completata da un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società (cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla 17ª Conferenza dei Direttori delle Amministrazioni penitenziarie del Consiglio d’Europa, 22 novembre 2012). Quando questa finalità viene trascurata, l’esecuzione della pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, a sua volta dannoso per l’individuo e per la società. E Dio non fa questo, con noi. Dio, quando ci perdona, ci accompagna e ci aiuta nella strada. Sempre. Anche nelle cose piccole. Quando noi andiamo a confessarci, il Signore ci dice: “Io ti perdono. Ma adesso vieni con me”. E Lui ci aiuta a riprendere la strada. Mai condanna. Mai perdona soltanto, ma perdona e accompagna. Poi siamo fragili e dobbiamo ritornare alla confessione, tutti. Ma Lui non si stanca. Sempre ci riprende per mano. Questo è l’amore di Dio, e noi dobbiamo imitarlo! La società deve imitarlo. Fare questa strada.
D’altra parte, un vero e pieno reinserimento della persona non avviene come termine di un percorso solamente umano. In questo cammino entra anche l’incontro con Dio, la capacità di lasciarci guardare da Dio che ci ama. E’ più difficile lasciarsi guardare da Dio che guardare Dio. E’ più difficile lasciarsi incontrare da Dio che incontrare Dio, perché in noi c’è sempre una resistenza. E Lui ti aspetta, Lui ci guarda, Lui ci cerca sempre. Questo Dio che ci ama, che è capace di comprenderci, capace di perdonare i nostri errori. Il Signore è un maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale. Il Signore sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende; a noi spetta lasciarci comprendere, lasciarci perdonare, lasciarci accompagnare. 
Auguro a ciascuno di voi che questo tempo non vada perduto, ma possa essere un tempo prezioso, durante il quale chiedere e ottenere da Dio questa grazia. Così facendo contribuirete a rendere migliori prima di tutto voi stessi, ma nello stesso tempo anche la comunità, perché, nel bene e nel male, le nostre azioni influiscono sugli altri e su tutta la famiglia umana. 
Un pensiero affettuoso voglio rivolgerlo in questo momento ai vostri familiari; che il Signore vi conceda di riabbracciarli in serenità e in pace.
E infine un incoraggiamento a tutti coloro che operano in questa Casa: ai Dirigenti, agli agenti di Polizia carceraria, a tutto il personale.
Di cuore vi benedico tutti e vi affido alla protezione della Madonna, nostra Madre. E per favore, vi chiedo di pregare per me, perché anche io ho i miei sbagli e devo fare penitenza. Grazie.

sabato 24 maggio 2014

Marocco: il Re inaugura un centro per l'integrazione socio-professionale dei detenuti

Nova
Il Re del Marocco, Mohammed VI, ha inaugurato ieri il centro di rieducazione socio-professionale del carcere di Bani Mellal, nell'entroterra marocchino. 

Il centro è finalizzato al reinserimento del mondo del lavoro dei detenuti una volta messi in libertà. Con un finanziamento di un milione di euro il centro è stato dotato di macchinari e insegnanti necessari per l'organizzazione di corsi al reinserimento professionale per i detenuti del carcere locale.

sabato 22 febbraio 2014

Svezia: le carceri si stanno svuotando. Pene più lievi e riabilitazione. Recidiva dimezzata società più sicura

www.news.you-ng.it
[...]
In Svezia il numero di quelli che finiscono dietro le sbarre è in costante diminuzione ormai da una decina d'anni: in media un calo dell'1 per cento sin dal 2004, con un'accelerazione negli ultimi anni, dove si sono toccate punte del -6 per cento.

Tanti i motivi. Dopo una sentenza della Corte Suprema, che nel 2011 ha ridefinito i criteri delle pene per i crimini legati alla droga, i giudici svedesi emettono ad esempio condanne mediamente più miti. Quando si può, si tende a tenere la gente fuori dalle prigioni, optando per misure come la libertà vigilata o l'assegnazione ai servizi sociali.

Raramente le condanne superano i 10 anni

Dal 2004 si è registrata una flessione del 36 per cento dei furti e del 12 per cento dei crimini violenti. 

Organizzazioni di volontariato aiutano di ex detenuti a reinserirsi nella società. Il processo di riabilitazione funziona

La percentuale degli ex carcerati che torna a commettere crimini in Svezia si aggira tra il 30 e il 40 per cento. In Gran Bretagna la percentuale è praticamente doppia.