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lunedì 4 marzo 2019

Salvini non è riuscito a fare più espulsioni di stranieri dei governi precedenti. Ma le condizioni dei migranti sono peggiorate e sono aumentati gli episodi xenofobia.

Corriere della Sera
A gennaio 2018 Matteo Salvini in campagna elettorale promette: «Non vedo l’ora di vincere le elezioni per riempire gli aerei e riportare gli immigrati a casa loro. Ce ne sono troppi». 
Le elezioni le ha vinte. Nei primi sei mesi da ministro dell’Interno (giugno-dicembre 2018) ha rimpatriato 3.851 irregolari. Nello stesso periodo di tempo, l’anno prima, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti aveva eseguito 3.968 rimpatri. 

Dal primo gennaio 2019 al 17 febbraio sono stati 867, 18 al giorno. Complessivamente nel 2018 — con il governo Gentiloni per la prima metà dell’anno e della Lega-M5S per la seconda — ci sono state 6.820 espulsioni, sempre 18 al giorno. 

Nel 2017 sotto Gentiloni 6.514, ovvero 17 al giorno. A conti fatti, discostarsi da questi numeri è difficile. Ecco perché.

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Milena Gabanelli e Simona Ravizza

sabato 22 settembre 2018

Belgio come in Texas. Bimbi detenuti per essere espulsi: "abbiamo paura di morire"

today.it
È polemica sui "Centre fermé", le strutture create dal governo di Bruxelles per espellere i migranti irregolari e le loro famiglie. Un bambino è stato liberato dopo che i servizi sociali hanno riscontrato "traumi psicologici" provocati dalla detenzione. Il governo lo chiama "Centre fermé 127bis", centro chiuso. 
Centre fermé 127bis - Belgio
Ma per molti quello di Steenokkerzeel, piccolo comune alle porte di Bruxelles, è una vera e propria prigione in cui vengono rinchiusi i migranti irregolari in attesa di espulsione. E con loro le famiglie, minori compresi. Una situazione che ricorda da vicino i centri di detenzione creati in Texas da Donald Trump.

Belgio come il Texas - In Belgio come negli Usa, vi sono casi di danni psicologici arrecati ai bambini detenuti. L'ultimo ha riguardato uno dei cinque figli di una donna dell'Azerbaijan, tutti rinchiusi a Steenokkerzeel, almeno fino a ieri: già, perché in seguito a un'ispezione dei servizi sociali è emerso che il minore aveva sviluppato seri traumi psicologici. E per questo, le autorità sono state costrette a rimettere l'intera famiglia in libertà.

Nel centro, fino a fine agosto, c'erano anche i figli di una coppia serba. La famiglia è stata rimpatriata, ma prima di lasciare il Belgio una pediatra che li aveva visitati aveva denunciato le gravi condizioni psicologiche in cui versavano questi bambini: "La detenzione potrebbe avere effetti negativi sul loro sviluppo cognitivo, sulle capacità di apprendimento e di socializzazione", aveva detto Paulene De Backer. Uno di questi bambini, ha raccontato un assistente sociale, aveva espresso le sue paure legate alla detenzione, tra cui quella di morire.

Il piano di Francken - Per queste ragioni, diversi cittadini e organizzazioni, tra cui Amnesty International, chiedono al governo belga di evitare la detenzione dei bambini. Ma il ministro per l'Immigrazione, Theo Francken, tira dritto e invita le famiglie "a cooperare alle procedure di rimpatrio per il bene dei loro figli". Non contento, nei prossimi giorni, Francken proporrà al governo di aumentare il numero di posti disponibili nei centri chiusi (a quello di Steenokkerzeel se ne aggiunto uno a Bruges), portandoli a 160 in tutto. L'obiettivo è di rimpatriare 40 irregolari al giorno.

di Dario Prestigiacomo

domenica 25 marzo 2018

Gli israeliani democratici contro Netanyahu: no all'espulsione dei migranti

Globalist
Alla protesta hanno partecipato artisti e politici di sinistra. In Israele risiedono circa 40mila migranti africani, raccolti soprattutto nei quartieri popolari della capitale.

La manifestazione a Tel Aviv
Un errore presentare la società israeliana come un monolito, ignorando che ci sono forze e movimenti democratici che vogliono una pace giusta con i Palestinesi, sono contrari agli insediamenti e criticano ferocemente i governi, soprattuto quello attuale di Netanyahu, arrogante e intollerante.

Così più di 20mila israeliani hanno partecipato a Tel Aviv a una manifestazione di protesta contro l'espulsione, decisa dal governo, di migliaia di migranti eritrei e sudanesi entrati illegalmente in Israele anni fa. 

Alla protesta hanno partecipato diversi artisti ed esponenti politici di sinistra. In Israele risiedono circa 40mila migranti africani, raccolti soprattutto nei quartieri popolari di Tel Aviv.
Le prime espulsioni sarebbero dovute partire all'inizio di aprile, ma per il momento sono bloccate per volere della Corte Suprema che ha chiesto di studiare gli accordi segreti raggiunti dal governo con un Paese africano (il Ruanda, secondo la stampa) per assicurarsi che sia garantita la incolumità di quanti vi saranno estradati.

martedì 13 febbraio 2018

Smettiamola con le balle sui rimpatri forzati. di Mario Giro

Il Foglio
È una categoria che non esiste, non è applicabile, non è un’opzione. Per rimpatriare forzatamente migranti ci vorrebbe l’accordo del paese di origine che li accetti.


Va detto una volta per tutte: la categoria stessa di rimpatri forzati non esiste, non è applicabile, non è un’opzione. Per rimpatriare forzatamente migranti ci vorrebbe l’accordo del paese di origine che li accetti: se tale accordo non esiste, non esistono nemmeno i rimpatri forzati; se tale accordo esiste (come con la Nigeria ad esempio) allora si tratta di rimpatri volontari - non forzati - che già si fanno. Punto.

Semplicemente se non c’è accordo i paesi di origine non fanno atterrare gli aerei né attraccare le navi: è il loro diritto di paesi sovrani. Anche se si tratta di loro concittadini. Secondo le norme internazionali nessun paese ha obbligo di riprendersi chicchessia - anche propri concittadini - senza un accordo. Duro a credere ma è così.

Ho visto tali scene in Guinea nel passato: aerei francesi non fatti atterrare o fatti atterrare per motivi di carburante e impediti di sbarco. Tornavano in Francia come erano arrivati, con tutto il loro carico. Umiliante.

Giusto o non giusto è così. Smettiamola di rimbambire la gente con balle del tipo: i rimpatri solo la destra li farà... Non li fece nemmeno la destra, perché oggettivamente non si possono fare. Infatti la destra fece la più grande sanatoria della storia repubblicana...

Questo governo invece ha imboccato la strada degli accordi. E’ più lunga e complessa ma porta buoni frutti nel tempo. Quando si negozia un accordo sui rimpatri (a questo punto volontari), il paese di origine mette sul tavolo le sue richieste. Innanzi tutto c’è la questione dell’identificazione: molti paesi africani eccepiscono sulla nazionalità dichiarata dai migranti stessi, anche in presenza di documenti. Lo fanno per motivi opportunistici da una parte, ma dall’altra esiste anche una ragione effettiva: la questione della nazionalità è stata al centro di molte crisi africane, in cui la cittadinanza è stata data, poi annullata ecc. Quindi ci si inoltra in un problema politico. Per risolverlo occorre identificare assieme: per questo oggi in Italia il Ministero dell’Interno è riuscito ad avere squadre di poliziotti dei paesi di origine che collaborano. E i risultati si vedono: si è passati da 5000 a 20000 rimpatri volontari circa.

In secondo luogo vi sono le richieste di reciprocità: cioè se “tu Europa vuoi che io Africa rimpatri”, devi permettere - ad esempio - al migrante regolare di poter rimpatriare anche la parte previdenziale versata quando torna. Pochi paesi europei lo permettono. E’ noto che ci teniamo tutti i soldi versati in previdenza. Poi devi permettere la regolarizzazione comune dei flussi, mentre l’Europa prende migranti quando gli servono e vorrebbe scaricarli quando c’è crisi. E così di seguito. Si tratta di un vero negoziato tra Stati sovrani, o tra Unione Europea e Unione africana, con tutte le ipocrisie che volete da una parte e dall’altra.

Infine c’è il discorso dello sviluppo: rimpatri volontari si fanno in presenza di programmi di sviluppo, per dare un’opportunità alternativa. Per questo il governo italiano si è battuto per ottenere l’External Investment Plan (chiamato in Italia Migration compact, in Germania Piano Marshall ecc).

In conclusione: basta balle spaziali sui rimpatri forzati. L’unica soluzione è, oltre a continuare sui volontari e sugli accordi, trattenere. Ma anche qui: si trattiene con efficacia solo con accordi in cambio di aiuti. Vedi quello con il Niger, o quelli -controversi - con Libia o Turchia. Questo è un tema su cui si può discutere, ma siamo già su un altro piano. Non su quello delle balle.

Infine: è vero che sui migranti si scaricano le ipocrisie di tutti, degli europei ma anche dei leader africani. Nessuno di questi ultimi è mai venuto a Lampedusa per piangere i suoi morti! Gliel’ho detto più volte. Molti di loro girano la testa dall’altra parte: tanto le rimesse sono maggiori degli aiuti, per ora. Ma le immagini della CNN degli schiavi africani venduti dai libici hanno scosso l’opinione africana. Questo ha provocato una svolta perché anche i leader africani ora sono sotto pressione della loro opinione e hanno iniziato ad accettare più agevolmente di fare gli accordi. Prima di quelle immagini, in Africa la questione passava sotto l’ipocrita silenzio della politica. Ora non più. Si allarga quindi lo spazio della politica estera che - sappiamo tutti - è un gioco di scambi. La domanda finale è quindi: quanto siamo disposti a pagare per i rimpatri? Quanto siamo disposti a trattare l’Africa su un piano di parità? Questa è l’unica vera domanda. Tutto il resto è presa in giro del cittadino elettore. Salvini, facci una cortesia: smetti di raccontare balle per favore.

martedì 6 febbraio 2018

Israele. Al via le espulsioni dei migranti africani, l'alternativa è il carcere

Il Mattino di Padova
Ventimila saranno rimandati in Ruanda. In un clima di crescente radicalizzazione politica è cominciata ieri in Israele la campagna di graduale espulsione dei migranti africani, per lo più eritrei e sudanesi. 


Entro due mesi circa 20mila degli attuali 40mila migranti dovranno decidere se accettare di lasciare Israele (con un incentivo di 3.500 dollari a testa) per raggiungere "un Paese terzo" - il Ruanda, secondo la stampa - oppure rischiare il carcere a oltranza.

Nelle ultime settimane in Israele si avverte un disagio crescente. Contro le imminenti espulsioni si sono espressi intellettuali, artisti, medici, sopravvissuti alla Shoah e anche piloti che preannunciano il rifiuto di guidare aerei con migranti che fossero ricondotti in Africa contro la loro volontà. Alcuni kibbutzim progettano di dare ospitalità a chi fosse colpito da ordini di espulsione e ricercato dalla polizia. Ieri il premier Benyamin Netanyahu ha però ribadito che non si farà intimidire da questi barlumi di disobbedienza civile.

Dietro le proteste, ha sostenuto, ci sono l'uomo d'affari George Soros e Ong straniere. La campagna di "allontanamento" da Israele dei migranti ha preso ufficialmente il via ieri negli uffici di Tel Aviv del ministero dell'immigrazione con la consegna a circa 200 eritrei di ingiunzioni a lasciare il Paese entro due mesi. Quanti sono originari del Darfur per ora potranno restare, ma il loro futuro resta incerto. In questa fase non saranno espulsi nuclei familiari e persone gravemente malate. "Nel Paese Terzo" con cui Israele dice di aver firmato accordi - è stato detto ai migranti - potranno stabilirsi e riacquistare una esistenza normale.

Secondo informazioni raccolte invece da alcune Ong il loro futuro in Ruanda sarebbe gravido di incognite. "Non possiamo mandarli alla loro morte" si legge in annunci di protesta pubblicati a pagamento sulla stampa. Su Facebook Netanyahu ha replicato: "Non l'avrete vinta. Oggi abbiamo iniziato la campagna di allontanamento degli infiltrati illegali, così come fanno altri Paesi moderni fra cui gli Stati Uniti. Così come abbiamo bloccato le infiltrazioni grazie a un barriera che ho fatto costruire lungo il confine con il Sinai, così manterrò la mia promessa di far uscire gli infiltrati".

Una promessa fatta in particolare agli abitanti dei rioni poveri di Tel Aviv - dove il suo partito Likud è radicato - che hanno molto sofferto in questi anni per la presenza dei migranti in aree già afflitte da problemi di povertà e di crimine. Mentre il duello politico fra destra e sinistra sulla sorte dei migranti si fa sempre più aspro, scendono in campo gli imprenditori. Anch'essi si schierano contro le espulsioni: perché, sostengono, la improvvisa partenza di una manodopera rivelatasi di importanza critica per il funzionamento di alberghi, ristoranti e ospizi rischierebbe di aver ripercussioni nocive per la economia del Paese.

martedì 23 gennaio 2018

Migranti: Israele, sopravvissuti Shoah contro espulsioni. "Siamo pronti a nasconderli in casa"

ANSAmed
Tel Aviv - Aumentano le prese di posizione contro l'allontanamento forzato deciso dal governo israeliano di migliaia di migranti africani, originari per lo più di Eritrea e Sudan. Ieri alcuni sopravvissuti alla Shoah hanno organizzato un picchetto di protesta di fronte alla residenza del Capo dello Stato Reuven Rivlin e si sono detti pronti a "nascondere profughi in casa" pur di impedire che siano arrestati ed espulsi.


Contrario alle espulsioni anche il celebre storico della Shoah, Yehuda Bauer. "Non sono migranti in cerca di lavoro - ha detto alla radio militare, polemizzando col premier Benyamin Netanyahu - ma, almeno in maggioranza, profughi che sfuggono a genocidi". 

Da parte sua la rabbina Susan Silverman sta cercando su Facebook di organizzare quello che ha chiamato 'Movimento Anna Frank per la ospitalità in casa' per offrire un riparo a quanti nelle prossime settimane rischiano di essere "allontanati da Israele", secondo la formulazione ufficiale.

Contro le espulsioni si sono pronunciati anche leader delle Chiese cattoliche, scrittori, intellettuali e piloti della compagnia aerea El Al.

martedì 5 dicembre 2017

Germania - Resistenza civile dei piloti che bloccano i voli delle deportazioni dei migranti richiedenti asilo.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Molti piloti in Germania si rifiutano di partecipare alle deportazioni.
I piloti di tutto il Paese stanno fermando le deportazioni programmate dei richiedenti asilo respinti. Allo stesso tempo, numeri record di appelli vinti dei rifugiati oggetto dei provvedimenti di espulsione.

A seguito di una richiesta di informazioni da parte della sinistra, il governo ha affermato che 222 voli programmati sono stati fermati da piloti che non volevano partecipare al controverso ritorno dei rifugiati in Afghanistan, che in alcuni casi è stato considerato un "paese d'origine sicuro", nonostante continui violenza e repressione in alcune parti del paese.

Circa 85 dei rifiuti tra gennaio e settembre 2017 provenivano dalla principale compagnia aerea tedesca Lufthansa e dalla sua controllata Eurowings. Circa 40 hanno avuto luogo all'aeroporto di Dusseldorf, dove le deportazioni controverse sono abitualmente accompagnate da manifestanti sulla pista. La maggior parte dei voli cancellati, circa 140, si svolgevano all'aeroporto di Francoforte, il più grande e più importante hub della Germania.

Nonostante un aumento delle deportazioni, la Germania rimane la principale destinazione di rifugiati e migranti verso l'Unione europea, tanto che nel 2017 la Germania ha trattato più domande di asilo rispetto a tutti gli altri 27 paesi dell'UE messi insieme.

Il quotidiano Die Welt, citando l'agenzia europea di statistiche Eurostat, ha dichiarato che l'Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati (BAMF) ha deciso 388.201 casi di asilo nei primi sei mesi del 2017.

Mentre la Germania intensifica le espulsioni, il numero di richiedenti asilo che fanno appello alle loro decisioni è aumentato in modo significativo.

Questo è quasi il doppio del numero di ricorsi fatti durante lo stesso periodo nel 2016, i tribunali si schierano con circa uno su quattro richiedenti asilo che fanno appello al loro status. Secondo l'emittente pubblica NDR, queste cause sono costate a Berlino circa 19 milioni di euro (22,5 milioni di dollari) da gennaio a novembre 2017, con un aumento di 7,8 milioni di euro rispetto all'anno precedente.

Al fine di ridurre il numero di ricorsi e accelerare le espulsioni, il governo ha proposto un programma che da febbraio 2018 proporrebbe ai richiedenti asilo respinti la somma di 3.000 euro come incentivo ad accettare l'espulsione.

Ezio Savasta

Fonte: Deutsche Welle

sabato 3 giugno 2017

Migranti - Espulsioni - Per Bruxelles l'Afghanistan è un "paese sicuro"

Il Manifesto
Gli ultimi li hanno fermati proprio mentre stavano per essere imbarcati sull'aereo che ieri da Berlino li avrebbe riportati a Kabul: un gruppo di profughi afghani la cui domanda di asilo è stata respinta dalla Germania e per questo destinati a essere espulsi. 


Per loro, però, la partenza è solo rinviata. Nel dare notizia dello stop al trasferimento, il governo tedesco ha infatti tenuto a specificare come il camion bomba che ieri ha provocato 90 vittime nella capitale afghana non sposti di un centimetro la politica di rimpatri forzati decisa dalla Germania insieme all'Unione europea.

Attentati o no, l'Afghanistan resta per l'Europa un paese sicuro dove rispedire tutti gli afghani che si trovano sul suo territorio in maniera irregolare. E poco importa se la classificazione "paese sicuro" gronda ipocrisia da tutte le parti, visto il continuo stato di guerra in cui si trova il paese. 

Del resto i leader europei sono stati chiari quando, ai primi di ottobre dell'anno scorso, hanno siglato con il presidente afghano Ashraf Ghani un accordo per rimpatriare almeno 80 mila suoi connazionali. 

Intesa alla quale, guarda caso, pochi giorni dopo ha fatto seguito la decisione assunta dall'Ue e dalla comunità internazionale di investire in Afghanistan 15,2 miliardi di dollari in aiuti per il quadriennio 2017-2020. Di questi, 5,2 miliardi di dollari provengono da fondi europei (182 milioni di euro la quota italiana). Nessun collegamento tra gli aiuti e l'accordo sui rimpatri, si è affrettata a specificare Bruxelles, ma la consequenzialità delle due decisioni è evidente.

Come già avviene con le intese siglate con altri paesi considerati uno snodo cruciale per i flussi di migranti (vedi la Turchia), anche il Joint way forward on migration iussues between Afghanistan and Eu, l'accordo su rimpatri e riammissioni, ha come scopo principale quello di facilitare le espulsioni degli afghani che si trovano in uno stato membro senza alcuna base legale, nonché di scoraggiare le partenze di quelli che vorrebbero raggiungere l'Europa. 


Il testo spiega come saranno privilegiati i rimpatri volontari ma specifica anche come, nel caso questi non siano possibili, non si esiterà a fare ricorso a rimpatri forzati, anche di massa. 

Unici esclusi dalle espulsioni i minori non accompagnati, che sarà impossibile rimpatriare senza che prima siano stati rintracciati i genitori o se in Afghanistan non sussistano condizioni di accoglienza adeguate. Prevista infine la creazione nell'aeroporto di Kabul di un apposito terminal dove ricevere i migranti respinti.

Tra le proteste dei Verdi e dalle associazioni umanitarie, è stata proprio la Germania il primo paese europeo a dar seguito all'intesa, segnando così un'inversione di rotta rispetto alla iniziale politica delle porte aperte della cancelliera Angela Merkel che nel 2015 consentì a 890 mila migranti di entrare nel paese. 

Un charter con 34 afghani a bordo è decollato da Francoforte per Kabul il 14 dicembre scorso, seguito a gennaio e poi a febbraio da altri due aerei. "Mettere semplicemente delle persone su un volo per Kabul, scaricarle e abbandonarle a un destino incerto è da irresponsabili", commentò l'organizzazione per i diritti umani Pro Asyl, mentre in Italia il centro Astalli non ha esitato a definire "illegali" i rimpatri messi in atto dall'Unione europea.
Nel 2016 sono stati 61.800 gli afghani che in uno stato dell'Unione europea hanno potuto beneficiare della protezione internazionale, il 9% del totale e terza comunità più numerosa dopo siriani (405.600, pari al 57% del totale) e iracheni (65.800, pari 9%). Per chi invece si è visto respingere la richiesta di asilo, guerra o meno resta solo il rimpatrio.

venerdì 17 febbraio 2017

Italia - Rimpatrio forzato in Sudan, scatta il ricorso alla Corte dei diritti umani di Strasburgo

Left
Com’è possibile che l’Italia stipuli un accordo con uno Stato che viola i diritti umani? E che rispedisca in questo Stato, ovvero il Sudan, una cinquantina di migranti scappati dalla guerra del Darfur? Ebbene, è possibile. Ed è quanto è accaduto il 24 agosto a Ventimiglia. 
Forze di polizia a Ventimiglia nell'agosto 2016 in una operazione di fermo dei migranti
Circa 50 giovani arrivati in Italia dopo aver attraversato il deserto e il mar Mediterraneo sono stati caricati in un pullman verso Torino e da qui un aereo li ha portati direttamente a Karthoum. Left lo ha raccontato questa estate. Il rimpatrio forzato, ricordiamo, è stato possibile per via dell’accordo tra la Polizia italiana e quella sudanese siglato pochi giorni prima, il 3 agosto.

Nel corso di quella operazione sono state violate, secondo gli esperti di diritto internazionale talmente tante norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che bisognava davvero fare qualcosa. E infatti è arrivato il ricorso da presentare alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. «Siamo andati in Sudan e con molta difficoltà siamo riusciti a incontrare alcuni di questi migranti che erano stati rimpatriati. Non è stato facile, siamo anche stati fermati dai servizi di sicurezza sudanesi, ma fortunatamente non è successo nulla», racconta Dario Belluccio. 

È uno degli avvocati dell’Asgi che ha seguito la vicenda. Tra il 19 e il 22 dicembre è andato in Sudan insieme con il collega Salvatore Fachile, supportati da Arci, Asgi, del Tavolo Asilo e dai parlamentari europei Cornelia Ernst, Marie-Christine Vergiat, Josu Juaristi e Joao Pimenta Lopes del gruppo parlamentare europeo Gue/Ngl. «Da soli come avvocati sarebbe stato impossibile per noi riuscire a incontrarli».

I legali non senza difficoltà sono riusciti a rintracciare alcuni dei migranti rimpatriati, «un lavoro durato parecchi mesi, grazie soprattutto alle indicazioni che ci avevano dato i loro compagni che per fortuna erano riusciti a rimanere in Italia». «La cosa interessante è che queste persone rimaste in Italia hanno ottenuto lo status di rifugiato politico», precisa Belluccio. 

Facile immaginare che sarebbe accaduto anche agli altri. Invece no, questi sono passati nel giro di poche ore dalla salvezza all’incubo di dover tornare nel Paese da cui si era fuggiti. Un Paese governato da un dittatore poi può essere considerato tra gli Stati cosiddetti sicuri dove far rientrare i migranti? Evidentemente, dice l’avvocato, no. Addirittura l’articolo 14 del Memorandum tra l’Italia e il Sudan prevede l’identificazione dei migranti direttamente nel Paese africano, nei casi di necessità e urgenza, senza specificare quali siano questi casi. L’identificazione, inoltre, è prevista sia a livello sovranazionale che interno, negli Stati membri dell’Ue. Sul Memorandum l’Asgi ha fatto un’analisi evidenziandonei i punti critici.

«Noi abbiamo denunciato diverse violazioni della Convenzione dei diritti dell’uomo, compresa l’espulsione collettiva», continua l’avvocato. Il ricorso viene presentato oggi alla sede della Fnsi dall’avvocato Salvatore Fachile dell’Asgi, da Filippo Miraglia dell’Arci e da altri esponenti del Tavolo Asilo. Le violazioni contestate sono quelle degli articoli 3, 4, 14, 13, della Convenzione dei diritti dell’uomo. «Queste persone non hanno avuto la possibilità concreta di avere accesso alla procedura d’asilo», conclude l’avvocato Belluccio.

L’Italia, ricordiamo, proprio di recente, a dicembre 2016, è stata condannata per un altro caso, questa volta per trattenimento illegittimo. E in passato altre sentenze sui respingimenti illegittimi. Anche il caso dei cinque cittadini sudanesi potrebbe allungare la lista delle operazioni illegittime che vengono compiute nei confronti dei migranti. Magari con accordi di cui il Parlamento non chiamato a decidere, ma scritti soltanto nelle stanze del governo.

lunedì 2 gennaio 2017

Migranti. Via a retate ed espulsioni. Minniti: "Un Cie in ogni regione"

Corriere della Sera
La direttiva: "Subito controlli e rimpatri".
Pattugliamenti "per il rintraccio degli stranieri e allontanamento degli irregolari dal territorio nazionale". Appena pochi giorni dopo l'individuazione della "rete" disponibile a favorire la fuga dell'attentatore di Berlino Anis Amri, il capo della polizia Franco Gabrielli dirama una circolare urgente per effettuare "attività di controllo straordinaria per un'azione di prevenzione e contrasto a fronte di una crescente pressione migratoria e di uno scenario internazionale connotato da instabilità e minacce".


È il primo passo di una strategia più ampia messa a punto in accordo con il ministro dell'Interno Marco Minniti che prevede entro poche settimane l'apertura di almeno un Cie, centro di identificazione e di espulsione, in ogni Regione. Luoghi dove chi non ha i requisiti per ottenere l'asilo dovrà rimanere in attesa di essere riportato nel Paese d'origine. Anche tenendo conto che il 2016 è stato un anno record per gli sbarchi con oltre 200 mila arrivi (compresi gli oltre 25 mila minori non accompagnati), in un trend che nei prossimi mesi si annuncia stabile o addirittura peggiore.
I Comitati - Le disposizioni impartite dal prefetto Gabrielli vengono emanate "per intercettare fenomeni di sfruttamento e inquinamento dell'economia del territorio collegati a forme di criminalità organizzata di livello nazionale e transazionale". È la definizione che serve a dettare la linea indicando gli ambienti - piazze di spaccio, luoghi di vendita di materiale contraffatto - in cima alla lista delle zone da perlustrare. 

Un'attività che dovrà essere "pianificata al fine di ottimizzare le risorse disponibili" coinvolgendo tutte le forze di polizia, compresa quella locale e non escludendo di poter ottenere "rinforzi di unità specialistiche". Per questo dovranno essere i prefetti, in sede di comitato provinciale ad "attivare piani straordinari di controllo del territorio volti non solo al contrasto dell'immigrazione irregolare, ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che attingono dal circuito della clandestinità".
I nuovi Cie - Attualmente è previsto che i Cie possano ospitare 1.600 persone ma in realtà la capienza è molto ridotta, i posti disponibili sono appena 360. Quali siano i problemi è ben chiaro nella circolare di Gabrielli quando specifica che dovrà essere la Direzione Centrale per l'Immigrazione a occuparsi del coordinamento con le questure "per l'assegnazione dei posti nei Cie" tenendo conto "della complessità e articolazione del dispositivo che, anche in ragione dell'eventuale numero di stranieri irregolari rintracciati, può rivelarsi complesso e delicato sotto il profilo organizzativo e per i conseguenti riflessi sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica".

Nel comitato che si è svolto due giorni fa a Milano, Minniti ha anticipato la sua strategia per le prossime settimane. Spiegando che l'intenzione del governo è di arrivare all'apertura di un Cie in ogni Regione che possa far fronte all'esigenza di tenere sotto controllo gli irregolari evitando, come spesso è accaduto sinora, di doverli lasciare andare proprio perché non ci sono strutture in grado di trattenerli come invece prevede la legge. È possibile - in attesa che vengano ristrutturati quelli già esistenti - che si decida di utilizzare le caserme o comunque stabili del demanio.
Gli irregolari - Riportare gli irregolari nei Paesi d'origine non è affatto semplice. Sono i dati del 2016 a dimostrarlo: a fronte di circa 40 mila stranieri senza permesso rintracciati in Italia, per circa 30 mila è stato firmato il provvedimento di espulsione, ma appena 5 mila sono rientrati a casa. 

Le difficoltà riguardano i costi per i rimpatri, ma soprattutto le resistenze degli Stati a concedere il nulla osta. Attualmente soltanto l'Egitto, la Tunisia e la Nigeria accettano di riprendere i propri connazionali, sia pur tra mille difficoltà e sempre con l'impegno di Roma a organizzare i voli charter per il rientro. Per questo subito dopo le festività Minniti partirà per una missione in Africa che abbia come obiettivo la firma di accordi bilaterali con altri governi che prevedano anche l'avvio di progetti di sviluppo in quelle aree e la concessione di aiuti proprio per cercare di scoraggiare le partenze. Un progetto che necessariamente ha come punto di partenza la Libia, lì dove si ammassano le persone che vogliono raggiungere l'Europa e transitano per l'Italia

giovedì 8 settembre 2016

Migranti, “notte in cella e legati in aereo”. Parlano gli espulsi dall’Italia al Sudan

Il Fatto Quotidiano
In esclusiva il racconto dal vivo dell'operazione scattata fine agosto a Ventimiglia dopo la firma di un memorandum con il governo di Khartum. Il ministero dell'Interno al momento tace di fronte alle richieste di chiarimento provenienti anche dalla maggioranza, a partire dal Pd Manconi. Noury (Amnesty): "Il Paese africano non rispetta i diritti umani, l'Italia viola diritto internazionale". Il console Algadir: "I rimpatriati sono liberi di andare dove vogliono"



Il Ministero dell’Interno continua a non rispondere a quanti, non solo attivisti e associazioni umanitarie, ma anche giornalisti, giuristi e parlamentari della stessa maggioranza, chiedono conto dell’espulsione diretta di mercoledì scorso, quando quaranta persone sono state rimpatriate dal confine di Ventimiglia a Khartum (Sudan). 

L’unica fonte ufficiale disposta a confermare l’operazione è la Questura di Imperia, attraverso il suo portavoce Raimondo Martorano: “Il servizio è stato disposto dal Ministero dell’Interno, alla presenza di funzionari del consolato del Sudan. Gli espulsi non avevano titolo per soggiornare in Italia e non hanno formalizzato alcuna istanza di protezione, quindi, in base all’accordo bilaterale, gli è stata notificata l’espulsione esecutiva”.

L’accordo cui si riferisce è il “Memorandum of Understanding” (memorandum d’intesa, ndr) tra Italia e Sudan firmato il 3 agosto dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, senza ratifica del Parlamento e attualmente irreperibile sul sito del Ministero. Per avere delucidazioni sul merito dell’accordo, che legittimerebbe il rimpatrio collettivo in Sudan, bisognerà attendere che il Ministro dell’Interno Angelino Alfano risponda all’interrogazione parlamentare annunciata dal senatore Luigi Manconi (Pd). Fino a quel momento, riportiamo le dichiarazioni rilasciate dal governo sudanese guidato dalla dittatura militare del presidente Omar al-Bashir, ricercato dal 2008 dalla Corte penale internazionale per genocidio e crimini di guerra: “Le autorità italiane ci hanno contattato per aiutarli a identificare i nostri connazionali intrappolati al confine franco-italiano. Li abbiamo trovati in pessime condizioni e li abbiamo riportati in Sudan”.

Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia e blogger di ilfattoquotidiano.it, non solo il nostro Governo avrebbe violato “l’obbligo di non-refoulement, previsto dal diritto internazionale, che vieta di trasferire persone verso Paesi dove rischiano gravi violazioni dei loro diritti umani fondamentali” ma lo avrebbe fatto “in aperta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta rimpatri collettivi, e la convenzione di Ginevra, che vieta la collaborazione con funzionari del paese di provenienza”.

Aggiunge un elemento l’onlus Italians for Darfur: “Sappiamo che in quel volo c’erano almeno tre persone provenienti dalla zona del Sudan dove in questi anni la guerra ha provocato oltre 300mila morti.” A informare l’associazione è stato un uomo che si sarebbe trovato con loro al momento del fermo: “Siamo in contatto con lui perché ci ha aiutato a salvare Meriam Ibrahim, cristiana ortodossa condannata all’impiccagione nel 2014. In seguito è dovuto scappare perché lo volevano morto. Non poteva chiedere il visto e come tutti ha dovuto affidarsi ai trafficanti. Martedì scorso ci ha contattato da Ventimiglia, ci ha riferito dei rimpatri e dato i nominativi di tre giovani del Darfur che erano con lui e sono stati espulsi”.
Almeno tre di loro provenivano dal Darfur, dove la guerra ha provocato 300mila morti

Alcuni ragazzi del Gambia ancora presenti a Ventimiglia sono riusciti a metterci in contatto telefonicamente con uno dei ragazzi rimpatriati, che racconta: “Mi trovavo vicino alla chiesa dove sono accolte alcune famiglie, avevo con me il badge del campo della Croce Rossa. Mi ha avvicinato la polizia dicendomi che mi avrebbero portato in Commissariato per una foto e poi rilasciato, gli ho creduto. Mi sono ritrovato con una quarantina di connazionali, ci hanno sequestrato i telefoni e le borse e ci hanno obbligato a dare le impronte per l’ennesima volta, percuotendo e spogliando chi si opponeva. In seguito ci hanno portato alla Questura di Imperia, dove tre funzionari sudanesi ci hanno spiegato che ci avrebbero riportato a Khartoum il giorno dopo. In serata la polizia ci ha diviso in tre gruppi, ho dormito in cella e alle 5 del mattino ci hanno portato all’aeroporto di Torino, ognuno scortato da due agenti. Durante il volo ci hanno tenuto legati”. L’uso delle fascette ai polsi è una prassi di sicurezza in operazioni di questo tipo.

Rispondendo a ilfattoquotidiano.it, Eltayeb Algadir, console del Sudan in Italia, aggiunge che è “la prima volta che siamo coinvolti in un rimpatrio collettivo. Siamo andati in tre a Ventimiglia per identificare i nostri connazionali”. Chi ha pagato il volo? “Non so se l’Italia o l’Europa, certamente non il Sudan.” Le persone rimpatriate dovranno ritornare nelle zone in conflitto da dove provengono? “A Khartoum sono stati rilasciati in libertà, potranno andare dove vogliono.” Oltre alla guerra in Darfur, in Sudan ci sono conflitti locali, persecuzioni politiche, etniche e religiose, come si può garantire la loro sicurezza? “Da fuori ci si può fare idee sbagliate, ma il Sudan è un paese libero, spero abbiate modo di visitarlo, così potreste vederlo coi vostri occhi”.

Secondo quanto riportato sul blog Diritti e Frontiere da Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato esperto di diritto di asilo e docente presso l’Università di Palermo, questa operazione non sarebbe la prima, come ribadisce a ilfattoquotidiano.it: “Respingimenti coatti e collettivi sono già avvenuti verso la Nigeria, l’Egitto e la Tunisia. Rispetto al Sudan, ho potuto vedere diversi decreti di espulsione convalidati dal giudice di pace di Taranto nella giornata del 22 agosto. Siamo sicuri sia solo uno l’aereo partito per il Sudan la scorsa settimana? Il Ministero dell’Interno – prosegue l’avvocato – sa di non avere le carte in regola e gioca sul tempo. Si tratta di un ritorno alle peggiori prassi espulsive sperimentate dal ministro Maroni nel 2008, per le quali l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani”.

Come riporta Nigrizia, nel 2015 sono giunti in Italia quasi 9mila sudanesi, mentre al 21 agosto di quest’anno sono oltre il 7% dei 103mila sbarcati nel 2016 sulle coste italiane: “Non arriverebbero così numerosi se non ci fosse un’emergenza umanitaria”.
Eppure, se per anni il Sudan è stato isolato e condannato dalla comunità internazionale per le continue violazioni dei diritti di cui si rendeva protagonista, dal 2015 si registra uno spostamento della politica dell’Unione europea nei confronti del Paese di Omar al-Bashir, che si rivela un partner strategico e affidabile con cui prendere accordi per “risolvere alla radice il problema delle migrazioni”, ora che Frontex non può più contare sulle prigioni libiche di Mu’amar Gheddafi.

martedì 23 agosto 2016

Germania - Piloti disobbediscono ai rimpatri forzati dei migranti: 600 casi nel 2016

Il Manifesto
Resistenza alla deportazione. Piccola cronaca della disobbedienza civile di chi si oppone al rimpatrio forzato dei migranti. Oltre 600 casi di obiezione fisica e di coscienza inceppano il piano di espulsioni del governo Merkel.

È la «politica della porta aperta» che consente di uscire dall’aereo all’ultimo minuto; il «Ce la facciamo» opposto a Mutti delle associazioni pro-asilo che cominciano a spiegare ai profughi i trucchi per aggirare i rimpatri. La prova che, come sempre, in Germania non tutti sono disposti a obbedire fino in fondo agli ordini delle autorità. A partire dai piloti dell’aviazione.

Sul sito Deutsche Welle (Dw) sono di pubblico dominio le “spigolature” della resistenza alla macchina delle espulsioni guidata dal ministro dell’interno Thomas De Maizière (Cdu). Nel primo semestre 2016, nonostante gli annunci del giro di vite sulle espulsioni (100 mila entro dicembre è la tabella di marcia del governo) i rimpatri di migranti si sono limitati a 35 mila casi certificati e non tutti andati a buon fine.

Di questi spiccano seicento «abbandonati» perché la polizia non è riuscita a completare la procedura, più che sintomatici dell’inceppo etico-legale alle deportazioni.

La situazione tipica è riassunta nella partenza dell’ultimo volo di ritorno per i profughi pronto all’allineamento sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle. «Il passeggero viene scortato da due agenti di polizia a bordo dell’aereo. Qualche minuto prima del decollo insieme ad altri rifugiati si rifiuta di partire, quindi inizia a urlare che non vuole allacciare le cinture di sicurezza. Infine spiega ai piloti che non sta viaggiando sotto la propria volontà» riporta Dw puntualmente, e ufficialmente visto che si tratta di un organo di informazione controllato dal governo. A quel punto il comandante comunica all’ufficiale di polizia che si rifiuta di decollare.

Oltre 330 deportazioni nel 2016 sono fallite perché il personale di volo ha preferito seguire le regole sulla libertà del «passeggero» che il foglio di via al migrante espulso della polizia federale. In 160 casi è intervenuto personalmente il comandante a spiegare che «non avrebbe preso a bordo nessuno se non dopo la conferma della volontà dei passeggeri di far ritorno nel “Paese sicuro” di destinazione».

Spicca il nein di 46 piloti della compagnia di bandiera Lufthansa ma anche di 23 di Air Berlin e di 20 in servizio a Germanwings. Per ben 108 volte sono riusciti a far abortire il take-off dell’aereo affittato dal governo accogliendo il rifiuto “last-minute” dei profughi al rimpatrio.

In maggioranza chi resiste è iracheno, siriano, afghano o somalo ma c’è anche chi ha il passaporto di Eritrea, Gambia, Camerun. A loro il sito w2eu fornisce le dritte per opporsi alla deportazione, una serie di «independent information for refugees» fondamentali per orientarsi nella trincea delle espulsioni: «Di solito basta un sonoro “No” quando si viene fatti sedere nell’aereo. Se non funziona, è utile iniziare gridare, buttarsi sul pavimento dell’aereo o praticare altre forme di disobbedienza passiva».

Succede così a Lipsia come a Francoforte, altro hub da cui partono i voli di ritorno dei profughi, e si può fare anche perché sulla polizia “pesa” il caso di un migrante che nel 1999 morì durante la deportazione. Da allora in Germania le forze dell’ordine hanno l’ordine scritto di «rendere il processo trasparente e in linea con i Diritti umani».

Per questo il numero di rimpatri non segue l’«accelerazione delle espulsioni» chiesta dal governo quanto dall’opposizione di Alternative für Deutschland. Come se non bastasse, in 37 dei casi abbandonati dalla polizia la deportazione non è riuscita perché «il Paese di origine ha rifiutato l’ingresso al connazionale» riporta sempre Dw.

Briciole comunque nel mare di respingimenti che non si ferma. Nonostante i relativamente pochi casi eseguiti, i rimpatri aumentano. Da gennaio a giugno in Germania si è registrato il 50% di “partenze” in più rispetto all’intero 2015. Ai confini della Baviera la polizia di frontiera ha bloccato 13.324 migranti contro gli 8.913 di 12 mesi fa.

giovedì 28 gennaio 2016

Migranti in Europa. Svezia ne vuole espellerne 80 mila. UK vuole espellere anche i bambini soli

ultimaedizione.eu
L’Unione europea continua ad andare in ordine sparso sulla questione dei migranti e rifugiati per la quale, nonostante siano oramai da mesi esplosi problemi gravi e di ogni genere, non è stata individuata alcuna linea comune e i diversi paesi si rimbalzano le responsabilità, [...]



Le autorità svedesi stanno definendo il piano in base al quale saranno espulsi 80.000 migranti cui le autorità di Stoccolma non intendono rilasciare il permesso di asilo. Gran parte delle espulsioni saranno realizzate con l’organizzazione di voli aerei.

Solamente nel corso del 2015 sono stati 163.000 i rifugiati che hanno chiesto asilo in Svezia e delle circa 60 mila domande trattate lo scorso anno il 55% sono state accettate.

La Gran Bretagna ha deciso di affrontare con il pugno di ferro anche la questione dei minori non accompagnati, che sono decine di migliaia, e procederà alla espulsione di tutti i bambini senza genitori provenienti dai paesi in cui non c’è una guerra in corso, come nel caso di Siria ed Iraq.

La Commissione europea ha ora preso di mira la Grecia accusata di non effettuare alcun controllo alle frontiere, mentre la Macedonia annuncia l’ennesima chiusura dei suoi varchi di confine con il paese ellenico, come già fatto in precedenza per contenere il flusso dei migranti. Così, in migliaia sono fermi adesso in Grecia, impossibilitati a procedere verso l’Europa centrale e settentrionale.

La risposta greca è stata quella di contestare ai vertici europei di non aver rispettato il programma concordato lo scorso anno sul trasferimento di decine di migliaia di migranti e rifugiati bloccati in Grecia dove, solo in questi primi giorni, dell’anno sarebbero arrivati, secondo i dati forniti dall’Onu, più di 46.000 profughi.

venerdì 19 giugno 2015

Giallo migranti a Ventimiglia: la Francia "bara"? Polizia e Croce Rossa: "Espulsioni di persone mai transitate in Italia"

Corriere Quotidiano
Secondo la Polizia italiana e i volontari della Croce Rossa la Gendarmerie prova ad espellere anche i minorenni e immigrati che non sarebbero mai transitati dall'Italia

Giallo migranti a Ventimiglia, al confine tra Italia e Francia. Secondo quanto riportato dal sito di "Repubblica", la Polizia italiana accusa la Gendarmerie francese di "barare" e di provare ad espellere in Italia anche extracomunitari minorenni che, per legge, vanno ospitati nel Paese dove vengono fermati. Non solo. Anche i volontari della Croce Rossa confermano questi sospetti affermando che molti immigrati rimandati indietro dal governo francese non sarebbero mai transitati dall'Italia. "Ci rimandano di tutto, stanno ripulendo la Francia", sostiene un volontario della Croce Rossa. 

Da questa mattina, intanto, i migranti riportati in Italia dalle autorità francesi sono una trentina: lo riferisce la Polizia di Ventimiglia. Si tratta di giovani, tutti maggiorenni, che erano riusciti a passare il confine, utilizzando i treni oppure a piedi, attraverso i sentieri sulle montagne alle spalle di Ventimiglia, ma sono stati rintracciati dalle forze dell'ordine d'Oltralpe e riportati al confine di Ponte San Luigi. 

Presi in carico dalla Polizia italiana, vengono accompagnati alla stazione ferroviaria di Ventimiglia, presso il centro di prima accoglienza organizzato dal Comune con il supporto della Croce Rossa e della Caritas. Nella sola giornata di ieri sono stati "riammessi" in Italia oltre 150 migranti. In Francia, sulla questione migranti, si assiste ad una sorta di militarizzazione del territorio. 

Le stazioni ferroviarie di Nizza e Cannes sono letteralmente presidiate da Police Nationale e Gendarmerie. Aumentano, intanto, i profughi bloccati a Ventimiglia: secondo quanto riferito dalla Croce Rossa sarebbero più di 600, di cui circa 450 alla stazione ferroviaria e gli altri nella zona di Ponte San Ludovico, nei pressi del confine.

domenica 12 aprile 2015

Reato di tortura, anche maggiore tutela per immigrati. Stop alle espulsioni verso paesi a rischio tortura. Imbarazzante opposizione della Lega e Fratelli d'Italia

Stranieri in Italia
[...]
C’è poi un articolo dedicato in particolare ai cittadini stranieri, che riscrive il primo comma dell’articolo 19 del Testo Unico sull’immigrazione. In corsivo le modifiche: "In nessun caso può disporsi l'espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali o oggetto di tortura, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione o dalla tortura ovvero da violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani".

Se anche il Senato confermerà questa novità, si amplieranno quindi i casi in cui uno straniero, anche se entra o soggiorna irregolarmente in Italia, non potrà essere rimandato in patria o in un altro Paese "a rischio". La tortura, infatti, è ancora praticata più o meno diffusamente in molti Paesi del mondo, così come ci sono molti Paesi dove si registrano violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani.

Il disegno di legge è passato con un’ampia maggioranza. Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno tentato però di eliminare o depotenziare con degli emendamenti, tutti respinti dall’Aula, l’articolo che riguardava gli immigrati.

"Questa è l'ennesima manifestazione della volontà da parte della maggioranza e devo dire, purtroppo, anche da parte di alcuni gruppi di opposizione di voler far sì che non sia più possibile espellere, rimpatriare e rimandare nel Paese di origine chi giunge illegalmente sul territorio nazionale" ha protestato in aula il capogruppo della Lega Nord Massimiliano Fedriga. "Non possiamo farci carico – ha aggiunto l’esponente del Carroccio - di tutte le disgrazie del mondo".