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mercoledì 1 novembre 2017

Migranti - A Bruxelles sono in centinaia nella "giungla" sotto le istituzioni UE

Il Manifesto
Bruxelles. Parco Maximilien: ecco la piccola Calais, centinaia di migranti allo sbando vicino alle istituzioni dell’Ue. Sulla crisi umanitaria solo l’azione spontanea dei cittadini.
Migranti del Parc Maximilien a Bruxelles
Nella città di Bruxelles è in corso una piccola crisi umanitaria, arginata solo dall’azione spontanea di alcuni cittadini che si sono organizzati nel tentativo di dare assistenza ai migranti del parco Maximilien. 

« Offriamo tre pasti al giorno e da pochi mesi riusciamo a dare ospitalità » racconta Adriana, fra i fondatori della piattaforma cittadina. Siamo nel quartiere Nord della città, non lontano dalle Istituzioni europee, dove centinaia di migranti (sopra) vivono fra l’indifferenza dei passanti e gli abusi delle forze dell’ordine.

Il parco Maximilien, nel cuore della capitale europea, è la piccola Calais del Belgio. In questo parco urbano alcune centinaia di migranti (sopra) vivono fra l’indifferenza dei passanti, a poca distanza dalle istitutzioni della Comunità europea. Una situazione che potrebbe essere anche peggiore se non fosse per l’attivismo di alcune decine di cittadini auto-organizzati per dare sostegno, cibo ed alloggio, ai tanti migranti che orbitano nel parco da almeno due anni.

Siamo nel quartiere Nord della città, a ridosso del centro cittadino. Un intero quartiere, dal carattere sinistro, concepito come polo direzionale di una città nel pieno del boom del terziario e poi abbandonato a sé stesso. É qui che nel 2015, sulla spinta di una crisi umanitaria a cui la politica doveva imperativamente dare una risposta, viene attrezzato un campo d’accoglienza per i migranti in fuga dalla guerra. Quando il campo viene smantellato, la maggior parte dei migranti si muove verso Calais, in Francia, dove l’approdo per la Gran Bretagna (la destinazione finale di quasi tutti i migranti) sembra essere più facile. Ma quando nell’ottobre del 2016 la cosidetta giungla di Calais viene smantellata dalle autorità francesi, in molti tornano alla casella di partenza.

Il 2017 è l’anno del ripopolamento del parco Maximilien, nell’indifferenza collettiva e fra gli abusi (presunti) delle forze dell’ordine, che secondo la stampa locale, sarebbero state protagoniste di furti ed aggressioni nei confronti dei migranti del parco. 

Fra questi, sono in pochi a voler chiedere l’asilo politico poiché, un po’ come avviene per l’Italia, il Belgio è solo una tappa di transito verso la Gran Bretagna, dove in molti hanno parenti ed amici. 

Sono per la maggior parte sudanesi ed eritrei, anche se non mancano egiziani, afgani e siriani. Giovani (e molti i minorenni) che orbitano fra il parco Maximilien e l’adiacente stazione Nord, nell’attesa del giusto momento per salire in sordina su di un treno o di un bus per Londra. 

Una ricerca che puo durare mesi, ma anche anni. Il rischio è d’essere fermati e spediti in un centro d’identificazione, la porta per il rimpatrio, e mettere fine ad un viaggio che per molti dura oramai da molti anni. in questo contesto che opera la Piattaforma cittadina, un gruppo di cittadini auto-organizzati per dare assistenza in questa piccola Calais nel cuore della capitale europea. Il gruppo di volontari arriva nel parco intorno alle ore 20 per il pasto serale. I migranti si radunano alla spicciolata ed in pochi minuti possono diventare diverse centinaia, mentre i pasti vengono serviti ed i volontari raccolgono i nomitavi per l’ospitalità nelle case private.

Fra questi incontro Saddam, giovane sudanese di 26 anni. «Sono scappato da una guerra » mi racconta in inglese, «nella traversata del deserto ho perso un fratello ed una sorella; in Libia ci sono voluti due anni per riuscire ad imbarcarmi; le traversate sono gestite da una mafia, gli uomini sono armati e la benzina non basta; ti lasciano in mezzo al mare e tu devi solo sperare che ti vengano a salvare ». Saddam è passato da Lampedusa e poi in un centro d’accoglienza non lontano da Bari, prima di raggiungere Ventimiglia da dove è riuscito a svalicare in Francia. É stato a Calais prima che la giungla venisse smantellata ed ora spera di raggiungere l’Inghilterra. « Vorrei lavorare ed avere una vita normale» mi confessa con aria determianta, accennando un sorriso.

«Offriamo tre pasti al giorno e da pochi mesi riusciamo a dare ospitalità » racconta Adriana, fra i fondatori della piattaforma cittadina. « Attraverso la rete riusciamo ad avere i contatti di quanti mettono a disposizione, giorno per giorno, dei posti letto nella propria abitazione, ma c’è chi si propone come semplice accompagnatore verso la casa d’accoglienza a volte anche solo per offrire una doccia calda ». L’iniziativa messa in piedi per dare ospitalità occasionale a donne e bambini è oggi una delle poche opportunità per i migranti per non dormire in strada. « Veniamo qui tutti i giorni dopo il lavoro e riusciamo ad ospitare fra le 200 e le 400 persone al giorno » precisa Adriana.

Intorno alla mezza notte il lavoro dei volontari volge al termine ed anche Saddam ha trovato, almeno per oggi, un posto dove dormire.

Fra poche settimane inizierà quello che a Bruxelles chiamano il « piano inverno », una campagna sostenuta dalle istituzioni pubbliche che offre assistenza ed accoglienza (in strutture pubbliche) a chi vive in strada, ma solo per l’inverno. Il parco Maximilien inizierà lentamente (ma non del tutto) a svuotarsi in attesa della prossima stagione. 

Intanto, domani, volontari e migranti si troveranno di nuovo insieme nel tentativo di dare maggiore dignità non solo a chi fugge dalla guerra, ma forse e soprattutto a chi avrebbe il dovere (quanto meno morale) dell’accoglienza.

Gabriele Annicchiarico

sabato 3 giugno 2017

Migranti - Espulsioni - Per Bruxelles l'Afghanistan è un "paese sicuro"

Il Manifesto
Gli ultimi li hanno fermati proprio mentre stavano per essere imbarcati sull'aereo che ieri da Berlino li avrebbe riportati a Kabul: un gruppo di profughi afghani la cui domanda di asilo è stata respinta dalla Germania e per questo destinati a essere espulsi. 


Per loro, però, la partenza è solo rinviata. Nel dare notizia dello stop al trasferimento, il governo tedesco ha infatti tenuto a specificare come il camion bomba che ieri ha provocato 90 vittime nella capitale afghana non sposti di un centimetro la politica di rimpatri forzati decisa dalla Germania insieme all'Unione europea.

Attentati o no, l'Afghanistan resta per l'Europa un paese sicuro dove rispedire tutti gli afghani che si trovano sul suo territorio in maniera irregolare. E poco importa se la classificazione "paese sicuro" gronda ipocrisia da tutte le parti, visto il continuo stato di guerra in cui si trova il paese. 

Del resto i leader europei sono stati chiari quando, ai primi di ottobre dell'anno scorso, hanno siglato con il presidente afghano Ashraf Ghani un accordo per rimpatriare almeno 80 mila suoi connazionali. 

Intesa alla quale, guarda caso, pochi giorni dopo ha fatto seguito la decisione assunta dall'Ue e dalla comunità internazionale di investire in Afghanistan 15,2 miliardi di dollari in aiuti per il quadriennio 2017-2020. Di questi, 5,2 miliardi di dollari provengono da fondi europei (182 milioni di euro la quota italiana). Nessun collegamento tra gli aiuti e l'accordo sui rimpatri, si è affrettata a specificare Bruxelles, ma la consequenzialità delle due decisioni è evidente.

Come già avviene con le intese siglate con altri paesi considerati uno snodo cruciale per i flussi di migranti (vedi la Turchia), anche il Joint way forward on migration iussues between Afghanistan and Eu, l'accordo su rimpatri e riammissioni, ha come scopo principale quello di facilitare le espulsioni degli afghani che si trovano in uno stato membro senza alcuna base legale, nonché di scoraggiare le partenze di quelli che vorrebbero raggiungere l'Europa. 


Il testo spiega come saranno privilegiati i rimpatri volontari ma specifica anche come, nel caso questi non siano possibili, non si esiterà a fare ricorso a rimpatri forzati, anche di massa. 

Unici esclusi dalle espulsioni i minori non accompagnati, che sarà impossibile rimpatriare senza che prima siano stati rintracciati i genitori o se in Afghanistan non sussistano condizioni di accoglienza adeguate. Prevista infine la creazione nell'aeroporto di Kabul di un apposito terminal dove ricevere i migranti respinti.

Tra le proteste dei Verdi e dalle associazioni umanitarie, è stata proprio la Germania il primo paese europeo a dar seguito all'intesa, segnando così un'inversione di rotta rispetto alla iniziale politica delle porte aperte della cancelliera Angela Merkel che nel 2015 consentì a 890 mila migranti di entrare nel paese. 

Un charter con 34 afghani a bordo è decollato da Francoforte per Kabul il 14 dicembre scorso, seguito a gennaio e poi a febbraio da altri due aerei. "Mettere semplicemente delle persone su un volo per Kabul, scaricarle e abbandonarle a un destino incerto è da irresponsabili", commentò l'organizzazione per i diritti umani Pro Asyl, mentre in Italia il centro Astalli non ha esitato a definire "illegali" i rimpatri messi in atto dall'Unione europea.
Nel 2016 sono stati 61.800 gli afghani che in uno stato dell'Unione europea hanno potuto beneficiare della protezione internazionale, il 9% del totale e terza comunità più numerosa dopo siriani (405.600, pari al 57% del totale) e iracheni (65.800, pari 9%). Per chi invece si è visto respingere la richiesta di asilo, guerra o meno resta solo il rimpatrio.

mercoledì 23 marzo 2016

Bruxelles: Grande Moschea di Roma condanna attacchi

ANSAmed
Segretario generale Redouane, serve unione contro mostruosità
Roma - Il Centro Islamico Culturale d'Italia, che gestisce la grande moschea di Roma, condanna la serie di attentati terroristici avvenuti oggi a Bruxelles, che hanno provocato la morte di almeno 34 persone. 

Il Segretario generale della
Grande Moschea, Redouane
"Il terrorismo va contro ogni religione. Oltre al cordoglio e alla condanna bisogna però trovare la forza per unirsi contro la barbarie e la violenza, non solo per garantire e difendere la democrazia, minacciata da forze oscurantiste di inusitata mostruosità", scrive in una nota il segretario generale del Centro islamico romano, Abdellah Redouane.

"È necessario, prosegue Redouane, condannare ogni silenzio nei confronti di queste tragedie e bisogna invece sostenere chi da sempre è impegnato in prima linea per il dialogo tra le religioni e le culture e per la promozione dei principi di pluralismo e rispetto della libertà”.

martedì 8 settembre 2015

Bruxelles, una piattaforma di cittadini si organizza a sostegno dei rifugiati

Il Sole 24 Ore
Dove non arrivano la Ue e i governi, arrivano i cittadini. In questi giorni diverse sono state le iniziative spontanee a sostegno dei rifugiati. In Austria si parte in macchina a prendere i migranti a Budapest, in Germania vengono accolti tra gli applausi al loro arrivo, in Ungheria ci si scusa pubblicamente per il trattamento riservato ai rifugiati da parte del governo. Ora anche a Bruxelles, nel cuore della Ue, i cittadini si mobilitano a sostegno dei migranti. Dalla gestione del campo nei pressi dell'Ufficio stranieri alla Gare du Nord, alle attività di pressione sulle politiche europee.

Su una pagina facebook “Plateforme Citoyenne de soutien aux réfugiés” (https://www.facebook.com/plateformerefugiesbxl?fref=ts ) è possibile seguire tutti gli aggiornamenti sui raduni, le iniziative e sulle necessità pratiche dei migranti accampati nelle tende : dai vestiti, ai giocattoli per intrattenere i bambini , al cibo. Al momento così forte è stata la risposta della popolazione che il campo è al completo dei beni materiali e per qualche giorno gli organizzatori hanno chiesto di non portare più doni. «Avete dimostrato che l'umanità è ancora viva . Grazie dal cuore per la vostra solidarietà. Il popolo siriano» è un messaggio lasciato dai rifugiati siriani a Bruxelles.

Al momento nel campo ci sono circa 800 rifugiati, numeri che variano di giorno in giorno. Durante una prima grande assemblea alla quale hanno partecipato circa 1500 persone di tutte le età , esperti o meno esperti in diversi campi, ci si è divisi in gruppi: dalla logistica, alla cucina, dalla attività di lobby alla comunicazione interna ed esterna, dalla strategia politica alla gestione delle donazioni, dall'animazione alla solidarietà e alla traduzione ecc. «È importante comunicare anche con la popolazione e raccontare fatti corrispondenti alla realtà , non si tratta di un'invasione come riportano a volte i media» commenta Elodie Francart portavoce de la Plateforme Citoyenne de soutien aux réfugiés.

Chiunque può fare il volontario e recarsi direttamente sul posto, possibilmente con un giubbotto di riconoscimento giallo e a seconda delle proprie competenze verrà indirizzato dove può essere più utile. All'interno del campo stanno partendo corsi di francese anche per i più piccoli con insegnanti volontari e animazione per intrattenere. La cucina è gestita da un collettivo di rifugiati e cittadini belgi. «Tutte le iniziative sono organizzate dalla piattaforma, sul campo è presente anche la Ong Medicins du monde, ma non ha abbastanza personale e fondi. Il lavoro dei volontari è essenziale» afferma Elodie Francart- Tutti i rifugiati di oggi se non saranno accettati saranno gli illegali di domani perché non possono tornare nei paesi di origine dove ci sono guerre e persecuzioni, se il governo dice no, che si fa?» . Il campo è molto affollato, a Bruxelles fa già abbastanza freddo di notte e nelle tende certo non è facile, ma non mancano momenti di convivialità tra canti e piccoli balli tra volontari e rifugiati che riscaldano e ridanno speranza. In queste ore mentre i migranti si riversano all'ufficio immigrazione, contemporaneamente è partita dal campo rifugiati al Parco Maximilien una piccola marcia cittadina in solidarietà con i richiedenti asilo di fronte alle istituzioni europee . Una manifestazione nazionale è prevista per il 26 settembre prossimo e si sta lavorando anche su una marcia internazionale.

sabato 27 giugno 2015

Comunità di Sant'Egidio - Vertice di Bruxelles sui migranti condizionato da egoismi e paure ingiustificate. Si rispettino i trattati europei

Comunità di Sant'Egidio
L'Europa è nata su ideali di difesa dei diritti e di accoglienza, sanciti da diversi trattati internazionali. Sant'Egidio chiede che si punti sull'integrazione

Roma - Il vertice europeo della notte scorsa ha rivelato il volto di un’Europa condizionata da egoismi e paure ingiustificate. Il risultato è un compromesso al ribasso per la redistribuzione di un numero limitatissimo di richiedenti asilo: 40 mila persone, tra le migliaia già arrivate sulle coste italiane e greche - e appena 20 mila da far partire dai campi rifugiati di Paesi come il Libano che ne ospita un milione e mezzo (su 4 milioni e mezzo di abitanti) o la Giordania che ne ha 800 mila (su 7 milioni) – rappresentano una cifra estremamente ridotta per l’Unione, anche perché sono da dividere tra 28 nazioni. 

L’Europa è nata su ideali ben diversi, che parlano di difesa dei diritti e di accoglienza. Non si possono rimettere in discussione questi princìpi sanciti da tutti i trattati che sono alla base dell’Unione. Basta ricordare che il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, sulla base del Trattato di Lisbona, parla, all’articolo 67, dell’Europa come “spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali” e prevede, all’articolo 78, che l’Unione Europea debba sviluppare “una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta ad offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento”.

Sono trattati da rispettare. Invece altri testi, come gli accordi di Dublino, che obbligano il migrante a chiedere asilo solo nei Paesi di arrivo, possono e devono essere modificati.

Di fronte ad un compromesso che, in sostanza, si basa sulla volontarietà e lascia gli Stati liberi di stabilire le loro quote di accoglienza, la Comunità di Sant’Egidio lancia un appello a tutti i Paesi dell’Unione: puntare sull’integrazione è molto più redditizio che alimentare paure per motivi di politica interna e di pura propaganda.
L’Italia, che anche per motivi demografici ha bisogno di essere aiutata dall’immigrazione, continui a salvare vite umane e trasformi l’“emergenza” in opportunità offrendo un modello per lo sviluppo. 

Ricordiamo a tutti che i profughi in arrivo sulle nostre coste fuggono in larga parte dalle guerre in corso. Vanno prima di tutto salvati perché è un loro diritto, sancito dai trattati internazionali. Ma si può anche gestire il fenomeno senza creare allarme sociale. Lo testimonia anche la generosa gara di solidarietà registrata a Roma, Milano e in altre città, dove un numero crescente di italiani sta offrendo spontaneamente il suo aiuto ai profughi transitanti nei centri di accoglienza.

Rilanciamo le nostre proposte e le rivolgiamo all’Unione europea:
-       Sponsorship  – da aprire o riattivare – ad opera di associazioni, Chiese, privati, parenti per i richiedenti asilo: si chiama direttamente dai Paesi di partenza o di transito (si può cominciare con Siria, Iraq, Libano attraversati dalla guerra) evitando i rischiosissimi viaggi della speranza. Lo sponsorship garantirebbe accoglienza e assistenza per il rifugiato, per un periodo determinato.
-       Humanitarian desk: accoglienza da parte di alcuni Paesi europei (o da parte dell’Unione) dei richiedenti asilo già arrivati in alcuni Paesi, come Marocco o Libano. Si tratta di persone che sono già uscite dal loro Stato, hanno già fatto una parte del viaggio, ma eviterebbero comunque l’ultimo tragitto, quello in mare.
-       Modificare gli accordi di Dublino allargando le maglie che obbligano a chiedere asilo solo ai Paesi di arrivo. Occorre ricordare che molti casi potrebbero essere risolti con i ricongiungimenti familiari.
-       Visti per motivi umanitari per chi non è ancora entrato in Europa: è previsto dall’articolo 25 del regolamento europeo dei visti. Ogni Paese può concederli autonomamente.
-       Permessi per motivi umanitari, ai sensi dell’art. 20 della legge italiana sull’immigrazione, per coloro che  sono già in Italia. E’ una decisione che può prendere il presidente del Consiglio con un decreto. Dà la possibilità di lavorare. E’ successo già per alcune nazionalità, come per esempio gli albanesi che oggi sono largamente integrati in Italia (ma anche per ex jugoslavi, tunisini ecc.)


-              Incrementare i fondi per la cooperazione in modo da intervenire nei Paesi di origine dei flussi migratori

mercoledì 18 dicembre 2013

Immigrazione: Bruxelles; opera per 19.372 morti Mediterraneo installata da collettivo artisti davanti Europarlamento

ANSA
BRUXELLES - Un monumento-accusa a ricordo dei 19.372 migranti morti nelle acque del Mediterraneo negli ultimi vent'anni, sotto gli occhi inerti dell'Europa che si è lavata le mani delle sue responsabilità. 

E' l'installazione artistica che domani mattina, in occasione della Terza Giornata d'azione globale per i diritti dei Migranti e dei rifugiati, prenderà vita davanti al Parlamento europeo a Bruxelles. 

Questa è concepita e realizzata dal collettivo artistico 'Funnel', nato nel 2013 e composto due fotografi, Veronica Castiglioni e Ludovic Janautre, uno scultore, Giorgio Tessadri e una ricercatrice esperta di migrazioni, Alessandra Mantovan. L'opera sarà costituita dalle cifre di '19.732', il numero ipotetico delle vittime che si rifà alle ricerche condotte da 'Fortress Europe' di Gabriele Del Grande. ''Per enfatizzare le responsabilità dell'Europa nel binomio istituzioni-cittadinanza'', spiega il collettivo, ''i numeri saranno dipinti di blu a stelle gialle e fungeranno da riflessione e memoriale durante la Terza Giornata d'Azione Globale per i diritti dei migranti e dei rifugiati''. 

Verranno inoltre distribuiti, in modo provocatorio, biglietti da visita con la scritta 'Import & Export', il cerchio di stelle simbolo dell'Unione europea e il numero 19.732 seguito da puntini di sospensione, mostrando così, spiegano gli artisti di Funnel, ''l'Ue come portatrice della libertà di circolazione da una parte e dall'altra il suo trattare le persone come pacchi''.