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martedì 13 febbraio 2018

Bangladesh, firmato accordo per coinvolgere Onu in rimpatrio rifugiati rohingya

Agenzia Nova
Dacca - Il Bangladesh ha firmato un accordo per coinvolgere le Nazioni Unite nel controverso processo di rimpatrio dei rifugiati rohingya in Myanmar: lo ha detto il ministro degli Esteri Shahriar Alam, secondo cui il governo sta coinvolgendo l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite in modo che non possa essere accusato di rimpatriare i rifugiati della minoranza musulmana contro la loro volontà. 


“Chiederemo ai rifugiati di compilare moduli di rimpatrio in presenza di funzionari delle Nazioni Unite”, ha aggiunto il ministro. Il Bangladesh ha raggiunto un accordo con il Myanmar alla fine dell'anno scorso per rimpatriare i circa 700 mila rohingya fuggiti attraverso il confine da agosto per scappare da una brutale repressione militare. 

Il rimpatrio sarebbe dovuto iniziare il mese scorso, ma è stato ritardato dalla mancanza di organizzazione e proteste dei rifugiati, la maggior parte dei quali afferma di non voler tornare senza garanzie di sicurezza. "Abbiamo ripetutamente affermato che questo processo di rimpatrio è molto complesso", ha detto Alam.

Smettiamola con le balle sui rimpatri forzati. di Mario Giro

Il Foglio
È una categoria che non esiste, non è applicabile, non è un’opzione. Per rimpatriare forzatamente migranti ci vorrebbe l’accordo del paese di origine che li accetti.


Va detto una volta per tutte: la categoria stessa di rimpatri forzati non esiste, non è applicabile, non è un’opzione. Per rimpatriare forzatamente migranti ci vorrebbe l’accordo del paese di origine che li accetti: se tale accordo non esiste, non esistono nemmeno i rimpatri forzati; se tale accordo esiste (come con la Nigeria ad esempio) allora si tratta di rimpatri volontari - non forzati - che già si fanno. Punto.

Semplicemente se non c’è accordo i paesi di origine non fanno atterrare gli aerei né attraccare le navi: è il loro diritto di paesi sovrani. Anche se si tratta di loro concittadini. Secondo le norme internazionali nessun paese ha obbligo di riprendersi chicchessia - anche propri concittadini - senza un accordo. Duro a credere ma è così.

Ho visto tali scene in Guinea nel passato: aerei francesi non fatti atterrare o fatti atterrare per motivi di carburante e impediti di sbarco. Tornavano in Francia come erano arrivati, con tutto il loro carico. Umiliante.

Giusto o non giusto è così. Smettiamola di rimbambire la gente con balle del tipo: i rimpatri solo la destra li farà... Non li fece nemmeno la destra, perché oggettivamente non si possono fare. Infatti la destra fece la più grande sanatoria della storia repubblicana...

Questo governo invece ha imboccato la strada degli accordi. E’ più lunga e complessa ma porta buoni frutti nel tempo. Quando si negozia un accordo sui rimpatri (a questo punto volontari), il paese di origine mette sul tavolo le sue richieste. Innanzi tutto c’è la questione dell’identificazione: molti paesi africani eccepiscono sulla nazionalità dichiarata dai migranti stessi, anche in presenza di documenti. Lo fanno per motivi opportunistici da una parte, ma dall’altra esiste anche una ragione effettiva: la questione della nazionalità è stata al centro di molte crisi africane, in cui la cittadinanza è stata data, poi annullata ecc. Quindi ci si inoltra in un problema politico. Per risolverlo occorre identificare assieme: per questo oggi in Italia il Ministero dell’Interno è riuscito ad avere squadre di poliziotti dei paesi di origine che collaborano. E i risultati si vedono: si è passati da 5000 a 20000 rimpatri volontari circa.

In secondo luogo vi sono le richieste di reciprocità: cioè se “tu Europa vuoi che io Africa rimpatri”, devi permettere - ad esempio - al migrante regolare di poter rimpatriare anche la parte previdenziale versata quando torna. Pochi paesi europei lo permettono. E’ noto che ci teniamo tutti i soldi versati in previdenza. Poi devi permettere la regolarizzazione comune dei flussi, mentre l’Europa prende migranti quando gli servono e vorrebbe scaricarli quando c’è crisi. E così di seguito. Si tratta di un vero negoziato tra Stati sovrani, o tra Unione Europea e Unione africana, con tutte le ipocrisie che volete da una parte e dall’altra.

Infine c’è il discorso dello sviluppo: rimpatri volontari si fanno in presenza di programmi di sviluppo, per dare un’opportunità alternativa. Per questo il governo italiano si è battuto per ottenere l’External Investment Plan (chiamato in Italia Migration compact, in Germania Piano Marshall ecc).

In conclusione: basta balle spaziali sui rimpatri forzati. L’unica soluzione è, oltre a continuare sui volontari e sugli accordi, trattenere. Ma anche qui: si trattiene con efficacia solo con accordi in cambio di aiuti. Vedi quello con il Niger, o quelli -controversi - con Libia o Turchia. Questo è un tema su cui si può discutere, ma siamo già su un altro piano. Non su quello delle balle.

Infine: è vero che sui migranti si scaricano le ipocrisie di tutti, degli europei ma anche dei leader africani. Nessuno di questi ultimi è mai venuto a Lampedusa per piangere i suoi morti! Gliel’ho detto più volte. Molti di loro girano la testa dall’altra parte: tanto le rimesse sono maggiori degli aiuti, per ora. Ma le immagini della CNN degli schiavi africani venduti dai libici hanno scosso l’opinione africana. Questo ha provocato una svolta perché anche i leader africani ora sono sotto pressione della loro opinione e hanno iniziato ad accettare più agevolmente di fare gli accordi. Prima di quelle immagini, in Africa la questione passava sotto l’ipocrita silenzio della politica. Ora non più. Si allarga quindi lo spazio della politica estera che - sappiamo tutti - è un gioco di scambi. La domanda finale è quindi: quanto siamo disposti a pagare per i rimpatri? Quanto siamo disposti a trattare l’Africa su un piano di parità? Questa è l’unica vera domanda. Tutto il resto è presa in giro del cittadino elettore. Salvini, facci una cortesia: smetti di raccontare balle per favore.

sabato 27 giugno 2015

I rimpatri forzati di migranti sono costosi, inutili e disumani

Internazionale
Il presidente del consiglio Matteo Renzi si è messo a rincorrere Matteo Salvini sull’immigrazione. Il 24 giugno, parlando davanti al senato in vista del Consiglio europeo del 25 e 26 giugno, il presidente del consiglio ha detto: “Lo dico guardando alla sinistra di quest’aula. Noi non possiamo più avere paura del concetto di rimpatrio”.
“Dobbiamo essere chiari: nel momento in cui si arriva in Italia senza titolo, le procedure di rimpatrio devono essere velocizzate. Non si fanno accordi di cooperazione con chi non accetta il rimpatrio”.

Con queste affermazioni Renzi manda due messaggi: uno al fronte politico interno e uno ai partner europei. Il premier risponde a Matteo Salvini e ai suoi sostenitori, e allo stesso tempo manda un segnale ai ministri dell’interno di Francia e Germania, che accusano l’Italia di non applicare il regolamento di Dublino, di non identificare i migranti arrivati sulle nostre coste e di non rimpatriare quelli irregolari, cioè quelli senza documenti e a cui non viene riconosciuto lo status di rifugiato.

“Chi ha diritto di restare in Italia deve restare in Italia, chi ha diritto di avere asilo verrà accolto, ma la sinistra non può avere paura del rispetto delle regole, un concetto a cui ci dobbiamo tenacemente aggrappare di fronte a un’ondata che mette a rischio la stessa idea dell’Europa”, ha detto Renzi.

Renzi parla agli interlocutori politici nazionali. E dice: io appartengo alla sinistra che rispetta le regole. E in questo modo accusa una parte della sinistra di non rispettare le regole. Parla alla sinistra come se fosse un partito d’opposizione, e in questo modo usa i migranti come un capro espiatorio, come uno spauracchio per spaventare i cittadini che temono “l’invasione”, “l’esodo” di migliaia di persone. Renzi rassicura la classe media, il ceto medio impoverito. Cari cittadini, vi difenderemo dai clandestini, vi difenderemo da chi non ha titoli per restare in Europa: i migranti economici irregolari.

Così il presidente del consiglio introduce una distinzione ontologica tra il migrante economico e il richiedente asilo. E grazie a questa distinzione il premier si permette un atteggiamento cerchiobottista e retorico: mostrare i muscoli verso i migranti irregolari e allo stesso tempo mostrarsi accogliente verso richiedenti asilo e rifugiati. Come a dire: chi scappa dalle guerre lo accogliamo, chi scappa da povertà e miseria lo rimandiamo indietro. Peccato che il rimpatrio di tutti gli irregolari, oltre che disumano, è impossibile, costoso e inutile.

Sul concetto di rimpatrio forzato e della sua inutilità
Le affermazioni di Matteo Renzi davanti al senato sono perfettamente in linea con le posizioni del governo francese, che dopo la sconfitta alle amministrative del 2014 si è messo a rincorrere il Front national, mostrando il pugno duro contro l’immigrazione. Anche il premier britannico David Cameron ha vinto le elezioni di maggio con una campagna elettorale molto aggressiva contro l’immigrazione illegale. Per rispondere al successo dei partiti nazionalisti e xenofobi in tutti i paesi europei, come il movimento Pegida in Germania, la Lega nord in Italia e il Partito del popolo danese in Danimarca, i governi europei hanno scelto una retorica che criminalizza l’immigrazione irregolare. Questa politica però ha dei costi molto alti.

Negli ultimi quindici anni, i paesi europei hanno speso circa 11,3 miliardi di euro per espellere i migranti irregolari e 1,6 miliardi per rafforzare i controlli alle frontiere. L’hanno calcolato i giornalisti dei Migrants files, un collettivo internazionale di venti cronisti, statistici ed esperti. I giornalisti dei Migrants files hanno anche avvertito che questi dati sono sottostimati. I diversi paesi europei non hanno una normativa comune per i rimpatri e non c’è trasparenza sui costi sostenuti dagli stati per questo tipo di sistema.

Per calcolare quanto costano effettivamente i rimpatri forzati, non bisogna contare solo le spese sostenute per organizzare i voli di espulsione forzata. Vanno aggiunte le somme usate per costruire e gestire i Centri di identificazione e di espulsione (Cie), dove vengono reclusi i migranti fino al momento del rimpatrio.

Annalisa Camilli

giovedì 5 dicembre 2013

Etiopia - Oltre 100.000 rimpatriati dall'Arabia Saudita dall'inizio di novembre

MISNA
Ha raggiunto quota 100.000 il numero dei migranti etiopi rimpatriati dall’Arabia Saudita dall’inizio di novembre. Lo ha reso noto il ministro degli Affari Esteri di Addis Abeba secondo cui, al termine del processo, determinato da un giro di vite delle autorità saudite sui migranti irregolari presenti nel regno, saranno 150.000 i cittadini che rientreranno nel paese.
Ai ritmi attuali – ha confermato il portavoce Dina Mufti – il ponte aereo da Gedda e Riad dovrebbe essere completato entro due settimane.

Nell’ambito delle proteste scoppiate all’indomani dell’entrata in vigore del provvedimento – preceduto da sette mesi di amnistia durante i quali circa 4 milioni di migranti hanno potuto regolarizzare la loro presenza nel regno – tre cittadini etiopi sono rimasti uccisi in scontri con la polizia.

Ogni anno centinaia di migliaia di etiopi, soprattutto donne, si trasferiscono in Medio Oriente in cerca di lavoro come collaboratrici domestiche. Solo nel 2012 circa 200.000 hanno lasciato il paese con questo obiettivo nonostante in diversi casi subiscano abusi fisici e mentali, discriminazione e condizioni di lavoro degradanti.

Con 91 milioni di abitanti, l’Etiopia è il secondo paese più popoloso d’Africa dopo la Nigeria ma anche uno dei più poveri, nonostante tassi di crescita elevati. Secondo l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) almeno il 27% delle donne e il 13% degli uomini sono disoccupati.