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venerdì 31 luglio 2020

Buone notizie dal Sudan: diritti civili per le donne, nuove garanzie per i cristiani e abolita la pena di morte per apostasia

Globalist
Una bella sorpresa: nel Sudan si riaffacciano i diritti civili e soprattutto delle donne.
La rivista comboniana Nigrizia plaude alle prime riforme: vietate le mutilazioni genitali femminili, abolita la pena di morte per un musulmano che si converte ad altra religione e più garanzie per i cristiani.


Il Sudan è stato per tanti anni guidato da generali golpisti che hanno posto alla base della loro politica reazionaria e totalitaria una visione altrettanto reazionaria e golpista dell’Islam. A lungo sostenuto dalle anime più anti moderne all’interno del vasto e complesso mondo islamico, il Sudan con o senza il sostegno del più noto leader del fanatismo fondamentalista, Hassan al Turabi, in passato anche presidente del Parlamento sudanese, si è posto da decenni alla testa di un cartello oscurantista, assassinando uno dei più autorevoli e noti esponenti dell’Islam illuminato, Mohammad Taha.

Ora le cose finalmente cambiano e “Nigrizia”, la rivista dei comboniani, congregazione alla quale è particolare caro proprio il Sudan, paese dove volle vivere San Comboni, ha richiamato l’attenzione di tutti su quanto accade a Khartoum, un vento nuovo che proprio l’Osservatore Romano ha ritenuto giusto notare e sottolineare.

Dopo l’annuncio di Nigrizia, proprio oggi il quotidiano della Santa Sede , infatti, conferma che il nuovo corso politico che ha preso piede in Sudan deponendo il generale golpista e responsabile di crimini contro l’umanità, Omar al Bashir, ha varato in questi giorni importanti revisioni del codice penale, che “abrogano alcune norme” che erano evidente violazione dei più elementari diritti umani. Così sparisce la “pena di morte per un musulmano che si converte ad un'altra religione” e si conferma l’inammissibilità di qualsiasi forma di mutilazioni genitali femminili.

E’ stato il presidente provvisorio, che guida il Consiglio sovrano sudanese, Abdelfattah El Burhan, a firmare le riforme che aboliscono varie norme che degradano la donna, come quelle che la sottopongono al potere del marito, o del padre, o di un uomo della famiglia.

L’Osservatore Romano richiama l’attenzione su un altro aspetto molto importante: per i non musulmani, che attualmente sono il 3% della popolazione vista la scelta di secessione del Sud Sudan, “è stata abolita anche la proibizione di procurarsi e consumare bevande alcoliche.”

Tornando a Nigrizia è importante notare che la rivista dei comboniani ricordi in materia di apostasia il caso di Meriam Ibrahim, condannata a morte perché non aveva voluto seguire la religione del padre, musulmano, e aveva preferito l'insegnamento della madre, cristiano copta. Meriam era stata poi scarcerata grazie all'intercessione della comunità internazionale, ma mai assolta.

Tutto questo conferma il valore umano e “cittadino” dei grandi movimenti di piazza che hanno attraversato il mondo arabo in questo periodo a dir poco turbolento, quasi ovunque combattuti con ferocia dai vari fregi i regimi arabi, poco sostenuti dalla comunità internazionale, ma che ora proprio nell’enorme Sudan hanno consentito di rimuovere dal potere un riconosciuto responsabile di crimini contro l’umanità e finalmente anche alcuni effetti perversi del suo sistema di potere.

La spinta popolare, e quindi musulmana visto che solo il 3% dei sudanesi non lo sono, che ha sostenuto il nuovo corso sudanese restituisce, nel nome dell’Islam, dignità non solo alla donne, ma a tutta la popolazione, sovvertendo un’ offesa arrecata a una religione che rappresenta ben più dei un miliardo di persone.

Riccardo Cristiano

domenica 28 giugno 2015

Condannato a morte per apostasia in Mauritania, cittadino onorario di Napoli

La Repubblica
Mohamed Ould M'Kheitir è accusato di "apostasia dell'Islam": avrebbe, in un articolo pubblicato su alcuni siti Internet, "parlato con leggerezza del Profeta"

Mohamed Ould M'Kheitir
l 3 luglio il sindaco Luigi de Magistris conferirà la cittadinanza onoraria di Napoli a Mohamed Ould M'Kheitir, condannato a morte in Mauritania per blasfemia. A nome del condannato, recluso nel suo Paese, saranno la sorella Aisha M'Khetir e Aminattou Ely, militante mauritana per i diritti dell'uomo, colpita da una fatwa per avere preso posizione a favore del condannato. 

Le due donne saranno ascoltate il primo luglio dalla Commissione diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi e il 2 luglio incontreranno la comunità giudiziaria napoletana su iniziativa dell'Ossin, l'Osservatorio internazionale per il rispetto dei diritti umani presieduto da Nicola Quatrano.

Mohamed Ould M'Kheitir è stato condannato a morte per apostasia da un tribunale di Nouadhibou, nel Nordest del paese. Il giovane, in un articolo pubblicato su alcuni siti Internet, aveva criticato decisioni prese da Maometto e i suoi compagni. Per l'accusa l'imputato "aveva parlato con leggerezza del Profeta" e meritava la pena di morte, prevista dal codice penale mauritano in caso di apostasia dell'islam.

Mohamed si era difeso affermando di non aver voluto offendere Maometto, ma "difendere uno strato della popolazione maltrattato, i fabbri", dal quale proveniva. "Se dal mio testo si è potuto comprendere quello di cui sono accusato - aveva detto - io lo nego completamente e me ne pento apertamente". 

Nel suo articolo Ould Mohamed aveva accusato la società mauritana di perpetuare un "ordine sociale iniquo ereditato" dai tempi del Profeta. Durante il processo, il primo di questo genere in Mauritania, si erano tenute manifestazioni nel paese che chiedevano la pena di morte per il giovane. Un famoso avvocato locale che lo difendeva aveva rinunciato all'incarico per le minacce subite.

sabato 27 dicembre 2014

Mauritania, un giovane di 30 anni condannato a morte per aver criticato Maometto sul web

fanpage.it
Condannato a morte per aver criticato pubblicamente l’Islam. 

È quanto accaduto a un giovane mauritano, Mohamed Cheikh Ould Mohamed, condannato alla pena capitale per apostasia dell’Islam da un tribunale di Nouadhibou, nel nordest del paese africano. In particolare il giovane di 30 anni aveva scritto un articolo pubblicato su alcuni siti internet nel quale aveva criticato delle decisioni prese da Maometto argomentando le sue opinioni sull’Islam. 

Per questo motivo il giovane era stato arrestato circa un anno fa con l’accusa di aver “parlato con leggerezza del Profeta” e per lui era stata chiesta la pena di morte. Il codice penale mauritano infatti in caso di apostasia dell’Islam prevede la pena di morte. Durante il processo sono state diverse le manifestazioni nel paese che chiedevano la condanna a morte per il giovane e un avvocato locale che lo difendeva aveva rinunciato all’incarico per le minacce subite.

Il ragazzo si era scusato
L’uomo durante il processo si è scusato per le sue frasi e ha spiegato il perché avesse scritto quelle cose, ma purtroppo non è servito a risparmiargli la condanna. “Non volevo offendere Maometto, ma difendere uno strato della popolazione maltrattato, i fabbri” aveva spiegato il ragazzo, aggiungendo: “Se dal mio testo si è potuto comprendere quello di cui sono accusato io lo nego completamente e me ne pento apertamente”. 

In effetti nel suo articolo Ould Mohamed criticava in generale la società mauritana di perpetuare un “ordine sociale iniquo ereditato” dai tempi del Profeta. Al momento non si sa se la condanna sarà eseguita perché in Mauritania è in vigore la legge islamica e la pena di morte è ancora prevista, ma non è più stata applicata dal 1987.

giovedì 24 luglio 2014

La giovane cristiana Meriam del Sudan liberata dalla pena di morte per apostasia oggi a Roma

ANSA
Finisce l'incubo per Meriam: la giovane cristiana sudanese di 26 anni condannata a morte, all'ottavo mese di gravidanza, per apostasia, è libera ed è arrivata stamattina a Roma. 

La donna, con il marito e i due figli - tra cui Maya nata due mesi fa in cella - è giunta a Ciampino con un volo di stato italiano, dove l'ha attesa Matteo Renzi con la moglie Agnese ed il ministro degli Esteri Federica Mogherini: oggi "è un giorno di festa", ha detto il premier sottolineando il lavoro "straordinario" del viceministro degli Esteri Lapo Pistelli nella vicenda. E proprio Pistelli ha lasciato intendere anche la possibilità che Meriam incontri il papa.

Dopo la condanna a morte e a 100 frustate per adulterio (per aver sposato un cristiano) inflitta a maggio scorso, la giovane era stata arrestata e messa in cella insieme al piccolo figlio di 20 mesi con una sentenza shock che aveva suscitato l'orrore e la mobilitazione del mondo intero facendo scattare molte iniziative internazionale per la sua liberazione. 

Un dossier, quello di Meriam, su cui dal primo momento si è mobilitato anche il governo italiano con il premier che ha citato il caso della ragazza sudanese anche nel suo discorso di apertura del semestre Ue. Nella prima udienza, quella in cui gli era stata inflitta la condanna a morte, il giudice si era rivolto all'imputata chiamandola con il nome arabo, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah, chiedendogli di convertirsi nuovamente all'Islam. "Io sono cristiana e non ho commesso apostasia", fu la replica della donna che gli costò la condanna a morte e la carcerazione.

Solo poche settimane dopo Meriam, in cella, ha dato alla luce una bimba in condizioni durissime: "Ha partorito in catene", aveva spiegato il marito, che è anche cittadino americano, avanzando preoccupazioni di possibili conseguenze per la salute della bimba. Il 23 giugno il tribunale sudanese ha poi deciso la liberazione della donna. Che però è stata fermata nuovamente il giorno dopo insieme al marito e al loro legale mentre si trovava all'aeroporto - mentre con i bambini tentava di lasciare il paese con destinazione Stati Uniti - per un "controllo dei documenti". Rilasciata per la seconda volta, con la sua famiglia, si è poi rifugiata all'ambasciata americana a Khartoum, dove ha ricevuto il passaporto che le ha permesso oggi di lasciare il Paese diretta come prima tappa in Italia, dove resterà un paio di giorni prima di raggiungere New York.

giovedì 29 maggio 2014

Sudan: un'altra donna arrestata apostasia, accusata di essersi convertita al cristianesimo da Islam

ANSA
Dopo il caso di Meriam, un'altra donna si trova in carcere in Sudan per apostasia. 

Lo scrive il Morning Star. Faiza Abdalla, 37 anni, è stata arrestata il 2 Aprile dopo aver dichiarato all'anagrafe di essere cristiana. Secondo i funzionari si sarebbe convertita dall'Islam. 

Una fonte del Morning Star riferisce che la sua famiglia era già cristiana prima che lei nascesse. Le accuse sarebbero quindi infondate. In seguito all'arresto, una corte ha annullato il suo matrimonio con un cristiano.

lunedì 26 maggio 2014

Sudan, minacce all'avvocato di Meriam che sta per partorire in catene

HuffingtonPost 
Meriam Yahia Ibrahim Ishag è in catene. Il tempo della gravidanza è quasi al termine, le caviglie sono gonfie, le gambe pesanti. Difficilmente riesce ad alzarsi dalla branda dove insieme a Martin, il figlio di 22 mesi in prigione con lei a Khartoum dal 17 febbraio, passa gran parte delle sue giornate.
Eppure sulla vicenda di questa 27enne cristiana sta calando un pericoloso silenzio.

Il suo avvocato, Mohamed Abudlnabi, sfidando le minacce ricevute da chi voleva impedirglielo, ha presentato l'appello contro la condanna a morte per apostasia e a 100 frustate per adulterio emessa nei confronti della donna.

Meriam, pur essendo regolarmente sposata, è considerata un'adultera in quanto il matrimonio con Daniel Wani, sud sudanese cristiano con cittadinanza americana, non è riconosciuto dalle leggi islamiche.

La sentenza era attesa nonostante i numerosi appelli di diplomatici al governo sudanese affinché garantisse il rispetto della libertà di religione.

Il giudice che l'ha emessa, Abbas Mohammed Al-Khalifa, leggendo il dispositivo a fine dibattimento ha affermato che erano stati concessi tre giorni all'imputata per abiurare, ma avendo deciso di non riconvertirsi all'islam meritava l'impiccagione.

La giovane, nata da padre mussulmano, è stata però cresciuta nella fede cristiano-ortodossa dalla madre etiope dopo l'abbandono del genitore. Ms per la Sharia anche la religione viene tramandata, di diritto, dalla linea paterna.

La condanna non è definitiva: Meriam avrà un nuovo processo, sarà la Corte suprema del Sudan ad affrontare il suo caso. Lo ha confermato anche l'ambasciatrice in Italia, Amira Daoud Gornass, la cui posizione può essere considerata rilevante essendo anche moglie del ministro degli Esteri sudanese.

Intanto Meriam sta male. E anche il bambino è sofferente. Ha avuto febbre per giorni.
Il rischio che sorga qualche complicazione è sempre più alto. Non ha dubbi al riguardo il fratello del marito, Gabriel Wani, che ha raccontato di come la cognata abbia avuto un travaglio difficile per il primo figlio. Le condizioni in cui versa in carcere fanno temere per la sua sopravvivenza.


Dal primo giugno ogni giorno potrebbe essere utile per il parto. I suoi legali e il marito hanno chiesto che venga trasferita, sotto sorveglianza, in un ospedale o in una clinica privata. Una sorta di 'arresti domiciliari'. Ma sembra che non ci siano molte speranze che la richiesta sia accolta. A meno che non sia necessario un cesareo. La situazione è drammatica.

E' per questo che alcune organizzazioni per i diritti umani hanno ritenuto opportuno scrivere al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La lettera, promossa da Italians for Darfur e sottoscritta anche dai missionari salesiani di El Obeid, dall'ex inviato Onu in Sudan, Mukesh Kapila, dall'associazione Articolo 21 e dai rifugiati sudanesi in Italia, è diretta a riportare alta l'attenzione sulla vicenda che ha suscitato grande indignazione in tutto il mondo che si è subito mobilitato.

In prima fila il nostro Paese, con l'appello che ha raccolto finora 25mila firme che vanno ad integrare le 600 mila richieste di libertà per Meriam già arrivate a Khartoum da ogni latitudine del pianeta.
Anche se il giudizio finale spetterà a un organo politico più che giuridico islamico, che dovrebbe pertanto escludere la pena di morte, abbassare la guardia ora sarebbe un errore.

Per questo è fondamentale continuare a fare pressioni sulle autorità del Sudan, magari con un intervento diretto del presidente Napolitano: la richiesta al suo omologo sudanese, Omar Hassan al-Bashir, di compiere un atto di clemenza in favore di una donna, una moglie, una madre che ha la sola 'colpa' di essere cristiana.

sabato 17 maggio 2014

Sudan: no alla pena di morte per Meriam, la donna cristiana avrà un nuovo processo

www.tgcom24
Meriam Yahia Ibrahim, la donna sudanese incinta condannata a morte per apostasia per aver sposato un cristiano "avrà un nuovo processo che esclude la pena capitale". Lo annuncia Antonella Napoli, presidente di "Italians For Darfur". "Il nuovo pronunciamento dei giudici è atteso a breve, tra poche settimane", conclude.
Meriam era stata condanna a morte per impiccagione da un tribunale di Khartoum con l'accusa di apostasia, perché cristiana, pur avendo padre musulmano. La sentenza prevedeva anche 100 frustate per "adulterio", avendo sposato un cristiano. 

La donna è in carcere, con un altro figlio di 20 mesi, dopo essere era stata arrestata lo scorso febbraio in seguito alla denuncia di un parente. All'udienza il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa si è rivolto all'imputata chiamandola con il nome arabo, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah e le ha chiesto se rifiutava di convertirsi nuovamente all'Islam. 

"Io sono cristiana e non ho commesso apostasia", aveva replicato la giovane. Da qui la sentenza. La notizia di oggi, confermata dalla Ong Sudan Change Now, arriva dopo la mobilitazione di tutto il mondo contro la decisione del giudice.

venerdì 16 maggio 2014

Sudan - Donna cristiana incinta, moglie di un musulmano condannata per apostasia #meriamdevevivere

Avvenire
Nei giorni in cui il mondo intero celebra la Festa della mamma, un giudice sudanese ha condannato a morte una giovane madre cristiana, ritenendola colpevole di apostasia. La sentenza è stata emessa il 5 maggio, ma se ne è avuta notizia solo adesso. La donna, tra l'altro, ha già passato diverso tempo in carcere. È stata arrestata nell'agosto dello scorso anno e incriminata per apostasia rispetto all'Islam lo scorso febbraio. Dopo la sentenza, l'11 maggio, il giudice le aveva offerto la salvezza in cambio della conversione all'Islam. Tre giorni per pensarci. Ma il 14 maggio, di nuovo davanti al magistrato, Meriam ha rifiutato di rinnegare la fede in Cristo.

Meriam Yeilah Ibrahim, 27 anni, laureata in medicina, è incinta all'ottavo mese e ha con sé in carcere il figlio di 20 mesi. Il giudice del tribunale di Khartum la ritiene musulmana di nascita, come tutti i sudanesi, e secondo Amnesty International l'ha condannata anche per adulterio perché il suo matrimonio con un uomo cristiano non è considerato valido dalla 'sharia'. Il giudice le aveva chiesto di rinunciare alla fede per evitare la pena di morte: "Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare, ma insisti nel non voler ritornare all'islam. Ti condanno a morte per impiccagione", ha detto il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa rivolgendosi alla donna con il suo nome musulmano, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah.

A difesa di Meriam, in attesa della sentenza, erano già scese in campo alcune ambasciate occidentali a Khartum. "Chiediamo al governo del Sudan", si legge in un comunicato diffuso dalle rappresentanze di Usa, Gran Bretagna, Canada e Olanda, "di rispettare il diritto di libertà di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che è sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005". Dopo la sentenza decine di persone hanno manifestato fuori dal tribunale: sul caso di Meriam infatti si è registrata una inusuale mobilitazione, con richieste di compassione e di rispetto della libertà religiosa. Amnesty International ha definito "agghiacciante" la sentenza, chiedendo il rilascio "immediato e incondizionato" di Meriam.

E' cominciata anche in Italia una raccolta di firme, promossa da Italians for Darfur (le sottoscrizioni si raccolgono online), da inviare al presidente sudanese Omar al-Bashir. Avveniresi fa promotore di una campagna via Twitter con l'hashtag #meriamdevevivere e di una petizione: le adesioni si raccolgono direttamente qui sul sito o all'indirizzo di posta elettronica meriamdevevivere@avvenire.it

La donna, in assenza del padre musulmano, è stata educata alla fede cristiana ortodossa dalla madre, ed è sposata con Daniel Wani, un cristiano del Sud Sudan, ma il matrimonio con un cristiano è illegale in Sudan. Secondo la sharia, una donna musulmana che sposa un non musulmano è una adultera e i figli sono illegittimi. Meriam era stata arrestata in febbraio e detenuta nella prigione femminile federale di Omdurman con il primo figlio di 20 mesi. Il marito, d'altro canto, non può prendersi cura del bambino a causa dello status di adultera della moglie, né potrà farlo con il secondo bimbo, la cui nascita è prevista in giugno, in caso di uccisione della donna o di prolungata detenzione.

Il Sudan ha reintrodotto la sharia nel 1983, ma le punizioni finora si sono quasi sempre "limitate" alla fustigazione.

lunedì 24 febbraio 2014

Arabia Saudita. Il blogger Raif Badawi rischia la pena di morte per apostasia

Ticino Live
Raif Badawi, giovane blogger saudita in carcere dal giugno 2012, è accusato di apostasia, ossia alla rinuncia pubblica della religione islamica. Un atteggiamento che in Arabia Saudita viene punito con la morte.



Badawi è stato accusato dai giudici di aver insultato l’Islam attraverso il suo blog Free Saudi Liberals e anche attraverso propositi lanciati durante trasmissioni televisive.
Il giovane è stato condannato a 600 frustate e a sette anni di prigione. Una decisione contro la quale il suo avvocato ha fatto appello.
La ONG Human Rights Watch aveva pubblicato a metà dicembre un rapporto che accusava le autorità dell’Arabia Saudita di voler mettere a tacere i difensori dei diritti dell’uomo.

Amnesty International denuncia l’intimidazione esercitata dal paese verso Raif Badawi e verso tutti gli altri blogger che si impegnano ad aprire il dibattito su questioni di interesse pubblico.

lunedì 8 aprile 2013

Arabia Saudita - In carcere per apostasia, la storia del blogger saudita Badawi - La famiglia fuggita in Libano, lui rischia pena di morte

TMNews
Libano,  Tre bambini si domandano se e quando il loro papà tornerà a casa. Sono i figli di Raif Badawi, il blogger saudita finito in carcere perchè aveva aperto una pagina web dove incoraggiava il dibattito sui temi religiosi nella sua terra. Un'iniziativa che gli è costata l'accusa di violazione della Sharia e di apostasia, punita con la pena di morte. La moglie Ensaf Haidar lo aspetta in Libano, dove è fuggita. "I sauditi - spiega - hanno concesso la grazia a fondamentalisti, a terroristi, persone che hanno fatto cose che meritano una punizione. Lui non aveva fatto niente di sbagliato". A difendere il blogger è il cognato Waleed Abualkhair, attivista per i diritti umani accusato a sua volta di aver attentato alla reputazione del Paese."Nessuno voleva assumersi il caso, perchè pensavano che avrebbe distrutto la reputazione di chiunque". Il suo cliente, dice, è stato perseguito e perseguitato. "Non hanno punito solo lui, ma anche la sua famiglia e il suo futuro".Ogni attivista che chieda riforme in Arabia Saudita è a rischio. Come due avvocati tra i più impegnati in tema di riforme, condannati a 10 anni di prigione a testa: un processo che Amnesty International ha definito "uno dei tentativi di ridurre al silenzio gli attivisti per i diritti". La moglie di Raif ha scelto l'esilio: il peso dell'esclusione sociale e della paura era troppo pesante.