Pagine

Visualizzazione post con etichetta tratta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tratta. Mostra tutti i post

domenica 22 settembre 2019

Migranti. La tratta delle ragazze dalla Nigeria all'Italia via Libia: "Preghi di morire"

Il Manifesto
Da Benin City all'inferno e ritorno. Storie di abusi infiniti nell'ultimo rapporto di Human Rights Watch. Blessing come molte altre ragazze nigeriane ha accettato l'allettante proposta di lavoro in Libia come collaboratrice domestica per un salario di 150.000 naira (circa 400 euro, tre volte lo stipendio medio nel suo paese).


Una volta in Libia la "signora" le ha svelato che tipo di lavoro avrebbe dovuto fare, akwuna (la prostituta) così lei le ha detto "ma non è un lavoro domestico". La "signora" le ha risposto "sì che lo è".

Blessing è stata minacciata di morte e chiusa in una stanza per quattro giorni senza cibo. "Uscirai quando restituirai il tuo debito per il viaggio (4 mila euro)". È iniziata così la discesa nei sotterranei dello sfruttamento sessuale, si è liberata ed è scappata con un ragazzo che è stato ucciso dai miliziani dell'Isis, lei invece è sopravvissuta solo perché in stato di gravidanza, ma è stata tenuta segregata e violentata per tre anni finché i soldati libici l'hanno consegnata all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che l'ha aiutata a rientrare in Nigeria. Adesso si trova in un rifugio gestito dall'agenzia nigeriana anti-tratta. Quella di Blessing è una delle 76 storie descritte nell'ultimo report di Human Rights Watch, il cui titolo You pray for death (Preghi di morire) è tratto dal racconto di una delle ragazze intervistate.

La maggior parte delle vittime di tratta nigeriane (più di 9 su 10) proviene, secondo l'ufficio delle Nazioni unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodoc), dallo stato di Edo. Il numero di "potenziali" vittime della tratta nigeriana in Italia è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni. Secondo Oim nel 2017 l'aumento è stato del 600% e si stima che riguardi l'80% delle ragazze che arrivano dalla Nigeria (in questi ultimi mesi il flusso risulta molto ridimensionato, segno che i trafficanti sono alla ricerca di nuove rotte).

Il viaggio negli ultimi anni ha seguito la rotta libica e poi via mare nel Mediterraneo con lo scopo preciso di inserire le ragazze nei progetti di assistenza per richiedenti asilo in modo da farle avere un documento regolare. Chi arriva in Italia mantiene il segreto con la famiglia, manda fotografie che la ritraggono come barista, sarta, parrucchiera... alcune negli anni diventano madam i cui guadagni danno un impulso notevole alla ricchezza di Benin City, dove hanno costruito case, negozi... Potremmo dire che lo sviluppo della città è lastricato dai corpi delle donne che hanno battuto le strade italiane.

Forse più drammatica è la situazione delle ragazze che ritornano in Nigeria dove oltre alla tratta devono affrontare la povertà e lo stigma ("le ragazze che tornano dall'Europa stanno costruendo case per le loro famiglie e tu sei tornata senza niente ...") e i progetti di reinserimento risultano ancora poco adeguati.

La situazione è fluida: l'attività delle ong, dell'agenzia nazionale nigeriana contro la tratta e i media hanno accresciuto la conoscenza del fenomeno, tant'è che le ragazze che partono ora sanno il lavoro che andranno a fare, ma restano inconsapevoli dello sfruttamento e del debito da pagare.

Le madam sono convinte di essere un aiuto per le ragazze e infatti amano definirsi sponsor: una delle reclutatrici ha dichiarato alla Reuters che "le ragazze che vogliono venire in Italia sono talmente tante che non è più necessario ingannarle per convincerle a partire". La novità degli ultimi mesi sarebbe, secondo Don Carmine Schiavone delle Caritas di Aversa, la tratta secondaria: "Le ragazze una volta in Italia se non riescono a restituire il debito lo azzerano con la cessione di un rene, cornee o altri organi".

Fabrizio Floris

lunedì 22 aprile 2019

Nigeria - La violenza di genere e la povertà, spingono le giovani ragazze verso l’Italia per poi divenire schiave

Globalist
Ricerca di Actionaid, svolta insieme alla cooperativa BeFree. La violenza di genere è il fattore principale alla base dell’espatrio verso l’Italia, seguito dalla povertà.



È la violenza di genere il fattore principale che spinge le donne nigeriane a lasciare il proprio Paese per raggiungere l’Italia, diventando vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un vero e proprio “fattore di espulsione” che relega la donna ai margini della società nigeriana fino a costringerla alla partenza.
 


È quanto emerge dal rapporto “Mondi connessi. La migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate”, realizzato da ActionAid insieme a BeFree, cooperativa contro tratta, violenze e discriminazioni, analizzando 60 verbali di audizioni di donne nigeriane segnalate come presunte vittime di tratta presso la Commissione territoriale di Roma, tra il 2016 e il 2017, per il riconoscimento della protezione internazionale.

Nel 61% dei casi analizzati nello studio, la ragione principale dell’espatrio è proprio la violenza di genere (tra cui violenza dentro e fuori le mura domestiche e tentativi di matrimonio forzato). Il 33,3% delle donne fugge da situazioni di estrema povertà. Nel 66% dei casi sono donne con un’età compresa tra i 19 e i 24 anni e il loro arrivo in Italia è molto recente (l’86,7%), tra il 2015 e il 2017. Nella quasi totalità provengono dallo Stato di Edo, dove la tratta è un fenomeno strutturale ed endemico dovuto alle condizioni economiche, politiche e socio-culturali.

Continua a leggere l'articolo >>>

mercoledì 18 ottobre 2017

18 ottobre 2017 - Giornata europea contro la tratta degli esseri umani. #LIBERAILTUOSOGNO

Radio Vaticana
18 ottobre 2017 #LIBERAILTUOSOGNO: è il motto dell’11ma Giornata europea contro la tratta degli esseri umani impresso su un palloncino da far volare in aria. 


Un gesto a significare la liberazione del sogno di centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini del pianeta, che ogni giorno vengono portati via con l’inganno dai loro Paesi di origine, per arrivare in altri Stati, allo scopo di essere sfruttati nell’ambito della prostituzione, del lavoro illegale, dell’accattonaggio forzato, dello spaccio di droghe, di altre attività criminose e perfino del traffico di organi. 

Secondo stime dell’Onu sarebbero quasi un milione le sospette vittime di tratta e/o di grave sfruttamento in Europa, a fronte di un enorme giro d’affari, che travalica i confini e percorre le rotte dei migranti da un continente all’altro.

Il traffico delle persone è infatti una pratica diffusa ed incrementata proprio dai flussi migratori sempre più incontrollati. Un fenomeno troppo spesso sottovalutato, che sfugge alle autorità statali e alle stesse organizzazioni non governative, che operano in campo umanitario e si raffrontano con agguerrite organizzazioni criminali.

Sono tantissime le iniziative nelle città europee per marcare questa ricorrenza. In Italia la Giornata sarà celebrata a livello nazionale con un incontro a Palazzo Chigi, promosso dalla presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento per le Pari Opportunità. 

Tra i relatori è Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio immigrazione Caritas Italia e Europa. La rete ecclesiale è infatti tra le più radicate sul territorio accanto alle vittime e nel lavoro di allerta e prevenzione. Si tratta - spiega Forti, intervistato alla vigilia della Giornata – della pagina più buia dell’emigrazione. E, purtroppo – aggiunge - non c’è una vera rete europea di contrasto alla tratta ed ogni Paese ha le proprie normative e risponde diversamente. In Italia – dichiara Forti - vi sono validi strumenti ma fondi insufficienti per dare risposte significative e per offrire realtà alternative a chi nello sfruttamento trova oggi l’unica possibilità di sopravvivenza, quando poi non venga sopraffatto da un punto di vista fisico e psicologico.

Roberta Gisotti

lunedì 5 giugno 2017

Corridoi umanitari, Sant’Egidio accoglie i più disperati in Europa

La Stampa
Senza costi per lo Stato la comunità ricolloca migranti nelle parrocchie.
«Era nata come una goccia nel mare», spiegano a Sant’Egidio. E invece in anno e tre mesi, i corridoi umanitari hanno accolto più rifugiati di 14 Stati dell’Unione Europea. Il 29 febbraio 2016 il primo arrivo in Italia. Da allora la Comunità cattolica ha attivato, assieme alle Chiese protestanti, percorsi umanitari grazie ai quali finora sono arrivate in Italia 800 persone (prevalentemente siriani, sia musulmani sia cristiani). E altre ne arriveranno nelle prossime settimane. 


L’accordo con lo Stato è per mille profughi, ospitati da comunità, parrocchie, famiglie, associazioni in 17 regioni e a San Marino. Per valutare l’impatto dell’iniziativa gestita da un’organizzazione della società civile come Sant’Egidio serve un confronto con i ricollocamenti effettuati dall’Ue. I ricollocamenti di profughi, arrivati in Italia e in Grecia, avviati dal Consiglio europeo nell’ottobre 2015, hanno riguardato 18.418 persone in un anno e 8 mesi, ma la somma dei profughi accolti da ben 14 Stati dell’Ue è inferiore ai rifugiati accolti in Italia con i corridoi umanitari.

«È un modello replicabile in Europa: il 14 marzo anche la Francia vi ha aderito per l’arrivo di 500 profughi siriani e iracheni dal Libano», osserva Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio. Tanto più che «i corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle organizzazioni che li hanno promossi e lo Stato non spende un euro». Altri Paesi, quindi, «hanno mostrato il loro interesse: in Spagna si è vicini ad un accordo, mentre in Italia è stata siglata una nuova intesa insieme alla Cei per l’ingresso di 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi dall’Etiopia».

Tra gli obiettivi, evidenzia Impagliazzo, evitare i viaggi dei profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo, contrastare il business degli scafisti e il traffico di esseri umani, concedere un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario (e la possibilità di presentare poi domanda di asilo) a persone in condizioni di vulnerabilità.E cioè vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, disabili.

Ma l’accoglienza non basta senza l’integrazione: «L’apprendimento della lingua è fondamentale per avviare un percorso di inserimento nella nostra società». Da 35 anni le scuole di Sant’Egidio in otto regioni, dalla Campania al Piemonte, insegnano gratuitamente l’italiano a persone di 120 nazionalità. Gli iscritti nell’ultimo anno sono stati 10mila, dei quali 3mila nelle 9 sedi a Roma.

C’è un altro impegno portato avanti da Sant’Egidio: «A livello globale 21 milioni di persone finiscono ogni anno nel giro del traffico degli esseri umani con un giro di affari di 170 miliardi che comprende in gran parte lo sfruttamento sessuale e la prostituzione», dice Impagliazzo. Nel 2015 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato 5600 nigeriane approdate nei nostri porti, identificandole come vittime della tratta. Nel 2016 sono state oltre 11 mila.  

Dal gennaio 2014 si calcola un incremento di otto volte. E l’80% delle nigeriane arrivate via mare è destinata al mercato del sesso a pagamento. «Stiamo lavorando per sottrarle allo sfruttamento. È già successo per alcune di loro con la formazione al lavoro», sottolinea Impagliazzo. I corridoi umanitari, l’integrazione a partire dalla scuola d’italiano, il contrasto della tratta. E così l’accoglienza diventa vera cittadinanza. 

Giacomo Galeazzi

lunedì 15 maggio 2017

“Imbrogliate, stuprate e vendute”. Tra le nigeriane vittime della tratta

La Stampa
Nel 2016 ne sono arrivate in Italia 11 mila: l’80% è finito sui marciapiedi. Il business dei trafficanti di sesso ha raggiunto i livelli record di 10 anni fa


Cisom ha 21 anni, ma minuta com’è sembra un’adolescente. Nella sua vita precedente abitava in un villaggio rurale dell’Imo State, a 300 chilometri dall’edificio dai muri color ocra e l’odore di disinfettante dove vive oggi a Benin City, sotto la protezione dell’agenzia governativa anti-tratta (Naptip).

«Studiavo in una scuola per parrucchiere, sognavo di aprire un negozio, ma in una famiglia di sei persone che tira avanti con il raccolto dei campi i soldi non bastano mai, così quando una vicina mi ha proposto di andare in Germania per guadagnare bene non ci ho pensato due volte, diceva che le avrei pagato i 30 mila euro del servizio una volta sistemata», racconta con un filo di voce, gli occhi bassi, le mani nervose che tormentano la maglietta bianca. La giovane psicologa che la assiste le tiene le spalle, lei continua guardandosi i piccoli piedi nudi: «Siamo state accompagnate a Benin City, c’era anche mia sorella. Poi siamo andate in Mali, ci hanno tolto i passaporti, ci hanno chiuso dentro una casa, piangevamo tutto il giorno». Cisom è una delle decine di ragazze che ogni settimana vengono adescate dai trafficanti e avviate alla prostituzione. Il business, tornato ai livelli record di dieci anni fa (ma più violento e affamato di minorenni), lievita senza sosta da mesi. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dei 37 mila nigeriani sbarcati in Italia nel 2016 (la nazionalità più numerosa) oltre 11 mila erano donne, l’80 per cento era destinato al marciapiede e quasi tutte venivano da Benin City.

Fa caldo nella capitale polverosa dell’Edo State, un milione e mezzo di anime disseminate in un groviglio di strade senza piano regolatore e senza memoria dell’antico Regno dove due famiglie su tre vivono con un centinaio di dollari al mese, quanto ricchi e stranieri pagano al ristorante. Julie Okah Donoi, braccia poderose sotto la polo con il numero di telefono “Naptip Hotline”, guida questa struttura che in 15 anni, operando sotto l’ombrello del ministero della Giustizia, ha recuperato 10 mila vittime e portato in tribunale 323 carnefici: «Lavoriamo con le intelligence dei Paesi vicini per intercettare le ragazze prima che partano per l’Europa, dalla Libia e dal Niger ne tornano indietro 120 a settimana. La strada è sempre la stessa, Benin, Kano, Zinder, Agadez, Gatrun, Sebha, Zuara e poi il mare. Con l’Italia abbiamo un accordo che funziona, negli ultimi 15 giorni sono state rimpatriate in 150. C’e anche una rotta che passa dal Mali, dove le ragazze vengono private dei passaporti, stuprate e vendute». Cisom e le altre restano sullo sfondo come i poster che tappezzano le pareti. Fuori da qui la città, che al calare del sole piomba nel buio, nasconde gli artigli, le capanne della paura dette «shrines» dove, tra feticci organici e riti voodoo, viene imprigionata l’anima delle ragazze per smerciarne meglio il corpo, i sottoscala per i documenti falsi, i locali per il sesso prêt-à-porter.

«Dicono di non sapere cosa significhi partire per l’Italia ma non è vero, lo sanno tutti, qualsiasi famiglia di Benin City ha o ha avuto almeno una persona nella tratta, magari ci si aspetta che sia meno peggio, che i clienti siano pochi e che sia facile trovarne uno disposto a trasformarsi in marito, ma il business è chiarissimo e paradossalmente il problema non è tanto finirne vittima quanto tornare a casa a mani vuote». La riflessione di Evon Idahosa è spietata. Bella, assertiva, questa avvocatessa che lavora al reinserimento delle ex prostitute attraverso l’ong Pathfinders Justice Initiative beve succo d’anguria e mostra i dati Onu: un giro d’affari annuo di oltre 228 milioni di dollari. «Siamo una società conservatrice ma il bisogno ridimensiona i valori e nei villaggi il biasimo morale pesa meno dell’ammirazione per le “madame” che si arricchiscono». Secondo Isoke Aikpitanyi, che ha raccontato la sua esperienza nel libro Le ragazze di Benin Citye dirige l’associazione delle vittime della tratta, ci sarebbero circa diecimila «madame» in Italia.

Beki, 30 anni, ammette di aver capito cosa l’aspettava una volta entrata in Libia. La permanenza nella «connecting house» di Tripoli, con le compagne messe incinta per far scattare la protezione extra, garantita alle mamme da molti Paesi europei, l’ha riportata in sé. «Mi sono consegnata alla polizia e sono stata rimpatriata», spiega emergendo dal cofano della grande automobile tipo Buick che sta aggiustando con una coetanea. Lavorano da Sandra, la titolare «dell’officina di recupero» finanziata dal governatore di Benin dove sono state reinserite un centinaio di ragazze.

«Abbiamo il dovere morale e la responsabilità legale di aiutare queste ragazze, dobbiamo unire le forze per creare un’alternativa che scoraggi chi vuole partire e favorisca il reintegro di chi torna», ha notato la presidente della Camera Laura Boldrini durante la visita a Benin City, tappa centrale del suo viaggio istituzionale in Nigeria. Cisom stringe la mano senza vigore, ha recuperato il corpo ma l’anima è ancora persa, rubata come le altre, come le ragazze di Benin City, come le studentesse di Chibok.

Francesca Paci - Inviata a Benin City (Nigeria)

mercoledì 1 febbraio 2017

India - Il premio Padma Shri. Nepal, 12mila ragazze schiave salvate da Koirala

Avvenire
Prima cittadina straniera a ricevere il prestigioso riconoscimento, la 67enne Anuradha Koirala è tra le personalità di cui il 25 gennaio, alla vigilia della Giornata dell’indipendenza nazionale, è stata annunciata la prossima consegna del Padma Shri, una delle principali onorificenze civili indiane. 

La significativa scelta è un riconoscimento all’opera umanitaria della Koirala. Un impegno diffuso ben oltre i confini del suo Paese, il Nepal. E portata avanti negli ultimi 27 anni da Maiti (Casa materna), l’organizzazione da lei creata con il fine di tutelare le giovani nepalesi a rischio a sfruttamento. All’interno del territorio nazionale e all’estero.

Anuradha Koirala, attivista  nepalese fondatrice e direttore di Maiti Nepal
Organizzazione non-profit nepalese, dedicata ad aiutare le vittime della tratta
Eppure pochi conoscono il nome di Koirala. Tutti la conoscono semplicemente come “dijju”, la sorella maggiore. Così lei si presenta e agisce nei confronti delle ragazzine a rischio tratta. Nel proprio sito, il premier indiano Nerendra Modi, nel descrivere le motivazioni del riconoscimento, ha spiegato come il coraggio di “dijju” abbia «salvato e recuperato 12mila vittime e impedito che altre 45mila fossero sfruttate».

Trasformando una fragile insegnante nel baluardo nella salvaguardia dei diritti e dell’onore delle proprie connazionali contro la tratta. Sicuramente, il prestigioso Padma Shri – che le verrà dato durante una cerimonia ufficiale a New Delhi a marzo o aprile – rappresenterà uno stimolo ulteriore per la fondatrice di Maiti. Il lavoro, purtroppo, non manca. Le condizioni del Nepal continuano a essere propizie per infiltrazioni di potenti organizzazioni criminali specializzate nello sfruttamento delle donne nella prostituzione, nella manifatture e nel lavoro domestico. Spesso, in Paesi confinanti come l’India o il Pakistan, ma anche più lontano. Come ha sottolineato la stessa Koirala alla notizia dell’assegnazione del riconoscimento, «la prima destinazione è l’India, ma negli ultimi anni si è assistito ad un aumento verso Cina, Africa e Paesi del Golfo». Il motivo che rende il mercato della prostituzione in India così florido, ha spiegato in un commento ripreso da AsiaNews, «è che non serve il visto per attraversare la frontiera tra i due Paesi. Inoltre le ragazze nepalesi hanno gli stessi tratti somatici delle indiane, perciò è difficile distinguerle». Un problema già tragicamente diffuso in Nepal.

E ulteriormente aggravato dalle condizioni successive al terremoto del 25 aprile 2015 che distrusse 600mila abitazioni, ne danneggiò quasi 200mila e provocò 9mila morti. Dando anche un colpo mortale all’economia di diverse regioni di un Paese dove la popolazione è già per un quarto sotto la linea della povertà. 

Come ricordato da Caritas italiana a un anno dall’inizio del suo impegno in Nepal, già prima del sisma i dati erano allarmanti, con «20-25 mila ragazzine e bambine impiegate nei lavori domestici, 7-8 mila donne e bambine trafficate localmente per lo sfruttamento sessuale, 10-15 mila donne e bambine nepalesi trafficate in India». La stessa Caritas ha confermato l’allarme di altre organizzazioni, tra cui Unicef e Human Rights Watch. 

Queste affermano come «dopo il terremoto la situazione della tratta è stata aggravata dalla perdita delle attività di sostentamento e dallo sgretolamento dei meccanismi di protezione sociale». I ritardi nella ricostruzione – sovente denunciati e legati più alla gestione locale che alla disponibilità di fondi garantiti dai donatori – allungano ulteriormente le ombre sul futuro di migliaia di donne nepalesi.

domenica 11 settembre 2016

Nigeria - Caritas di Abuja: la tratta delle donne si può vincere con un intervento globale

Avvenire
«C’è un’intrinseca relazione tra il traffico di esseri umani, la povertà e la mancanza di opportunità. Non possiamo pensare di combattere la tratta senza pensare allo sviluppo e alla solidarietà tra le nazioni». Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, è andato dritto al punto, introducendo la conferenza internazionale organizzata dall’organismo che rappresenta, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Sono 130 i partecipanti e gli esperti che si sono dati appuntamento da lunedì a oggi in un luogo altamente simbolico per discutere di questo tema: ovvero Abuja, capitale della Nigeria. Perché proprio da questo Paese, come ha ricordato il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, migliaia di giovani, soprattutto ragazze, lasciano il Paese con il sogno di una vita migliore e finiscono nelle reti dei trafficanti di esseri umani che le usano come schiave per il mercato del sesso a pagamento. «È incredibile che in questo nostro tempo, che definiamo moderno e civilizzato – ha esordito il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis – dobbiamo ancora parlare di schiavitù e traffico in un Continente come l’Africa, che ha come simbolo l’isola di Goré in Senegal, da cui milioni di africani sono stati deportati per diventare schiavi sino al 1848, quando la schiavitù fu abolita nei territori francesi».

Eppure solo i dati riguardanti la Nigeria sono impressionanti: sarebbero dalle 40 alle 45mila le vittime delle moderne schiavitù in atto nel Paese tra il 1990 e il 2005. E solo nel 2015, sono sbarcate sulle coste italiane 5.400 giovani donne nigeriane: tutte vittime di tratta e costrette a prostituirsi. Il 95 per cento proviene da Edo State.

«In Nigeria, le persone vittime della tratta – ha sottolineato Nkese Maria Udongwo di Caritas Nigeria – sono membri delle nostre comunità, delle nostre parrocchie e qualche volta delle nostre famiglie. Per questo, non è mai troppo presto per lavorare sulla prevenzione. Bisognerebbe cominciare già nella scuola primaria a mettere in guardia contro la tratta di persone e lo sfruttamento sessuale». Ma se in Nigeria, dentro e fuori il Paese, la piaga del traffico di esseri umani ha assunto dimensioni enormi negli ultimi decenni, il fenomeno ha una rilevanza che va ben oltre i confini di questo Paese e riguarda tutta l’Africa così come il mondo interno.

«Oggi, la “globalizzazione dell’indifferenza” – ha ricordato monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze sociali – ha creato nuove forme di schiavitù come la tratta di esseri umani, il lavoro forzato, la prostituzione e una pervasiva criminalità organizzata. Sono diffuse in tutto il mondo. Per papa Francesco sono crimini contro l’umanità e devono essere riconosciuti come tali».

Circa 21 milioni di persone, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, sono attualmente vittime di tratta e costrette in condizioni di schiavitù nel mondo, principalmente per lo sfruttamento sessuale (53%) e per il lavoro forzato (40%). Il 70 per cento sono donne e bambine. E nessuna nazione al mondo è esente da questo fenomeno in quanto Paese di origine, transito o destinazione. La situazione è ulteriormente peggiorata in questi ultimi anni, in seguito a guerre, situazioni di crisi o disastri ambientali, che hanno provocato un vero e proprio esodo, specialmente da regioni come il Medio Oriente, il Corno d’Africa o Paesi come Afghanistan e Pakistan.

«Nel 2015 – fanno notare gli organizzatori – sessanta milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, sfollati nel loro Paese o rifugiati all’estero. In Africa, in particolare, migliaia di adulti e bambini, costretti a fuggire da conflitti, povertà e persecuzione, diventano facilmente vittime dei trafficanti. Spinti da un disperato bisogno di sopravvivenza e dal desiderio di costruirsi una vita migliore, sono particolarmente esposti allo sfruttamento sessuale e lavorativo».

Ecco perché Caritas Internationalis – che è attivamente impegnata su questo fronte attraverso la rete Coatnet (Christian Organisations Against Trafficking in Human Beings) e che sta lavorando su alcuni progetti in Nigeria, Costa d’Avorio, Uganda, Zimbabwe, Mali e Senegal – ha organizzato questa conferenza, coinvolgendo le Caritas di tutta l’Africa, oltre a diversi organismi internazionali. Lo scopo principale è quello di promuovere e rafforzare «il dialogo e la cooperazione tra le principali parti interessate, come le organizzazioni religiose internazionali e le organizzazioni regionali, le forze dell’ordine e altre Ong, per condividere le pratiche in materia di cooperazione e individuare strategie comuni di prevenzione specialmente i quattro ambiti: la tratta di bambini, lo sfruttamento lavorativo e sessuale, la tratta nel settore marittimo e la tratta nelle situazioni di emergenza ». Esperienze non solo dalla Nigeria, ma anche da altri Paesi dell’Africa e dal resto del mondo, hanno permesso di mettere a fuoco le molte odiose facce delle nuove schiavitù. Dal Kenya – Paese fortemente interessato dal turismo sessuale, con gli italiani in testa – Jakob Christensen di Awareness Against Human Trafficking (Haart) ha messo in guardia contro la piaga del lavoro forzato che «spesso va di pari passo con lo sfruttamento sessuale. E questo – ha stigmatizzato – vale per il mondo intero».

«Il traffico di esseri umani – ha insistito Philip Jusu, del Dipartimento per gli Affari sociali dell’Unione Africana – è un commercio spietato e mortifero. Pertanto, i trafficanti vanno perseguiti con vigore. Bisogna smantellate le loro reti attraverso la forza delle leggi e delle convenzioni internazionali. Il traffico di esseri umani è un crimine transnazionale e richiede una risposta organizzata a livello transnazionale. Combattere questo flagello dei nostri tempi deve essere una responsabilità condivisa»

lunedì 25 luglio 2016

Tunisia - Il Parlamento approva la legge contro la tratta degli esseri umani

ANSAmed
Tunisi - La Tunisia ha approvato la legge contro la tratta di esseri umani: dopo un lunghissimo lavoro di gestazione il Parlamento ha passato il disegno di legge 29/2015 con 127 voti a favore. Si tratta di una legge che "protegge i diritti dell'Uomo e la sua dignità", ha dichiarato subito dopo il voto il ministro della Giustizia tunisino, Omar Mansour, mettendo in risalto la preoccupazione per la Tunisia di applicare le leggi e le convenzioni internazionali ratificate in materia di rispetto e difesa dei diritti umani.

La legge contiene anche una parte di articoli che puniscono severamente chi si rende responsabile dei reati di tratta e sfruttamento delle persone, che prevedono fino a 10 anni di reclusione e 50 mila euro di multa.

Particolarmente soddisfatta dell'adozione della legge è l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), che in un comunicato rende noto come essa rappresenti una tappa fondamentale per la Tunisia, il termine di un processo politico e societario importante che si colloca nella tradizione umanista e antischiavista del Paese (primo al mondo ad aver abolito la schiavitù nel 1846), che rinvia alle conquiste della Costituzione del 2014.

La legge in questione si compone di 66 articoli, risponde alle esigenze degli standards internazionali sottoscritti dalla Tunisia, in particolare il protocollo di Palermo sul traffico di esseri umani nel 2003.

domenica 8 febbraio 2015

Nuovi schiavi - Missionario Pime: Tratta di esseri umani, piaga della Thailandia finanziata dall'Occidente

AsiaNews
P. Adriano Pelosin racconta l’opera della Chiesa, una “realtà piccola” che ha saputo portare alla luce “problemi nascosti”. Cambia il fenomeno della prostituzione, che ora coinvolge ragazze straniere, laotiane e birmane. La storia di Rose, schiava del sesso per i debiti del padre. Dalle scuole cattoliche iniziative di sensibilizzazione che raggiungono anche non cristiani.
Bangkok - La Chiesa cattolica thai è una "realtà piccola, i fedeli sono lo 0,5% su un totale di oltre 67 milioni di abitanti, ma sotto certi aspetti vale più del 50% perché ha saputo creare una coscienza critica, ponendo al centro dell'attenzione problemi a lungo nascosti". Fra questi vi sono anche lo sfruttamento dei lavoratori, il mercato della prostituzione e la tratta di esseri umani, queste forme moderne di schiavitù "attorno alle quali ha fatto nascere un dibattito critico e posto principi etici rigorosi". È quanto racconta ad AsiaNews p. Adriano Pelosin, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), da 36 anni in Thailandia. Egli ha speso la propria missione nelle baraccopoli della periferia di Bangkok, salvando bambini dalle violenze sessuali, tenendoli lontani dai trafficanti e dalla criminalità organizzata. Dal maggio 2013 l'arcivescovo di Bangkok (e neo cardinale) mons. Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, gli ha affidato la cura della parrocchia di San Marco a Pathumthani.

In preparazione alla prima Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone, che la Chiesa celebra il prossimo 8 febbraio, AsiaNews raccoglie e presenta una serie di testimonianze sulla migrazione e la tratta di esseri umani in Asia. Un fenomeno che interessa da vicino la Thailandia, crocevia del traffico di esseri umani e (ancora oggi) uno dei centri più fiorenti per quanto concerne il mercato della prostituzione. Un fenomeno che, nell'ultimo periodo, appare mutato sotto alcuni aspetti.

Racconta p. Pelosin: "La Chiesa thai si sta muovendo e tanto ha fatto attraverso le congregazioni religiose femminile, in particolare le Orsoline, che hanno lavorato molto in questo settore, puntando soprattutto sulla sensibilizzazione della gente". In tutte le diocesi e parrocchie, aggiunge, vi sono "gruppi di donne cattoliche che denunciano il problema" della tratta, della schiavitù sessuale, coinvolgendo "le donne e i bambini, i soggetti più a rischio". Un'opera, conferma il missionario Pime, che ha portato "ad una maggiore presa di coscienza, almeno fra le donne thai, della loro dignità, del loro valore".

Oggi, infatti, a fronte di un mercato della prostituzione che dilaga in molte parti del Paese, concentrandosi nella capitale Bangkok e nei luoghi turistici più rinomati come Pattaya, nel sud, sembrano essere cambiate le dinamiche e le vittime degli sfruttatori. Grazie all'opera di sensibilizzazione, riferisce p. Pelosin, vi sono sempre meno giovani thai che si prostituiscono; oggi la maggior parte delle schiave del sesso "sono laotiane, birmane, cinesi, altre provenienti dagli ex Stati satellite dell'Unione Sovietica".

Gli sfruttatori, invece, sono sempre gli stessi: "Non thailandesi, ma europei e occidentali senza scrupoli" racconta il missionario, il quale sottolinea che tratta, schiavitù, sfruttamento non sono solo problemi dell'Asia. L'Occidente è coinvolto, spiega, "nel senso che da lì arriva la richiesta di prostitute, molte delle agenzie che trafficano sono gestite da occidentali, dunque non si può dire che sia un fenomeno thai, dell'Oriente. È un commercio creato da occidentali, giapponesi, cinesi e ora moltissimi russi, nuovi proprietari di locali, karaoke, centri massaggi. Il mondo occidentale in certi casi è incapace di vedere e riconoscere la dignità delle persone, di tutte; ma soprattutto delle donne. E non esporta solo diritti, ma anche sfruttamento".

Fra le tante, p. Pelosin ricorda la storia di Rose (nome fittizio, per tutelarne la privacy), che a 22 anni è stata venduta dal padre a un bordello della capitale, dove la giovane ha dovuto prostituirsi per cinque anni. L'uomo ritirava ogni mese una percentuale (5mila bath) sui compensi della figlia, già madre di un bimbo piccolo, per saldare debiti pregressi. "Le ragazze si sentono responsabili verso la famiglia, nei confronti del padre - spiega il missionario - e subiscono, certo non volentieri, ma lo fanno e con un certo grado di condiscendenza". Grazie all'impegno del sacerdote e della Chiesa la ragazza, finita in un secondo momento in un giro di droga nel sud, è riuscita a sfuggire agli aguzzini e a ricostruirsi una vita assieme a un uomo. "Si è sposata e ha avuto un altro figlio, il terzo, dopo aver abbandonato il secondo quando era ancora invischiata nel mondo della droga e della prostituzione. Il piccolo è stato accolto da una famiglia cattolica della zona".

"Queste storie accadevano molti anni fa - riferisce p. Pelosin - con le ragazze thai, ma l'opera di sensibilizzazione della Chiesa ha determinato una drastica riduzione del fenomeno. 
Purtroppo, però, ora succede con giovani laotiane trafficate illegalmente nel Paese". Grazie a gruppi di religiosi e religiose cattolici le istituzioni ora sono "più responsabili e accorte", anche se Bangkok "resta sempre un centro per la tratta di donne e bambini cui si è aggiunto, nell'ultimo periodo, anche il traffico clandestino di organi rivenduti per denaro". 

L'impegno profuso dai cattolici nelle ultime settimane ha permesso di far conoscere la Giornata contro la tratta delle persone dell'8 febbraio anche al di fuori dell'ambito cristiano. "Le scuole gestite da suore - conclude il missionario - sono frequentate da oltre 100mila studenti, molti dei quali non cattolici; l'opera di sensibilizzazione ha toccato le coscienze, ora i giovani sanno che esiste un problema che si è cercato di nascondere per troppo tempo. Invece la Chiesa esorta a riconoscere e affrontare i problemi, non a nasconderli".

venerdì 18 ottobre 2013

Messico: 20 mila bambini vittima della tratta, i piccoli migranti ad alto rischio

Atlas
Oggi si tiene la VII Giornata Europea contro la Tratta di Esseri Umani e Soleterre, organizzazione umanitaria impegnata nel garantire il rispetto dei diritti umani, la celebra con la pubblicazione del rapporto “Il cammino della paura – I diritti violati dei migranti e dei loro difensori in Messico”.
Quello della tratta degli esseri umani in Messico è un business che frutta alla criminalità organizzata svariati miliardi di dollari. Le principali vittime sono i migranti irregolari e i minori, diretti verso gli Stati Uniti in cerca di una vita migliore.
Secondo i dati del governo messicano, sono circa 20 mila i i bambini, bambine e adolescenti vittime della tratta nel paese, dove operano almeno 47 bande specializzate nella tratta di persone a fine di sfruttamento sessuale e lavorativo.

I bambini vengono impiegati come operatori sessuali, nel traffico di droga e armi o come “polleritos”, per reclutare altri bambini.

Il Customs and Border Protection statunitense segnala che nel 2008 i fermi di bambini non accompagnati erano meno di 10 mila, mentre nel 2012 la cifra è salita a 25 mila: in pochissimo tempo sono più che raddoppiati i bambini più esposti alla tratta. Di questi, più di 10 mila provengono da Guatemala,Honduras e El Salvador.

Da maggio Soleterre ha avviato la campagna Sin Nombre, per sensibilizzare l’Italia e l’Europa sulle violazioni dei diritti dei migranti e dei loro difensori in Messico.

Soleterre denuncia come le come le politiche migratorie statunitensi e messicane e la massiccia presenza della criminalità organizzata che gestisce la tratta e il traffico di essere umani portino ad una massiccia violazione dei diritti umani dei migranti, in particolare donne e bambini.

di Luca Pistone.

sabato 6 luglio 2013

Immigrazione: gli obbrobri dei Cie, trattenute donne vittime di tratta senza alcuna protezione

L'Unità
Negli ultimi mesi sono stati pubblicati due rapporti che affrontano il tema dei centri di identificazione ed espulsione in Italia: Arcipelago Cie (realizzato da Medici per i diritti umani) e Costi disumani (dell’associazione Lunaria). 

Il primo è il frutto di una ricerca condotta su 11 dei 13 Cie italiani ed evidenzia alcune delle criticità come, per esempio, l’alta presenza di persone provenienti dal carcere mai identificate durante la detenzione; l’assenza degli spazi ricreativi; la difficoltà per le Asl ad accedere ai centri e, per rimanere in ambito sanitario, l’ampio uso di psicofarmaci non sempre prescritti da personale specializzato. Non solo. 

È stata segnalata l’assenza di strutture specifiche in grado di cogliere situazioni di vulnerabilità, come per esempio casi di donne vittime di tratta. È indicativa la vicenda di una giovane, rapita nel proprio Paese d’origine da un connazionale e costretta a prostituirsi in Italia. Dopo anni di soprusi trova la forza di denunciare il suo «protettore» rivolgendosi al posto di polizia di un piccolo paese del Sud. Da qui il trasferimento al Cie è stato immediato come se, alla sua condizione di donna vittima, prevalesse quella di persona priva di documenti. Fortunatamente in questo posto è venuta in contatto con gli operatori di una cooperativa sociale che, lì, svolgono un’attività di assistenza legale e psicologica a donne coinvolte nella tratta. Con il loro sostegno, tra qualche giorno, intraprenderà il percorso del rimpatrio volontario assistito, ossia un programma che permette di ritornare in modo consapevole, e in condizioni di sicurezza, nel proprio Paese. Ma perché per questa giovane donna non è stato previsto da subito l’ingresso in un centro specializzato? Il funzionario di polizia che ha raccolto la denuncia ha detto di non sapere che per tali casi è prevista una procedura di supporto e protezione delle donne che hanno subito violenza. Ci auguriamo che una simile lacuna sia subito colmata. La vicenda qui riportata è in linea con quanto emerge anche dal Rapporto di Lunaria. Ossia che, nella maggior parte dei casi, la persona priva di documenti viene immediatamente trattenuta ai fini dell’identificazione e, poi, dell’espulsione, senza che però siano mai prese in considerazione delle forme alternative alla reclusione. È stata inoltre dimostrata, in entrambi i testi, l’inefficacia del trattenimento rispetto al suo scopo poiché appena il 46% delle persone trattenute viene, poi, rimpatriata. E i costi di questo periodo sono molto alti, come ben documentato da Lunaria. 

La chiusura dei Cie sarebbe cosa buona e giusta ma, comunque, rimane il fatto che per «contrastare l’immigrazione irregolare» è necessario approvare delle riforme che facilitino l’ingresso e il soggiorno regolare dei migranti in Italia. Ecco perché i Radicali in questi mesi hanno promosso una raccolta firme per proporre due referendum abrogativi, uno della legge Bossi-Fini e l’altro del pacchetto sicurezza Maroni, le principali cause dell’irregolarità.

di Luigi Manconi, Valentina Brinis, Valentina Calderone