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mercoledì 15 agosto 2018

Cina. Un milione di musulmani Uighuri detenuti in campi segreti

Il Faro Sul Mondo
Si stima che più di un milione di musulmani Uighuri siano detenuti in "centri anti-estremismo" nell'estremo ovest della Cina, ha dichiarato Gay McDougall, vicepresidente del comitato anti-discriminazione delle Nazioni Unite, citando rapporti attendibili. 


Gay McDougall ha fatto questi commenti venerdì a Ginevra, mentre il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale ha iniziato a rivedere l'operato della Cina negli ultimi anni.

I membri erano "profondamente preoccupati" per le detenute segnalate di etnia Uighura e altre minoranze musulmane, che hanno "trasformato la regione autonoma Uighura dello Xinjiang in qualcosa che assomiglia a un enorme campo di internamento avvolto nella segretezza - una sorta di "zona senza diritti", ha dichiarato McDougall all'inizio dell'udienza di due giorni. Altri due milioni sono stati costretti nei cosiddetti campi di rieducazione all'indottrinamento politico e culturale.

La Cina sostiene che nello Xinjiang c'è una seria minaccia da parte di ribelli e separatisti che complottano gli attacchi e scatenano tensioni tra la minoranza Uighuri per lo più musulmana, che chiama la regione e la maggioranza cinese etnica Han. 

Venerdì scorso, Yu Jianhua, ambasciatore cinese presso l'Onu a Ginevra, ha annunciato che sta lavorando per l'uguaglianza e la solidarietà tra tutti i gruppi etnici. Il leader della delegazione cinese ha anche sottolineato il progresso economico e l'aumento degli standard di vita, tra le altre cose. Nelle sue osservazioni, McDougall ha sottolineato che la maggior parte di queste persone non è mai stata correttamente accusata di un crimine o processata in tribunale.

Mentre McDougall non citava le sue fonti, il numero di persone costrette alla detenzione e alla rieducazione corrispondeva a un rapporto che la Rete dei difensori dei diritti umani cinesi presentava al comitato. Altri gruppi hanno dato cifre molto più basse. 

Human Rights Watch ha riferito che ci sono "almeno decine di migliaia" nei centri di educazione politica. Amnesty International ha scritto che "almeno una decina di migliaia, con alcune fonti che affermano che centinaia di migliaia" di Uighuri sono stati arrestati e internati.

McDougall ha affermato che membri della comunità Uighura e altri musulmani vengono trattati come "nemici dello Stato" esclusivamente sulla base della loro identità etno-religiosa. 

Più di cento studenti Uighuri ritornati in Cina da Paesi come l'Egitto e la Turchia sono stati detenuti e alcuni sono morti durante la custodia. 

Il funzionario Onu ha anche citato dei rapporti che suggeriscono che le autorità cinesi perseguitano le persone per aver usato saluti musulmani, possedere cibo halal o per aver barbe o velo lunghi. 

Inoltre, ha sottolineato i rapporti di sorveglianza di massa e l'ampia collezione di campioni di Dna e scansioni dell'iride nello Xinjiang. Fatima-Binta Dah, membro del panel, ha fatto riferimento alla "detenzione arbitraria e di massa di quasi un milione di Uighuri", chiedendo alla delegazione cinese "qual è il livello di libertà religiosa ora disponibile per gli Uighuri in Cina, quale protezione legale esiste per loro la loro religione?".

Giovanni Sorbello

lunedì 13 luglio 2015

Thailandia - Condannato il respingimento di Uighuri verso la repressione in Cina

MISNA
Forte la pressione internazionale sul governo militare di Bangkok nel fine settimana dopo l'espulsione verso la Cina di un centinaio di Uighuri che potrebbero andare incontro a severe sanzioni e anche a condanne per attività indipendentiste o terrorismo secondo le leggi cinesi.

Cina scontri tra Uighuri e polizia in Cina
Se la comunità internazionale ha infatti accolto con favore la precedente partenza verso l'asilo turco di 147 Uighuri, donne e bambini in maggioranza, l'imbarco l'8 luglio su un aereo cinese di 85 uomini e 24 donne, e in parte membri di famiglie separate d'autorità in Thailandia, che hanno viaggiato incappucciati dalla città meridionale thailandese di Songkhla, accompagnati da un ingente forza di polizia e mostrati dalla tv cinese costretti a sbarcare dall'aereo all'arrivo in una località ignota, non è caduto nel vuoto e la reazione è stata dura e diffusa. 

Pressoché unanimemente negativa da parte delle diplomazie, dell'Onu e delle organizzazioni per i diritti umani e umanitarie, con un unico tentativo di giustificazione del comportamento di Bangkok da parte cinese.

Pechino ha infatti indicato la sua riconoscenza verso il rimpatrio di elementi che considera pericolosi per la propria sicurezza ma che indica anche come parte di una diaspora di potenziali combattenti uighuri dalla provincia dello Xinjiang verso le regioni in mano all'Isis, con transito in Turchia. Uno scenario che viene considerato improbabile, certamente assai meno di quello documentato di repressione delle istanze autonomiste, delle tradizioni culturali e religiose degli Uighuri musulmani.

Per molti, anche all'interno per quanto consentito dalla censura, un segnale non solo di incertezza della diplomazia thailandese, che deve rispondere insieme alle decisioni del regime militare, ai tentennamenti di un governo formalmente civile ma sotto controllo delle forze armate, di un contesto internazionale che chiede con sempre maggiore decisione a Bangkok di rispettare non solo le proprie leggi ma anche trattati e convenzioni internazionali su un numero crescente di questioni.

Evidenzia anche i crescenti rapporti con la Repubblica popolare cinese, per nulla critica della situazione thailandese dopo il secondo colpo di stato in nove anni, il 22 maggio 2014, e con una restaurazione in corso a favore delle élite tradizionale e di gruppi di potere economico, entrambi tutelati dai militari, che rischiano di negare al paese evoluzione democratica, economica e culturale.

Il confronto – che ha incluso pesanti apprezzamenti rivolti agli Uighuri dal capo del governo, inaccettabili sul piano umanitario e diplomatico – con i boat-people di etnia Rohingya in fuga dal Myanmar protagonisti di un recente crisi umanitaria che ha coinvolto anche la Thailandia, va considerato su piani diversi. Lo stesso piano quanto a urgenza di assistenza e trattamento in vista di una ricollocazione. Diverso, perché assai più dannoso per l'immagine del paese, quello dell'espulsione. considerando che gli Uighuri usano il Paese del sorriso solo come area di transito in viaggio verso la Turchia.

Ankara ha un programma di accoglienza e ospita – come peraltro diversi paesi occidentali – comunità di esuli uighuri. Il respingimento verso la Cina, immotivato sul piano delle necessità interne, sembra andare in una sola direzione: quella di aderire a pressioni cinesi in cambio di accordi commerciali, investimenti e appoggio sul piano diplomatico in una situazione di crescente isolamento.

[CO]

martedì 17 giugno 2014

Cina: 13 separatisti uighuri sono stati giustiziati per coinvolgimento in attacchi terroristici

Agi
Tredici separatisti uighuri sono stati giustiziati nella regione nord-occidentale cinese dello Xinjiang per coinvolgimento "in attacchi terroristici e crimini violenti". 

Lo riferisce l'agenzia di stato cinese Xinhua. Il rapporto sulle esecuzioni capitali diramato dalla capitale Urumqi non fornisce ulteriore dettagli, ma cita sette episodi di violenze nella turbolenta regione a maggioranza musulmana in cui i 13 sarebbero stati coinvolti. 

Poche ore prima altre tre persone erano state condannate a morte da un tribunale della Cina occidentale per il loro coinvolgimento nell'attentato di piazza Tienanmen del 28 ottobre scorso, quando un suv con a bordo tre persone di etnia uighura, secondo i riscontri di polizia, si era schiantato contro le transenne della piazza ed era andato a fuoco dopo avere travolto quaranta persone, due delle quali erano rimaste uccise. A perdere la vita nell'attentato anche le tre persone a bordo del suv.

Oltre alle tre condanne a morte, un'altra persona è stata condannata all'ergastolo, e altre quattro dovranno scontare pene dai cinque a venti anni di carcere, ha reso noto oggi l'emittente televisiva statale Cctv in un post apparso sul suo account di micro blogging. 

Le condanne rientrano nella campagna anti-terrorismo lanciata nelle scorse settimane a livello nazionale, dopo l'attacco al mercato all'aperto di Urumqi, in cui sono morte 43 persone e altre 90 erano rimaste ferite. L'attacco di Urumqi è stato l'ultimo di una serie di attentati avvenuti in varie parti del Paese negli ultimi mesi attribuiti ai gruppi separatisti uighuri, che chiedono l'indipendenza dello Xinjiang da Pechino.

venerdì 28 febbraio 2014

Cina, docente uighuro accusato di "incitare al separatismo"

AsiaNews
Il governo cinese ha formalizzato le accuse contro Ilham Tohti, professore di economia di etnia uighura e famoso attivista per i diritti delle minoranze che vivono in Cina, arrestato in gennaio. Sconosciuto il luogo della sua detenzione. Gruppi per i diritti umani chiedono alla comunità internazionale di intervenire.
Pechino - A più di un mese dal suo arresto, le autorità cinesi hanno formalizzato le accuse contro Ilham Tohti, professore di economia di etnia uighura e famoso attivista per i diritti delle minoranze che vivono in Cina. La moglie Guzaili Nu'er conferma che l'accademico è stato accusato di "incitare al separatismo" e sottolinea che al momento "non è possibile sapere" dove suo marito sia tenuto prigioniero. Gruppi uighuri all'estero hanno condannato la decisione e chiesto un intervento della comunità internazionale per la liberazione di Tohti.

Tohti, 45 anni, è stato fermato il 15 gennaio 2014. L'accademico è famoso per i suoi interventi pubblici a favore della questione uighura. Questa etnia vive nella regione autonoma settentrionale dello Xinjiang, è di lingua turca e fede musulmana, e lamenta una forte repressione linguistica, culturale e religiosa da parte del governo centrale cinese. Nel corso degli anni sono stati numerosissimi gli scontri violenti fra le due parti: Pechino sostiene che nell'area vivano estremisti islamici e indipendentisti, mentre gli attivisti locali puntano il dito contro le tensioni etniche provocate dal controllo cinese e dalle politiche "razziste" messe in atto dal governo centrale.

Dilshat Rexit, portavoce del Congresso mondiale degli uighuri guidato dalla nota dissidente Rebiya Kadeer, dice: "Le accuse di separatismo mosse dalla Cina sono una mera scusa per nascondere la volontà di sopprimere chiunque abbia un'opinione politica diversa da quella del governo. Chiediamo alla comunità internazionale di mettere sotto controllo Pechino e fare in modo che liberi questo docente uighuro". All'epoca del suo arresto, sia gli Stati Uniti che l'Unione europea hanno condannato il governo cinese.

Diversi attivisti per i diritti umani sostengono che alla base di questo arresto ci siano gli articoli scritti da Tohti per contestare le accuse mosse contro la minoranza uighura dopo l'attentato a piazza Tiananmen dell'ottobre 2013: "Anche in altre occasioni siamo stati indicati come gli autori di gravi fatti, salvo poi scoprire che non c'entravamo nulla". In un post pubblicato sul proprio account il giorno dell'arresto, il professore ha scritto: "Gli uighuri sono divenuti degli estranei nello sviluppo della propria madrepatria. È da qui che nasce la rabbia della gente: gli uighuri hanno bisogno di un posto dove poter esprimere le proprie ambizioni e proteggere i propri diritti".

mercoledì 14 agosto 2013

CINA - Xinjiang, uighuri condannati a morte per “terrorismo”

Asia News
Una Corte provinciale ha emesso la sentenza contro Musa Hesen e Rehman Hupur, coinvolti negli scontri di aprile a Kashgar, dove morirono 21 persone. Per i giudici sono colpevoli anche di aver fondato un un gruppo “che ha portato avanti per anni attività religiose illegale con lo scopo di promuovere l’estremismo”. La popolazione li difende.


Urumqi - Il governo della provincia settentrionale del Xinjiang ha condannato questa mattina alla pena capitale due membri dell'etnia uighura arrestati dopI gli scontri di aprile nella prefettura di Kashgar, nel corso dei quali morirono 21 persone. i giudici hanno riconosciuto Musa Hesen e Rehman Hupur colpevoli di "terrorismo" e di "omicidio volontario". Musa, inoltre, è stato accusato di aver fondato un gruppo "che ha portato avanti per anni attività religiose illegale con lo scopo di promuovere l'estremismo".

La provincia è una delle più turbolente di tutta la Cina: qui vive l'etnia uighura, turcofona e di religione islamica, che ha sempre cercato di ottenere l'indipendenza da Pechino. Il governo centrale, da parte sua, ha inviato nella zona centinaia di migliaia di cinesi di etnia han per cercare di renderli l'etnia dominante. Inoltre impone serie restrizioni alla libertà religiosa, alla pratica musulmana, all'insegnamento della lingua e della cultura locale.

Dal 2009 è in atto un regime speciale di controllo da parte della polizia e dell'esercito cinese, imposto da Pechino dopo gli scontri nei quali quasi 200 persone persero la vita. In seguito a quelle violenze sono state inflitte centinaia di condanne a pene detentive e decine di condanne a morte. Le autorità cinesi ritengono che i responsabili delle violenze siano estremisti musulmani, ma gli esuli sostengono che Pechino "esagera" la minaccia del terrorismo islamico per giustificare la repressione contro la popolazione uighura. Anche le ultime violenze (in ordine di tempo) sono state riportate in maniera diversa.

Secondo la polizia, gli scontri sono nati dopo un'indagine compiuta nella casa di uno dei condannati che "nascondeva esplosivi utili per fare 10 bombe". I presunti terroristi avrebbero rapito gli agenti con l'inganno, dando poi fuoco alla casa per farli morire all'interno. La popolazione sostiene invece che le violenze sono nate dopo l'imposizione da parte dei funzionari di pubblica sicurezza di "tagliare la barba agli uomini e levare il velo alle donne" della cittadina di Selibuya.