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lunedì 6 giugno 2022

Cina, nuove prove di violenze e torture contro la minoranza musulmana degli Uiguri

Blitz
Nello Xinjiang, Cina, sono emersi documenti e migliaia di fotografie di uiguri e altre minoranze turche nelle carceri dove sono segregati, dati hackerati dai server dei computer della polizia.


I dossier della polizia dello Xinjiang, come vengono chiamati, sono stati trasmessi alla BBC all’inizio del 2022. Dopo un impegno durato mesi per indagare e autenticare le persone, le foto offrono significative informazioni sull’internamento degli uiguri della regione e di altre minoranze turche.

La cache rivela, con dettagli senza precedenti, l’uso da parte della Cina dei campi di “rieducazione” e delle prigioni come due sistemi separati ma correlati di detenzione di massa per gli uiguri e mette seriamente in discussione la versione pubblica cinese su entrambi.


L’affermazione del governo secondo cui i campi di rieducazione costruiti in tutto lo Xinjiang dal 2017 non sono altro che “scuole” è contraddetta dalle istruzioni interne della polizia, dai turni di guardia e dalle immagini inedite dei detenuti.

L’uso diffuso di accuse di terrorismo, in base alle quali molte altre migliaia di persone sono state rinchiuse nei penitenziari, viene mascherato come pretesto per un metodo parallelo di internamento, con prospetti scritti della polizia pieni di sentenze arbitrarie e drastiche.

I documenti forniscono alcune delle prove fino a oggi più evidenti di una politica che prende di mira qualsiasi espressione di identità, cultura o fede islamica uigura e di una catena di comando che arriva fino al leader cinese, Xi Jinping.
[...]
Le immagini mostrano una politica progettata per prendere di mira deliberatamente le famiglie uigure per la loro identità e cultura e – come ha detto la Cina – per “spezzare le loro radici, il loro lignaggio, le loro connessioni, le loro origini”

Caterina Galloni

martedì 28 luglio 2020

Cina. Centinaia di migliaia della minoranza musulmana Uiguri nei campi-prigione per essere "rieducati"

Notizie Geopolitiche
In Cina, nella regione ricchissima di petrolio e gas dello Xjiang vivono più di 10 milioni di uiguri. Parlano un dialetto turco e i loro tratti somatici ricordano molto i popoli dell’Asia centrale. Di loro si parla solitamente poco, li si nomina solo per ricordare le centinaia di migliaia di uiguri e di altre minoranze musulmane detenuti nei campi di “rieducazione” cinesi. 

Centri che il governo centrale definisce siti per favorire l’apprendimento di utili capacità di carriera, ma sono molti quelli usciti da questi centri che parlano di prigionia e di luoghi dove viene fatto una sorta di lavaggio del cervello di massa e inculcata l’obbedienza al partito comunista. 

Dal 2001 in Cina è in atto una forma di repressione nei confronti dei movimenti indipendentisti e separatisti, i cui inizi risalgono alla prima metà del Novecento. Col tempo la minoranza musulmana che vive in Cina è stata vittima di forme di repressione sempre maggiori da parte delle autorità. Nel 2009 nello Xinjiang, per fermare una manifestazione di uiguri, morirono centinaia di persone.

C. Alessandro Mauceri

martedì 21 luglio 2020

Borrell e Parlamento UE condannano la Cina: Violazioni dei diritti umani a Hong Kong e sugli Uiguri inibizione della fecondità

EU News
Sotto accusa la legge sulla sicurezza nell’ex colonia e l’inibizione della fecondità del popolo dello Xinjiang
L’alto rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell esprime “preoccupazione” in merito all’adozione della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong da parte dell’Assemblea nazionale cinese. Mentre dal Parlamento europeo giunge una forte denuncia dei comportamenti di Pechino nei confronti del popolo uiguro.
Gli uiguri, minoranza musulmana della regione della Xinjiang della Cina
La legge varata da Pechino secondo l’alto rappresentante non offrirebbe invece rassicurazioni sulla conformità alla legge fondamentale e gli impegni internazionali assunti dalla Cina. Tra essi, garantire ai cittadini di Hong Kong la piena tutela dei diritti e delle libertà di cui godono “di espressione, stampa, associazione, corteo e manifestazione”. Non da ultimo, “continuare ad applicare le disposizioni del Patto internazionale sui diritti civili e politici” (ICCPR) recepite dall’ordinamento nazionale.
[...]
Contro Pechino anche il Parlamento europeo, da cui arriva oggi la denuncia di un’altra azione della Cina ai danni della minoranza uigura. Gli eurodeputati Reinhard Bütikofer (Verdi) e Evelyn Gebhardt (PSE), presidente e vice-presidente della delegazione del PE per i rapporti con la Repubblica popolare cinese, denunciano in una nota congiunta la campagna del Partito comunista volta a “sopprimere il tasso di fecondità degli uiguri nella regione dello Xinjiang”. Si parla di “sterilizzazioni e aborti coatti” nonché di severe sanzioni per chi viola il controllo delle nascite. Per i deputati si rafforza pertanto l”ipotesi che si stia assistendo “all’attuazione di un genocidio”.

Una risoluzione del Parlamento europeo dello scorso dicembre aveva già condannato la detenzione di massa della popolazione uigura nei “campi di rieducazione” politica nello stesso Xinjiang. Resta pertanto alta l’allerta e “l’esigenza di un’indagine indipendente, nonché di sanzioni per violazione dei diritti umani”.

“Riconosciamo l’urgenza della situazione e invitiamo la Commissione europea, l’alto rappresentante e gli Stati membri a condannare univocamente questa pratica e ad agire in modo tempestivo per trovare una risposta adeguata”, recita ancora la nota degli eurodeputati.

martedì 26 novembre 2019

Cina, la verità dalla fuga di documenti. Come funzionano i “lager” per gli uiguri musulmani

Open
I documenti ottenuti dall’International Consortium of Investigative Journalism rivelano un sistema di prigionia di massa


Un lavaggio del cervello sistematico per milioni di uigiri musulmani detenuti in Cina nella regione dello Xinjiang. È quanto rivelano i documenti ufficiali delle autorità cinesi di cui è entrato in possesso l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), a cui appartengono anche la Bbc e il The Guardian.

I documenti classificati sono arrivati all’ICIJ attraverso una catena di uiguri esiliati. Il governo cinese sostiene però da tempo che i campi dello Xinjiang offrano istruzione e formazione volontaria contro l’estremismo alla minoranza uigura. Dai documenti trapelati, ribattezzati China Cables, emerge invece come Pechino abbia dato istruzioni precise su come gestire questi posti: cioè prigioni di massima sicurezza, con una rigida disciplina, punizioni e divieto di fuga, dove la vita dei detenuti viene monitorata continuamente.

Negli ultimi due anni attraverso descrizioni, testimonianze di ex detenuti, e immagini satellitari è emerso un sistema di campi gestiti dal governo nello Xinjiang abbastanza grande da contenere un milione o più di persone. Ultima in ordine di tempo è la rivelazione fatta dal New York Times che attraverso documenti classificati ha svelato gli ordini impartiti dal presidente cinese Xi Jinping in merito alla repressione degli uiguri: “Nessuna pietà”.ù

lunedì 8 luglio 2019

Cina - Centinaia di bambini di etnia uigura (minoranza musulmana) tolti ai genitori e "rieducati".

Gazzetta del Mezzogiorno
Oltre 400 bambini di etnia uigura, in una sola città dello Xinjiang, sono stati separati da uno o da entrambi i genitori, finiti in carcere o internati in strutture di rieducazione: contro le piaghe "del terrorismo e dell'estremismo" soprattutto religioso, come rivendica Pechino, neanche loro sfuggono al processo di "mandarinizzazione" che va avanti spedito nella regione del nordovest della Cina, caratterizzata dalla forte minoranza musulmana turcofona.


Se sono centinaia di migliaia, se non più di un milione secondo alcuni rapporti rimbalzati all'Onu, gli adulti rinchiusi nei centri di detenzione, il passaggio aggiuntivo è la campagna che passa per scuole e dormitori dedicati alle nuove generazioni. 

Da un'inchiesta della Bbc, ad esempio, è emerso che uno delle decine di uiguri intervistati e residenti in Turchia, Abdurahman Tothi, ha raccontato di non avere più notizie dei suoi figli da tre anni, dopo il loro viaggio con la madre nello Xinjiang per una visita ai nonni.

L'uomo ha spiegato di aver trovato un video online di un bambino che è sicuro essere suo figlio, Abdulaziz, che parla in mandarino e non in uiguro, la sua lingua madre. "Il loro obiettivo - è stata la sua amara spiegazione - è di farne degli han cinesi, portandogli via la loro vera identità".

I bambini sono destinati, secondo la ricostruzione della tv britannica, a scuole con enormi dormitori, sorte negli ultimi anni con i centri "di addestramento vocazionale" destinati agli adulti che, dopo aver commesso reati, puntano al reinserimento sociale. 

Su 60 interviste, genitori o parenti hanno raccontato nei dettagli la scomparsa di oltre 100 bambini. Una fonte diplomatica che ha visitato la regione ha rimarcato le "evidenze di primarie e sistematiche violazioni dei diritti umani" in una strategia che non ammette "soluzioni alternative" al modello han, l'etnia maggioritaria in Cina.

domenica 16 settembre 2018

Cina - Xinjiang, un altro campo di "rieducazione" per i musulmani Kirghizi, Tagiki, Uiguri,

Bitter Winter
Le autorità hanno adottato misure severe per camuffare un campo di rieducazione da centro di formazione professionale.

La "struttura rieducativa"
Nella contea di Akto, nella prefettura autonoma kirghisa del Kizilsu, nella regione autonoma dello Xinjiang, c’è un complesso di edifici nell’’area industriale denominata Light Industrial Park. Nonostante le autorità affermino che si tratti di un centro di formazione professionale, è a tutti gli effetti un “campo di rieducazione” per musulmani, in funzione ormai da più di un anno.

Il complesso si estende su un’area di più di 6.000 metri quadri. I cancelli sono sorvegliati giorno e notte da personale di polizia armato. Il perimetro della struttura è recintato con filo spinato alto fino a quattro metri. I detenuti sono confinati in due edifici grigi, mentre parte delle guardie è alloggiata in una torre di sorveglianza rossa. Anche il personale partecipa alle attività, ma il suo vero compito è impedire fughe e rivolte. Per questo ha sempre con sé un’arma da fuoco.

Stando alle informazioni raccolte, nella struttura sono reclusi circa 5mila cittadini cinesi. Si tratta in gran parte di musulmani di diverse etnie, come Uiguri, Kirghizi e Tagiki.
I detenuti vengono incarcerati per delitti come la fede in Dio, la condivisione di contenuti religiosi su applicazioni di messaggistica, l’aver manifestato malcontento verso il Partito Comunista Cinese e così via. Una volta nei campi, vengono costretti a studiare le politiche del Partito Comunista Cinsese (PCC) e il mandarino, oltre che a lodare il socialismo e il PCC stesso.

Le condizioni di vita all’interno del campo sono pessime. I minuscoli dormitori di cinque o sei metri quadri sono stipati con tre letti a castello. Ai detenuti non è permesso avvicinarsi alle finestre: se lo fanno, ricevono subito l’ordine di spostarsi. Sono monitorati da telecamere installate nei dormitori e nei corridoi, sotto la sorveglienza costante da parte di personale di ogni grado, come guardie, poliziotti ausiliari e addetti alla pubblica sicurezza che hanno sempre con sé un manganello elettrico e una ricetrasmittente.

Inoltre al personale è proibito utilizzare telefoni cellulari negli edifici e questo per impedire la divulgazione di qualsiasi informazione.

Nel frattempo, nella zona c’è un altro campo, molto più grande. Le fonti riferiscono che si estende su un’area di 20mila metri quadri e che vi sono incarcerati quasi 7mila cittadini cinesi.

Una fonte interna al governo ha anche rivelato che nella regione è in costruzione un campo ancora maggiore. Si stima che costerà dai tre ai quattro milioni di renmimbi e che conterrà più di 10mila persone.

Servizio di Li Zaili

domenica 4 febbraio 2018

Cina: migliaia di uiguri detenuti in “campi di rieducazione politica”

sicurezzainternazionale.luiss.it
Migliaia di uiguri musulmani sono attualmente detenuti in quelli che la Cina ha definito "campi di rieducazione politica", nella regione occidentale del Xinjiang. 


Omer Kanat, il presidente del comitato esecutivo del World Uyghur Congress, un gruppo di supporto alla diaspora del popolo, ha spiegato che per ogni famiglia appartenente alla minoranza etnica degli uiguri, almeno 3 o 4 persone sono state portate via e che nei villaggi non ci sono più uomini per strada, ma solamente donne e bambini.

Gli uiguri sono un'etnia turcofona di religione islamica che occupa il 46% della provincia nord-occidentale cinese del Xinjiang. Sin dagli anni '90, i membri dell'etnia avevano avviato un'attività indipendentista, che tuttavia è sempre stata respinta dalla Repubblica Popolare Cinese. 

Ultimamente, il governo del Paese ha altresì attuato azioni di soppressione culturale, repressione religiosa e discriminazioni contro la popolazione.

Secondo un funzionario di sicurezza rimasto anonimo, il numero di uiguri confinati nei campi ammonta a 120 mila persone solo nella prefettura di Kashgar, nella parte nordoccidentale della regione. Da aprile 2017, i membri dell'etnia accusati di sostenere posizioni estremiste e politicamente errate sono stati incarcerati o trasferiti in campi rieducativi in tutto il Xinjiang.

Il numero degli arresti degli uiguri è aumentato a ottobre 2017, in concomitanza con il XIX Congresso del Partito Comunista cinese a Pechino, e i campi rieducativi si sono riempiti di persone, costretti a vivere in condizione squallide. Un impiegato del governo locale, Erkin Bawdun, ha dichiarato che le strutture sono sovraffollate e i detenuti costretti vivere in situazioni pessime, dormendo senza cuscini in letti piccolissimi e obbligati a utilizzare abiti senza bottoni, chiusure lampo, cinture, lacci di scarpe e, in alcuni casi, privati anche della biancheria intima. Secondo quanto riportato da Bawdun, alcuni detenuti sono stati visti camminare scalzi, nonostante le temperature arrivino anche a -10 gradi.

Il governo cinese sta portando avanti una campagna in Xinjiang contro quelle che sono state definite le forze di "terrorismo, separatismo ed estremismo religioso". Diversi gruppi per i diritti umani hanno spiegato che tutte le persone che, secondo le autorità, potrebbero essere state influenzate dall'estremismo islamico, vengono sottoposte a una sorta di "lavaggio del cervello" all'interno dei campi. 

I detenuti sono costretti a elogiare il Partito Comunista, imparare il cinese mandarino, studiare il pensiero dell'attuale presidente cinese, Xi Jinping, e confessare le loro "trasgressioni", quali ad esempio pregare in una moschea o viaggiare all'estero. La ricercatrice senior per la Cina di Human Rights Watch, Maya Wang, d'istanza a Hong Kong, ha dichiarato che tutto ciò è totalmente illegale. Inoltre, le autorità non forniscono alcun documento ufficiale alle famiglie e non viene definita la durata del periodo di detenzione. La Wang aveva pubblicato un resoconto dettagliato sulla questione degli uiguri a settembre 2017, chiedendo al governo di Pechino di liberare tutti i detenuti.

La CNN ha dichiarato che le autorità del Xinjiang non hanno risposto alle richieste di ulteriori informazioni, ma i media del Paese hanno spiegato che questi campi sono efficaci per le attività di de-radicalizzazione. In quest'ottica, nel 2017 la regione ha approvato una legge contro l'estremismo, vietando la barba lunga, il velo in pubblico e la possibilità di far studiare a casa i propri figli, scatenando nuove proteste da parte dei gruppi per i diritti umani mondiali, tra le quali Amnesty International.

Per contrastare la crescita del movimento indipendentista uiguro, il governo cinese aveva iniziato a inviare persone di etnia Han, che rappresentano la maggioranza del Paese, nella regione del Xinjiang. Questa decisione, tuttavia, ha peggiorato le tensioni nell'area, nonostante il governo abbia garantito di rispettare i diritti e gli interessi di ogni etnia, vietando discriminazioni e oppressioni contro qualsiasi minoranza.

Tuttavia, secondo Rebiya Kadeer, l'ex leader del World Uyghur Congress, da tempo in esilio, le reali intenzioni del governo cinese riguardano l'eliminazione il gruppo etnico degli uiguri. "La repressione religiosa, le restrizioni culturali e il divieto di utilizzare la lingua uigura faranno sì che il popolo lotti in modo ancora più risoluto per mantenere la propria identità" aveva aggiunto Kadeer.

di Chiara Romano

venerdì 15 dicembre 2017

Dna, iride, impronte: la Cina profila la minoranza islamica degli uiguri

Corriere della Sera
Dna, scansione dell’iride, impronte digitali e quant’altro sia utile — parliamo di dati biometrici — per identificare una persona al di là di ogni dubbio. In Cina si è da poco conclusa un’operazione senza precedenti nel campo della schedatura dei cittadini. Con un piccolo particolare: riguarda la popolazione tra i 12 e i 65 anni di una sola provincia, lo Xinjiang.


Per l’agenzia , denominato «Visite mediche per tutti», ha uno scopo unicamente di salute generale ed è stato offerto «su base volontaria» a 19 dei 21 milioni di residenti della provincia autonoma della Repubblica Popolare, dove risiede la minoranza islamica uigura (11 milioni). 

Per Human Rights Watch, che ha denunciato la procedura, la realtà è diversa. «Questi dati — si legge in un rapporto pubblicato ieri sul sito dell’organizzazione internazionale — possono essere utilizzati per controllare una popolazione sulla base dell’origine etnica e sono una palese violazione dei diritti fondamentali dei cittadini». 

Sempre secondo l’organizzazione umanitaria, non tutti i partecipanti alla raccolta delle caratteristiche personali erano al corrente che i medici impegnati nella profilazione avrebbero trasmesso ai servizi di sicurezza l’intero database. «Le autorità locali dello Xinjiang — ha dichiarato Sophie Richardson, direttore dell’ufficio di Hrw dedicato alla Cina — dovrebbero cambiare nome all’intero progetto. Invece di “Visite mediche per tutti”, dovrebbero chiamarlo “Violazione della privacy per tutti”, dal momento che il consenso informato e una reale scelta non sembrano parte di questi programmi».

In base alle linee guida, differenti autorità fungono da centri di raccolta dei dati. I quadri di partito e la polizia sono responsabili delle fotografie, delle impronte digitali e della scansione dell’iride, oltre che dell’hukou (il permesso di residenza delle famiglie). 

Usano app per smartphone progettate appositamente. Invece le autorità sanitarie si occupano di raccogliere il Dna e i campioni di plasma per determinarne il gruppo sanguigno. Anche questi dati sono alla fine inviati alla polizia. Pechino ha respinto le accuse di Human Rights Watch, spiegando che il programma ha «uno scopo puramente medico-scientifico», mentre i risultati potranno essere utili per «alleviare la povertà della regione, assicurare una migliore gestione locale» e, soprattutto, «promuovere la stabilità sociale». 

Curioso tuttavia come la procedura abbia riguardato soltanto i residenti dello Xinjiang, provincia grande oltre cinque volte l’Italia, per lo più desertica (ma ricca di risorse naturali) nell’estremo Nordovest del Paese. Non solo, l’ordine di raccogliere i dati è stato esteso anche a chi si è spostato altrove in Cina, di fatto consegnando alle autorità di polizia un archivio capace di rintracciare nomi, volti e origine etnica di tutti, dentro e fuori la provincia.

Lo Xinjiang è percepito a Pechino come una regione «problematica». Molti degli attentati terroristici che hanno mietuto vittime in Cina sono stati rivendicati da «separatisti» uiguri. Ora, tutti i cittadini, senza distinzione, sono nell’occhio (digitale) del governo.

Paolo Salom

sabato 14 marzo 2015

Cina - Negli scontri almeno 450 morti delle minoranze "uiguri" e "han" nel 2014 anno nero per il Xinjiang

Cina Forum
Con oltre 450 morti negli scontri tra le forze dell’ordine e la minoranza degli uiguri (musulmani turcofoni) e tra questi ultimi e i cittadini han (l’etnia maggioritaria in Cina), il 2014 è stato un anno nero per il Xinjiang, la grande regione del nord-ovest della Repubblica popolare tradizionalmente teatro di rivolte separatiste.

Secondo i dati resi pubblici oggi dall’associazione (con sede a Washington) Uyghur Human Rights Project, l’anno scorso nella Regione autonoma uigura del Xinjiang (XUAR) sono morte tra 457 e 478 persone in conseguenza degli scontri e della repressione.

Le statistiche del gruppo di uiguri residenti negli Stati Uniti – che si basano su resoconti della stampa cinese e internazionale – sono probabilmente sottostimate, perché, a causa della rigida censura che vige nell’area, spesso degli gli scontri non viene data notizia.

Secondo Uyghur Human Rights Project, gli uccisi nel 2014 sono così ripartiti: tra 235 e 240 uiguri e tra 80 e 86 han.

Comunque più del doppio rispetto al 2013 quando i morti – sempre secondo la stessa organizzazione – erano stati tra 199 e 237 (116-151 uiguri e 32-38 han).


Le aree più colpite dall’ondata di violenza sono quelle a sud del deserto del Taklamakan: le cosiddette Altishaher, le “Sei città” culla della cultura e dell’islam uiguro tra le quali la “capitale” Kashgar (Kashi per i cinesi han).

Si tratta di cifre che evidenziano come non si tratti di incidenti isolati ma di uno scontro in corso in un’area della Cina, dove una parte degli uiguri denuncia pesanti limitazioni alla libertà di culto, discriminazioni sul mercato del lavoro e osteggia la massiccia immigrazione di cinesi di etnia han.
Secondo le autorità di Pechino, gli attentati (compiuti il più delle volte all’arma bianca, ma recentemente si sono registrati anche casi di attentatori suicidi muniti di cintura esplosiva) sono diretti e incoraggiati da gruppi di estremisti legati al terrorismo internazionale di matrice qaedista.

Dopo la strage (33 morti) alla stazione ferroviaria di Kunming (nella provincia dello Yunnan) compiuta da un commando di uiguri armati di coltelli, un anno fa il Partito comunista cinese lanciò una campagna anti-terrorismo nell’ambito della quale è stato ordinato ai tribunali di procedere più speditamente nei casi di terrorismo, e alle forze dell’ordine di fare un maggiore impiego della forza.

mercoledì 21 gennaio 2015

Cina - La silenziosa strage degli uiguri in fuga

La Stampa
La vita si fa sempre più difficile per la popolazione turcofona a maggioranza musulmana proveniente dalla regione cinese del Xinjiang. Cercano di raggiungere la Malaysia tramite il Vietnam, ma vengono decimati alle frontiere dagli agenti di Pechino.

Uccisi alla frontiera con il Vietnam due uiguri – popolazione turcofona a maggioranza musulmana proveniente dalla Cina occidentale, dalla regione del Xinjiang – a cui la polizia cinese ha sparato mentre cercavano di varcare illegalmente i confini del Paese
. Si tratta di una storia che comincia a ripetersi con triste frequenza nel sud-ovest cinese, che vede un numero crescente di uiguri del nord-ovest sobbarcarsi i mille pericoli di un viaggio in mano a trafficanti di persone e “teste di serpente” (il termine cinese di chi si fa carico di emigranti illegali) per cercare di raggiungere la Malaysia tramite il Vietnam, e lì chiedere protezione in quanto rifugiati o recarsi in Turchia. 

I rifugiati in Malaysia sono già diverse centinaia, al centro di un piccolo braccio di ferro fra il governo di Kuala Lumpur e quello di Pechino – quest’ultimo infatti chiede alla Malaysia di rimpatriare i fuggiaschi, ma in molti casi la Malaysia, sotto pressione da vari gruppi umanitari, tergiversa. 

Qualcosa di simile avviene da anni con il pellegrinaggio di numerosi giovani, monaci e famiglie intere che cercano di lasciare il Tibet per recarsi in India, desiderosi di un’educazione che segua i precetti buddhisti per i figli, vedere il Dalai Lama o semplicemente per sfuggire alla repressione politica e religiosa sull’altipiano – ma il fenomeno che vede gli uiguri tentare la via di fuga per sfuggire a repressione e controlli, di nuovo sia religiosi che politici, è invece più recente, e molto meno conosciuto.

Se i filmati amatoriali che riprendevano l’esercito cinese aprire il fuoco su un gruppo di monache che camminavano in mezzo alla neve attraversando le valli dell’Himalaya per andare in India hanno fatto il giro del mondo, infatti, sia gli uiguri stessi, che le loro difficoltà a lasciare legalmente la Cina, sono meno noti. 

Ma i paralleli fra le difficoltà incontrate dalle due popolazioni abbondano, e in tempi recenti la repressione nei confronti degli uiguri – in particolare dopo la violenta sommossa anti-cinese del 2009 che lasciò più di 200 persone senza vita – si è andata ulteriormente inasprendo. Rendendo più folti dunque i ranghi di chi cerca di scappare, in modo legale o meno. Infatti, il regime di liberalizzazione per l’ottenimento di un documento di viaggio di cui gode ormai la grande maggioranza dei cinesi non si applica a chi è uiguro – anche per recarsi al pellegrinaggio alla Mecca questi devono sottostare a controlli e soddisfare requisiti molto più stringenti di quelli necessari per compiere lo stesso pellegrinaggio all’altro importante gruppo musulmano cinese, gli Hui, che, contrariamente agli uiguri, non hanno però rivendicazioni territoriali. In mancanza di passaporto, dunque, ecco entrare in ballo i trafficanti – proprio la settimana scorsa, Pechino dice di aver sgominato una banda di trafficanti cinesi e turchi, arrestando 352 persone coinvolte nel vendere falsi passaporti e aiutare gli uiguri (dai tratti somatici mediterranei) a raggiungere la Turchia. Nel corso della stessa operazione, altre 853 uiguri sarebbero invece state arrestate per aver cercato di attraversare la frontiera illegalmente.

La sparatoria di cui si è avuta notizia oggi è avvenuta domenica sera, ed ha avuto luogo quando un camion con cinque uiguri al suo interno non ha risposto alla richiesta della polizia di fermarsi per ispezioni. Secondo quanto riportato dai media cinesi due uiguri avrebbero combattuto al coltello contro la polizia, che ha sparato uccidendoli, altri due sono stati catturati e uno invece è riuscito a scappare.
Ilaria Maria Sala

venerdì 17 ottobre 2014

Cina - Condannate a morte dodici persone della minoranza uiguri per le violenze nello Xinjiang

Internazionale
Un tribunale dello Xinjiang, la regione autonoma della Cina a maggioranza uigura, ha condannato a morte dodici persone per il loro coinvolgimento nell’attentato che il 28 luglio scorso ha fatto 96 morti. Altre 15 persone sono state condannate a morte, ma la pena è stata sospesa; nove sono state condannate all’ergastolo e venti hanno ricevuto pene comprese tra i quattro e i vent’anni di carcere.
Soldati cinesi di fronte alla moschea di Id Kah a Kashgar, nello Xinjiang, il 31 luglio 2014. (Getty Images)
Secondo Pechino, l’attacco, avvenuto vicino al deserto di Taklamakan, nell’est dello Xinjiang, è stato condotto da un gruppo di persone armate di coltelli e asce contro un posto di blocco della polizia. Nelle violenze sono morti 37 civili e 59 attentatori. Il Congresso mondiale uiguro, un’associazione di uiguri che vivono in esilio, ha però contestato la versione del governo dicendo che non si è trattato di un attentato ma di scontri tra uiguri e forze di polizia.

Secondo Al Jazeera, le sentenze fanno parte di una campagna punitiva di Pechino per soffocare le tensioni nella provincia autonoma. Da giugno sono state inflitte quasi quaranta condanne a morte per le violenze legate alla questione uigura.

I gruppi per la difesa dei diritti umani sostengono che le tensioni nello Xinjiang sono alimentate dalla repressione culturale e religiosa portata avanti dal governo cinese ai danni degli uiguri. Negli ultimi anni Pechino ha favorito l’immigrazione di cinesi di etnia han, che attualmente sono il 40 per cento della popolazione e sono la maggioranza nei centri urbani e nelle principali attività economiche. Gli uiguri temono la scomparsa della propria cultura e denunciano la repressione delle autorità e la loro politica di favoritismo nei confronti degli han.

martedì 23 settembre 2014

Cina: ergastolo a Ilham Tohti intellettuale della minoranza uiguri per incitamento al separatismo

Adnkronos
È stato condannato all'ergastolo l'intellettuale uiguro messo sotto processo in Cina con l'accusa di aver incitato la popolazione al separatismo. Lo ha reso noto il difensore di Ilham Tohti, l'avvocato Liu Fangping al termine del processo, durato appena due giorni, in un tribunale della regione dello Xinjiang, la provincia cinese dove risiede una forte comunità uigura.

La polizia ha arrestato Tohti, di 44 anni, lo scorso gennaio nel suo appartamento di Pechino dove era docente di economia all'Università centrale nazionale, e poi lo ha trasferito in un carcere nello Xinjiang, dove è nato. Era stato rifiutato l'appello presentato dai suoi avvocati per far trasferire il suo caso a Pechino. Insieme a Tohti a gennaio sono stati arrestati anche sei suoi studenti che, si ritiene, siano ancora in prigione.

Il caso ha attirato l'attenzione e le critiche di governi occidentali e gruppi per la difesa dei diritti umani, che hanno ricordato che il professore sia un moderato impegnato a promuovere un miglioramento delle relazioni tra la comunità uigura e le autorità cinesi. Questo processo "servirà solo a far crescere la percezione di una discriminazione contro gli uiguri", aveva dnunciato Human Rights Watch in occasione dell'inizio del processo.

domenica 8 giugno 2014

Cina: 9 condanne a morte per terrorismo nella zona Xinjiang abitata dalla minoranza uiguri

Adnkronos
Pechino - Nove persone nello Xinjiang sono state condannate a morte per terrorismo. 

Come riferisce l'emittente China Central Television, i tribunali di Urumqi, capitale della turbolenta regione cinese, e di altre zone dello Xinjiang hanno anche annunciato pene detentive per altre 72 persone, sempre per reati legati al terrorismo, e tre di loro sono state condannate a morte con sospensione della pena.

Abitata in prevalenza da uiguri e altre minoranze musulmane, la regione cinese dello Xinjiang è agitata da costanti tensioni interne. A seguito degli ultimi attacchi è stata avviata una campagna antiterrorismo della durata prevista di un anno.

giovedì 2 gennaio 2014

Stati Uniti: liberati ultimi tre uiguri detenuti a Guantánamo, ora sono in Slovacchia

Ansa
Il Pentagono ha annunciato la liberazione dei tre ultimi uomini cinesi di etnia uigura detenuti nel supercarcere di Guantánamo e il loro trasferimento in Slovacchia, il Paese che ha accettato di accoglierli, chiudendo così un caso imbarazzante per gli Stati Uniti. 

I tre - di religione musulmana, catturati in Afghanistan nel 2001 e sospettati di terrorismo - erano stati giudicati non colpevoli nel 2008, con tanto di ordinanza di scarcerazione da parte del giudice militare. 

Ma la loro liberazione è stata di volta in volta rinviata per l'impossibilità fino ad oggi di trovare un luogo sicuro in cui trasferirli. Tornando nel loro Paese di origine, la Cina, rischierebbero infatti la persecuzione. 

Le autorità slovacche hanno confermato che i tre uomini sono già arrivati nel Paese slavo e si trovano attualmente in un campo per immigrati. Il trasferimento è avvenuto col consenso degli ex prigionieri.