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giovedì 12 marzo 2020

Bonafede - Carceri: "Lo Stato non indietreggia davanti ad atti di violenza" ma ... Mattia Feltri fa notare che le condizioni di emergenza nelle carceri da molti anni esercitano anch'esse una violenza sui detenuti ...

Blog Diritti Umani - Human Rights

Bonafede:
"lo Stato non indietreggia neppure di un centimetro di fronte all'illegalità". [...] "di fronte agli episodi di violenza non si può parlare di protesta, ma si deve parlare semplicemente di atti criminali"
Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede



La risposta di Mattia Feltri su La Stampa

Signor ministro Bonafede, ieri mi sono stupito di condividere una sua riflessione, a proposito della rivolta nelle carceri, e sulla violenza che non porta a nulla di buono. E’ vero e lei del resto ne sta vedendo i risultati. 


Infatti destinare sei metri quadri per ogni detenuto è violenza. Lasciare che le prigioni si sovrappopolino riducendo quei sei metri quadri è violenza.

Trascurare che trentaquattro detenuti su cento sono in attesa di giudizio, dunque innocenti fino a prova contraria, quando la media europea è del ventidue, e in Gran Bretagna sono il dieci, è violenza. 


Ignorare che un detenuto su tre è tale per reati connessi alla droga, e i più sono ragazzi, e insistere imperterriti a incarcerarli, è violenza. 

Girarsi dall’altra parte quando si denuncia ripetutamente che tre persone al giorno, oltre mille all’anno, finiscono in carcere da innocenti (e si conteggiano solo gli innocenti che hanno ottenuto un risarcimento, degli altri non si sa) è violenza.

Continuare ad aumentare le pene e a codificare nuovi reati in esclusiva e ottusa risposta a pretese emergenze, che equivale all’impotenza dei genitori incapaci di altro che riempire di schiaffi i figli insubordinati, e col dettaglio che lo Stato non ci è né padre né madre, è violenza. 

Assistere alla crescita del numero dei detenuti, anno dopo anno, da anni, mentre i reati commessi diminuiscono da anni, anno dopo anno, è una violenza intollerabile. 

Ed è per di più la violenza pusillanime di chi si nasconde dietro la forza irresistibile della legge e dell’autorità. Tutta questa violenza non porterà niente di buono, neanche a voi.

sabato 8 giugno 2019

Emergenza carceri - Il sovraffollamento reale è del 129%. La soluzione del Ministero? Più carceri e più espulsioni non pene alternative.

Il Dubbio
La capienza regolamentare effettiva è di 46.824 posti. Per il Ministro Bonafede va affrontato "puntando all'incremento dei posti detentivi, combinato con un'accorta politica di espulsione degli stranieri". Il sovraffollamento carcerario non accenna a diminuire.



Secondo i dati del Dap pubblicati sul sito del ministero della Giustizia, al 31 maggio di quest'anno risultano presenti 60.472 detenuti su una capienza regolamentare di 50.528 posti. Quindi risulterebbe una presenza di 9.944 reclusi in più.

Ma, grazie all'operazione trasparenza del ministero e quindi l'aggiornamento telematico delle schede di ogni singolo detenuto, Rita Bernardini del Partito Radicale ha potuto analizzare i dati delle celle inagibili e quindi non utilizzate, estrapolando quindi un dato importante: dalla capienza regolamentare ha sottratto i 3.704 posti non disponibili.

Cosa vuol dire? La capienza regolamentare effettiva è di 46.824 posti, quindi abbiamo, di fatto, un sovraffollamento del 129 percento. Un dato che ci riporta alla vera dimensione del problema e quindi dell'effettiva emergenza sovraffollamento, criticità non nascosta dal ministro Bonafede in risposta all'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Pd Alfredo Bazoli.

Il sovraffollamento carcerario, ha risposto il guardasigilli, va affrontato "puntando all'incremento dei posti detentivi, combinato con un'accorta politica di espulsione a favore dei paesi di origine dei detenuti stranieri anziché con i provvedimenti svuota-carcere. 


In questo binario si incanala il progetto di edilizia penitenziaria del governo attraverso il decreto semplificazione che ha conferito al Dipartimento amministrazione penitenziaria la possibilità di individuare immobili nella disponibilità dello Stato per riconvertirli in strutture carcerarie. È stata avviata una collaborazione con il ministero della Difesa e il Demanio per reperire caserme da convertire in penitenziari.

Ci sono poi molti interventi in atto come il completamento di tre padiglioni da 200 posti ciascuno a Parma, Lecce e Trani, la realizzazione in corso di due padiglioni detentivi da 200 posti presso le carceri di Sulmona e Taranto e interventi di ammodernamento in molte strutture tra cui Poggioreale, Secondigliano, Aversa, Palmi, Augusta, Trapani, Ragusa, Catania Piazza Lanza". Quindi più carceri, ampliamento di quelle esistenti e rimpatri. 

Una linea che però si scontra con altre scuole di pensiero, le quali puntano alle pene alternative e garantirle anche per coloro che ne avrebbero diritto, ma non hanno gli strumenti per accedervi. D'altronde, lo stesso consiglio d'Europa ha più volte prodotto dossier e direttive per la promozione delle misure alternative, utili anche per abbassare la recidiva.

di Damiano Aliprandi

martedì 22 maggio 2018

I Laogai, le carceri–gulag cinesi, vere industrie della morte e mano d'opera a costi quasi nulli

Daily Cases
Più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese dove le condizioni di vita e lavoro dei detenuti, uomini donne e bambini, sono disumane.



Sono più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese. Definiti “i nuovi Gulag cinesi”, perché ispirati ai campi di concentramento russi di epoca staliniana, i Laogai vennero istituiti nel 1950 da Mao Zedong, il rivoluzionario che portò il comunismo a trionfare in Cina. Attualmente i Laogai ospitano milioni di persone, uomini, donne e bambini che, al pari di schiavi, sono costretti a massacranti condizioni di vita e di lavoro.

Le poche informazioni a riguardo, per lo più smentite dal Governo cinese, arrivano da coloro che, da queste prigioni, sono usciti, perché arrivati a fine pena o perché riusciti a fuggire. Harry Wu era forse il più famoso di questi: arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un cattolico e “controrivoluzionario di destra”, fu detenuto in diversi campi Laogai fino al 1979, quando fu rilasciato grazie alla liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong. 

Diciannove anni di sofferenze e di violenze testimoniate da Wu, fino al giorno della sua morte nel 2017, con numerose interviste e con esperienze di attivismo e denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cina, iniziate una volta rifugiatosi in America, dove fondò, nel 1992, la Laogai Research Foundation, un’organizzazione di ricerca e pubblica educazione no profit sui campi di lavoro cinesi.

Negli anni sono venuti alla luce alcuni degli strumenti di tortura che la dittatura cinese mette in atto in questi “campi di rieducazione” nei confronti dei condannati. Si parla di lavori forzati, che durano anche 18 ore al giorno, in miniere di carbone o a costruire strade o lavorare la terra, di tempo passato a nutrirsi, in mancanza d’altro, anche di insetti e topi. 

All’interno dei Laogai sono previste punizioni corporali quali scariche elettriche, pestaggi, sospensione per le braccia, privazione del sonno, isolamento in celle di pochi metri quadrati, assenza di cure mediche e controlli, induzione al vomito con tubi ficcati in gola o nel naso, esposizione a caldo o freddo, bruciature, fino ad arrivare a violenze sessuali e all’asportazione e al traffico di organi dei detenuti.

Ma ciò che veramente distingue i Laogai cinesi dai predecessori campi di concentramento nazisti o staliniani, è l’attuazione anche di un vero e proprio abuso psicologico, che si concretizza nel lavaggio del cervello dei detenuti. Un indottrinamento politico che porta il prigioniero alla perdita della propria identità e a essere educato all’infallibilità del comunismo. Ogni giorno sono previste sessioni di studio dopo il lavoro forzato, costituite anche dalla cosiddetta “autocritica” per la riforma del pensiero, in cui, oltre a elencare e analizzare le proprie colpe, il detenuto le deve ammettere pubblicamente e deve giurare di diventare una “nuova persona socialista”. Infine deve dimostrare la propria lealtà al Partito Comunista Cinese denunciando anche i propri amici e familiari. I più colpiti, come è facile capire, sono i dissidenti politici contrari al Partito e i praticanti del Falun Gong, una pratica spirituale accusata di diffondere credenze irrazionali e di minare la stabilità sociale.

La “riforma” della personalità dei detenuti rende il sistema di rieducazione del Laogai strettamente funzionale allo stato totalitario cinese, così come, altrettanto funzionale, questa volta all’economia cinese, risulta il lavoro a cui sono costretti i prigionieri. Questo, infatti, rappresenta il secondo scopo alla base dell’istituzione dei Laogai: fornire un’enorme forza lavoro a costo zero per le multinazionali che producono e investono in Cina. È proprio dal lavoro nei Laogai che è partita l’attuale conquista cinese dei mercati esteri, caratterizzata da un basso tasso di disoccupazione, da una crescita continua dell’esportazione e dalla concorrenza spietata sui prezzi. Oggi nei Laogai si produce di tutto: articoli di vestiario, giocattoli, mobilio, tecnologia, veicoli… praticamente tutto ciò che in Occidente porta il marchio “Made in China”.

Viene facile capire come diventi semplice trarre vantaggio dalla violazione dei diritti umani in un Paese dove il solo pensare è considerato reato capitale e il pensiero è definito “istigazione eversiva”. Ne consegue che l’attuale e sfavillante crescita economica cinese nasce e si perpetua con il lavoro forzato nei Laogai e in una vasta rete di fabbriche-lager in cui le condizioni lavorative non sono tanto diverse dalla schiavitù. Si stima che almeno l’80% della popolazione cinese sia sfruttata in esse, nelle campagne e nelle miniere, a vantaggio della restante minoranza del 20%, il più delle volte collegata al Partito.

Il lavoro nei Laogai diventa quindi un business, non solo per la Cina, che è ormai la seconda potenza economica mondiale, ma anche per il resto del mondo che, pur condannando apertamente il sistema dei Laogai e le violazioni dei diritti umani, si limita però assurdamente a voltare lo sguardo altrove e a continuare a intrattenere rapporti commerciali con Pechino, con la falsa speranza che il commercio con l’Occidente potrà migliorare la situazione, e senza comprendere che è proprio questo comportamento che perpetua lo status quo. È evidente, infatti, che finché l’Occidente accetterà i prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e i diritti umani ad essere calpestati.

Luca Rinaldi


Harry WU, in una delle sue interviste, ha usato poche semplici parole per descrivere i Laogai: “Sono posti in cui si fabbricano due generi di cose: i prodotti e gli uomini”.

sabato 5 agosto 2017

Libia. L'Unhcr avverte: "Hotspot? Solo lager e prigioni orribili"

Il Fatto Quotidiano
"Non ci sono Campi o Centri per i migranti in Libia, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e vi sussistono condizioni orribili". Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Unhcr per la rotta del Mediterraneo Centrale, ci tiene ad evidenziare quali siano davvero le condizioni dei migranti in Libia.
In un'intervista all'Ansa spiega: "Chiunque venga sbarcato sulle coste libiche torna in queste carceri. Possiamo sperare che un giorno ci saranno centri decenti e aperti, ma oggi non esistono". 

Sulla missione navale italiana di supporto alle autorità di Tripoli, l'inviato speciale dell'agenzia Onu per i rifugiati spiega: "Va bene che l'Italia e altri contribuiscano ad accrescere la capacità della Guardia costiera libica, ma deve essere fatto secondo gli standard dei diritti umani e nella piena coscienza di quanto avviene nelle carceri libiche.

Ed è anche importante educare la Guardia costiera libica agli standard dei diritti umani, assicurare che nessuno tra loro colluda con i trafficanti, e che chi lo fa sia processato"
. Sul Codice di condotta per le Ong l'Unhcr "non ha obiezioni".

mercoledì 11 giugno 2014

Brasile, 200.000 detenuti oltre la capienza. Non c'è più posto per 150.00 si concedono gli arresti "domiciliari"

Agi
Il Brasile ha una popolazione carceraria di 567.655 detenuti, ospitate in strutture penali costruite per contenerne solo 357.219, secondo i dati diffusi il 5 giugno dal Consiglio Nazionale di Giustizia del Brasile. 

Il Consiglio ha riconosciuto che la situazione sarebbe ancora più grave se i 146.936 brasiliani che attualmente stanno scontando condanne agli arresti domiciliari dovessero essere inviati in galera; parte di questi hanno ricevuto il beneficio dei domiciliari specificamente a causa della mancanza di spazio nelle carceri. "Considerando i casi di arresti domiciliari, il deficit nelle carceri brasiliane sale a 358.000.

Se contiamo il numero di mandati d'arresto non eseguiti, ben 373.991, la popolazione carceraria del paese schizza a 1.08 milioni di persone e il deficit a 731.781 unità", ha detto il supervisore del dipartimento carcerario del Consiglio, Guilherme Calmon. Il consiglio ha spiegato che lo studio senza precedenti sul numero di detenuti in Brasile è stato preparato sulla base delle consultazioni effettuate a maggio 2014 con tutti i tribunali penali dei 27 Stati del Paese.

"Fino ad ora, la questione carceraria è stata discussa con riferimenti statistici che dovevano essere rivisti. Dobbiamo considerare il numero di persone agli arresti domiciliari nel calcolo della popolazione carceraria" ha proseguito Calmon, in un comunicato rilasciato dal ministero. Gli arresti domiciliari possono essere concessi a qualsiasi prigioniero, principalmente per problemi di salute che non possono essere trattati in carcere.

martedì 10 giugno 2014

Carceri - In Puglia 4 tentativi di suicidio in 9 giorni dopo la promozione di Strasburgo

LecceNews24
[...]
È di oggi infatti la notizia, diramata dal Cosp, Coordinamento Sindacale Penitenziario, di quattro tentativi di suicidio avvenuti in Puglia, evitati grazie alla prontezza dei baschi azzurri, solo nella prima decade di giugno. Quattro che si aggiungono ai quaranta dall’inizio dell’anno ad oggi. E quelli purtroppo consumati?
A Lecce un detenuto brindisino, L. V. queste le sue iniziali, ha tentato di soffocarsi da solo infilando la testa in una busta di plastica. Era il primo giugno scorso. Il giovane, appena 24enne, è stato bloccato e salvato dai poliziotti. E nonostante questo ci ha riprovato, di nuovo. E con un’altra busta di plastica ha tentato di togliersi la vita, soffocandosi. Il ragazzo che avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2016 è stato sottoposto ad un controllo psichiatrico.

Nella Casa Circondariale di Taranto, invece, un altro detenuto, P. D., 29enne ha tentato di impiccarsi con un lenzuolo nella propria cella, collocata nella sezione ordinaria del Penitenziario. Anche in questo caso salvato in extremis dagli agenti.

Per concludere a Trani quando erano da poco passate le 9.00 un 62enne di Bisceglie ha tentato di impiccarsi con una corda ricavata da alcuni lembi di cotone che ha legato alla finestra della sua cella. Anche in questo caso è stato il tempestivo intervento degli uomini della Polizia Penitenziaria di servizio a scongiurare il peggio.

Quattro tentativi di suicidio, quattro vite salvate al limite. Questo fa sapere il Cosp significa solo una cosa «resta il sovraffollamento delle Carceri Pugliesi, restano le criticità, resta e si conferma il disagio lavorativo dei quasi 2.400 poliziotti in sotto organico di 600 unità»

Per questo il Coordinamento Sindacale Penitenziario «esprime forte preoccupazione per quello che continua ad accadere nelle prigioni pugliesi nonostante gli sforzi da parte dell’Amministrazione regionale e Territoriale messi in campo per allinearsi ai parametri della CEDU in attuazione della sentenza Torregiani di cui il Ministro Orlando ha ricevuto un modesto rinvio temporale al 2015 della eventuale sanzione per carceri considerate pari alla “tortura”». Marianna Merola