Pagine

giovedì 31 dicembre 2020

Libia - Non migliorano le tragiche condizioni dei migranti anche nel centro di Al-Kararim, ritenuto uno dei "migliori"

Dire
“In Libia i migranti sono ammassati in condizioni terribili, in luoghi sporchi e fatiscenti, senza la possibilità di uscire e senza poter ricevere cure. Non vengono portate in ospedale neanche le partorienti o chi è in fin di vita. Non è modo di tenere gli esseri umani. In realtà, non è modo di tenere neanche gli animali”. Mohamed Lagha è un regista libico e l’agenzia Dire lo ha raggiunto nella Giornata internazionale in cui si celebrano i diritti dei migranti.


“Quello che ho filmato in quel centro resta emblematico della situazione in cui vivono le persone migranti” dice Lagha, che evidenzia: “Al-Kararim era considerato tra i migliori centri in Libia perché gestito dalle autorità – e non dai gruppi criminali – ed era un edificio vero e proprio. Di solito queste persone sono tenute nei capannoni, dove sia in estate che in inverno le temperature si fanno insopportabili. Ma neanche ad Al-Kararim c’erano i vetri alle finestre e molta gente si ammalava”.

Come ad Al-Kararim, tuttoggi i centri ospitano centinaia di persone “senza che siano attrezzati per farlo“. Per visitarli “servono dei permessi speciali, che si tratti di giornalisti o operatori umanitari. E’ difficile sapere quello che accade all’interno”.

Tra i residenti, anche donne, anziani e bambini: “Chi risiede nei centri- denuncia ancora Lagha- non è autorizzato ad uscire e quindi non può lavorare. I minori non vanno a scuola. Nessuno ha denaro per comprare cibo, vestiti o medicine”. 

Se qualcuno si sente male, “i responsabili non chiamano né il medico né l’ambulanza” racconta Lagha, che quando ha chiesto alle autorità come mai si comportassero così, gli hanno risposto che “gli ospedali non accettano i migranti perché non avrebbero denaro per pagare le cure”. Tante, troppe persone “hanno visto i compagni morire sotto i loro occhi senza poter fare nulla”.

Oggi la situazione nei centri per migranti è persino peggiorata a causa della pandemia ... Al conflitto e all’instabilità ora si è aggiunto il Covid-19: molti libici non hanno lavoro, figuriamoci i migranti”. 

Attraverso le sue pellicole regista vuole anche mandare un messaggio all’Unione europea: “Le sue politiche migratorie sono insostenibili. I centri di detenzione non sono la soluzione, la gente languisce lì dentro per mesi, anche anni. Nessuno – né il governo libico né l’Ue – riconosce e tutela i loro diritti”.

mercoledì 30 dicembre 2020

Kazakistan - Abolisce la pena di morte in tempo di pace aderendo al Secondo Protocollo Opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il 29 dicembre i deputati del Senato del Kazakistan hanno approvato un disegno di legge sulla ratifica del Secondo Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, volto ad abolire la pena di morte. 


Il protocollo mira all'adozione da parte del Kazakistan degli obblighi internazionali per l'abolizione della pena di morte. Il ministro degli Esteri del Kazakistan Mukhtar Tleuberdi ha affermato in una sessione plenaria della Camera che il protocollo è il secondo documento internazionale adottato dall'ONU nello sviluppo del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, ratificato dal Kazakistan nel novembre 2005. 

"L'uso della pena di morte in Kazakistan è stato completamente sospeso il 17 dicembre 2003.  Tenendo conto della tendenza globale all'abolizione di questo strumento di morte, nel dicembre 2019, il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha incaricato il ministero degli Esteri di avviare la procedura per l'adesione del Kazakistan al Secondo Protocollo opzionale ".

 “I paesi firmatari si assumono i seguenti obblighi: primo, non applicare la pena di morte, secondo, prendere tutte le misure necessarie per abolire la pena di morte all'interno della loro giurisdizione. L'unica eccezione è che la pena di morte è consentita in caso di guerra ", ha detto il ministro degli Esteri del Kazakistan. 

Il Patto internazionale sui diritti civili e politici è stato adottato nel 1966, è entrato in vigore nel 1976 e attualmente 173 Stati vi hanno aderito. Il Secondo Protocollo Opzionale ad esso, finalizzato all'abolizione della pena di morte, è stato adottato il 15 dicembre 1989. Nel 1991, il documento è entrato in vigore, 88 Stati sono membri dell'accordo.

ES

Fonte: New Europe

Giappone - Iwao Hakamada - 84 anni, da 50 anni nel braccio della morte - Il nuovo processo che lo potrebbe scagionare

Corriere della Sera
Da 50 anni nel braccio della morte: nuovo processo (e speranze) per Iwao Hakamada
L’ex pugile, oggi 84 anni, è stato condannato nel 1968 per avere ucciso la famiglia del suo capo. Ha sempre parlato di «confessione estorta» e oggi potrebbe essere scagionato.

Iwao Hakamada - 84 anni

Il suo caso ha fatto il giro del mondo quando, nel 2011, è entrato nel Guinness dei Primati: Iwao Hakamada, ex pugile giapponese condannato a morte per avere ucciso il suo capo e la sua famiglia, è in attesa di essere giustiziato dal 1968. Oggi ha 84 anni, e una sentenza della Corte Suprema potrebbe riaprirne il processo, dopo più di mezza vita passata in carcere.

Quando nel 1966 il capo di Hakamada, la moglie e i loro due figli erano stati trovati accoltellati a morte nella loro casa poi incendiata a Shizuoka, nel Giappone centrale, fu lui il primo sospettato. Unico indizio, tracce di benzina e sangue su un suo pigiama. Iwao Hakamada, ex pugile allora già ritiratosi dallo sport, e operaio in una fabbrica di miso, fu accusato di incendio doloso, rapina e omicidio plurimo. Ammise tutto in una confessione che poi definì sempre «estorta» con botte e minaccedalla polizia. Già nella fase istruttoria del processo, ritrattò la confessione. I giudici non gli credettero, e lo condannarono a morte.

Dal 1980 al 2014, i legali di Hakamada e varie campagne di Amnesty International e di associazioni di pugilato di tutto il mondo hanno chiesto in ogni modo che il processo fosse riaperto; solo nel 2014, al compimento del suo 78esimo anno, il tribunale di Shizuoka ne ha disposto la scarcerazione «in ragione della sua fragilità mentale e fisica» e ha disposto di istruire un nuovo processo, con nuove prove a disposizione che l’avrebbero scagionato
. Ma nel 2018 l’Alta Corte di Tokyo ha annullato la riapertura del processo. I suoi legali allora hanno fatto appello alla Corte Suprema, per paura che l’ex pugile dovesse tornare nel braccio della morte; la Corte Suprema, giovedì, ha rovesciato la pronuncia dell’Alta Corte, consentendo la riapertura del processo.

Hakamada, che per anni si è detto ingiustamente recluso e che ha atteso per mezzo secolo l’impiccagione, nelle lettere al figlio ha sempre scritto «tornerò da te avendo provato la mia innocenza». Nel frattempo però in carcere ha sviluppato pesanti disturbi psichici; la sorella, che si prende cura di lui dal 2014 , riporta «lievi miglioramenti», ma è difficile che possa mai tornare completamente lucido.

In Giappone la pena di morte è comminata solo agli omicidi plurimi. A differenza che negli Stati Uniti, dove le esecuzioni sono programmate con anticipo, i condannati in Giappone vengono a sapere la data e l’ora dell’impiccagione (unico metodo in vigore) con poche ore di preavviso. E anche se l’esecuzione dovrebbe avvenire a non più di sei mesi dalla sentenza, non sono rari i casi in cui i condannati aspettano anche per anni. Speculare a quello di Hakamada è stato, ad esempio, il caso di Masaru Honikishi, condannato nel 1961 per aver servito vino adulterato a cinque donne, che poi morirono: dopo una confessione estorta fu incarcerato poco dopo nella prigione di Nagoya, da dove uscì nel 2015 malato in modo ormai irreversibile, per essere ricoverato in ospedale. Morì pochi giorni dopo.

Irene Soave

martedì 29 dicembre 2020

Migranti: Bosnia, 3 mila vagano nei boschi e al freddo - Per l'Oim vi è il rischio di una "catastrofe umanitaria"

ANSAmed
Circa 3 mila migranti vagano all'aperto e esposti al freddo invernale nel nordovest della Bosnia-Erzegovina, dormendo nei boschi e in ricoveri di fortuna a temperature abbondantemente sotto lo zero. A denunciarlo, parlando del pericolo di una 'catastrofe umanitaria', è stato Peter van der Auverart, capo della missione nel Paese balcanico dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).


In dichiarazioni all'emittente allnews balcanica N1, il funzionario Oim ha detto che si tratta dei profughi, circa un migliaio, sfollati dal campo di Lipa, presso Bihac, devastato da un vasto incendio appiccato nei giorni scorsi dagli stessi migranti dopo la notizia della chiusura della tendopoli. 

A loro si aggiungono altri duemila profughi della cosiddetta rotta balcanica, che già da tempo vagano nella zona nel perenne tentativo di passare la vicina frontiera con la Croazia e proseguire il loro viaggio verso i Paesi dell'Europa occidentale. "Siamo difronte a una catastrofe umanitaria", ha detto van der Auverart, secondo il quale l'Oim ha i mezzi per allestire un nuovo campo profughi nella regione.

Nei giorni scorsi era stata decisa la chiusura del campo di Lipa per ristrutturarlo e adattarlo alle condizioni invernali, per farne un centro di accoglienza stabile di migranti. 

Gli ospiti tuttavia in segno di protesta avevano dato alle fiamme la gran parte delle tende del campo. Il loro previsto trasferimento nell'altro campo nel centro abitato di Bihac non è tuttavia ancora avvenuto a causa tra l'altro della forte opposizione della popolazione locale, che da mesi protesta per la presenza dei migranti, fonte di insicurezza e violenze. 

La situazione, secondo l'Oim, sta diventando molto critica, ed è necessario un intervento urgente per evitare che precipiti in una autentica catastrofe umanitaria.

Secondo l'Oim, sono circa 8 mila i migranti illegali che si trovano attualmente in Bosnia-Erzegovina.

Arabia Saudita: condannata attivista dei diritti umani Loujain al-Hathloul a 5 anni e 8 mesi di carcere per violazione legge antiterrorismo.

ANSAmed
L'attivista saudita per i diritti umani Loujain al-Hathloul è stata condannata a cinque anni e otto mesi di prigione da un tribunale saudita specializzato in tema di antiterrorismo, riferiscono i media locali. E' stata riconosciuta colpevole di "diverse attività proibite dalla legge antiterrorismo".


Hathloul, 31 anni, fu arrestata nel 2018 - insieme ad altre attiviste - per aver guidato da sola poche settimane prima che il divieto fosse cancellato: una riforma per la quale si erano battute.

Dopo essere stata processata al tribunale penale di Riad, il caso è stato trasferito il mese scorso alla Corte criminale speciale (Scc), che si occupa di terrorismo. Lì sono scattate accuse di aver contattato non meglio definite organizzazioni di stati esteri "non amici" di Riad.

Del suo caso si sono occupate le maggiori ong internazionali per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch.

lunedì 28 dicembre 2020

Bielorussia - Il virus dilaga nelle carceri. Alcuni accusano il governo di favorire la diffusione del COVID per colpire gli oppositori politici arrestati.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un'ondata di COVID-19 ha travolto le prigioni in Bielorussia che sono piene di persone in custodia per aver manifestato contro le elezioni ritenute irregolari.
Molti dei manifestanti che hanno contratto il coronavirus mentre erano detenuti  accusano le autorità di trascurare o addirittura incoraggiare le infezioni. 


Gli attivisti che hanno parlato con l'Associated Press dopo il loro rilascio hanno descritto celle massicciamente sovraffollate senza un'adeguata ventilazione o servizi di base e una mancanza di cure mediche. 

I manifestanti usciti dalle prigioni, accusato il governo di permettere al virus di diffondersi tra le persone incarcerate per motivi politici. "Le guardie dicono apertamente che lo fanno deliberatamente per un ordine". 

Più di 30.000 persone sono state arrestate per aver preso parte alle proteste contro la rielezione ad agosto del presidente bielorusso Alexander Lukashenko in un voto che gli attivisti dell'opposizione affermano sia stato truccato per concedere a Lukashenko un sesto mandato. 
"Nel centro dell'Europa, i detenuti vengono deliberatamente infettati dal coronavirus", ha detto Tsikhanouskaya. “Spostano le persone infette da una cella all'altra e le celle sono sovraffollate e mancano di ventilazione. È un'atrocità, può essere valutata solo come abuso e tortura "
Le autorità non hanno comunicato il numero di prigionieri con COVID-19, ma gli attivisti per i diritti dicono che migliaia di manifestanti sono risultati positivi dopo essere stati arrestati. 

Artsiom Liava, un giornalista di 44 anni, ha detto di essere stato contagiato il mese scorso in attesa di un'udienza in una cella di prigione destinata a ospitare 10 ma che ospitava circa 100 detenuti. Liava, giornalista del canale televisivo Belsat, è stato arrestato mentre partecipava ad una protesta nella capitale bielorussa, Minsk. 

"Prima, gli altri detenuti e poi io abbiamo smesso di sentire il fetore della prigione", ha detto. "Tutti noi avevamo la febbre, una forte tosse e ci sentivamo deboli, ma non ci davano nemmeno l'acqua calda." 

ES


domenica 27 dicembre 2020

Non fa notizia! Il 24 dicembre morti al largo della Tunisia, 20 migranti diretti in Italia - Tra loro 4 donne incinta

Sardegna Live
Drammatico naufragio al largo della costa di Sfax, in Tunisia, dove almeno 20 migranti hanno perso la vita. Lo ha reso noto un ufficiale della Guardia Costiera, che ha recuperato i corpi senza vita di decine di persone dirette verso l'Italia.


Cinque sono stati tratti in salvo e verserebbero in gravi condizioni. Conferme sono arrivate anche dal portavoce del ministero della Difesa, Mohamed Zekri. Le vittime sono per lo più originarie dell'Africa subsahariana.

A bordo del barcone almeno 40 migranti, fra i deceduti ci sarebbero anche quattro donne incinte. Proseguono le ricerche dei dispersi.