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lunedì 4 maggio 2020

RD Congo. Human Rights Watch: "Rischio ecatombe causa coronavirus nelle prigioni"

Ansa
Rischio "ecatombe" causa coronavirus nelle prigioni "insalubri e sovrappopolate" della Repubblica democratica del Congo, dove ogni anno già muoiono decine di detenuti. 
Prigione di Makala di Kinshasa 21 aprile 2020 [HRW]
La denuncia è di Human Rights Watch (Hrw) secondo la quale c'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19". Un totale di 43 detenuti è risultato positivi al test negli ultimi due giorni nella prigione militare di Ndolo, nel pieno centro della capitale Kinshasa, che ospita quasi 2 mila persone. 

Ma i dati potrebbero peggiorare poiché "sono in corso i tamponi per tutti i detenuti", ha precisato il ministro della Sanità Eteni Longondo, secondo il quale il virus è entrato in carcere attraverso "una donna che portava del cibo".

Egitto - Shady Habash fu arrestato per un video ironico su Al-Sisi, è morto in carcere a soli 22 anni senza essere soccorso

Il Dubbio
I compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Il ragazzo, in attesa del processo, è morto a Tora, nella stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki.

"Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki".
 


Così all'agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l'8 febbraio scorso con l'accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo. Anche Shady Habash era in attesa del processo: era stato arrestato a marzo del 2018 perché aveva diretto un video clip musicale in cui il cantante Ramy Essam, esule all'estero, faceva della satira sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi.

A dare la notizia della morte del giovane regista è stato Ahmed el-Khawaga, il suo avvocato, secondo cui Shady Habash sarebbe morto dopo aver accusato forti dolori allo stomaco, ma né lui ne' i suoi compagni sono riusciti a far intervenire un medico nonostante abbiano gridato per ore attraverso la cella. Dall'istituto carcerario non avrebbero ancora confermato il decesso tuttavia secondo Abdelwahab, diverse voci sarebbero trapelate dopo la sua morte: "Famigliari e amici di Habash - ha detto ancora l'attivista alla Dire - si sono recati a Tora e in qualche modo hanno ottenuto queste informazioni". Quanto alle cause della morte, "potrebbe essere stato avvelenato".

Oltre al regista Shady Habash, la polizia egiziana aveva arrestato anche l'autore della canzone incriminata, Galal El-Behairy, che ad agosto 2018 è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di reclusione. "Quanto è accaduto - aggiunge Amr Abdelwahab all'agenzia Dire - la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all'interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi".

Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all'interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente Al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre. In Egitto non esistono stime ufficiali sul fenomeno, ma il carcere di Tora è diventato tristemente noto per accogliere i dissidenti che, tramite la legge sul terrorismo promulgata nel 2015, vengono accusati di attività terroristiche anche solo a causa di un post critico contro il governo condiviso sui social network.

Prima della sentenza possono passare degli anni e stando alle associazioni, ai familiari dei detenuti o ai racconti di coloro che sono usciti, dietro le sbarre si subirebbero torture. Le celle sarebbero sovraffollate, il cibo scadente e le cure mediche negate nella maggior parte dei casi. Amr Abdelwahab alla Dire conclude: "Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scritto: "Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all'esterno affinché io sopravviva". "In pratica - dice l'attivista- ci chiedeva di non essere dimenticato".

venerdì 1 maggio 2020

Covid-19 - Mentre nelle città aumentano povertà e fame a Sassuolo la giunta della Lega multa chi chiede e fa l'elemosina

Resto del Carlino
Sanzione pecuniaria non solo a chi chiede l'lelemosina ma anche a chi l’elemosina la fa. Chi cede alle insistenze dei mendicanti rischierà ora una multa di 56 euro, ai sensi del nuovo regolamento comunale di polizia urbana, votato a maggioranza nel corso del Consiglio comunale tenutosi in videoconferenza lunedì sera. 


Cinquantasei euro l’obolo che si verserà nelle casse del Comune se colti a ‘cedere’ alle richieste dei questuanti. "Una piccola ammenda amministrativa, non pensiamo certo di multare la vecchietta o l’anziana che vuole fare la donazione, ma si preserva chi è vittima di condotte moleste da parte dei professionisti dell’accattonaggio", secondo Cristian Misia della Lega. "Non c’entra nulla con la lotta al degrado, sulla quale siamo tutti d’accordo" ha ribattuto Giulia Pigoni del Pd.

Misura "deprimente" e "antistorica" ad avviso, rispettivamente, di Maria Savigni e Matteo Mesini del Pd. Sul punto anche il leghista Bargi ("il messaggio non è sanzionare la carità, è non vogliamo l’accattonaggio") e il consigliere del Pd Lenzotti, che a suo modo si autodenuncia per tempo: "Quando vedo persone in difficoltà è ovvio che non cerco di incoraggiare un comportamento malavitoso, ma di aiutare chi ritengo abbia bisogno e continuerò a farlo rischiando un’ammenda. Io – ha chiuso Lenzotti – non mi giro dall’altra parte, come del resto immagino non facciano altri che siedono in questo consiglio".

Stefano Fogliani

Link correlatiBlog Diritti Umani - Human Rights - Mattarella cancella l'ordinanza sul divieto di chiedere l'elemosina. "Occorre combattere la povertà non fare la guerra ai poveri" 6 /05/2019

giovedì 30 aprile 2020

La pandemia COVID-19 in Africa, l’allarme di Sant’Egidio che è presente con Dream in 10 paesi con un diffuso intervento di prevenzione

Vatican News
La pandemia in Africa, l’allarme di Sant’Egidio che interviene con Dream
Per evitare un’escalation di contagi da coronavirus in Africa, la Comunità di Sant’Egidio lancia alcune proposte che partono dalla presenza, in 10 Paesi di quel continente, di diversi programmi sanitari. A presentare i nuovi provvedimenti è stato oggi il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo, durante un incontro via streaming con la stampa.

Il mortale braccio del coronavirus si sta inesorabilmente allungando verso l’Africa, ed è corsa contro il tempo per fermare il dilagare della pandemia che provocherebbe una strage dalle dimensioni catastrofiche, una preoccupazione fortemente sentita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpita dal trend crescente osservato, appunto, in quel continente.

Ascolta l'intervista a Marco Impagliazzo >>>

52 i Paesi finora toccati dal virus, per un totale di oltre 33.200 contagi, con 1.470 morti. Ad aprire la lista l’Egitto, seguito dal Sudafrica. Nell’Africa occidentale i casi sono concentrati soprattutto in Ghana, Nigeria e Guinea. È dunque necessario intervenire con urgenza, come sta facendo la Comunità di Sant’Egidio, che oggi ha presentato le sue proposte per la prevenzione nei Paesi africani.


Il programma Dream potrà affrontare anche il Covid-19
“I 30 centri che si occupano del programma Dream, attivi da anni per la prevenzione e la cura di malati di Hiv, tubercolosi e malaria – spiega il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo– sono ormai aperti anche al tema della gestione del Covid-19. 

Il programma Dream non si è trovato impreparato nell'affrontare la nuova pandemia perché i controlli e le misure di contenimento sono del tutto similari tra il coronavirus e la tubercolosi. Entrambi si diffondono attraverso quelle che sono indicate come ‘droplets’, le goccioline, oggi i nostri centri sono quindi abilitati in questo discorso di prevenzione, rifornendo tutto il personale sanitario e parasanitario di strumenti protettivi quali mascherine, gel, e così via, nonché di tutto il necessario materiale informativo”. 

Quello della protezione dei 10mila operatori della Comunità è un punto fondamentale, spiega ancora Impagliazzo, che precisa anche la presenza di 25 laboratori di biologia molecolare in grado di effettuare test per il Covid-19.

Video dal sito www.santegidio.org

In tutto il continente mancano posti in intensiva e respiratori
Uno degli aspetti più drammatici è la scarsità dei posti letto in terapia intensiva e dei respiratori. Un esempio, continua il presidente, sono “il Burkina Faso e la Somalia, in questi due Paesi i posti sono 15 ed i respiratori sono pochissimi. In Centrafrica, dove il Papa ha aperto la Porta Santa, i respiratori sono tre, in tutto il Paese”. 

L’azione di Sant’Egidio non è limitata ai suoi centri, si articola anche attraverso le sue comunità, tutto per aiutare a prevenire la diffusione del virus. Alla pandemia sono collegate poi altre emergenze socio-sanitarie, come lo scaso approvvigionamento di cibo, anche questo un problema che impegna la comunità. Con il lockdown in molti Paesi, dove non esiste un sistema di welfare, dove non esiste alcun sistema di protezione della vita delle persone da un punto di vista sociale, i problemi sono immensi e stanno veramente crescendo a dismisura, avverte ancora Impagliazzo.

Il picco del virus in Africa si aspetta a partire da metà maggio
“Il virus è arrivato in Africa in ritardo rispetto al resto dei Paesi - aggiunge – ci si aspetta un’onda lunga, un picco di contagi a partire dalla seconda metà di maggio”. Di qui il piano messo a punto da Sant’Egidio, che prevede anche la consegna dei farmaci agli ammalati, come gli antiretrovirali ai contagiati da Hiv, per 3-6 mesi, per evitare la circolazione dei malati. “Bisogna assolutamente accendere i riflettori – conclude il presidente di Sant’Egidio – perché non si arrivi troppo tardi”, di qui il richiamo alla comunità internazionale e l’invito ad aderire ad una sottoscrizione. “La fragilità provoca maggiore diffusione del virus, laddove non ci sono i mezzi bisogna spingere e aiutare perché arrivino, e perché sia garantita a tutti l’accessibilità alle cure”.


Francesca Sabatinelli

El Salvador - Immagini shock dal carcere, pugno duro contro le gang, ammassando e umiliando i detenuti in tempo di Covid-19

Rai News
Detenuti seminudi ammassati nel cortile, il messaggio di umiliazione alle bande criminali del presidente Bukele che ordina un ulteriore giro di vite: membri di bande contrapposte verranno reclusi nelle stesse celle.

Foto AP
Al termine del suo primo anno al potere, il presidente salvadoregno Nayib Bukele combatte su due fronti, da un lato l'epidemia del coronavirus dall'altro le potenti bande di strada che seminano il terrore nel paese e lo fa con metodi che tuttavia secondo molti osservatori mettono a rischio la giovane democrazia. 

Le immagini scioccanti che vengono dalla prigione di Izalco a San Salvador sembrano dimostrarlo. Il pugno duro di Bukele trova il consenso della maggioranza del Paese. 
Secondo i numeri ufficiali avrebbe ridotto drasticamente la criminalità. 

Foto AP
Il governo ha denunciato 65 omicidi a marzo, una media annua di 2,1 al giorno in un paese che ha visto anche più di 20 uccisioni al giorno. Lo scorso fine settimana, tuttavia, ci sono stati 60 omicidi, un'impennata di violenza che sarebbe stata orchestrata dai membri delle bande in carcere. Il governo di Bukele ha reagito divulgando video e foto di centinaia di detenuti appartenenti a una gang, praticamente nudi e accatastati l'uno contro l'altro nel cortile del carcere come punizione. 

Ha anche twittato un video che mostra i detenuti che fanno cenni con gli asciugamani da dietro le sbarre sostenendo che è così che i detenuti comunicavano con il mondo esterno impartendo gli ordini per gli omicidi. Martedì, le autorità penitenziarie hanno chiuso le celle per impedire ogni comunicazione ai prigionieri. 

Il presidente non si è fermato alla divulgazione delle foto e dei video umilianti, ma ha anche ordinato che membri di bande diverse siano messi nelle stesse celle della prigione, una misura senza scrupoli che potrebbe far deflagrare la situazione con ulteriori spargimenti di sangue. 

Gli analisti per altro avvertono che questa strategia potrebbe anche incoraggiare i membri delle diverse bande a coalizzarsi contro lo Stato.

martedì 28 aprile 2020

Migranti - Incendio nel campo profughi di Samos. 200 persone perdono anche il loro rifugio precario. Campo sovraffollato, previsto per 650 rifugiati ne sono presenti più di 7.000

Blog Diritti umani - Human Rights
Decine di richiedenti asilo sono rimasti senza il loro rifugio dopo che un incendio ha devastato un campo sull'isola greca di Samos. 

Lo ha reso noto un funzionario del ministero delle migrazioni. "Circa 200 persone sono rimaste senza tetto", ha detto all'Afp il segretario del ministero della migrazione Manos Logothetis. 


Il rogo è scoppiato domenica sera dopo una "controversia interna" tra residenti del campo, ha aggiunto. Un secondo incendio è partito lunedì in una nuova serie di scontri tra "persone di lingua araba e africane", ha detto una fonte della polizia locale. 


Squadre antisommossa erano state inviate per reprimere i disordini e sette persone sono state arrestate. Il campo di Samos è enormemente sovraffollato, previsto per 650 persone attualmente ne ospita più di 7.000 in baracche, tende e rifugi precari.


La notizia confermata su Twitter da Medici Senza Frontiere

Fonte: AnsaMed

lunedì 27 aprile 2020

Turchia - Erdoğan svuota le carceri per il covid-19 liberando 90.000 detenuti, ma lascia dentro oppositori politici e giornalisti

Linkiesta
Con una contestata riforma giudiziaria, il Parlamento turco metterà in libertà circa 90mila detenuti, ma non gli intellettuali e i politici critici col governo, incarcerati con l’accusa di vicinanza a organizzazioni terroristiche.


Una controversa riforma, votata d’emergenza per svuotare le carceri sovraffollate: è questo, in Turchia, uno degli effetti della crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Poco dopo la morte per Covid di 3 detenuti su un totale di 17 contagiati – registrata lo scorso 13 aprile – il parlamento di Ankara ha approvato un nuovo regolamento sull’esecuzione penale, proposto dal partito di governo AKP del presidente Erdoğan, che permette a circa 90mila carcerati di uscire di prigione prima dei termini di condanna.

Di questa riduzione possono beneficiare i detenuti che abbiano già scontato almeno metà della pena, mentre chi verrà condannato per reati commessi entro il 30 marzo non finirà in carcere, ma sarà costretto alla libertà vigilata. Non tutti i carcerati possono però avvalersi degli sconti di pena: la riforma esclude infatti i prigionieri in attesa di giudizio e quelli condannati per reati relativi a traffico di droga, omicidi premeditati, abusi sessuali e violenza su donne e bambini.

Resta in carcere anche chi è stato condannato per reati relativi al terrorismo, ed è su questo punto che le critiche dei partiti di opposizione e delle associazioni per i diritti umani si sono concentrate.

Se il provvedimento allevia indubbiamente il dramma del sovraffollamento nelle carceri in Turchia – dove prima delle legge erano recluse quasi 300mila persone in strutture con una capienza nettamente inferiore – la riforma ha ricevuto numerose critiche ed è stata approvata, il 14 aprile, dopo una dura battaglia parlamentare.

Le formazioni politiche contrarie, come anche molte associazioni di avvocati, contestano il fatto che l’ampia definizione di “reati per terrorismo” costringerà a restare in prigione anche molti giornalisti, intellettuali e politici critici del governo che negli ultimi quattro anni sono stati incarcerati con l’accusa di vicinanza ad organizzazioni terroristiche.

Si tratta di qualche centinaio di persone, tra cui spiccano nomi noti anche a livello internazionale come quello dello scrittore e giornalista Ahmet Altan, dell’uomo d’affari impegnato politicamente a favore delle minoranze Osman Kavala e dell’ex co-presidente del partito filo curdo HDP – il “Partito Democratico dei Popoli”, la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco – Selahattin Demirtaş.

Secondo i critici, queste persone sono in realtà in prigione a causa di opinioni politiche critiche nei confronti di Erdoğan e non per i reati di terrorismo per cui sono stati condannati. Sarà questa una delle motivazioni che il socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale partito di opposizione, porterà nei prossimi giorni davanti alla Corte Costituzionale nel presentare ricorso contro la riforma.