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giovedì 30 aprile 2020

El Salvador - Immagini shock dal carcere, pugno duro contro le gang, ammassando e umiliando i detenuti in tempo di Covid-19

Rai News
Detenuti seminudi ammassati nel cortile, il messaggio di umiliazione alle bande criminali del presidente Bukele che ordina un ulteriore giro di vite: membri di bande contrapposte verranno reclusi nelle stesse celle.

Foto AP
Al termine del suo primo anno al potere, il presidente salvadoregno Nayib Bukele combatte su due fronti, da un lato l'epidemia del coronavirus dall'altro le potenti bande di strada che seminano il terrore nel paese e lo fa con metodi che tuttavia secondo molti osservatori mettono a rischio la giovane democrazia. 

Le immagini scioccanti che vengono dalla prigione di Izalco a San Salvador sembrano dimostrarlo. Il pugno duro di Bukele trova il consenso della maggioranza del Paese. 
Secondo i numeri ufficiali avrebbe ridotto drasticamente la criminalità. 

Foto AP
Il governo ha denunciato 65 omicidi a marzo, una media annua di 2,1 al giorno in un paese che ha visto anche più di 20 uccisioni al giorno. Lo scorso fine settimana, tuttavia, ci sono stati 60 omicidi, un'impennata di violenza che sarebbe stata orchestrata dai membri delle bande in carcere. Il governo di Bukele ha reagito divulgando video e foto di centinaia di detenuti appartenenti a una gang, praticamente nudi e accatastati l'uno contro l'altro nel cortile del carcere come punizione. 

Ha anche twittato un video che mostra i detenuti che fanno cenni con gli asciugamani da dietro le sbarre sostenendo che è così che i detenuti comunicavano con il mondo esterno impartendo gli ordini per gli omicidi. Martedì, le autorità penitenziarie hanno chiuso le celle per impedire ogni comunicazione ai prigionieri. 

Il presidente non si è fermato alla divulgazione delle foto e dei video umilianti, ma ha anche ordinato che membri di bande diverse siano messi nelle stesse celle della prigione, una misura senza scrupoli che potrebbe far deflagrare la situazione con ulteriori spargimenti di sangue. 

Gli analisti per altro avvertono che questa strategia potrebbe anche incoraggiare i membri delle diverse bande a coalizzarsi contro lo Stato.

lunedì 2 aprile 2018

El Salvador - Esecuzione di Padre Walter Vásquez Jiménez, 31 anni, si pensa per mano delle "maras"

Avvenire
L'auto di padre Walter Vásquez Jiménez è stata fermata da tre uomini armati mentre si recava a celebrare la Messa a Las Lajas. Il parroco è stato fatto scendere e ucciso. I testimoni: “Un'esecuzione”.

Padre Walter Vásquez Jiménez, 31 anni
Padre Walter Vásquez Jiménez, vicario a San Buenaventura e Mercedes Umaña, nella zona orientale di El Salvador, non voleva lasciare la vicina comunità di Lolotique priva delle funzioni della Settimana Santa. 

Così aveva deciso di spostarsi là per il Triduo pasquale. Al termine di una giornata intensa, la sera del Giovedì Santo, dunque, dopo aver officiato la Messa a Las Ventas, si stava spostando Las Lajas, per un'altra celebrazione. 

Il sacerdote, 31 anni, si stava dirigendo verso al chiesetta in auto, in compagnia di tre persone, quando un Suv gli ha sbarrato la strada. Tre uomini armati e con il volto coperto da un passamontagna hanno strappato ai passeggeri orologi, portafogli e cellulari. Non si è trattato, però, di una comune rapina. 

I malviventi hanno intimato a padre Walter di scendere dalla vettura e di seguirli. L’hanno portato a una cinquantina di metri e l’ha gli hanno sparato. Dato che il proiettile l’aveva solo sfiorato, il prete ha cercato di fuggire. I killer, dunque, hanno esploso un secondo colpo, uccidendolo. Poche ore prima, padre Walter aveva festeggiato il settimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale. I testimoni, dunque, hanno parlato di un’esecuzione. Dal movente ignoto. 

Anche se molti fra le autorità hanno ventilato l’ipotesi che potrebbero essere state le maras. Così si chiamano le bande criminali che tengono in ostaggio le periferie di El Salvador, trasformato ormai, con 60 omicidi ogni 100mila abitanti, in uno dei Paesi più violenti al mondo. 

L’epidemia di ferocia si concentra nelle aree più emarginate, in genere, dove la presenza dello Stato è debole e la gente non ha mezzi per proteggersi con guardie private e sistemi di allarme. Per questo le maras vengono chiamate “la mafia dei poveri”. Escluse dal grande business del narcotraffico – feudo dei cartelli messicani –, le gang si mantengono con l’estorsione ai negozi popolari, inclusi gli ambulanti. 

I sacerdoti che vivono ed esercitano il proprio ministero in questi quartieri dimenticati, sono, spesso, l’unico sostegno per i residenti. A loro ricorrono quanti non possono pagare il “pizzo” per chiedere una delazione, come pure le madri dei “mareros” (esponenti delle gang) quando i figli sono arrestati e uccisi. 

O ancora i ragazzini che rifiutano di entrare nella banda. 
«Siamo in prima linea, ogni giorno ci chiediamo quando ci coglierà la pallottola e ci stupiamo che non l’abbia ancora fatto», afferma un prete il cui nome non viene rivelato per ragioni di sicurezza. 
Di certo, l’area di padre Walter, l’estremo oriente del Paese nei pressi di San Miguel, è quella più colpita dalla violenza delle maras. In particolare i municipi di Chapeltique, Chimaneca, Moncagua, Quelepa, San Jorge, El Tránsito, Nueva Guadalupe e, appunto, Lolotique. Forse là, la presenza di padre Walter e il suo impegno dei giovani emarginati, ha dato fastidio a qualcuno.

martedì 3 novembre 2015

America Centrale e Messico - UNHCR: Le donne che fuggono dalla terra più violenta del mondo

Internazionale
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ogni anno migliaia di donne dell’America Centrale e del Messico abbandonano le loro case per sfuggire alla violenza delle bande armate ma anche a quella domestica, cercando riparo negli Stati Uniti e dando così origine a una diaspora che sta creando una situazione critica.


Una giovane migrante con la sua famiglia su un treno a Ixtepec, 
in Messico, diretto negli Stati Uniti, il 12 luglio 2014. (Eduardo Verdugo, Ap/Ansa)
Un rapporto dell’Unhcr, pubblicato il 28 ottobre, indica che sono sempre di più le latinoamericane, alcune delle quali anche con bambini al seguito, che fuggono da alcune regioni del Messico e del Trifinio, il triangolo formato da El Salvador, Honduras e Guatemala. Da quella zona transfrontaliera, che ha il tasso di omicidi più alto al mondo, nel 2014 si sono spostati verso gli Stati Uniti anche più di 66mila minori, da soli o con le famiglie. Secondo il governo statunitense, i minori arrivati da soli nell’agosto di quest’anno sono di più di quelli arrivati nell’agosto del 2014.

António Guterres, a capo dell’agenzia dell’Onu, scrive nel rapporto che “con le autorità spesso incapaci di frenare le violenze e trovare rimedi alla situazione, tante donne senza tutele non hanno altra scelta che fuggire”.

L’Unhcr sostiene che mentre l’attenzione è rivolta alle centinaia di migliaia di profughi che arrivano in Europa dalla Siria e dall’Iraq, nell’America Centrale si sta configurando una nuova emergenza umanitaria. Secondo Guterres, “le drammatiche crisi di rifugiati a cui assistiamo oggi in tutto il mondo non sono limitate al Medio Oriente o all’Africa. Un’altra si sta formando anche nelle Americhe”.

Per due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande criminali sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine

L’Unhcr ha registrato un incremento di quasi cinque volte del numero di richiedenti asilo che arrivano negli Stati Uniti dalla regione del Trifinio a partire dal 2008. Nel 2014 le richieste da quell’area e dal Messico sono state 40mila.

Il documento contiene 160 interviste con donne originarie di quelle regioni e scappate di casa per rifugiarsi negli Stati Uniti. Dopo aver passato illegalmente il confine, sono state arrestate e portate in centri di detenzione. Secondo il rapporto, lo status di profuga è stato riconosciuto a tutte le donne intervistate dalle autorità e di cui è stato appurato “il timore fondato o plausibile di subire persecuzioni o torture”.

Norma, una diciassettenne salvadoregna, ha detto di esser stata stuprata in un cimitero da tre componenti della banda criminale chiamata M18 alla fine del 2014. Sarebbe stata presa di mira perché moglie di un poliziotto. “Facevano a turno… mi tenevano per le mani. Mi hanno tappato la bocca per non farmi strillare”, racconta. Alla fine “mi hanno buttato nell’immondizia”.

Per quasi due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande armate criminali - tra cui stupri, omicidi, reclutamento a forza dei figli ed estorsioni – sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine.

Nel documento si sostiene che “l’aumento dell’incidenza dei gruppi armati criminali, che in pratica spesso equivale al loro controllo del territorio e delle persone, è superiore alla capacità di risposta dei governi nella regione”.

Fuggire dalla violenza domestica

I dati del governo statunitense hanno dimostrato che l’82 per cento delle donne originarie del Trifinio e del Messico e intervistate dalle autorità nell’ultimo anno, ha un timore fondato di subire persecuzioni o torture, ed è stato concesso loro di presentare richiesta di asilo negli Stati Uniti.

Un altro dei motivi per cui le donne abbandonano le loro abitazioni è la violenza esercitata da mariti e compagni che abusano di loro. “Non riuscendo a ottenere protezione da parte dello stato, molte donne hanno menzionato la violenza tra le mura di casa tra i motivi che le hanno indotte a scappare, per paura di venire ferite gravemente o uccise se fossero rimaste lì”, si legge nel rapporto.

Alcune hanno detto di aver preso delle pillole anticoncezionali prima di partire per evitare di rimanere incinte a seguito di stupri da parte di gang o trafficanti di esseri umani. “Venire qui (negli Stati Uniti) era avere una speranza di farcela”, dice Sara, fuggita dall’Honduras per cercare asilo negli Stati Uniti. Più di tre quarti delle donne intervistate ha dichiarato di essere al corrente del fatto che il viaggio via terra verso gli Stati Uniti era pericoloso, ma era un rischio che valeva la pena di correre.

Anastasia Moloney

(Traduzione di Alessandro de Lachenal)

domenica 23 agosto 2015

El Salvador: 14 membri della stessa gang trovati uccisi nel carcere di Quezaltepeque

Ansa
Almeno 14 membri di una stessa gang sono stati uccisi in un carcere nel nord di El Salvador, rendono noto le autorità locali citate dalla Bbc. 

La prigione di Quezaltepeque
I corpi delle vittime, tutti appartenenti alla famigerata banda Barrio, sono stati scoperti in due luoghi distinti durante un controllo di routine nella prigione di Quezaltepeque. Le morti sono ritenute il risultato di una faida interna. Le autorità carcerarie e la polizia hanno avviato un'indagine.

martedì 3 febbraio 2015

El Salvador - Monsignor Romero Martire, Papa Francesco ha autorizzato oggi la promulgazione della beatificazione

MISNA
Monsignor Oscar Arnulfo Romero Galdámez, arcivescovo di San Salvador, fu assassinato dai militari, “in odio alla Fede”, il 24 marzo 1980 a San Salvador: è quanto riporta il decreto che attesta il suo martirio di cui Papa Francesco ha autorizzato oggi la promulgazione, ricevendo in udienza privata il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.



Domani, riferisce Radio Vaticana, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, postulatore della Causa di Beatificazione di monsignor Romero – aperta nel 1997 – ne parlerà ai media presso la Sala Stampa della Santa Sede.

Nato il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios (El Salvador), monsignor Romero è da tempo celebrato nei paesi latinoamericani come San Romero d’America.

Dopo decenni di attesa, l’annuncio dello sblocco della causa di beatificazione di monsignor Romero era giunto per bocca di monsignor Paglia il 20 aprile del 2013, in concomitanza con l’anniversario della morte di don Tonino Bello, già vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi. Monsignor Paglia aveva parlato dalla Cattedrale di Molfetta pochi giorni dopo un’udienza con il Papa, auspicando che il processo di beatificazione di don Tonino “presto possa accodarsi a quello di monsignor Romero”.

Monsignor Romero fu ucciso da un sicario del governo di destra poco prima dello scoppio della guerra civile – alcuni storici definiscono il suo assassinio come la scintilla del conflitto, costato il 12 anni almeno 75.000 morti – mentre celebrava la messa nella cappella dell’ospedale per malati di cancro Divina Provvidenza di San Salvador. “Vorrei rivolgere un invito particolare agli uomini dell’esercito – disse nella sua ultima omelia -… Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini; ma davanti ad un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere… Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio. (…) Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue… In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: basta con la repressione!”.

Secondo la Commissione della Verità, creata sotto l’egida delle Nazioni Unite per documentare i crimini della guerra, il mandante dell’assassinio dell’arcivescovo fu il maggiore dell’esercito Roberto D’Aubuisson, fondatore della ‘Alianza Republicana Nacionalista’ (Arena, destra), sconfitta alle urne nel 2009 dall’ex guerriglia del ‘Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional’, ancora al potere, dopo 20 anni ininterrotti alla guida del paese.

lunedì 7 ottobre 2013

El Salvador: al via progetti per il miglioramento delle carceri, stanziati 72 milioni $

Il Velino
L'assemblea legislativa di El Salvador, con 70 voti a favore su 84 totali, ha ratificato un prestito di 72 milioni di dollari, che il governo ha ottenuto dal Banco Centroamericano de integracion economica (Bcie).

I fondi serviranno per un programma di miglioramento carcerario e per l'acquisizione di un sistema di sorveglianza dei detenuti mediante braccialetti elettronici. Il governo del paese latino americano sarà coinvolto con un ulteriore investimento di nove milioni di dollari.

Il Bcie aveva firmato la concessione del credito al paese latino americano il 24 aprile scorso. Per El Salvador la sigla era stata apposta dal ministro della Giustizia, David Munguia Payès. Il finanziamento, in particolare, sarà destinato alla costruzione e all'ampliamento delle recinzioni dei penitenziari e per imprese agricole legate alle strutture detentive.

Nel progetto saranno coinvolte le carceri a Izalco, Santa Ana, Sonsonate, Zacatecoluca e Morazan. Sul versante dei braccialetti elettronici, invece, ne saranno acquisiti duemila da destinare a un programma di riabilitazione dei detenuti. Questi ultimi, in diversi casi - tra cui motivi di salute o buona condotta, infatti, potranno lasciare le prigioni a patto di indossarne uno.