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domenica 18 novembre 2018

Turchia: rilasciati accademici accusati legami con filantropo Kavala e eversione, meno uno, Yigit Aksakoglu

Ansa
Istanbul - In Turchia sono stati rilasciati tutti tranne uno i 14 fra accademici, imprenditori e giornalisti fermati a Istanbul per legami con l'associazione Anadolu Kultur, guidata dal noto filantropo e attivista per i diritti umani Osman Kavala, che è detenuto da oltre un anno per sospette attività eversive contro lo Stato.

Yigit Aksakoglu
L'agenzia Anadolu ha reso noto che è rimasto in detenzione l'accademico Yigit Aksakoglu, che lavora alla Bilgi University di Istanbul. Aksakoglu è anche il rappresentante in Turchia della fondazione privata Bernard van Leer per la promozione dell'infanzia.

Quanto a Kavala, Amnesty International e Human Rights Watch ne hanno chiesto più volte il rilascio, sottolineando tra l'altro che non è stato ancora presentato nei suoi confronti alcun atto d'accusa formale.

sabato 17 novembre 2018

Inghilterra - Carcere - Molti casi di donne che partoriscono in cella senza ostetrica.

FoxLife
Le testimonianze: "Avevo le doglie, ma nessuno mi credeva. Mi hanno dato del paracetamolo per non sentire il dolore".


In Inghilterra, alcune donne detenute nelle carceri britanniche hanno partorito in cella senza avere accesso ad adeguate cure mediche. A rivelarlo, è uno studio condotto dalla dottoressa Laura Abbott - ostetrica e docente presso l'Università dell'Hertfordshire - condivisa in anteprima con The Guardian.

La dottoressa ha analizzato la condizione in cui alcune detenute hanno partorito in tre carceri inglesi, di cui non vengono menzionati i nomi per non compromettere l'anonimato delle persone ascoltate dai ricercatori. La relazione ha documentato casi in cui alcune recluse hanno dovuto far nascere i propri bambini in cella, senza nemmeno il supporto di un'ostetrica.

Le esperienze raccolte dal team di ricercatori disegnano un quadro molto preoccupante per il benessere delle detenute in gravidanza e dei loro bambini, in un contesto in cui il personale infermieristico non sempre è in grado di capire se la donna è entrata in travaglio né è preparato a far fronte al caso di emergenza, qualora non venisse portata in ospedale per tempo.

Inghilterra: i parti in cella
Le nascite in cella non sono molto diffuse, anche se nessuno sa esattamente quante se ne verifichino, dato che né il Ministero della Giustizia né il servizio sanitario nazionale provvede alla raccolta dei dati.

Tuttavia, la mancanza di accesso diretto a un'ostetrica, anche solo per un consulto telefonico, costituisce un grosso rischio per una donna in gravidanza. "Questo è un settore che desta sempre più preoccupazione", ha dichiarato Naomi Delap, direttrice dell'ente benefico Birth Companions, che sostiene le donne in carcere da oltre 21 anni.

Da mesi, Delap chiede l'adozione di misure urgenti: "Abbiamo iniziato a sentire diverse storie sulle donne che partoriscono in prigione", ha spiegato. Tra le testimonianze raccolte, c'è quella di Layla (nome di fantasia), confermata anche dal personale carcerario.

Entrata in travaglio precoce, Layla aveva cercato di avvisare il personale senza però essere creduta. Le contrazioni si facevano sempre più forti, ma il problema principale restava quello di convincere gli infermieri: stava partorendo, ma nessuno, oltre a lei, se n'era reso conto. L'unico supporto che le era stato offerto si limitava a qualche farmaco a base di paracetamolo per non sentire il dolore.

Alla rottura delle acque, il panico: le infermiere presenti non sapevano come gestire la situazione, l'ambulanza non arrivava. Layla, dopo due ore di travaglio, dava alla luce sua figlia in una cella di prigione senza la presenza di personale specializzato.

La sua non è stata un'esperienza isolata: "Ho intervistato 10 membri del personale, 8 hanno avuto esperienze di nascite nelle celle o ne sono venuti a conoscenza", ha rivelato Abbott. Inoltre, in due delle prigioni esaminate non è presente un solo infermiere con una formazione specialistica in grado di gestire un parto in emergenza. Nella terza, erano presenti solo nell'unità madre-bambino.
Gravidanze in carcere
Secondo la Birth Companions, le donne incinte dovrebbero avere accesso telefonico a un'ostetrica 24 ore su 24. Inoltre, non dovrebbe spettare al personale carcerario, né agli infermieri, determinare se una donna abbia le doglie oppure no. Per l'organizzazione resta necessario incrementare il personale specializzato.

Altra questione che rende complicato affrontare il fenomeno: la scarsa documentazione. Non si conoscono i numeri delle detenute in gravidanza (stimate intorno alle 600), né dei parti in carcere o in ospedale, anche se si pensa siano circa 100 all'anno.

Nonostante i propositi del governo, la situazione nelle carceri inglesi resta un problema: "Sulla carta la strategia del governo dà le risposte più giuste. Tuttavia, a nostro avviso c'è un grande divario tra ciò che dovrebbe essere fornito e l'assistenza che effettivamente viene garantita. Le donne ricevono cure inadeguate che a volte possono essere pericolose per loro e per i loro bambini".

Siria - Mosca riferisce: "100 morti nel campo profughi a Rukban per scarse condizioni igieniche

AnsaMed
Oltre cento persone sarebbero morte nell'ultimo mese nel campo profughi siriano di Rukban a causa delle scarse condizioni igieniche e della mancanza di assistenza medica: lo sostiene il portavoce del ministero della Salute russo, Serghiei Grabchak, citato dalla Tass. 


Il rappresentante del ministero della Difesa russo, Iuri Tarasov, da parte sua ha accusato gli Usa di avere "la piena responsabilità della scandalosa situazione" perché "occupano il territorio illegalmente e usano i problemi umanitari del campo profughi per legittimare la loro presenza militare nel sud della Siria".

Turchia, retata di accademici membri di Anadolu Kultur legati al filantropo Kavala

AskaNews
Ankara – La polizia turca ha arrestato diversi accademici provenienti da due università di Istanbul, legati a un’associazione guidata dall’attivista per i diritti umani, detenuto, Osman Kavala. Lo hanno indicato i media locali. 


Il professor Turgut Tarhanli dell’università privata Bilgi e la
 professoressa Betul Tanbay della prestigiosa Università Bogazici sono tra le persone arrestate, secondo quanto riportato dall’emittente televisiva privata Ntv. 

Gli accademici erano membri di Anadolu Kultur (Cultura anatolica), il cui presidente Kavala è stato rinchiuso in carcere oltre un anno fa, ma che non è stato ancora formalmente incriminato. Non è ancora chiaro quali siano i capi di imputazione nei confronti degli accademici.

venerdì 16 novembre 2018

Libia, l'appello di 300 migranti eritrei rinchiusi in un hangar: portateci via di qui

Rai News 24
Nel centro di Ben Gashir il cibo è razionato e spesso non viene fornito, non ci sono medici né medicine, molti stanno morendo di fame e stenti.

Una foto scattata dal cellulare e inviata per chiedere aiuto
In Libia sono migliaia i profughi ancora prigionieri da mesi nei centri di detenzione. 5.000 secondo quanto registrato dagli operatori dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite che riescono a lavorare a fatica in un territorio estremamente pericoloso a causa dei continui conflitti tra fazioni libiche. 

L’UNHCR ha evacuato centinaia di persone tra le più vulnerabili nei campi in Niger, circa 360 sono stati portati in Italia con voli umanitari. Ma sono ancora in tanti a sopravvivere nelle carceri libiche in condizioni drammatiche. 

Circa 300 eritrei, tra cui anche donne incinte e bambini piccoli, sono ammassati nel centro di Ben Gashir, un hangar a 30 km da Tripoli, da 4 mesi: il cibo è razionato e spesso non viene fornito, non ci sono medici né medicine, molti stanno morendo di fame e stenti. 

Angela Caponnetto è riuscita ad entrare in contatto con alcuni di loro che lanciano un appello: portateci via da qui prima che sia troppo tardi.

Sud Sudan, graziati due condannati a morte, per celebrare l’accordo di pace

Presenza
Il 31 ottobre 2018, come gesto riconciliatorio a sostegno dell’accordo di pace sottoscritto il 12 settembre, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir ha graziato due condannati a morte.


Si tratta di James Gatdet Dak, già portavoce dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese – Opposizione, una delle due fazioni che hanno combattuto negli ultimi cinque anni una guerra fratricida e sanguinosa costata decine di migliaia di morti e quattro milioni di sfollati e di William Endley, un cittadino sudafricano che agiva come consulente del leader della fazione di opposizione ed ex vicepresidente del paese, Riek Machar, che è previsto rientri in carica nell’ambito dell’attuazione dell’accordo di pace.

Endley era stato condannato a morte per tentativo di rovesciare il governo, Gatdet per tradimento.

Prima di essere stato condannato a morte, Gatdet era stato vittima di una clamorosa violazione del diritto internazionale: registrato regolarmente come rifugiato in Kenya, nel novembre 2016 era stato rapito nella sua abitazione di Nairobi, trasferito nel Sud Sudan e qui immediatamente arrestato.


Riccardo Noury

I paesi poveri? Ecco perché ci fa comodo che restino tali. Nel libro ”The Divide” di Jason Hickel

Linkiesta
C’è una frattura che sta crescendo attorno a noi. L’abbiamo ignorata, creduta lontana, eppure da più di cinquant’anni allarga i suoi confini, spalancando voragini invisibili tra continenti, nazioni e cittadini. 


È «the Divide», il divario economico tra ricchi e poveri del mondo: 4,3 miliardi di persone vivono con meno di 5 dollari al giorno mentre gli otto uomini più ricchi del pianeta possiedono lo stesso patrimonio della metà più indigente della popolazione globale.
Per decenni economisti, politici, agenzie per lo sviluppo ci hanno raccontato che l’origine del problema sarebbe «tecnica», legata a difficoltà interne dei paesi più poveri, e che tutto potrebbe essere risolto se questi adottassero istituzioni politiche e piani di intervento adeguati. 

Che, anzi, con l’aiuto dell’Occidente la povertà sarà sconfitta nel 2030. Solo che non è così. Jason Hickel ripercorre la storia dello squilibrio economico globale, smontando una dopo l’altra le bugie che ne hanno accompagnato la narrazione e mettendo in luce le responsabilità dai paesi più ricchi, ricostruendo, attraverso una scrittura chiara e documentata, il complesso quadro storico dei problemi economici del cosiddetto «terzo Mondo» ipotizzando soluzioni possibili.

Jason Hickel è un antropologo e scrittore, originario dello Swaziland. Ha insegnato presso la London School of Economics, la University of Virginia e la Goldsmiths, University Of London, ed è membro della Royal Society of Art. Oltre agli studi etnografici si è occupato di sviluppo, diseguaglianza e politica economica mondiale. Collabora con il Guardian, Al Jazeera e numerose testate online. The Divide è il suo primo libro tradotto in Italia.