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martedì 22 maggio 2018

I Laogai, le carceri–gulag cinesi, vere industrie della morte e mano d'opera a costi quasi nulli

Daily Cases
Più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese dove le condizioni di vita e lavoro dei detenuti, uomini donne e bambini, sono disumane.



Sono più di mille i campi di prigionia e lavoro forzato disseminati in tutta la Repubblica Popolare Cinese. Definiti “i nuovi Gulag cinesi”, perché ispirati ai campi di concentramento russi di epoca staliniana, i Laogai vennero istituiti nel 1950 da Mao Zedong, il rivoluzionario che portò il comunismo a trionfare in Cina. Attualmente i Laogai ospitano milioni di persone, uomini, donne e bambini che, al pari di schiavi, sono costretti a massacranti condizioni di vita e di lavoro.

Le poche informazioni a riguardo, per lo più smentite dal Governo cinese, arrivano da coloro che, da queste prigioni, sono usciti, perché arrivati a fine pena o perché riusciti a fuggire. Harry Wu era forse il più famoso di questi: arrestato nel 1960 con l’accusa di essere un cattolico e “controrivoluzionario di destra”, fu detenuto in diversi campi Laogai fino al 1979, quando fu rilasciato grazie alla liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong. 

Diciannove anni di sofferenze e di violenze testimoniate da Wu, fino al giorno della sua morte nel 2017, con numerose interviste e con esperienze di attivismo e denuncia delle violazioni dei diritti umani in Cina, iniziate una volta rifugiatosi in America, dove fondò, nel 1992, la Laogai Research Foundation, un’organizzazione di ricerca e pubblica educazione no profit sui campi di lavoro cinesi.

Negli anni sono venuti alla luce alcuni degli strumenti di tortura che la dittatura cinese mette in atto in questi “campi di rieducazione” nei confronti dei condannati. Si parla di lavori forzati, che durano anche 18 ore al giorno, in miniere di carbone o a costruire strade o lavorare la terra, di tempo passato a nutrirsi, in mancanza d’altro, anche di insetti e topi. 

All’interno dei Laogai sono previste punizioni corporali quali scariche elettriche, pestaggi, sospensione per le braccia, privazione del sonno, isolamento in celle di pochi metri quadrati, assenza di cure mediche e controlli, induzione al vomito con tubi ficcati in gola o nel naso, esposizione a caldo o freddo, bruciature, fino ad arrivare a violenze sessuali e all’asportazione e al traffico di organi dei detenuti.

Ma ciò che veramente distingue i Laogai cinesi dai predecessori campi di concentramento nazisti o staliniani, è l’attuazione anche di un vero e proprio abuso psicologico, che si concretizza nel lavaggio del cervello dei detenuti. Un indottrinamento politico che porta il prigioniero alla perdita della propria identità e a essere educato all’infallibilità del comunismo. Ogni giorno sono previste sessioni di studio dopo il lavoro forzato, costituite anche dalla cosiddetta “autocritica” per la riforma del pensiero, in cui, oltre a elencare e analizzare le proprie colpe, il detenuto le deve ammettere pubblicamente e deve giurare di diventare una “nuova persona socialista”. Infine deve dimostrare la propria lealtà al Partito Comunista Cinese denunciando anche i propri amici e familiari. I più colpiti, come è facile capire, sono i dissidenti politici contrari al Partito e i praticanti del Falun Gong, una pratica spirituale accusata di diffondere credenze irrazionali e di minare la stabilità sociale.

La “riforma” della personalità dei detenuti rende il sistema di rieducazione del Laogai strettamente funzionale allo stato totalitario cinese, così come, altrettanto funzionale, questa volta all’economia cinese, risulta il lavoro a cui sono costretti i prigionieri. Questo, infatti, rappresenta il secondo scopo alla base dell’istituzione dei Laogai: fornire un’enorme forza lavoro a costo zero per le multinazionali che producono e investono in Cina. È proprio dal lavoro nei Laogai che è partita l’attuale conquista cinese dei mercati esteri, caratterizzata da un basso tasso di disoccupazione, da una crescita continua dell’esportazione e dalla concorrenza spietata sui prezzi. Oggi nei Laogai si produce di tutto: articoli di vestiario, giocattoli, mobilio, tecnologia, veicoli… praticamente tutto ciò che in Occidente porta il marchio “Made in China”.

Viene facile capire come diventi semplice trarre vantaggio dalla violazione dei diritti umani in un Paese dove il solo pensare è considerato reato capitale e il pensiero è definito “istigazione eversiva”. Ne consegue che l’attuale e sfavillante crescita economica cinese nasce e si perpetua con il lavoro forzato nei Laogai e in una vasta rete di fabbriche-lager in cui le condizioni lavorative non sono tanto diverse dalla schiavitù. Si stima che almeno l’80% della popolazione cinese sia sfruttata in esse, nelle campagne e nelle miniere, a vantaggio della restante minoranza del 20%, il più delle volte collegata al Partito.

Il lavoro nei Laogai diventa quindi un business, non solo per la Cina, che è ormai la seconda potenza economica mondiale, ma anche per il resto del mondo che, pur condannando apertamente il sistema dei Laogai e le violazioni dei diritti umani, si limita però assurdamente a voltare lo sguardo altrove e a continuare a intrattenere rapporti commerciali con Pechino, con la falsa speranza che il commercio con l’Occidente potrà migliorare la situazione, e senza comprendere che è proprio questo comportamento che perpetua lo status quo. È evidente, infatti, che finché l’Occidente accetterà i prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e i diritti umani ad essere calpestati.

Luca Rinaldi


Harry WU, in una delle sue interviste, ha usato poche semplici parole per descrivere i Laogai: “Sono posti in cui si fabbricano due generi di cose: i prodotti e gli uomini”.

lunedì 21 maggio 2018

Migranti - Razzismo. Bomba carta contro il centro profughi ad Appiano in Alto Adige

Avvenire
Prima una forte esplosione poi il rinvenimento di scritte a sfondo razzista nei confronti del centro di accoglienza per richiedenti asilo ad Appiano in Alto Adige.
L'episodio, sul quale stanno indagando gli inquirenti, si è verificato la scorsa notte davanti all'ex caserma "Mercanti" dove da circa due anni è allestito un centro di accoglienza gestito dall'associazione Volontarius su incarico della Provincia autonoma.

Come informa, l'ente che ha in gestione la struttura, è stato trovato un cartello con una svastica, una croce celtica e scritte razziste contro gli ospiti che al momento sono 38. L'organizzazione ha collocato 28 richiedenti asilo nel mondo lavorativo con contratti a tempo determinato e gli altri 10 stanno frequentando corsi di formazione per poi essere impiegati nel settore turistico-alberghiero.

In una nota l'associazione Volontarius "condanna il grave atto intimidatorio nei confronti delle persone richiedenti asilo e degli operatori perchè si tratta di un atto criminale che vuole minare gli sforzi messi in atto da parte della Provincia, del Comune di Appiano, dell'Associazione Volontarius e delle altre organizzazioni che operano in questo campo, per dare una risposta solidale e concreta all'inclusione nella nostra società di persone fuggite da situazioni di guerra, persecuzioni e minacce alla loro incolumità".

Il presidente altoatesino Arno Kompatscher s'affida al lavoro delle forze dell'ordine e spera "che i responsabili vengano trovati il più presto possibile perchè un simile attacco non deve più ripetersi".

Migranti, rotta balcanica: 4.500 fermati ai confini della Turchia in 7 giorni

AnsaMed
Istanbul - Le autorità della Turchia hanno fermato nell'ultima settimana 4.564 migranti e rifugiati, che cercavano di attraversare le frontiere con l'Unione europea o di entrare nel Paese senza regolari documenti. Tra questi, 1.069 sono stati intercettati in mare.
 


Lo riferisce il ministero degli Interni di Ankara, precisando che nello stesso periodo sono stati inoltre arrestati 75 sospetti trafficanti di esseri umani.
Dal contestato accordo del 2016 con Bruxelles, il numero di migranti e rifugiati che dalla Turchia raggiungono quotidianamente l'Ue, soprattutto la Grecia, si è ridotto in modo significativo. Nelle ultime settimane, tuttavia, le autorità europee segnalano un aumento degli arrivi.

Scusate, per il matrimonio di Harry e Megan noi di Afrin non arriveremo in tempo

Globalist
Loro fuggono dal cantone a maggioranza curda invaso dai mercenari al soldo di Erdogan e cercano di raggiungere la Grecia. Per loro niente Mondovisione.

Profughi in fuga da Afrim
Afrin, qualcuno si ricorda di Afrin? Il cantone siriano a maggioranza curda invaso dalle truppe turche e dai jihadisti del sedicente Libero esercito siriano al soldo di Erdogan.
Ora con l’occupazione militare, i saccheggi e le ritorsioni da Afrin sono migliaia gli sfollati.
Nella foto un gruppo di siriani in fuga dal cantone che cerca di attraversare il confine tra Grecia e Turchia segnato da fiume Evros.

La guerra continua, il dramma dei profughi pure. Anche loro vorrebbero assistere al tanto decantato matrimonio principesco tra Harry e Megan che sarà seguito in mondovisione, compresi gli inviati del Tg1 che seguirà il ‘grandioso’ evento in diretta, con tanto di speciali e approfondimenti.
Nel frattempo un augurio sopratutto ai bambini: se non arriverete in tempo per assistere al matrimonio almeno vi sia concesso di di avere un futuro lontano dalla guerra, dalla distruzione e dalla fame.

Senegal, la crisi alimentare del Sahel colpirà oltre 750.000 persone

In Salute News
Il Senegal sa già che quest’estate sperimenterà la peggiore crisi alimentare dal 2012, a causa di una siccità che si è diffusa in sei dipartimenti nel nord del Paese. Sebbene il governo e la comunità umanitaria abbiano messo in atto misure di contenimento, il sistema sanitario nazionale avrà serie difficoltà nel trattare tutti i bambini che subiranno in prima istanza l’impatto nutrizionale della crisi. Sarà la stagione della fame più dura degli ultimi sei anni nel Sahel, una regione in cui il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità delle siccità.


Milano -  “Questa non è una crisi improvvisa: grazie al nostro sistema di telerilevamento e siti sentinella, già a novembre segnalavamo la mancanza di pascoli, che ha fatto avanzare i movimenti di transumanza di migliaia di pastori. Migliaia di donne hanno passato mesi da sole a prendersi cura dei loro figli, senza reddito e senza il latte delle mucche portate in pascoli lontani dai loro mariti. È un lungo processo, in cui i meccanismi di risposta si stanno esaurendo e la situazione nutrizionale, specialmente quella dei bambini, si sta deteriorando fino a diventare una malattia, spesso fatale”, spiega da Dakar Fabrice Carbonne, Direttore Paese di Azione contro la Fame.

“Gli agricoltori – continua – non hanno nemmeno raccolto quanto previsto, e questo ha avuto un impatto diretto sull’aumento dei prezzi, soprattutto nei sei dipartimenti critici nel nord del Paese: i tre dipartimenti della regione di Matam (Matam, Ranerou, Kanel) e i dipartimenti limitrofi di Podor, Tambacounda e Goudiry. Il nord del Senegal è un’area particolarmente vulnerabile: il suo tasso di insicurezza alimentarespesso scompare nelle statistiche, che prendono in considerazione i tassi di prevalenza di tutto il Paese, ma quest’anno l’impatto della fame in quello che è considerato uno degli stati più stabili e prosperi dell’Africa sarà evidente,” spiega Carbonne.

Rispondere al sistema di sanità pubblica
Azione contro la Fame sta già lavorando con il sistema sanitario nazionale su un piano di emergenza per la diagnosi precoce e il trattamento della malnutrizione nelle aree più colpite: “la nostra strategia non è quella di raggiungere una manciata di comunità, ma di lavorare mano nella mano con il sistema sanitario nazionale, rafforzando le loro capacità tecniche, in modo che possano gestire questo tipo di crisi ricorrenti in futuro. Sosterremo inoltre il trattamento della malnutrizione acuta grave in 16 distretti sanitari nel nord e nell’est del Paese”, spiega Carbonne.

La risposta coordinata della comunità umanitaria e delle agenzie governative prevede anche la distribuzione di contante tra le comunità di pastori più colpite. Azione contro la Fame sarà responsabile della distribuzione nell’area di Podor.
Inoltre, nelle comunità di pastori lontane dai centri sanitari, Azione contro la Fame sta formando persone delle comunità locali per rilevare la malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e curarli nella comunità stessa, grazie all’uso di alimenti terapeutici pronti all’uso.

L’emergenza deve generare resilienza
“La nostra decennale esperienza nella regione ci ha dimostrato che esistono strategie efficaci per ridurre la malnutrizione, ma dobbiamo porre maggiore enfasi sulla prevenzione e non lavorare solo sull’emergenza. La stagione della fame è iniziata ad aprile e durerà cinque mesi: il rafforzamento a medio e lungo termine del sistema sanitario e la creazione di un’agricoltura adattata ai cambiamenti climatici devono essere una priorità”, sottolinea Carbonne.

domenica 20 maggio 2018

Nicaragua: missione diritti umani chiede fine repressione

SwissInfo
Il Consiglio Interamericano per i Diritti Umani (CIDH), che ha iniziato oggi una visita in Nicaragua, ha chiesto al governo di Daniel Ortega di porre fine alla repressione delle manifestazioni di piazza, che ha causato decine di vittime in un mese di proteste.

Antonia Urrejola, responsabile della missione
 in Nicaragua del Consiglio 
Interamericano per i Diritti Umani.
KEYSTONE/EPA EFE/BIENVENIDO VELASCO
Antonia Urrejola, responsabile della missione, ha detto in una conferenza stampa che il governo deve prendere in modo urgente le misure necessarie "per garantire il libero e pieno esercizio dei diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e partecipazione politica di tutti i nicaraguensi".

La CIDH ha annunciato che raccoglierà le testimonianze delle autorità e di diversi settori della società nicaraguense, in primo luogo i famigliari delle vittime della violenza, e lunedì prossimo offrirà un primo bilancio preliminare della sua missione.

"Non fa parte del nostro mandato determinare responsabilità penali individuali, bensì stabilire se lo Stato è responsabile di violazioni dei diritti umani, così come sono definite dal diritto internazionale", ha spiegato Urrejola.

La responsabile del CIDH ha detto che è rimasta "particolarmente colpita" dalle denunce di casi di "desaparecidos" durante le proteste, e infatti la prima testimonianza raccolta oggi dalla sua equipe è stata quella della madre di un 19enne sparito lo scorso 8 maggio a Managua e il cui cadavere è stato trovato quattro giorni dopo nell'obitorio della capitale, con segni di tortura.

Migranti, "il contratto non ci considera" 10.000 manifestano a Napoli per diritti, preoccupa il governo Lega

AnsaMed
Napoli - "Contribuiamo per il 10% al dell'Italia ma stanno formando un governo con la Lega, con un contratto che con ci considera, siamo preoccupati e spaventati".


Mamadou Sy, senegalese, dal 2012 in Italia, guarda sorridente dietro di sé e vede oltre diecimila immigrati che oggi hanno sfilato a Napoli, preoccupati per la nascita del nuovo governo contro cui hanno esposto cartelli "Stop Salvini". 

Ma il corteo mirava soprattutto a chiedere l'allargamento agli immigrati del reddito di inclusione e una maggiore velocità nella trafila burocratica per il permesso di soggiorno. 

Mamadou fa parte della comunità senegalese di Castel Volturno, in provincia di Caserta, e conosce bene la situazione di chi aspetta 'il documento'. "Migliaia di immigrati - dice - sono in attesa del permesso di soggiorno e vivono in una situazione particolarmente pesante perché sono alla mercé dello sfruttamento di persone senza scrupoli che li fanno lavorare sottopagandoli. L'Italia dice di combattere caporalato ma esiste ancora nelle campagne e sfrutta migliaia di immigrati senza permesso di soggiorno che alle cinque del mattino cercano lavoro. A chi dice che gli immigrati rubano ricordo che i ladri non si alzano dal letto alle quattro per lavorare ogni giorno".

Il lungo corteo, che domani si replica a Caserta, si è fermato davanti alla Prefettura per chiedere, spiega Giampaolo Mosca del centro sociale Ex Canapificio di Caserta, "l'accelerazione alla concessione di 800 permessi di soggiorno che sono fermi -anche da anni per le cattive pratiche antiche della burocrazia. Parliamo di questioni burocratiche facilmente risolvibili, sarebbe un piccolo passo importante per migliaia di immigrati". 

Con gli immigrati anche tanti giovani dei centri sociali che si impegnano a Caserta e Napoli per aiutarli nell'integrazione e nella quotidianità come spiega Sergio Serraino dell'ambulatorio di Emergency di Castel Volturno : "Migliaia di questi manifestanti - dice - sono nostri pazienti. Dal 2013 ne abbiamo avuto in cura 8.000 nell'ambulatorio che ha tre mediatori, due infermieri e un medico. Ma ormai ci vuole un'inclusione bilaterale perché l'accesso alle cure è difficile anche per molti italiani che non possono pagare il ticket".