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domenica 8 novembre 2020

Covid nelle carceri, casi triplicati in 10 giorni. Positivi 448 detenuti e 547 agenti. Prevista e necessaria la detenzione domiciliare per i detenuti con meno di 18 mesi di pena residua

Il Messaggero
Il Covid corre anche nelle carceri. In dieci giorni è triplicato il numero dei detenuti positivi. Se al 28 ottobre erano 150, adesso sono 448. Ancora più alto il contagio tra i poliziotti penitenziari e il personale addetto: in 574 hanno contratto la malattia.


Una diffusione che avviene mentre le carceri continuano a essere piene oltre la loro capienza: sono 54.809 i ristretti a fronte di 50.533 posti disponibili. Per ora sono modesti gli effetti del dl Ristori, che proprio per alleggerire le carceri nell'ottica di rendere più facile limitare la diffusione del contagio, ha previsto la detenzione domiciliare per i detenuti ai quali resta da scontare una pena inferiore a 18 mesi (ma solo per reati meno gravi e con l'obbligo del braccialetto elettronico).

Hanno lasciato il carcere solo in 85. Troppo pochi come nota l'ufficio del Garante nazionale detenuti, che perciò invoca, come "assolutamente necessari", "interventi più decisivi", da introdurre in sede di conversione del decreto. I casi di positività nelle carceri sono concentrati in sei Istituti, oltre due hub lombardi che funzionano da strutture ricettivo- sanitarie per le zone limitrofe. Piccoli i numeri del contagio in altri 49 Istituti, nessuno nei rimanenti 135.

sabato 7 novembre 2020

Dov'è Akram Aylisli scrittore azero di 83 anni che ha denunciato le violenze sul popolo armeno nel Nagorno-Karabakh?

Corriere della Sera
Ora diteci dov’è Akram Aylisli. Coscienza (rinnegata) degli azeri
Lo scrittore, 83 anni, ha denunciato le violenze del suo popolo sugli armeni. Era atteso a ottobre a un evento internazionale, poi annullato e rinviato al 4 dicembre


Lo scrittore, 83 anni, ha denunciato le violenze del suo popolo sugli armeni. Era atteso a ottobre a un evento internazionale, poi annullato e rinviato al 4 dicembre.

Che fine ha fatto Akram Aylisli che sei anni fa fu candidato al Nobel per la pace come una sorta di "Sakharov dei Balcani"? Hanno provato in tanti, da quando un mese fa è riesplosa la sanguinosa guerra nel Nagorno-Karabakh, a cercare un contatto col grande scrittore azero accusato dai suoi compatrioti nazionalisti d'aver "tradito" l'Azerbaigian narrando la decimazione di un secolo fa degli armeni nel suo villaggio d'origine, Ajlis, in quella che oggi è la Repubblica autonoma di Naxcivan, l'exclave azera stretta tra l'Iran, l'Armenia e la Turchia.

Niente da fare. Vaghe rassicurazioni. Pare che... Forse... Probabilmente... L'ultima traccia, anzi, ha lasciato nuovi dubbi. Il 16 ottobre scorso infatti, dopo anni di silenzi, l'ottantatreenne e malandato autore di Sogni di pietra, pubblicato la prima volta in Occidente nel 2015 da Guerini, avrebbe dovuto partecipare, sia pure in remoto da Baku, la capitale azera dove vive come fosse in domicilio coatto, alla presentazione di Farewell, Aylis, Addio Aylis, la trilogia uscita due anni fa negli Stati Uniti.
[...]

Gian Antonio Stella

venerdì 6 novembre 2020

Migranti - Cadono le accuse per Open Arms. Non luogo a procedere. Per i giudici hanno "solo" salvato delle vite.

Il Dubbio
La decisione del Gup di Ragusa a due anni dallo sbarco a Pozzallo. Non luogo a procedere per Marc Reig Creus e Ana Isabel Montes Mier, rispettivamente comandante e capo missione della Open Arms, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violenza privata. 


È quanto ha deciso il tribunale di Ragusa nell'udienza preliminare che si è svolta ieri, al termine della quale il giudice ha stabilito che il fatto non sussiste per il reato di violenza privata e che non punibile per stato di necessità per il reato di favoreggiamento. Insomma, impossibile processare l'Ong per aver messo in salvo persone la cui vita era a rischio.
"Ancora una volta - ha dichiarato Open Arms attraverso una nota - è stato dimostrato che il nostro agire è sempre stato dettato dal rispetto delle Convenzioni internazionali e dal diritto del mare, quello che ci muove è la difesa dei diritti umani e della vita, principi fondativi delle nostre Costituzioni democratiche". 
I fatti finiti al centro dell'indagine risalgono al 15 marzo 2018, quando il rimorchiatore della Ong soccorse al largo della Libia 218 persone, fatte sbarcare a Pozzallo dopo l'evacuazione urgente di una donna e di un neonato a Malta. Secondo l'accusa, Open Arms avrebbe impedito alla guardia costiera libica di terminare il soccorso, dopo che la stessa aveva assunto il coordinamento dell'operazione Sar.

Coordinamento che l'Ong rifiutò, in virtù dell'impossibilità di riconoscere la Libia come porto sicuro, così come confermato dalla comunità internazionale. Open Arms, dunque, per la procura aveva commesso reato per il "rifiuto di consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica" e perché, "nonostante la vicinanza con l'isola di Malta, la nave proseguì la navigazione verso le coste italiane, come era sua prima intenzione".

Dopo lo sbarco a Pozzallo, la Procura distrettuale di Catania guidata da Carmelo Zuccaro aveva aperto un'inchiesta per violenza privata e associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina. In quell'occasione la procura dispose anche il sequestro della nave perché, "l'obiettivo primario era salvare migranti e portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente".

Per il gip non c'erano però elementi per ritenere contestabile il reato associativo, evidenziando però che "non poteva essere consentito alle Ong di creare autonomi corridoi umanitari al di fuori del controllo statuale e internazionale, forieri di situazioni critiche all'interno dei singoli paesi sotto il profilo dell'ordine e della sicurezza". Da qui l'ipotesi di accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di violenza privata e la trasmissione del fascicolo, per competenza, alla Procura di Ragusa, che aveva chiesto il loro rinvio a giudizio. Ma per il giudice Creus e Mier non sono colpevoli: hanno "solo" salvato delle vite.

Simona Musco

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giovedì 5 novembre 2020

Scontri etnici in Etiopia - 54 civili uccisi nella regione dell'Oromia. Sono donne , bambini, anziani di etnia Amhara

Blog Diritti Umani - Human Rights
Secondo Amnesty International, almeno 54 persone sono state uccise in un attacco dei ribelli nella regione dell'Oromia in Etiopia nel fine settimana, . 


I sopravvissuti al massacro hanno contato 54 corpi in un cortile della scuola nel villaggio di Gawa Qanqa, che è stato preso di mira domenica. Si sospetta che la strage sia stata effettuata da membri dell'Oromo Liberation Army (OLA). 

La maggior parte delle vittime erano donne, bambini e anziani, secondo i sopravvissuti che si erano nascosti nelle foreste vicine. 

È probabile che l'incidente aumenti la pressione sul primo ministro, Abiy Ahmed, vincitore del premio Nobel per la pace lo scorso anno, con richieste di migliorare la sicurezza in un paese alle prese con la violenza etnica. 

La violenza si è verificata in un'area dell'Etiopia occidentale nota come Wollega. Gli aggressori hanno preso di mira membri del gruppo etnico Amhara, il secondo più grande dell'Etiopia, e le vittime "sono state trascinate fuori dalle loro case e portate in una scuola, dove sono state uccise". 

Lunedì scorso, il governo regionale di Oromia ha detto che gli autori appartenevano all'OLA, un gruppo accusato di rapimenti e attentati dinamitardi nell'Etiopia occidentale e meridionale. Un sopravvissuto di Wollega ha detto che la violenza è esplosa dopo che le forze di sicurezza di stanza nell'area si sono improvvisamente e inspiegabilmente allontanante, consentendo ai combattenti dell'OLA di radunare i civili e di realizzare il massacro. 

ES

Fonte: The Guardian : At least 54 killed in Ethiopia massacre, says Amnesty

martedì 3 novembre 2020

La guerra dimenticata nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni, di nuovo gli armeni attaccati dai Turchi e l'Europa con tutto l'Occidente stanno a guardare - di Domenco Quirico

La Stampa
Nel Nagorno Karabakh assediato dai tiranni si annienta un popolo
Gli armeni sono un ostacolo ai piani imperialisti turchi. Mentre l’Europa con tutto l’Occidente sta a guardare

Nel Caucaso esiste un angolo di terra che si chiama Armenia e un altro, ancor più piccolo, che si chiama Alto Karabakh. È un luogo. Pianure e montagne vi sono, e fiumi, laghi, foreste, città e burroni di pietra, e tutto è bello, non meno bello che in un altro luogo qualunque al mondo. Soltanto armeni vi sono e abitano da secoli questa terra. Ecco: esiste la terra e su di essa gli uomini, tre milioni di uomini.

Il dolore di una madre sulla tomba in cui è stato appena sepolto il 
figlio morto in combattimento (foto di Roberto Travan)

Dalla fine di settembre, da quando gli azeri e i loro alleati turchi hanno attaccato l’Alto Karabakh per conquistarlo, c’ è la guerra. Gli armeni la conoscono. Possono aprire un libro e raccontare un genocidio, il primo del secolo. Fulmineamente sembra che il tempo non sia passato per questo popolo risorto; abitano quella terra e pensavano di essersi finalmente meritati la benedizione di quella bellezza, il dono della sua ricchezza, per gli anni che hanno passato, e le città che erano state distrutte, i padri figli i fratelli uccisi, i cuori viventi ottenebrati dall’odio.
[...]
è un tentativo di eliminare gli armeni, un altro, l’ennesimo di distruggere questa piccola tribù cristiana che per i suoi nemici è gente che non ha nessuna importanza, e la cui storia è finita, le cui guerre sono state già tutte combattute e perse.
[...]
Questo massacro non è una appendice delle guerre del fanatismo, delle guerre di dio. È semplicemente un passaggio del disegno del nuovo impero ottomano che Erdogan ha raccolto dalle mani del subdolo sultano Abulhamid, dalle elucubrazioni omicide dei Giovani turchi che firmarono l’eliminazione di un milione e mezzo di armeni durate la Prima Guerra mondiale. Il progetto prevede che la Turchia e l’Azerbaigian si colleghino in questa area turcofona dell’asia centrale. Il Karabakh armeno sta in mezzo, bisogna spazzarlo via.
Domenico Quirico

lunedì 2 novembre 2020

Gigi Proietti - La sua sensibilità e l'impegno per la difesa dei diritti umani nella battaglia contro la pena di morte nel mondo

Blog Diritti Umani - Human Rights

Ricordiamo la sensibilità e la statura umana di Gigi Proietti che si è impegnato anche nella difesa dei diritti umani. 


In questo video lo vediamo impegnato ad interpretare un brano al Colosseo durante l'evento: "Cities for Life. Città per la vita. Città contro la pena di morte", organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio il 30 novembre 2007

domenica 1 novembre 2020

Grecia - Rifugiati. Lesbo l'inferno degli sfollati dell'incendio di Moria nel "nuovo" campo di Kara Tepe in una condizione disumana

Avvenire
Nell'isola greca il coronavirus è solo uno dei tanti problemi di questa gente rimasta senza terra né casa, fuggita da guerre e terrorismi. Doccia, chi ha parlato di doccia? La notizia della distribuzione, tenda per tenda, di ticket per accedere al servizio-docce è circolata veloce tra i 7.700 sfollati di Moria rimasti sull'isola di Lesbo, ora alloggiati nel campo temporaneo di Kara Tepe, tirato su in fretta (e male) dopo i roghi dell'8, 9 e 10 settembre. 
Lesbo - Il campo profughi di Kara Tepe dopo la pioggia

Da allora, nessuno ha più fatto una doccia vera, almeno non dentro il campo che ne è sprovvisto. Malgrado il coronavirus circoli anche lì (in quarantena ora ci sono 33 persone, di cui 27 positive al Covid-19) non c'è allacciamento alla rete idrica comunale, cioè niente acqua corrente.
Lesbo - Il "nuovo" campo di Kara Tepe che accoglie 8.000 profughi

Fino ad ora le persone si sono lavate in mare, con l'acqua salata. O hanno dovuto contare sulla distribuzione di bottiglie e sui pochi rubinetti lava-mani dell'Acnur, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, collegati a sacche d'acqua per il rifornimento. Per questo la novità dei ticket-doccia è parsa subito rilevante: "Però non capisco: dicono che ognuno deve portarsi la propria acqua", riferisce via Whatsapp Morteza H., un ragazzo afghano sempre ben informato che vive nel campo. Qualche ora dopo, con le istruzioni multilingua fra le mani, fornisce tutti i dettagli: occorre portarsi "la propria acqua e il proprio secchio" perché viene offerto solo un posto appartato in cui lavarsi, lontano da occhi indiscreti.

"Ai rubinetti lava-mani la fila è lunghissima e le toilette sono chimiche, di plastica. Quindi quando si va in bagno, ci si porta una bottiglia anche lì", racconta Morteza H: "L'acqua del mare per lavarsi è fredda, questo non va bene per i bambini". Soprattutto non va bene per suo figlio che ha appena quattro settimane. È nato nell'ospedale di Mitilene, il capoluogo dell'isola, dopo 8 giorni che lui e la moglie (e altri 12mila sfollati di Moria) erano in strada, fuori dal vecchio campo incenerito. "Ci hanno detto che dovremmo fargli il bagnetto ogni due giorni. Non è facile: mettiamo a scaldare bottiglie al sole e quando sono tiepide lo laviamo. Inizia a fare freddo, così di notte mettiamo i nostri sacchi a pelo attorno a lui". Mamma e bambino sono entrati nella nuova tenda di Kara Tepe a pochi giorni dalla nascita, malgrado lei avesse subito un intervento chirurgico durante il parto. Anche per lei l'acqua del mare non è indicata.

Contro il virus sono state distribuite 48.500 mascherine dalla cooperazione svizzera, ma è tutto il resto a mancare: dopo mesi passati nel malsano campo di Moria, nessuno si sarebbe aspettato di vivere in condizioni ancora peggiori. Delle 900 tende allestite, al momento solo 300 hanno teli d'isolamento e 376 hanno pallet per terra. Nelle altre si è a contatto con il terreno (e con resti di munizioni di questo che era un poligono militare, tanto che c'è chi ha denunciato il rischio di intossicazione da piombo).

Quando il 13 ottobre sono arrivate le prime piogge, l'acqua ha inondato diverse tende, "come ci fosse il mare dentro" dice Morteza. Intanto, come accadeva a Moria, si fa la fila per tutto, e il distanziamento sociale pare l'ultimo dei problemi. Per il primo mese il cibo è stato distribuito solo una volta al giorno, con migliaia di persone in coda. Ora si è aggiunta una distribuzione mattutina ma è sempre più difficile fare approvvigionamento all'esterno: di domenica il campo è sigillato, non esce nessuno, e negli altri giorni si resta in fila ai cancelli, con quote massime per le uscite.

Intanto, secondo il meteo, su Kara Tepe si attendono nuovi temporali, una beffa per chi, senza potersi fare una doccia, deve mettersi in coda per lavarsi le mani e intanto vede fiumi d'acqua piombare dentro la propria tenda.

Francesca Ghirardelli