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venerdì 8 maggio 2020

323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco: muore Ibrahim Gokcek il bassista dei Grup Yorum.

La Stampa
Addio a Ibrahim Gokcek. E’ il secondo membro della band a morire per questo tipo di protesta. Erdogan, che ritiene il gruppo legato al Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, aveva proibito agli artisti di tenere concerti in patria dal 2016.


Non ce l'ha fatta: Ibrahim Gokcek, bassista della band turca Grup Yorum, è morto oggi dopo 323 giorni di sciopero della fame in un carcere turco, attuato in segno di protesta per le restrizioni del governo nei confronti del gruppo musicale. 

Lo riferiscono i media locali. Il bassista 41enne è morto in un ospedale di Istanbul, dove era stato messo in terapia intensiva dopo aver abbandonato lo sciopero della fame due giorni fa, ma purtroppo le conseguenze del prolungato digiuno gli sono state fatali.

E' il secondo membro del popolare gruppo musicale bandito in Turchia a morire dopo uno sciopero della fame. La band Grup Yorum, che si è formata a Istanbul nel 1985, è conosciuta per le sue canzoni di protesta ed è composta di membri che si alternano a rotazione. Al gruppo era stato vietato di esibirsi in Turchia dal 2016, e le autorità avevano incarcerato alcuni dei suoi membri. I

l governo di Erdogan ha accusato Grup Yorum di legami con il Fronte Rivoluzionario della Liberazione Popolare, il gruppo militante indicato come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'UE. 

Il digiuno di Gokcek era stato interrotto due giorni fa, dopo che Erdogan aveva ceduto alle pressioni internazionali accettando che la band potesse tornare a suonare. 

Bangladesh - Rifugiati Rohingya dopo giorni alla deriva confinati in un'isola invivibile

Notizie Geopolitiche
Lo scorso sabato il governo del Bangladesh ha trasferito sull’isola di Bhasan Char più di 2 dozzine di rifugiati Rohingya che erano stati bloccati in mare da diversi giorni.

I funzionari delle Nazioni Unite dicono che i rifugiati, tra cui 15 donne e 6 bambini, sono stati portati per diversi giorni in un’isola soggetta alle alluvioni nel Golfo del Bengala.
I Rohingya sbarcati fanno parte fanno parte del gruppo delle 500 persone che sono stati bloccati su 2 pescherecci, che sono stati allontanati dalla Malesia a causa di severi controlli alle frontiere imposti dalla pandemia di coronavirus.

Negli ultimi anni sono stati ospitati nei campi di Cox’s Bazar nel sud del Bangladesh circa un milione di Rohingya che sono di fede musulmana.
Il governo del Bangladesh per alleviare la pressione degli accampati ha costruito strutture per 100 mila persone a Bhasan Char.
I Rohingya fanno parte degli strati più poveri della popolazione, da quando sono fuggiti da una brutale repressione militare in Myanmar vivono in Bangladesh dal 2017.
I Rohingya risiedono principalmente in Myanmar nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh. Negli ultimi mesi in Myanmar la situazione è peggiorata drammaticamente, a causa di alcuni scontri con le forze armate.
Questo paese asiatico è a maggioranza buddista e non considera i Rohingya cittadini, nonostante abbiano vissuto nel paese per generazioni. [...]

Anche i paesi dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) sembrano riluttanti ad accoglierli come rifugiati, poiché le restrizioni alle frontiere si inaspriscono per controllare la diffusione del COVID-19.

La Malesia, che è spesso la destinazione delle barche Rohingya, ha impedito a una nave di sbarcare il 17 aprile scorso dopo che il governo ha chiuso i confini con gli stranieri a causa del COVID-19.

L’emergenza della pandemia diventa così una ottima scusa per il governo malese per impedire ai profughi Rohingya di entrare nel paese.

Alberto Galvi

giovedì 7 maggio 2020

Centinaia di sbarchi di migranti da Libia e Tunisia, la loro disperazione più forte dell'emergenza coronavirus

Vita
Dopo le quattro imbarcazioni arrivate autonomamente nell’isola nel fine settimana, un altro gommone con 156 persone a bordo è stato intercettato nelle acque territoriali italiane. L’emergenza Coronavirus non frena le partenze dalla Libia e dalla Tunisia. Disposto provvedimento di fermo amministrativo per la Alan Kurdi ormeggiata a Palermo

Proseguono senza sosta gli sbarchi autonomi di migranti a Lampedusa. Dopo le quattro imbarcazioni che hanno registrato un totale di 264 migranti arrivati nel fine settimana, un altro gommone, a quanto pare sovraccarico, con 156 persone a bordo è stato raggiunto in acque territoriali italiani da due motovedette della Guardia Costiera e da un pattugliatore della Guardia di Finanza. Delle 156 persone arrivate sull’isola 127 sono nel Bangladesh, mentre si registra un numero elevato di minori e di donne provenienti dalla Costa d’Avorio tra i migranti giunti, in parte autonomamente, nel fine settimana.
Intanto ieri sera al porto di Palermo, dove è ormeggiata la nave Alan Kurdi, la Guardia Costiera ha notificato un provvedimento di fermo amministrativo all’equipaggio della Ong tedesca:

«L'ispezione ha evidenziato diverse irregolarità di natura tecnica e operativa tali da compromettere non solo la sicurezza degli equipaggi ma anche delle persone che sono state e che potrebbero essere recuperate a bordo, nel corso del servizio di assistenza svolto. Accertate anche alcune violazioni delle normative a tutela dell'ambiente marino», scrive la Guardia Costiera in un comunicato, specificando che « Il Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto - Guardia Costiera ha, da tempo, avviato un dialogo con gli Stati di bandiera delle navi ONG affinché fossero identificati ed attuati i requisiti di sicurezza e protezione dell'ambiente per queste unità e per il servizio da esse espletato».

Di fronte ai numerosi arrivi di migranti a Lampedusa e all’allarme lanciato dal sindaco di Lampedusa Totò Martello, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato l'arrivo di una nave che stazionerà tra Lampedusa e Pozzallo come avvenuto con la nave Rubattino da dove lunedì si è concluso lo sbarco dei 183 migranti soccorsi precedentemente proprio dalla Alan Kurdi e dalla nave della Ong spagnola Aita Mari.

mercoledì 6 maggio 2020

Coronavirus - Kenya, Uganda, Nigeria, Ghana, Malawi: "In Africa la lotta al Covid diventa repressione: metodi brutali per imporre le restrizioni, attacco a oppositori e giornalisti"

Il Manifesto
Censure e violenze. Il rapporto di Human Rights Watch e la denuncia di Michelle Bachelet: dal Kenya all'Uganda, dalla Nigeria al Ghana polizia e governo usano le misure di contenimento per attaccare giornalisti, cittadini e opposizioni. Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".


È il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in numerosi paesi in Africa. Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani (Ohchr), ha dichiarato che le misure di emergenza imposte durante la pandemia "non devono diventare strumento di repressione".

"I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera non discriminatoria e con una durata limitata", ha detto Bachelet. 

Forte la condanna in merito alle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d"arma da fuoco dopo essere stato colpito da quello che la polizia ha descritto come un "proiettile vagante". Come "casuali" sono le morti di almeno altre otto persone, tra cui un motociclista deceduto dopo essere stato violentemente picchiato dai militari.

Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.

Nel vicino Uganda, Hrw ha accusato la polizia di aver usato "forza eccessiva" verso la popolazione e di aver effettuato raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus". Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne".

Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato Bachelet. 

Perplessità anche per quanto riguarda le restrizioni e il loro utilizzo politico. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso di poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto e ci preoccupa il nostro futuro democratico" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.

Critiche ancora più forti nei confronti del presidente del Malawi, Peter Mutharika, che sta usando il coronavirus per "risolvere i suoi problemi politici" schierando l'esercito nelle strade e "annientando le proteste e gli oppositori". 

Ultimo aspetto analizzato da Hrw è "il targeting di giornalisti" in riferimento alla giornata mondiale della libera stampa del 3 maggio, "con la libertà di espressione e informazione sempre più a rischio nel mondo".

In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti televisive per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta contro il coronavirus, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in numerosi paesi dell'Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e del Maghreb (Algeria, Marocco ed Egitto) secondo Reporters sans Frontières. 

"Mentre la pandemia di Covid-19 si diffonde, ha anche dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi, alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale Onu, Antonio Guterres.

Stefano Mauro

lunedì 4 maggio 2020

RD Congo. Human Rights Watch: "Rischio ecatombe causa coronavirus nelle prigioni"

Ansa
Rischio "ecatombe" causa coronavirus nelle prigioni "insalubri e sovrappopolate" della Repubblica democratica del Congo, dove ogni anno già muoiono decine di detenuti. 
Prigione di Makala di Kinshasa 21 aprile 2020 [HRW]
La denuncia è di Human Rights Watch (Hrw) secondo la quale c'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19". Un totale di 43 detenuti è risultato positivi al test negli ultimi due giorni nella prigione militare di Ndolo, nel pieno centro della capitale Kinshasa, che ospita quasi 2 mila persone. 

Ma i dati potrebbero peggiorare poiché "sono in corso i tamponi per tutti i detenuti", ha precisato il ministro della Sanità Eteni Longondo, secondo il quale il virus è entrato in carcere attraverso "una donna che portava del cibo".

Egitto - Shady Habash fu arrestato per un video ironico su Al-Sisi, è morto in carcere a soli 22 anni senza essere soccorso

Il Dubbio
I compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Il ragazzo, in attesa del processo, è morto a Tora, nella stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki.

"Con i compagni di cella hanno gridato tutta la notte per chiedere un medico ma nessuno è intervenuto. Shady Habash è morto a soli 22 anni, da 26 mesi attendeva il processo. Era a Tora, la stessa prigione dove è detenuto Patrick Zaki".
 


Così all'agenzia Dire Amr Abdelwahab, un amico di Zaki, il ricercatore egiziano arrestato l'8 febbraio scorso con l'accusa di sedizione tramite i social network e da allora in detenzione cautelare nel carcere di massima sicurezza del Cairo. Anche Shady Habash era in attesa del processo: era stato arrestato a marzo del 2018 perché aveva diretto un video clip musicale in cui il cantante Ramy Essam, esule all'estero, faceva della satira sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi.

A dare la notizia della morte del giovane regista è stato Ahmed el-Khawaga, il suo avvocato, secondo cui Shady Habash sarebbe morto dopo aver accusato forti dolori allo stomaco, ma né lui ne' i suoi compagni sono riusciti a far intervenire un medico nonostante abbiano gridato per ore attraverso la cella. Dall'istituto carcerario non avrebbero ancora confermato il decesso tuttavia secondo Abdelwahab, diverse voci sarebbero trapelate dopo la sua morte: "Famigliari e amici di Habash - ha detto ancora l'attivista alla Dire - si sono recati a Tora e in qualche modo hanno ottenuto queste informazioni". Quanto alle cause della morte, "potrebbe essere stato avvelenato".

Oltre al regista Shady Habash, la polizia egiziana aveva arrestato anche l'autore della canzone incriminata, Galal El-Behairy, che ad agosto 2018 è stato processato da un tribunale militare e condannato a tre anni di reclusione. "Quanto è accaduto - aggiunge Amr Abdelwahab all'agenzia Dire - la dice lunga sullo stato in cui versano i servizi medico-sanitari all'interno del carcere di Tora, nel bel mezzo di una epidemia poi".

Da tempo difensori per i diritti umani e associazioni egiziane e internazionali denunciano arresti arbitrari e gravi violazioni all'interno delle carceri. Le organizzazioni sostengono che dopo il colpo di stato del 2013, che ha portato al potere il presidente Al-Sisi, decine di migliaia tra manifestanti, intellettuali ed oppositori politici sarebbero finite dietro le sbarre. In Egitto non esistono stime ufficiali sul fenomeno, ma il carcere di Tora è diventato tristemente noto per accogliere i dissidenti che, tramite la legge sul terrorismo promulgata nel 2015, vengono accusati di attività terroristiche anche solo a causa di un post critico contro il governo condiviso sui social network.

Prima della sentenza possono passare degli anni e stando alle associazioni, ai familiari dei detenuti o ai racconti di coloro che sono usciti, dietro le sbarre si subirebbero torture. Le celle sarebbero sovraffollate, il cibo scadente e le cure mediche negate nella maggior parte dei casi. Amr Abdelwahab alla Dire conclude: "Nel suo ultimo messaggio, Shady aveva scritto: "Sostengono che la prigione non possa ucciderti, ma la solitudine può. Per questo ho bisogno del sostegno di ognuno di voi all'esterno affinché io sopravviva". "In pratica - dice l'attivista- ci chiedeva di non essere dimenticato".

venerdì 1 maggio 2020

Covid-19 - Mentre nelle città aumentano povertà e fame a Sassuolo la giunta della Lega multa chi chiede e fa l'elemosina

Resto del Carlino
Sanzione pecuniaria non solo a chi chiede l'lelemosina ma anche a chi l’elemosina la fa. Chi cede alle insistenze dei mendicanti rischierà ora una multa di 56 euro, ai sensi del nuovo regolamento comunale di polizia urbana, votato a maggioranza nel corso del Consiglio comunale tenutosi in videoconferenza lunedì sera. 


Cinquantasei euro l’obolo che si verserà nelle casse del Comune se colti a ‘cedere’ alle richieste dei questuanti. "Una piccola ammenda amministrativa, non pensiamo certo di multare la vecchietta o l’anziana che vuole fare la donazione, ma si preserva chi è vittima di condotte moleste da parte dei professionisti dell’accattonaggio", secondo Cristian Misia della Lega. "Non c’entra nulla con la lotta al degrado, sulla quale siamo tutti d’accordo" ha ribattuto Giulia Pigoni del Pd.

Misura "deprimente" e "antistorica" ad avviso, rispettivamente, di Maria Savigni e Matteo Mesini del Pd. Sul punto anche il leghista Bargi ("il messaggio non è sanzionare la carità, è non vogliamo l’accattonaggio") e il consigliere del Pd Lenzotti, che a suo modo si autodenuncia per tempo: "Quando vedo persone in difficoltà è ovvio che non cerco di incoraggiare un comportamento malavitoso, ma di aiutare chi ritengo abbia bisogno e continuerò a farlo rischiando un’ammenda. Io – ha chiuso Lenzotti – non mi giro dall’altra parte, come del resto immagino non facciano altri che siedono in questo consiglio".

Stefano Fogliani

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