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sabato 7 luglio 2018

Nigeria. «Sono islamici». Imam salva 262 cristiani

Avvenire
Fuggivano dalla persecuzione dei fulani. Per proteggerli li ha accolti nella moschea del suo villaggio.


«Non ci ho pensato due volte prima di agire». Comincia così il racconto di un imam nigeriano che è riuscito a salvare centinaia di cristiani durante gli ultimi attacchi nello Stato centrosettentrionale di Plateau. A rischio della sua vita, il leader musulmano ha fatto da scudo umano a 262 persone.
«Ho visto la gente fuggire dai villaggi situati nella vicina località di Barikin Ladi», spiega l’imam, la cui identità non è stata rivelata per ragioni di sicurezza. «Inizialmente ho deciso di portare donne e bambini in casa mia per nasconderli. Poco dopo mi sono diretto verso gli uomini – ha spiegato – e ho scelto di trasferirli tutti nella moschea del mio villaggio di Nghar Yelwa». La settimana scorsa, una serie di combattimenti fra diverse comunità ha provocato oltre 80 morti in tre regioni del Plateau, tra cui Barikin Ladi. Diversi gruppi di coltivatori, principalmente sedentari, si sono scontrati per giorni con i pastori provenienti dalla comunità semi-nomade dei fulani, in gran parte di fede musulmana. «Alcuni uomini armati mi hanno chiesto di separare i cristiani dai musulmani che erano dentro la mia moschea – ha riferito l’imam al giornale nigeriano “The Sun” –. Mi sono inginocchiato davanti a loro e gli ho detto che erano tutti musulmani».

L’episodio è avvenuto domenica scorsa, ma solo ieri la stampa ha cominciato a parlarne. Alti livelli di insicurezza si sono registrati non solo nel Plateau, ma anche nel vicino Stato federale di Kaduna, soprattutto nelle zone al confine tra le due regioni dove gli scontri sono in corso dal 21 giugno. Gli attacchi lanciati dai fulani in cerca di terre fertili per il loro bestiame hanno provocato varie rappresaglie da parte degli agricoltori. «Negli ultimi giorni sono morte in varie località di Plateau e Kaduna almeno 200 civili – hanno confermato le autorità locali –. Solo nel villaggio di Nghar Yelwa i residenti hanno contato 79 persone uccise». Un uomo sopravvissuto grazie al coraggio dell’imam ha detto di aver perso un figlio negli scontri, mentre un altro testimone ha riferito di aver visto una fossa comune con dentro oltre 60 vittime. «Il governo deve adottare serie misure di sicurezza per proteggere i villaggi in cui ci sono state le aggressioni», ha dichiarato Khalid Abubakar-Aliyu, segretario generale del Consiglio supremo per gli affari islamici. Poi ha sottolineato: «È triste che sia tornata la violenza nel Plateau dopo tre anni di una coesistenza relativamente pacifica tra le differenti comunità».

Sebbene gli scontri tra fulani e altri gruppi etnici si verifichino da decenni, sono in molti a pensare che gli attacchi siano legati più alla politica che alla religione. La violenza viene impiegata come arma di destabilizzazione del Paese, in vista delle elezioni previste per febbraio 2019. Mentre il presidente, Mohammad Buhari, viene accusato di non riuscire a mantenere l’ordine

Magliette rosse per fermare la tragedia e "l'emorragia di umanità" verso i migranti: "Coloriamo di umanità Rete e piazze"

La Repubblica
Una maglietta rossa per fermare "l'emorragia di umanità"  Rosso come le magliette di molti bambini annegati o arrivati in condizioni disperate sulle nostre coste, o come quelle delle mamme che si vogliono rendere riconoscibili. 



L'appuntamento è sabato 7 luglio: indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. 

L'appello è di don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele. Il rosso è il coore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche.

"Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. 

Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. 

Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini".

Migranti: Francia, aiuto disinteressato a clandestini non è reato. Risponde allo spirito di "fratellanza"

ANSAmed
Il Consiglio costituzionale francese ha stabilito oggi che l'aiuto disinteressato al "soggiorno irregolare" non "è passibile di conseguenze giuridiche", in nome del "principio di fratellanza". 


La massima istanza della magistratura francese era stata sollecitata da Cedric Herrou, un agricoltore diventato il simbolo dell'aiuto ai migranti. La Corte ha dato forza a uno dei tre capisaldi della Francia repubblicana (Libertà, eguaglianza, fratellanza).

venerdì 6 luglio 2018

L’appello del Papa sui migranti: «Dio vuole nostre mani per soccorrerli»

Il Sole 24 Ore
«Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle. Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti».     Papa Francesco
Papa Francesco a Lampedusa
Papa Francesco sceglie l’omelia della messa per i migranti, celebrata questa mattina nella basilica di S. Pietro nel quinto anniversario della sua visita a Lampedusa, per lanciare un accorato appello all’accoglienza e alla solidarietà dei cristiani verso chi scappa da miseria e guerre. 

Poveri vittime della “cultura dello scarto”
«Quanti poveri oggi sono calpestati! Quanti piccoli vengono sterminati! Sono tutti vittime di quella cultura dello scarto che più volte è stata denunciata. E tra questi non posso non annoverare i migranti e i rifugiati, che continuano a bussare alle porte delle Nazioni che godono di maggiore benessere», ha detto il Papa rivolgendosi ai fedeli ma anche allaclasse politica, divisa, in Italia e in Europa, sulle politiche di accoglienza dei migranti . «Cinque anni fa, durante la mia visita a Lampedusa - ha proseguito poi il Papa -, ricordando le vittime dei naufragi, mi sono fatto eco del perenne appello all'umana responsabilità: ”Dov'è il tuo fratello?”». 

Il pontefice ha quindi ribadito che «questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Purtroppo le risposte a questo appello, anche se generose, non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti».

Solidarietà e misericordia unica risposta a sfide migratorie
In un altro passaggio del’omelia, pronunciata davanti ad una folla di rifugiati, soccorritori e volontari che si prendono cura dei migranti, Francesco ha sottolineato «l’ipocrisia sterile» di chi «non vuole “sporcarsi le mani”»: «Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura - ha spiegato - nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti. Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l'unica risposta sensata - ha sottolineato Francesco nell'omelia della messa per i migranti - è quella della solidarietà e della misericordia».
“Quella di non “sporcarsi le mani” è una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura - ha spiegato - nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”

Ai soccorritori: «Grazie a chi salva vite senza chiedere niente»
Il Papa ha quindi ringraziato quanti prestano soccorso nel Mar Mediterraneo, che si fermano «per salvare la vita del povero picchiato dai banditi, senza chiedergli chi fosse, la sua origine, i motivi del suo viaggio o i documenti...: ha semplicemente deciso di prendere in carico e salvare la vita
». E a coloro che sono stati salvati, «voglio ribadire - ha aggiunto Francesco - la mia solidarietà e incoraggiamento, poiché conosco bene le tragedie dalle quali state scappando. Vi chiedo di continuare ad essere testimoni di speranza in un mondo sempre più preoccupato per il suo presente, con pochissima visione del futuro e riluttanza a condividere». 

Ai migranti il pontefice ha invece chiesto di avere «rispetto per la
cultura e le leggi del Paese che accoglie» per mettere in campo «congiuntamente» un «percorso di integrazione»
. «Superare tutte le paure e le inquietudini»: è l'appello con cui il Papa ha concluso l'omelia.

Farnesina: rilasciata in Turchia l'italiana Cristina Cattafesta

Il Fatto Quotidiano
Cristina Cattafesta, l’attivista milanese di 62 anni bloccata in Turchia dallo scorso 24 giugno, è stata rilasciata ed è ripartita per l’Italia. A renderlo noto è stata la Farnesina, che “accoglie con grande soddisfazione la notizia”. La donna, che si era recata nel Kurdistan turco come osservatrice internazionale, era stata fermata per un controllo. Le autorità locali avevano disposto il suo trasferimento per alcuni approfondimenti legati alla sensibilità di Cattafesta per il popolo curdo.

“Il positivo esito della vicenda è stato possibile anche grazie al personale interessamento del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, al quale avevano fatto appello i familiari della connazionale, e all’incisiva azione di sensibilizzazione svolta a livello locale dalla nostra ambasciata ad Ankara, in stretto raccordo con la Farnesina” dicono dal Ministero.
Cattafesta è partita nella mattina di venerdì 6 luglio dall’aeroporto di Ataturk, a Istanbul, con un volo della Turkish Airlines diretto a Milano Malpensa. Il 26 giugno la presidente del Cisda(Coordinamento italiano sostegno donne afghane) era stata trasferita da Batman al centro di espulsione di Gaziantep. Inizialmente sembrava che il suo rimpatrio potesse essere imminente, ma il procedimento, come hanno spiegato dalla Farnesina, si è allungato a causa delle verifiche delle autorità turche, che in un primo momento ipotizzavano l’accusa di propaganda terroristica a favore del Pkk (Cattafesta aveva pubblicato una foto in cui è ritratta in un corteo pro-curdo con bandiere del Pkk e delle Ypg).

La famiglia ha esultato per la notizia del suo rilascio: “È stata finalmente liberata. Il Cisda e l’avvocata Alessandra Ballerini ringraziano la Farnesina, l’ambasciata italiana e i legali in Turchia per il prezioso impegno, la presidenza della Camera, i parlamentari europei e italiani e tutte le persone che si sono adoperate in stretta collaborazione con la famiglia e i legali per la liberazione di Cristina”.

Brennero e migranti, in giugno la quota degli arrivi è stata pari a zero e poche decine nei mesi precedenti

Corriere della Sera
I transiti verso Nord sono crollati: solo 149 nel 2018. E nel mese passato non è stato registrato nessun passaggio.


149 intercettati in sei mesi. Contro i quasi 3.000 dell’intero 2017. E i circa 12.000 del 2016. L’«emergenza» migranti nell’estate 2018 dall’Italia all’Austria è tutta qui. E spiega come attraverso il Brennero ormai non sta transitando quasi nessuno. Quello che un tempo era il corridoio classico — che partiva dalla Sicilia per finire nel Tirolo e procedere fino alla Baviera — si è di fatto prosciugato. 

Del resto basterebbe leggere il progressivo del primo semestre dell’anno in corso: 65 individui bloccati a gennaio sui treni merci, 52 a febbraio, 26 a marzo, 4 ad aprile, 2 a maggio fino a toccare quota zero nel mese di giugno. Un calo netto rispetto ai circa 2.894 respinti in tutto il 2017. E rispetto agli 11.800 del 2016, quando erano nigeriani e marocchini, soprattutto. Circa duemila hanno poi presentate richiesta di asilo in Austria. Quasi tutti gli altri hanno tentato di raggiungere la Germania.

«Controlli più severi»
Il bilancio di questa prima parte del 2018 viene fornito da una fonte non sospetta: la polizia tirolese. Del resto alcuni giorni fa il responsabile della task force per i controlli di confine Erich Lettenbach aveva spiegato che il crollo era il frutto di «controlli più severi che vengono effettuati dalla polizia italiana sui treni in partenza dalla stazione di Verona». Oltre che, più in generale, «al calo complessivo degli sbarchi in Italia». 

Dal 1° gennaio fino a ieri, certifica il nostro ministero dell’Interno, sono sbarcate 16.687 persone, «l’80,4% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017». «I migranti ormai si muovono sulla base di informazioni reali: non si avventurano verso destinazioni dove sanno che ci sono dei controlli», aggiungeva Lettenbach. Che confermava come i controlli trilaterali (agenti italiani, austriaci e tedeschi) sarebbero continuati.
Il fronte bavarese
Il vero fronte problematico per gli austriaci è oggi il confine con la Germania. Nel 2017 in 14.600 hanno tentato di sconfinare in Baviera e di questi 7.200 sono stati consegnati agli agenti austriaci. Nei primi cinque mesi di quest’anno — confermano da Vienna e Berlino — «4.600 persone hanno tentato di entrare in maniera non autorizzata: 2.450 sono state fermate e respinte». Non arriva più quasi nessuno dall’Italia, insomma. Ma ne restano sempre di più in Austria. Sulle cifre in sede di Commissione europea più di qualche funzionario sottolinea che, di fatto, non esiste un database unico. Gli stessi transiti tra i diversi Stati membri — fanno sapere al Corriere da Bruxelles — «non sono omogenei e non sempre identificano il profilo di chi transita e il suo status giuridico». Una battaglia per la trasparenza, ricordano, «avviata più di un anno fa e che finora non ha prodotto risultati».
Il commercio
Quello del Brennero viene considerato il punto di transito più trafficato sulla rotta tra Sud e Nord dell’Europa: l’anno scorso 2,25 milioni di camion sono transitati nei valichi di confine. L’introduzione dei controlli — secondo le stime dell’Ufficio studi Isfort e Conftrasporto — finirebbe così per comportare un costo ulteriore di 370 milioni di euro per i ritardi nell’attraversamento. «La decisione dell’Austria va immediatamente sanzionata», tuona Paolo Uggè, vicepresidente di Confcommercio e di Conftrasporto. «Il governo italiano si faccia sollecito interprete delle esigenze del sistema produttivo nazionaleadottando le misure necessarie e avanzando proposte che riducano al massimo i danni per la nostra economia».

Leonard Berberi

giovedì 5 luglio 2018

Turchia. Cristina Cattafesta è ancora detenuta. Si richiede l'intervento delle autorità italiane

Corriere della Sera
Chiedono l'intervento del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte i familiari Cristina Cattafesta, la presidente del Coordinamento italiano sostegno donne afghane (Cisda), fermata domenica 24 giugno dalle autorità turche a Batman, nel Sudest della Turchia a maggioranza curda, e rinchiusa dal 26 giugno in un centro di deportazione a Gaziantep in attesa di essere espulsa in Italia.
Cristina Cattafesta
In casi come questi i tempi possono dilatarsi di molto come accadde l'anno scorso al fotografo francese Mathias Depardon che fu detenuto per un mese nel centro di deportazione di Gaziantep. Per il rilascio dovette intervenire direttamente il presidente Emmanuel Macron. È molto probabile che sarà così anche per Cristina. Per questo la famiglia Cattafesta si rivolge alle autorità italiane e chiede, con una raccolta di firme, "una forte mobilitazione della società civile" affinché la donna possa al più presto tornare in Italia.

La presidente del Cisda, 62 anni, era arrivata il 21 giugno a Diyarbakir, insieme con il marito e altri quattro colleghi, per osservare lo svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari che si sono tenute il 24 giugno in Turchia ma non aveva lo status per farlo. "In verità - ha spiegato l'avvocato Sirin Sen che è sempre stato pessimista su una liberazione veloce - i sei italiani sono entrati come semplici turisti su invito del partito filo-curdo Hdp di Batman".

Domenica, durante una visita a un sito archeologico, la delegazione era stata controllata dalla polizia. A far scattare il fermo di Cattafesta era stata una foto pubblicata su Facebook di una manifestazione in cui sventolavano bandiere del Pkk, il Partito del Lavoratori del Kurdistan che è considerato un'organizzazione terrorista anche dall'Ue e dagli Stati Uniti. Lunedì 25 giugno la procura di Batman aveva decretato l'espulsione dell'attivista e trasferito la decisione sulle modalità ad Ankara.

L'ultima volta che il Corriere ha parlato con Cristina era il 26 giugno: "Stanno per trasferirmi in un centro di deportazione a Gaziantep - ha detto al Corriere. Sono di nuovo molto preoccupata, mi hanno detto che potrei rimanere lì per un'ora o per sei mesi. E tutto questo nonostante il giudice abbia deciso di non rinviarmi a giudizio per propaganda terroristica". "Sono tre giorni che non mi lavo i denti, non mi cambio i vestiti e non ho accesso a nulla di mio. Non so cosa ne sarà di me", sono state le ultime parole di Cattafesta prima di chiudere il telefono che da allora non è raggiungibile.