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mercoledì 27 dicembre 2017

Panchine anti-clochard a Roma. Si afferma l'architettura ostile che elimina anche le briciole di accoglienza che la città offre.

Fanpage
Panchine antibivacco in via Giovanni Da Procida a Roma per tenere lontani i senza tetto. Ad installare i ‘dissuasori’ un comitato di cittadini che ha avuto in gestione l’area da parte del II Municipio.

È nota come ‘architettura ostile', defensive architecture, ed è quel fenomeno che vede l'installazione di strutture di arredo urbano volte a dissuadere alcuni comportamenti, e in particolare a tenere lontani cittadini considerati indesiderati, primi tra tutti i senza tetto. Spuntoni sui gradini e su ogni superficie dove ci si potrebbe sedere, sbarre per rendere impossibile sdraiarsi sulle panchine.

Anche in Italia sono ormai centinaia i comuni grandi e piccoli dove si trovano esempi di defensive architecture L'ultimo di questi è spuntato a Roma e vale la pena parlarne perché vede una sinergia di azione tra un soggetto di privati i cittadini (un comitato di cittadini contro il degrado) e l'amministrazione pubblica, in particolare il II Municipio. Siamo in via Giovanni da Procida, a due passi da piazza Bologna, un tranquillo quartiere borghese della capitale. Qui su alcune panchine sono stati installati dei braccioli di ferro ‘anti barbone'. Le sbarre (come si può vedere nella foto), creano tre sedute sulla panchina, rendendo impossibili sdraiarvici sopra, ma anche solo abbracciarsi.

Quando alcuni cittadini hanno cominciato a chiedersi chi e perché abbia installato le sbarre di dissuasione, è emerso come l'area verde dove si trovano le panchine è stata affidata dal II Municipio al Comitato Decoro Urbano, un gruppo di cittadini della zona riunitisi in associazione, che si sono fatti carico della manutenzione della piazzetta. 

A confermarlo su Facebook alla consigliera di Sinistra Italiana Giovanna Maria Seddaiu è la stessa presidente del II Municipio del Partito democratico Francesca Del Bello che, seppur non essendo sicura che l'installazione dei ‘dissuasori antibivacco' fosse autorizzata, mette le mani avanti parlando della necessità di restituire ‘sicurezza e decoro' alle piazze, e come questo non sia in contraddizione con accogliere i più deboli e svantaggiati.

"Provo solo una profonda tristezza e spero non sia una decisione dell’amministrazione municipale, al rientro dalle vacanze chiederò spiegazioni alla Presidente Francesca Del Bello e all’assessora alle Politiche sociali Cecilia D'Elia Riviello chiedendo che vengano immediatamente rimosse", ha dichiarato Seddaiu. Aspettando la risposta del II Municipio, la sensazione è che il ritiro dell'impegno dell'amministrazione pubblica dalla manutenzione e dal governo della città, lasci spazi a forme di gestione dello spazio pubblico che assomigliano a forme proprietarie, dove comitati (spesso composti da qualche decina di cittadini), assumono prerogative che non gli sono proprie (come la scelta di allontanare cittadini indesiderati da sotto le proprie finestre).

Così invece di valorizzare l'impegno volontario dei cittadini e delle associazioni, si finisce per privatizzare la manutenzione della città, con conseguenze non sempre prevedibili, come nel caso di via Giovanni da Procida. Dietro l'impegno contro il ‘degrado' troppo spesso si nasconde la volontà di allontanare i poveri da (in questo caso letteralmente) sotto casa propria, magari relegandoli in luoghi invisibili.

martedì 26 dicembre 2017

Cina, blogger attivista Wu Gan condannato a otto anni per «sovversione»

Corriere della Sera
Il blogger, noto per la sua ironia nelle campagne per i diritti umani, è stato anche privato dei diritti politici per cinque anni.



Un famoso blogger e attivista cinese, Wu Gan, noto per usare ironia e umorismo nelle sue campagne a favore dei diritti umani, è stato condannato a otto anni di prigione per «sovversione contro il potere dello Stato». Lo ha deciso il tribunale della città di Tianjin (al nord) privandolo anche dei diritti politici per cinque anni. 


Come era già successo all’inizio del processo, il 14 agosto scorso, la polizia ha impedito ai giornalisti di entrare nel tribunale.
L’attivista ha dichiarato il suo avvocato Ge Yongxi. «Sono grato al partito per avermi concesso questo alto onore», ha ironizzato Wu in tribunale dopo la lettura della sentenza. «Rimarrò fedele alla nostra aspirazione originaria, mi rimboccherò le maniche e mi impegnerò ancor di più», ha aggiunto l’oppositore giocando con note frasi che il presidente cinese Xi Jinping usa spesso per esortare i funzionari del Partito comunista a migliorare il loro lavoro.

La sentenza è arrivata nelle stesse ore in cui un altro notissimo avvocato cinese, Xie Yang - che nei mesi scorsi aveva denunciato di essere stato torturato durante la detenzione - è stato condannato per «sovversione», il reato spesso attribuito agli attivisti a favore dei diritti umani; in questo caso però il tribunale poi ha deciso di risparmiargli la pena detentiva.

Wu, 45 anni, noto su Internet con il soprannome «macellaio volgare» era stato accusato di «diffondere informazioni false su Internet, esagerare casi controversi e attaccare il regime». Era stato arrestato nel maggio 2015 dopo aver denunciato che quattro persone, accusate di un crimine, erano state torturate per estorcergli confessioni forzate (un anno più tardi i quattro erano poi stati assolti). 


Nell’agosto 2016 era stato nuovamente arrestato e aveva sostenuto di essere stato torturato. Wu era diventato famoso nel 2009 denunciando il caso di Deng Yujiao, una giovane donna cinese che uccise un politico locale nella provincia dell’Hubei perché aveva cercato di abusare sessualmente di lei. Il caso era diventato famosissimo, aveva suscitato un’ondata di empatia con il mondo femminile nell’opinione pubblica cinese e aveva anche ispirato il film «Il tocco del peccato» del regista cinese Jia Zhangke, premiato al Festival di Cannes 2013 per la migliore sceneggiatura. Wu ha anche lavorato come consulente nello studio legale Fengrui, diventato una delle principali vittime della campagna di repressione lanciata dal regime, a partire dal 2015, contro gli avvocati che difendono casi relativi alla lesione dei diritti umani. Uno degli avvocati dello studio, Wang Yu, ha difeso Wu dopo il suo primo arresto, ma poi è stata lei stessa arrestata.

Ex militare e guardia di sicurezza, Wu ha cominciato il suo attivismo dieci anni fa, e si sospetta che suo padre, Xu Xiaoshun, sia stato condannato nel 2016 per frode come punizione per le attività di suo figlio. Il crimine di sovversione contro il potere dello Stato è spesso attribuito a dissidenti, ed è stato per esempio quello che è costato una condanna di 11 anni di carcere allo scrittore e vincitore del premio Nobel Liu Xiaobo, che è morto nel luglio di quest’anno. Anche quella sentenza, nel 2009, fu emanata il 25 dicembre, durante le festività di Natale: il che fa sospettare che il regime comunista approfitti di queste feste, in cui ci sono meno giornalisti stranieri nel Paese, per definire i processi più controversi.

Egitto, esecuzione di massa, a 15 condannati a morte per terrorismo.

RSI News
In Egitto sono state eseguite 15 condanne a morte per impiccagione, nei confronti di persone accusate di terrorismo. 

Le autorità del Cairo riferiscono che si tratta di guerriglieri attivi nella Penisola del Sinai e condannati per aver ucciso agenti delle forze di sicurezza in un attacco del 2013 che causò 9 vittime.

lunedì 25 dicembre 2017

Papa Francesco, vigilia di Natale per i migranti. "E' Gesù a darci la cittadinanza"

Quotidiano.net
L'omelia dedicata all'accoglienza: "Obbligati a lasciare la propria terra, come Giuseppe e Maria".
Il presepe di Castesano contestato da politici di destra e benedetto dall'arcivescovo di Bologna 
E' Gesù "a darci il diritto di cittadinanza". Risuonano forti le parole di Papa Francesco nella notte di Natale. Un'omelia dal sapore politico perché pronunciata nei giorni che seguono il 'naufragio' della legge sullo 'ius soli' in Parlamento. 
"Maria e Giuseppe, per i quali non c'era posto, sono i primi ad abbracciare colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza", ha detto il Pontefice durante la Messa, riferendosi a Cristo, "colui che nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l'autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole".
Per Bergoglio la "fede del Natale", ci porta a "riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente e ci spinge a dare spazio a una nuova immaginazione sociale, a non avere paura di sperimentare nuove forme di relazione in cui nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto". 

Frasi eplicite con cui il Papa rinnova il suo appello alla solidarietà sociale e in particolare all'accoglienza dello straniero. I migranti di oggi, dice Francesco, sono immagine dei migranti di ieri. Fra loro anche Giuseppe e Maria. "Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra".

La Madonna e il falegname "dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa".

Nella messa della Vigilia in San Pietro - celebrata con centinaia tra cardinali, vescovi e sacerdoti - Bergoglio ha anche ricordato le parole di Wojtyla pronunciate durante l'inaugurazione del Pontificato. "Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II: 'Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo. Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità - ha detto Francesco - La carità che non si abitua all'ingiustizia come fosse naturale, ma ha il coraggio, in mezzo a tensioni e conflitti, di farsi 'casa del pane', terra di ospitalità".

Yazidi dimenticati nei campi profughi in Iraq. La storia di Aziz di 23 anni.

The Submarine
La testimonianza di Aziz, un ragazzo yazida di ventitré anni che vive nel campo profughi di Bersive, nel Kurdistan iracheno, insieme alla moglie e al figlio di un anno.


Aziz fa parte della minoranza religiosa yazida, perseguitata da decenni. È stato costretto ad abbandonare la sua casa sul monte Sinjar quando Daesh ha occupato la regione, il 3 agosto 2014. 

Oltre tremila yazidi, anche bambini, sono stati uccisi, mentre donne e ragazze sono state rapite e violentate. I pochi sopravvissuti hanno cercato riparo sul Monte Sinjar, senza cibo, acqua né vestiti. Aziz racconta che ha vissuto per una settimana dormendo all’aria aperta, senza mangiare né dormire. I kurdi, insieme all’aiuto degli uomini yazidi superstiti, sono riusciti ad aprire un corridoio fra il monte Sinjar e la Siria, per mettere in salvo i civili bloccati sulle pendici del monte per l’assedio di Daesh.

Una volta arrivati in Siria, gli yazidi sopravvissuti sono stati trasferiti in Kurdistan iracheno, in alcuni campi profughi. Aziz vive nel campo di Bersive da tre, vicino alla città di Zacho. L’assistenza umanitaria nel campo, però, è insufficiente e le condizioni di vita sono precarie.

Aziz ci racconta la situazione del campo, spiegando che mancano i servizi di base. Le famiglie yazide vivono in tende, sia d’estate sia in inverno, soffrendo ogni temperatura. I servizi igienici sono condivisi e non sono adeguati. Specialmente in estate i rifugiati di Bersive sono abbandonati a se stessi. D’inverno, per scaldarsi, le famiglie accendono fuochi bruciando quello che trovano e molte volte nascono incendi.
La mattina del 23 dicembre, per esempio, diverse tende sono andate a fuoco nel campo e questa volta, per fortuna, non è morto nessuno.

Le condizioni del campo erano già state denunciate da un rapporto di Amnesty International a febbraio 2015, in cui si diceva che il campo di Bersive ospitava circa 10.000 persone in tende non isolate e che, quando pioveva, l’acqua le allagava. Inoltre, Amnesty evidenziava la mancanza di acqua calda e il numero di bagni proporzionalmente non adeguato agli standard delle crisi umanitarie.

Bersive non è l’unico campo profughi in Kurdistan iracheno. Per esempio, il campo di Baharka, nella periferia di Erbil, è il più conosciuto e ospita rifugiati iracheni e palestinesi in condizioni difficili.

I campi profughi non riescono a ospitare tutti gli sfollati iracheni e i profughi provenienti dalla Siria e per questo motivo nascono molti campi informali. Chiaramente, senza avere i servizi adeguati. Molte persone vivono in edifici abbandonati, in costruzione oppure in campi non ufficiali, senza acqua né elettricità e in condizioni igienico-sanitarie davvero scarse. 

In inverno le temperature nella regione sono molto basse e non avendo coperte e vestiti a sufficienza per scaldarsi, i profughi sono costretti ad accendere fuochi con quello che trovano, non avendo neanche il carburante adatto. Bruciano carta, plastica, rischiando di ammalarsi per i fumi inalati. La maggior parte dei bambini non va a scuola. Pochi seguono le lezioni fornite dalle ONG presenti nei campi, mentre molti sono costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie.
Le uniche speranze vengono date dai civili che portano aiuti.

Aziz racconta che gli yazidi che vivono a Bersive hanno paura e non si sentono al sicuro, perché la loro minoranza è stata perseguitata più volte, per motivi religiosi, e questo potrebbe accadere di nuovo. Per cercare di andare avanti e sopravvivere alla condizione in cui si trova, il ragazzo lancia continui appelli sui social network per chiedere aiuto alle grandi organizzazioni e per dar voce a una minoranza troppo spesso dimenticata. Infatti, le organizzazioni che si occupano di fornire assistenza agli yazidi sono poche. 

Ricordiamo Yazda, l’organizzazione no-profit che attua opere di sensibilizzazione per dar voce al genocidio yazida e sostenere la minoranza.

domenica 24 dicembre 2017

Buon Natale!

Blog Diritti Umani - Human Rights

AUGURI DI BUON NATALE 
A TUTTI I LETTORI DEL BLOG

sabato 23 dicembre 2017

Spagna - La sanità non è un diritto per tutti. No cure agli irregolari

Ansa
La Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale il decreto legge del governo della comunità di Valencia che consente l'accesso universale alla sanità anche agli immigrati in situazione irregolare.


Secondo la sentenza dell'alta corte, riferiscono i media iberici, il decreto approvato nel 2015 dal governo regionale presieduto dal socialista Ximo Puig invade le competenze del governo centrale. Quest'ultimo, in particolare con il decreto legge 16/2012, in piena crisi economica e finanziaria escluse dall'assistenza sanitaria 870mila 'sin papeles'. In risposta alla normativa, Valencia e le comunità delle Baleari, di Aragona, della Cantabria e dei Paesi baschi modificarono la legislazione regionale per garantire l'assistenza sanitaria ai migranti irregolari rimasti fuori dal sistema sanitario nazionale. Per l'assistenza sanitaria ai 30mila migranti in situazione irregolare stimati nella regione, la comunità di Valencia ha stanziato 6,05 milioni di euro, pari allo 0,1% del Bilancio dell'assessorato alla sanità previsto per il 2018. La sentenza dell'alta corte mette a rischio l'assistenza a decine di migliaia di irregolari in tutte le regioni che attualmente la erogano.

Il presidente Ximo Puig,in dichiarazioni ai media, ha assicurato che il governo regionale continuerà a garantire l'universalità delle prestazioni sanitarie "attraverso i meccanismi che saranno necessari". "Qualunque persona che entrerà in un centro sanitario o in un ospedale di Valencia sarà assistita e in nessun caso gli verrà passata la fattura sanitaria", ha assicurato. "Tutti hanno diritto alla sanità, oggi e nel futuro", ha aggiunto il governatore.

La Generalitat starebbe valutando strumenti giuridici per blindare l'assistenza sanitaria universale e aggirare il veto di incostituzionalità, inclusa la possibilità di una "sovvenzione personalizzata". Puig non ha risparmiato critiche all'esecutivo centrale presieduto da Mariano Rajoy: "Il governo di Spagna sta usando la via giudiziaria per giustificare comportamenti ingiustificabili", ha osservato. "E la sentenza della Corte costituzionale non è giusta né umana", ha concluso.

Da parte sua, Amnesty International, assieme al Centro per i Diritti Economici e Sociali e a Medici del Mondo, denuncia che la sentenza della Corte costituzionale contravviene agli obblighi fondamentali di diritti umani, è "regressiva, discriminatoria e mette a rischio la vita delle persone escluse dal sistema sanitario dal decreto legislativo 12/2012".

Paola Del Vecchio