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sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017 - Iniziamo il nuovo anno con il passo della pace

Auguri per un 2017 di pace per tutti il lettori del
Blog Diritti umani - Human Rights 
Iniziamo il nuovo anno con il passo della pace 
il 1° gennaio manifestazioni in tutto il mondo


Pace, Sant’Egidio: il primo gennaio marcia verso San Pietro 
e manifestazioni in tutto il mondo


Il 1° gennaio, in occasione della 50° Giornata Mondiale della Pace, esprimendo il proprio sostegno al messaggio di Papa Francesco “La non violenza: stile di una politica per la pace”, la Comunità di Sant’Egidio invita a cominciare il nuovo anno partecipando a manifestazioni in tutto il mondo contro le guerre e i muri che separano gli uomini e fanno guardare al futuro con paura e rassegnazione.
In risposta ai conflitti in corso e al terrorismo che minaccia la convivenza, si svolgeranno, a Roma e in centinaia di altre città di tutti i continenti, marce e iniziative pubbliche.

Si intende lanciare un forte appello contro l’indifferenza che ha accompagnato tante guerre, come quella in Siria: un messaggio rivolto a tutti e alla comunità internazionale, gravemente assente, per lungo tempo, di fronte a centinaia di migliaia di vittime e milioni di uomini e donne costretti ad abbandonare le loro terre.

Durante le manifestazioni verranno ricordati i nomi di tutti i Paesi ancora coinvolti dai conflitti e dalla violenza nei diversi continenti.


venerdì 30 dicembre 2016

Colombia. Amnistia per guerriglia e militari consolida la pace. Senato approva all'unanimità

Il Manifesto
Una legge "storica". Così il governo colombiano ha commentato l'approvazione dell'amnistia da parte del Senato: "il primo passo per consolidare la pace", ha detto Santos, insignito del Nobel per aver portato a casa la firma degli accordi con la guerriglia marxista delle Farc. 


Il testo prevede un trattamento giuridico speciale, amnistia e indulto ai componenti delle Farc accusati di reati politici, e riguarda anche i militari.
Esclude dai benefici i responsabili di delitti di lesa umanità, genocidio, violenze sessuali, tortura ed esecuzioni extragiudiziarie. Chi confessa i crimini più gravi davanti a un tribunale speciale che dovrà presiedere alla giustizia di transizione, potrà accedere alle pene alternative al carcere. Se non accetta e viene ritenuto colpevole, dovrà scontare una pena che va da 8 a vent'anni.
Entro il 30 gennaio si saprà quanti guerriglieri verranno esclusi dalla disposizione di legge. Gli agenti dello Stato o i civili responsabili di violenze nel conflitto armato (che dura da oltre cinquant'anni) interessati dall'amnistia sarebbero circa 5.000, e circa 1.200 quelli che uscirebbero dal carcere. Il Senato ha approvato la legge con 69 voti a favore e nessun contrario. In precedenza, l'amnistia era passata alla Camera con 121 voti a favore e nessuna opposizione.
L'estrema destra del Centro democratico, diretto dall'ex presidente Alvaro Uribe, in prima fila contro gli accordi di pace, ha partecipato alla discussione in entrambe le Camere, ma è uscito dall'aula al momento del voto. 

Le Camere hanno deliberato in sessione straordinaria, in base a una procedura d'urgenza (fast track) stabilita il 24 novembre scorso, al momento della firma dell'accordo rivisto, dopo la bocciatura al referendum voluto da Santos. Ora l'ultima parola spetta alla Corte Costituzionale la cui decisione verrà ratificata da Santos.
Potrà allora cominciare la smobilitazione dei circa 5.700 guerriglieri che avevano bloccato il processo di rientro nella vita politica a causa dei ritardi nell'approvazione della normativa. Ora potranno trasferirsi nelle 26 zone stabilite dagli accordi, in attesa che si apra davvero la fase del post-accordo. Un percorso tutt'altro che lineare in un paese che, in America latina, gioca lo stesso ruolo di Israele in Medioriente. Un ruolo che, se i decisori rimangono gli stessi, avrà una ulteriore accelerazione con la firma degli accordi di partenariato con la Nato, annunciata da Santos. E resta in sospeso l'accordo con l'altra guerriglia storica, quella guevarista dell'Eln, che ha auspicato la ripresa dei negoziati.

di Geraldina Colotti

Bahrein: Nabeel Rajab scarcerato e riarrestato, il 23 gennaio si processano le sue idee

Articolo 21
Nell’udienza del 28 dicembre , il giudice ha disposto la scarcerazione in attesa del processo di Nabeel Rajab, il più noto difensore dei diritti umani del Bahrein, la monarchia del Golfo persico che dalla “primavera araba” del 2011 ha scatenato la repressione contro il dissenso. Immediatamente, la procura ha presentato nuove accuse e Rajab è rientrato in carcere in attesa della prossima udienza del processo, prevista il 23 gennaio. 


Rajab, 52 anni, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, è agli arresti dal 13 giugno. Accusato di aver diffuso “notizie false in tempo di guerra” e “voci allo scopo di screditare lo stato” via Twitter, rischia fino a 13 anni di carcere, cui potrebbero aggiungersene altri per un articolo pubblicato a settembre sul New York Times e per un altro, uscito su Le Monde alla vigilia di Natale, critici nei confronti del governo.

La “guerra” su cui Nabeel Rajab avrebbe diffuso notizie false è quella che si svolge dal marzo 2015 in Yemen, dove una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e di cui fa parte anche il Bahrein sta portando avanti un’incessante campagna di bombardamenti aerei, molti dei quali costituiscono crimini di guerra. Le “voci” riguardano invece la situazione dei diritti umani nel paese, in particolare la tortura nelle carceri, e i rapporti tra il Bahrein e lo Stato islamico, nel quale secondo Rajab sarebbero finiti a militare vari funzionari del regno.

Rajab è nel mirino degli al-Khalifa, la famiglia reale sostenuta, armata e protetta dai governi di Washington e Londra, sin dal 2012. Questi i suoi precedenti: due anni di carcere tra il 2012 e il 2014 per aver promosso e preso parte a manifestazioni pacifiche ma non autorizzate e aver in quel modo arrecato “disturbo all’ordine pubblico”; divieto di espatrio emesso nei suoi confronti nel novembre 2014 e tuttora in vigore; sei mesi di carcere nel 2015, poi ridotti a due per motivi di salute, per aver diffuso “un messaggio che potrebbe istigare l’opinione pubblica e mettere in pericolo la pace”.

Le organizzazioni per i diritti umani considerano Rajab un prigioniero di coscienza e continuano a sollecitare le autorità del Bahrein a proscioglierlo da ogni accusa e a rilasciarlo.

Riccardo Noury

Migranti: 36 minori di Calais lanciano azione legale contro Gb

AnsaMed 
Sono in 36, a molti di loro è stato negato asilo nel Regno Londra - Sono 36 i minori che vivevano nel campo profughi di Calais ad aver avviato una azione legale contro il governo britannico. Si tratta di ragazzi la cui età è compresa tra i 14 e i 17 anni e accusano, tramite i loro legali, il ministro degli Interni britannico, Amber Rudd, di aver agito in modo illegittimo nel gestire le loro richieste di asilo in Gran Bretagna. 



Secondo il Guardian, 28 di loro si sono già visti rifiutare la domanda mentre gli altri sono in attesa di una risposta dall'Home Office. I minori si trovano in diversi centri di accoglienza sparsi in Francia e arrivano in maggioranza da Eritrea, Afghanistan e Sudan.

Si tratta dell'ennesimo segnale negativo della tardiva quanto scarsa politica di sostegno ai bambini migranti mostrata dal governo di Theresa May, che su questo dossier è stato duramente criticato.

giovedì 29 dicembre 2016

India - Il giornale censurato Kashmir Reader torna in edicola

Internazionale
Un quotidiano del Kashmir torna in edicola dopo la censura del governo. Il Kashmir Reader, un giornale in lingua inglese, ha ripreso le pubblicazioni dopo tre mesi. 


Era stato accusato dal governo locale di “incitare alla violenza”, ma secondo alcune organizzazioni per i diritti umani era trattato di un attacco alla libertà d’espressione. 

La censura nei confronti del giornale era dopo gli scontri tra polizia e manifestanti, che avevano causato 80 morti, scatenati dalla morte del militante separatista Burhan Wani.

Spose bambine - Il Ciad eleva a 18 anni l’età minima per sposarsi

Amnesty International
Il Parlamento del Ciad ha approvato la riforma del codice penale del 1967. Tra le novità più importanti nel campo dei diritti umani, c’è l’abolizione della pena di morte per i reati comuni (resta in vigore per i soli casi di terrorismo, legati alla presenza del gruppo armato islamista Boko haram ai confini e a volte anche oltre i confini del paese) e soprattutto l’innalzamento a 18 anni dell’età minima per sposarsi.



Si tratta di un provvedimento fondamentale, in un paese dove – secondo dati forniti ad agosto dalla ministra per le Donne Ngarmbatina Carmel Sou Iv – il 28% delle donne tra i 15 e i 49 anni di età è stato dato in sposa prima di compiere 15 anni e il 69% delle donne tra i 20 e i 49 anni di età prima dei 18 anni.

Nel 2015 era entrata in vigore una legge che prevede da cinque a 10 anni di carcere per chiunque sia coinvolto nel matrimonio di una minorenne.

Il presidente Idriss Deby ha preso l’impegno di fronte alle Nazioni Unite di mettere al bando i matrimoni forzati e precoci entro il 2020.

Algeria: Reporters sans Frontières denuncia grave violazione della libertà di stampa

AnsaMed
Detenzioni arbitrarie e un costante aumento della violenza nei confronti dei giornalisti, in particolare via Internet; pluralismo mediatico asfittico e un servizio pubblico asservito al potere (che rimane intoccabile).


Il giornalismo algerino è sotto scacco. A dirlo è l'ultimo rapporto di Reporters sans Frontières (Rsf) dedicato alla libertà d'informazione in Algeria. A pesare, denuncia l'inchiesta - che posiziona il Paese maghrebino al 129 posto su 180 nella classifica mondiale 2016 sulla libertà di stampa - oltre alle incarcerazioni pretestuose, sono le continue pressioni politiche, le intimidazioni e, soprattutto, una nuova forma di violenza: quella che viaggia sulla Rete ''a opera di mercenari che, riprendendo articoli in controtendenza o critici nei confronti del potere, dileggiano e incitano all'odio. 

Una prassi sempre più frequente, si legge nel rapporto - in grado di scatenare commenti a catena dei lettori che, sulla pagina o sul profilo del giornalista, giungono a minacciarlo anche di morte. Dinnanzi a questa situazione, ''le autorità non fanno assolutamente nulla. E peggio ancora - scrive Rsf - secondo diverse fonti, gli stessi servizi di sicurezza incoraggerebbero questo tipo di pratica''. Se la libertà di stampa è ancora merce rara nel Paese, a mancare non sono certo le testate. Con l'avvento dei movimenti di protesta del 2011 nel mondo arabo, infatti, anche le autorità algerine avviano alcune riforme che portano a un ammorbidimento delle sanzioni (il carcere viene sostituito con ammende) e a uan lieve apertura. Nel 2014 viene cosi' modificata la legge sull'Audiovisivo e il numero di testate lievita fino a 150.

Molte di queste, o quasi tutte, per assicurarsi la pubblicità scelgono una linea piuttosto morbida nei confronti del potere. A essere meno allineate, rileva l'inchiesta, sono le testate online (web Tv e periodici) e il giornalismo diretto - dei cittadini - attraverso i social network. Il rovescio della medaglia, spiega il rapporto, è la poca chiarezza normativa che disciplina il funzionamento delle testate online e la facilità con cui le autorità possono in qualsiasi momento oscurare i siti e bloccare l'accesso alla rete. Il vero spauracchio per i giornalisti algerini è il codice penale. ''Diffamazione, oltraggio e ingiuria'', ricorda Rsf, ''sono reati disciplinati dal codice che prevede sanzioni da 2 mesi a 5 anni di detenzione e da 10 a 4.000 euro di ammenda''.

Fra i casi più eclatanti, quello del giornalista algerino-britannico Mohamed Tamalt corrispondente del giornale algerino El Khabar a Londra, morto l'11 dicembre scorso nel carcere di Algeri. Imprigionato il 27 giugno scorso, era stato condannato a 2 anni di detenzione per oltraggio e contro presidente algerino. Dopo uno sciopero della fame, il suo stato di salute si aggrava, riducendolo in fin di vita. In base alle accuse, Tamalt avrebbe postato video e poesie diffuse via Internet insultando il capo dello Stato. O ancora quello di Mehdi Benaissa e Ryad Hartouf, responsabili della Tv KBC (del gruppo El Khabar), incarcerati dal 24 giugno al 18 luglio 2016 ''per false dichiarazioni'' in merito alle autorizzazioni per effettuare alcune riprese. 

Perché le cose cambino, conclude il rapporto, serve innanzitutto l'apertura di una inchiesta in grado di stabilire la verità sulla morte di Mohamed Tamalt, che porti alla punizione dei responsabili. Rsf chiede poi ''la scarcerazione di tutti i giornalisti detenuti per il solo fatto di avere esercitato il proprio diritto a informare''; che il codice penale non venga utilizzato per avallare detenzioni arbitrarie e procedure amministrative illegali e, infine, la protezione dei giornalisti dalla violenza che scorre attraverso la Rete.