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martedì 9 agosto 2016

L'inferno per i bambini - Salvador, le maras «svuotano» le scuole

Avvenire
«Ogni mattina è una lotta. Per convincerlo ad andare a scuola, mia madre deve minacciarlo. Prima gli piaceva tanto...». Poi, un giorno, José (il nome è di fantasia), 10 anni, ha notato dei giovani appostati in fondo alla via dove si trova l’istituto primario. Non gli è stato difficile riconoscerli. Chi cresce a Mejicanos, alla periferia di San Salvador, sa identificare a colpo d’occhio i “mareros” a caccia di ragazzini da reclutare. Così si chiamano gli esponenti delle potenti gang criminali – le maras – che dominano interi pezzi di Centroamerica. In particolare del cosiddetto “Triangolo Nord”: El Salvador, Honduras e Guatemala, la regione più violenta al mondo. Nel 2015, nel “pollicino d’America” (nome popolare di El Salvador), grande quanto la Lombardia, sono state assassinate 6.640 persone, 18 al giorno. Nei primi tre mesi del 2016, si è passati a 22 omicidi quotidiani.




Da aprile, in coincidenza con un giro di vite da parte delle autorità e di una tregua tra bande rivali, i numeri si sono ridotti, ma restano sempre allarmanti. Soprattutto per il fatto che le principali vittime sono giovani o giovanissimi. L’America Latina, già dal 2012, è la regione più letale per i minori, con una media annuale di 25.400 under 18 ammazzati. Il macabro record, afferma l’Unicef, spetta, ancora una volta, al piccolo El Salvador, il Paese più letale per i bimbi. Là, l’anno scorso, sono stati uccisi tre piccoli e adolescenti al giorno, un sesto del totale delle vittime. I minori sono “carne da cannone” per le bande, da impiegare come bassa manovalanza criminale e per far numero negli scontri con gli avversari.

La mattanza in corso ha spinto, ora, le maras ad intensificare gli arruolamenti, per “sostituire i caduti”, e ad abbassare l’età dei reclutati. Le scuole, dunque, sono diventate a tutti gli effetti “linee del fronte”. Le bande considerano gli istituti – fin da quelli elementari – bacini da cui attingere nuove forze. Con il metodo tradizionale “plata o plomo”, soldi o morte. Il “prescelto” ha solo tre possibilità: accettare, morire o scappare. «Non volevo entrare. Non volevo diventare un sicario. Mi fa paura il sangue», racconta Héctor, 12 anni che, il mese scorso, ha abbandonato l’ultima classe della primaria per sfuggire alle gang. La crescita esponenziale della diserzione scolastica è un effetto collaterale della pressione criminale, come dimostrano i nuovi dati del ministero dell’Istruzione. Nel 2015, 39mila studenti hanno lasciato sedie e banchi. Secondo il sindacato degli insegnanti, gli allievi “persi” sarebbero almeno il triplo: circa 100mila. La ragione ufficiale è il cambio di domicilio.

La categoria, apparentemente neutra, nasconde una doppia, drammatica verità. Primo, migliaia e migliaia di famiglie sono costrette a peregrinare da un quartiere all’altro in fuga dalle maras. Queste ultime, ormai, si sono spartite le periferie urbane, dove esercitano un controllo capillare sul territorio e la sua popolazione, sottoposta a un regime di terrore, fatto di estorsione e minacce. Per questo, il numero degli sfollati interni, secondo il Consiglio norvegese per i rifugiati (Cnr), sfiora quota 290mila. Secondo, spesso i genitori rinunciano a mandare i figli in classe per ridurre il rischio di reclutamento.
O per timore di rappresaglie nel caso la scuola si trovi “dall’altra parte” dell’immaginaria linea che divide il dominio di una mara dall’altra. Il governo di centrosinistra del presidente Salvador Sánchez Cerén, da parte sua, ha cercato di garantire la sicurezza affidando il controllo di 650 istituti ai militari. La gente, però, continua ad avere paura e lasciare i figli a casa. Di frequente, inoltre, le scuole sospendono le lezioni per qualche settimana a causa delle minacce nei confronti di alunni e docenti. Spesso, questi ultimi sono costretti a pagare il “pizzo” ai criminali. «Vorrei tanto continuare gli studi – racconta Ana, 15 anni –. Ma come faccio? A una mia compagna hanno chiesto di diventare la fidanzata di un marero. Lei si è rifiutata. Qualche giorno dopo l’hanno stuprata e accoltellata. Non so se sia sopravvissuta perché da allora i miei hanno smesso di mandarmi in classe. Non volevano che mi accadesse la stessa cosa. Volevo diventare maestra. Le bande hanno infranto il mio sogno».

lunedì 8 agosto 2016

Filippine, vescovi: no a omicidi extragiudiziali. Non perdere l'umanità per la lotta al crimine

Radio Vaticana
“Lasciate che l’umanità che è in noi parli!”. Questo l’accorato appello di mons. Socrates Villegas, arcivescovo di Lingayen Dagupan e presidente della Conferenza episcopale filippina (Cbcp), contro la drammatica escalation di omicidi extragiudiziali registrata in questi mesi nelle Filippine.


Lanciata la campagna “Non uccidere”
L’appello, indirizzato in particolare alle forze dell’ordine, ma anche a tutti i cittadini, è contenuto in un messaggio che rientra nella campagna “Non uccidere” lanciata dalla Chiesa filippina per promuovere il rispetto della vita umana e condannare la lunga scia di esecuzioni sommarie contro sospetti spacciatori di droga che sta percorrendo il Paese. Dall’elezione del nuovo Presidente Rodrigo Duterte, lo scorso maggio, oltre 700 i sospetti spacciatori sarebbero stati uccisi senza essere portati a giudizio.

Rispettare i diritti umani anche dei sospetti criminali
Durante la campagna elettorale, l’ex-sindaco aveva giurato “tolleranza zero” contro il narco-traffico e promesso la morte ad almeno 100mila spacciatori. Dichiarazioni che hanno suscitato le preoccupazioni dei vescovi e delle organizzazioni per i diritti umani, ma anche delle Nazioni Unite. “Viviamo in una democrazia e la lotta alla droga deve seguire l’iter giudiziario”, ha ribadito in questi giorni il vescovo di Butuan, mons. Juan de Dios Pueblos. “Il fine non giustifica i mezzi. Se una persona ha sbagliato, devono essere prese misure che non calpestino i suoi diritti umani”, sottolinea, dal suo canto, mons. Teodoro Bacani, vescovo emerito di Novaliches.

Non perdere la nostra umanità nella lotta al crimine
E sull’esigenza di non perdere l’umanità nella lotta il crimine e il narco-traffico insiste il messaggio di mons. Villegas: “L’umanità che è in me piange per i miei simili che non esitano ad uccidere criminali credendo che il loro omicidio serva a combattere il male nel mondo: ogni essere umano intorno a me è mio fratello e mia sorella”, si legge nel testo. “Crediamo veramente – chiede l’arcivescovo – di assicurare ai nostri figli un luogo sicuro se, con la nostra tolleranza di omicidi, gli insegniamo che uccidere un sospetto criminale senza un giusto processo è un modo moralmente accettabile di sradicare il crimine?”. Di qui la preghiera che chi si fa giustizia da solo “ascolti la voce della propria coscienza”, che “la ragione abbia la meglio e che alla fine vinca l’umanità” che è in ciascuno di noi. (L.Z.)

Italia - A sorpresa rispuntano i vecchi Opg. Un disastro a cui porre rimedio

superabile.it 
Un emendamento approvato in Senato riapre di fatto una stagione che sembrava destinata a finire: i detenuti in infermità mentale e in osservazione psichiatrica saranno inviati nelle Rems. La denuncia di StopOpg che scrive al governo: "Torna la vecchia logica, intervenire subito". Dovevano essere chiusi da tempo, rischiano ora non solo di sopravvivere, ma di tornare a riempirsi e ad essere utilizzati come prima, seppur con un nome diverso. 



La storia infinita degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) si allunga con un nuovo capitolo, quello di un emendamento approvato al Senato che di fatto riapre l'intera stagione degli Opg, prevedendo l'invio nelle Rems (Residenze per le misure di sicurezza) di tutte quelle categorie di detenuti che in passato venivano trasferiti negli Opg. Alla faccia di tutti i passi avanti fatti finora, il nuovo provvedimento contraddice gli obiettivi che hanno spinto a operare negli ultimi anni per il superamento della vecchia logica così vicina al modello dei manicomi, negando di fatto la logica che ha condotto a puntare su progetti individuali con misure non detentive, da attuare nelle Rems.

Il campanello d'allarme viene lanciato da Stefano Cecconi, Giovanna Del Giudice, Patrizio Gonnella e Vito D'Anza, che a nome del Comitato nazionale StopOpg scrivono una lettera - appello al ministro della Giustizia Andrea Orlando, al sottosegretario alla Salute Vito De Filippo e per conoscenza al Commissario per il superamento Opg Franco Corleone. "Abbiamo appreso - scrivono i quattro - che è stato approvato al Senato un emendamento al Disegno di Legge 2067 (su garanzie difensive, durata dei processi, finalità della pena ecc.), che rischia di riaprire la stagione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. L'emendamento in questione ripristina la vecchia normativa (quindi ante: legge 81/2014, Dpcm 1.4.2008 allegato C, Accordo Conferenza Unificata 13.11.2011), disponendo il ricovero nelle Rems esattamente come se fossero i vecchi Opg".

"Se non si rimedia - affermano i componenti di StopOpg - saranno inviati nelle strutture regionali, già sature, i detenuti con sopravvenuta infermità mentale e addirittura quelli in osservazione psichiatrica. Invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi Opg. Un disastro cui bisogna porre riparo". "Non solo si ritarda ulteriormente la chiusura degli Opg rimasti aperti (Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto) ma così le Residenze per le Misure di Sicurezza (Rems) diventano a tutti gli effetti i nuovi Opg", viene affermato. E non solo perché così facendo "si stravolge la funzione delle Rems (e le si travolgono visti i numeri delle persone potenzialmente coinvolte), che non sarà più "residuale": cioè destinata ai pochi casi in cui le misure di sicurezza alternative alla detenzione si ritiene non possano essere assolutamente praticabili".

StopOpg fa notare che "l'obiettivo della legge 81 sulla chiusura degli Opg (e sul superamento della loro logica) è quella di far prevalere, per la cura e la riabilitazione delle persone, progetti individuali con misure non detentive, nel solco delle sentenze della Corte Costituzionale, la n. 253 del 2003 e la n.367 del 2004, ispirate esplicitamente dalla legge 180 (Riforma Basaglia). In tal senso sono illuminanti a questo proposito le riflessioni di responsabili di Dipartimenti di Salute Mentale e di Rems e della stessa Società Italiana di Psichiatria".

Se il problema che l'emendamento vuol risolvere è quello di garantire le cure troppo spesso ostacolate o negate dalle drammatiche condizioni delle carceri, spiegano i quattro firmatari della missiva - occorre ricordare che "il diritto alla salute e alle cure dei detenuti non si risolve così. Occorre che si rafforzino e si qualifichino i programmi di tutela della salute mentale in carcere e che il Dap istituisca senza colpevoli ritardi le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche. È grave che le persone c.d. ex art. 148 CP siano reclusi a Reggio Emilia senza rispettare il principio della territorialità. Semmai si devono potenziare le misure alternative alla detenzione. Così invece, moltiplicando strutture sanitarie di tipo detentivo dedicate solo ai malati di mente, riproduciamo all'infinito la logica manicomiale. Il rientro di queste persone nel carcere (o comunque nel "normale" circuito delle misure alternative alla detenzione) serviva e serve proprio a ridimensionare il ruolo del cd binario parallelo".

"Ci aspettiamo - afferma StopOpg - un intervento deciso del Governo per rimuovere quanto inopinatamente l'emendamento in questione ha disposto, a sostegno del faticoso processo di superamento degli Opg. E nell'occasione - è la conclusione - rinnoviamo la richiesta di un provvedimento che eviti l'invio di persone con misura di sicurezza provvisoria nelle Rems, destinandole ai prosciolti definitivi".










domenica 7 agosto 2016

Venezuela: rivolta nel carcere Alayon della città di Maracay, 5 morti e 30 feriti

AnsaCinque detenuti sono morti e almeno altri 30 sono rimasti feriti durante una rivolta nel carcere Alayon della città di Maracay, capitale dello stato di Aragua, al centro della costa settentrionale del Venezuela. 


Secondo le ricostruzioni della stampa locale, la notte scorsa un gruppo di detenuti ha fatto esplodere due bombe artigianali, sembra a causa di una scontro fra bande rivali per il controllo dei traffici illeciti nel penitenziario.
Secondo le Ong, che si occupano della situazione nelle carceri venezuelane, la maggior parte delle prigioni è di fatto in mano a bande organizzate di detenuti, che molte volte dispongono anche di armi pesanti ed esplosivi. In Venezuela esistono poco più di 30 carceri, previsti per una popolazione penale di circa 16 mila persone, ma attualmente albergano più di 80 mila detenuti.

Piccoli migranti, allarme sparizioni - 6.135 minori non accompagnati risultano irreperibili nel 2015

Avvenire
«Al 31 dicembre 2015 sono stati registrati in Italia ben 6.135 minori non accompagnati che risultano irreperibili». Le parole del ministro della Giustizia Andrea Orlando confermano quello che gli operatori sanno da tempo. Come facciano le autorità a perdersi 6.500 ragazzini in un anno, lo spiega lo stesso Orlando: «Europol ha denunciato l’esistenza di una sofisticata 'infrastruttura criminale europea' che prende di mira i migranti minori a fini di sfruttamento. Di molti di loro si perdono le tracce all’ingresso in Europa».

Sebbene la grande maggioranza degli adolescenti migranti si sottragga all’identificazione per non pregiudicare le chance di ottenere asilo nei Paesi del Nord Europa, i ragazzi che viaggiano senza l’assistenza di adulti «sono i soggetti a maggior rischio di sfruttamento illegale – ha detto Orlando –, in mancanza di un sistema efficace di accoglienza».

Nei giorni scorsi l’Unicef ha ricordato che gli arrivi via mare sono stati nel 2015 1.015.078 (di cui 265.388 erano bambini). Le richieste di asilo in Europa nel 2015 sono state 1.392.655 (405.955 bambini, 95.970 dei quali non accompagnati) e nei primi quattro mesi del 2016 348.580 (95.080 bambini).

«I dati - evidenzia Orlando - parlano di un numero crescente, nell’ordine di decine di migliaia all’anno, che fanno ingresso o che transitano nel territorio italiano. I segnali non possono essere sottovalutati. Europol ha denunciato l’esistenza di una sofisticata ’infrastruttura criminale europea che prende di mira i migranti minori a fini di sfruttamento. Di molti di loro si perdono le tracce all’ingresso in Europa», osserva Save the Children, che ha attivato una linea diretta per assistere i ragazzini sfruttati, ha più volte denunciato le condizioni nelle quali i minorenni sono costretti ad affrontare le migrazioni. «Devono affrontare un viaggio spaventoso, abbandonando le proprie case e tutto ciò che hanno di prezioso e familiare per intraprendere un viaggio pieno di insidie. Quando arrivano da soli sono particolarmente vulnerabili, spesso spaesati e senza punti di riferimento», ricorda Raffaela Milano, direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

I dati raccolti dalle linee di ascolto europee per i minori scomparsi rivelano che i minori stranieri accompagnati sono esposti a un elevato rischio di diventare vittime della tratta, di traffici illeciti e devianti, impiegati nelle maglie della criminalità, del lavoro nero e dello sfruttamento sessuale. Anche al Telefono Azzurro arrivano numerose e allarmanti segnalazioni. Nel primo semestre del 2016, il 61,9% dei casi gestiti dall’associazione ha riguardato minori stranieri non accompagnati. Di questi il 92,3% sono di sesso maschile, mentre l’86,2% di loro ha tra i 15 e i 17 anni. Le regioni dalle quali sono arrivate più segnalazioni di scomparsa sono la Sicilia e la Sardegna, mentre si registra un aumento della frequenza di segnalazioni ricevute dall’estero. I primi Paesi di origine dei minori per le quali arrivano le segnalazioni sono Somalia, Egitto, Guinea, Etiopia, Gambia e Benin. Su proposta del Ministero della Giustizia, è all’esame del governo un provvedimento che consentirà procedure più leggere e semplificate per la determinazione dell’età dei minori non accompagnati vittime di tratta, «un passaggio che può determinare anche un’accelerazione per quanto riguarda la nomina del tutore », fanno sapere da Via Arenula.

«C’è poi la proposta di legge, d’iniziativa dell’onorevole Zampa ed altri – ha aggiunto Andrea Orlando –, che mira all’istituzione di un elenco di tutori volontari, a cui potranno iscriversi privati cittadini, selezionati ed adeguatamente formati, disponibili ad assumere la tutela di un minore straniero non accompagnato o di più minori».

sabato 6 agosto 2016

Alle Olimpiadi di Rio 2016 per la prima volta la squadra dei rifugiati.

East Journal
I Giochi Olimpici di Rio 2016 saranno ricordati per la prima partecipazione di Kosovo e Sud Sudan, ma soprattutto per un altro motivo: per la prima volta il Comitato Olimpico Internazionale ha voluto volgere lo sguardo alle vicende dei rifugiati di tutto il mondo. Lo ha fatto con due gesti simbolici molto potenti: il transito della fiaccola olimpica per il campo rifugiati di Eleonas, in Grecia, dove la fiamma è stata portata anche da un nuotatore paralimpico fuggito dalla Siria. E, soprattutto, l’istituzione di una squadra olimpica di rifugiati, che per la prima volta nella storia sfilerà stasera nella tradizionale Parata delle Nazioni, punto culminante della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.


La squadra dei rifugiati alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Rio 2016
A comporre la squadra saranno cinque atleti sud-sudanesi, due siriani, un etiope e due della Repubblica Democratica del Congo. La portabandiera sarà Rose Lokonyen, ottocentista sud-sudanese che ha scoperto il proprio talento un anno fa nel campo profughi di Kakuma, in Kenya. La famiglia della Lokonyen fuggì dal Sudan meridionale tredici anni fa, quando Rose aveva solo dieci anni.

La Lokonyen, insieme ai quattro compatrioti, forma il cuore della squadra di atletica della delegazione dei rifugiati. Con lei il quattrocentista James Chiengjiek, orfano di guerrafuggito a tredici anni per evitare un destino come bambino soldato, l’ottocentista Yiech Biel e i mezzofondisti Paulo Lokoro (1500 m maschili) e Anjelina Lohalith (1500 m femminili). Tutti e cinque gli atleti vivono da anni nel grande campo profughi di Kakuma, nel Kenya meridionale: si tratta di uno dei centri più grandi al mondo, con quasi 180.000 ospiti.

A completare la squadra di atletica leggera è il trentaseienne maratoneta etiope Yonas Kinde, accolto come rifugiato dal Lussemburgo dal 2013. A differenza dei compagni sud-sudanesi, ha iniziato la sua carriera nella corsa nel paese natale. Il suo record personale è di 2 ore e 17 minuti.

Competeranno nel judo entrambi gli atleti congolesi, Popole Misenga e Yolante Mabike. Entrambi provengono dall’area di Bukavu, colpita severamente dal conflitto del 1998 ed entrambi vennero separati dai propri genitori (Misenga perse la madre, uccisa quando aveva solo sei anni) e posti in un orfanotrofio di Kinshasa. Entrambi gli atleti hanno sfruttato lo sport per richiedere asilo politico: durante i Mondiali di judo di Rio del 2013, confinati nell’albergo dagli allenatori – che avevano confiscato soldi e passaporti – decisero di fuggire, spiegando che gli allenatori li deprivavano di cibo e li chiudevano in delle gabbie quando la loro performance lasciava a desiderare. L’UNHCR ha garantito a entrambi lo status di rifugiati nel settembre 2014 e Misenga ha sposato una donna brasiliana, da cui ha avuto un figlio.

Infine, i due atleti siriani saranno impegnati nelle competizioni di nuoto. Rami Anis (100 m farfalla) è nato e cresciuto ad Aleppo e si è avvicinato al nuoto seguendo il modello dello zio Majic, che aveva rappresentato la Siria come nuotatore. Fuggito nel 2011, quando la situazione di Aleppo stava precipitando, Anis raggiunse il fratello maggiore a Istanbul, allenandosi presso gli impianti del club sportivo Galatasaray. Dopo aver lasciato la Turchia a bordo di un gommone, ha raggiunto il Belgio, che gli ha concesso l’asilo lo scorso dicembre.

Gareggerà invece nei 200 m a stile libero Yusra Mardini, siriana di famiglia cristianacresciuta a Damasco che nel 2012 rappresentò la Siria ai Campionati Mondiali di Nuoto in piscina da 25 m. Nel 2015, dopo la distruzione della casa di famiglia, Yusra decise di fuggire dalla Siria con la sorella Sarah, raggiungendo la Turchia attraverso il Libano. La traversata verso la Grecia fu drammatica: il motore si fermò e il gommone, che portava tre volte il suo carico massimo, iniziò a imbarcare acqua. Le due sorelle, insieme ad altre due persone in grado di nuotare, si tuffarono in acqua, spingendo l’imbarcazione per tre ore fino a raggiungere l’isola di Lesbo. Ora le due sorelle vivono a Berlino.

Grecia isola di Chios: il campo di Souda dove sono bloccati da mesi molti rifugiati

Osservatorio Balcani Caucaso
Racconti, speranze, disillusione nel campo profughi di Souda.


Souda è la maggiore delle due aree di accoglienza nel cuore della piccola cittadina di Chios, sull'omonima isola greca. La si trova al termine di una breve discesa asfaltata, incuneata nello spazio tra le mura dell'antico castello medievale che il tempo e le erbacce stanno lentamente sgretolando e una fila di case ben più moderne, cementizie, appollaiate una decina di metri più in alto, quasi a voler emergere sopra la fila serrata di tende bianche ed impolverate che l'UNHCR ha eretto per dare rifugio al migliaio di migranti qui ospitati.

L'ingresso è presidiato da una minuscola guardiola rabberciata, che alcuni bambini del campo hanno convertito nel loro parco giochi privato. Altri bambini li troveremo dall'altro lato del campo, quando comincia la spiaggia e si apre il mare azzurro nel quale sguazzano. In mezzo, una tenda dopo l'altra: più grandi e solide quelle sulla sinistra del vialetto che attraversa tutta l'area, improvvisate alla meglio con teli e bastoni quelle sulla destra. Ovunque i colori dei panni stesi al sole cocente, che costringe buona parte delle persone a trovare ristoro all'ombra.

A prima vista, Souda è molto diverso dai campi che ho visto in Turchia, se non altro perché non ci sono alte recinzioni e filo spinato a racchiuderlo, né guardie armate a presidiarlo, anzi tutti possono entrare ed uscire senza affanno, ma è l'isola stessa ad avere i caratteri della segregazione, ad alimentare e contemporaneamente stroncare l'illusione di libertà. Passo dopo passo, le condizioni del campo mi sembrano peggiori dei campi turchi che ho avuto modo di vedere: si percepisce l'abbandono, l'assenza di energia e di cura verso un posto da cui sarebbero dovuti solo transitare ed è invece diventato il luogo dove l'attesa interminabile sfibra il corpo e annebbia la mente; dove aleggia una malsana atmosfera di abulia e si galleggia nella densa calura estiva che il vento bollente non può mitigare.
I rifugiati di Souda

I rifugiati a Souda arrivano per lo più dalla Siria e dall'Iraq, ma incontriamo anche alcuni giovani dal Pakistan tra i quali Ali, un ragazzo di 17 anni arrivato qui ad inizio aprile dopo aver viaggiato per cinquanta giorni, fuggito dalle violenze settarie che hanno coinvolto la sua famiglia, originaria del Punjab. Un viaggio lungo e difficile, racconta, durante il quale ha perso un amico partito con lui e al quale hanno sparato sul confine tra Iran e Turchia. Vorrebbe andare in Italia, dove avrebbe un cugino ad attenderlo, ma deve restare qui al campo perché la sua domanda d'asilo in Europa, presentata pochi giorni dopo l'arrivo sull'isola, non ha ancora avuto risposta. Aspettare è l'unica cosa che può fare, nient'altro che aspettare.

Jong invece arriva dalla Nigeria, dalla quale è fuggito perché, dice, minacciato di morte. È arrivato sull'isola sei settimane prima, come tutti anche lui è passato attraverso la necessaria registrazione al centro di Vial, ed ora attende una risposta che però, ne è convinto, non arriverà, “perché chi ha il potere di decidere della mia sorte non vuole. Chi potrebbe rilasciare i documenti e restituirmi alla mia libertà e al mio viaggio non intende farlo. Ma non ha alcun senso trattenermi qui ad oltranza, tutto questo campo non ha senso. Dormi, ti svegli, ti danno un po' di cibo scadente, lavarsi è un'impresa perché l'acqua è sempre poca; fai una passeggiata, ti siedi da qualche parte, la gente del posto in genere ti ignora, ti fa sentire invisibile; poi riprendi a dormire, nient'altro. I bambini gironzolano tutto il giorno senza fare nulla, l'inerzia e l'apatia impigriscono gli uomini. Tutto questo non va bene, non ci fa bene”.

Nel suo tono di voce si mescolano rabbia e rassegnazione. “Avevo un passaporto, dei soldi che avevo portato con me dalla Nigeria. Ma in Turchia, ad Istanbul, sono stato fermato da alcune persone che si sono presentate con un tesserino della polizia, mi hanno convinto a salire su un'auto e mi hanno rapinato. Ho anche trascorso cinque giorni in carcere in Turchia, dopo il mio primo tentativo di raggiungere quest'isola. Ce l'ho fatta al secondo”.

Se è difficile trovar conferma dei dettagli di queste storie, l'atmosfera al tempo stesso tesa e apatica che si respira tra queste persone è tangibile e reale, così come lo sono i campanelli d'allarme che suonano di tanto in tanto, quando la misura della sopportazione è colma; come pochi giorni fa, quando un gruppo di rifugiati ha dato fuoco ad alcune tende per protestare contro il procrastinarsi di una situazione insostenibile.
Le autorità locali

Secondo Dimitris Karalis, vice sindaco con delega allo sviluppo economico di Chios, il comune ha ben poco spazio di manovra per gestire la situazione. Le difficoltà finanziarie in cui versa la Grecia da diversi anni impongono alle amministrazioni budget molto limitati e pochi trasferimenti dal governo centrale: “Di fatto, dipendiamo soprattutto dalla nostra cooperazione con l'UNHCR e con alcune Ong che operano sul nostro territorio. Dall'inizio di questi eventi nell'agosto 2015, il compito più arduo per noi è stato trovare il giusto equilibrio tra i bisogni dei rifugiati e quelli dei locali”.

Il vice sindaco di Chios racconta che in principio la gente aveva reagito molto positivamente all'emergenza e aveva accettato di buon grado la nuova situazione. A partire da fine marzo, ovvero dal momento in cui è entrato in vigore l'accordo tra Unione Europea e Turchia per la gestione del flusso migratorio, la situazione sull'isola è invece nettamente cambiata. Le incertezze e i dubbi sul futuro stanno ora esacerbando gli animi, la gente è più preoccupata e anche i casi di tensione stanno aumentando.

L'occupazione del porto ad inizio aprile, quando si sono toccati con mano i primi effetti dell'accordo UE-Turchia, è stato forse il momento più difficile. Il centro di registrazione di Vial, non attrezzato per svolgere i nuovi compiti previsti dal piano, ha avuto un'impennata di presenze, arrivando ad ospitare quasi 2000 persone contro le 1100 previste; non tanto per i nuovi arrivi, quanto per l'impossibilità delle partenze. I migranti, ritrovatisi improvvisamente bloccati sull'isola e senza risposte alle loro domande, hanno abbandonato il centro e occupato per una settimana il porto in segno di protesta per quanto stava accadendo.

“Il primo e più evidente risultato del piano” dice Karalis “è stato sicuramente il ridotto numero di sbarchi a cui abbiamo assistito da aprile ad oggi. Rispetto ai mesi precedenti, il flusso si è enormemente ridotto".

D'altra parte, sono anche cambiate le esigenze dei rifugiati che sono sull'isola. Le strutture che erano state allestite in precedenza funzionavano relativamente bene perché le persone arrivavano sull'isola e ne ripartivano due o tre giorni dopo”. L'isola assisteva quindi ad un flusso scorrevole di persone che sfiorava appena la realtà locale. Che queste strutture fossero nel cuore cittadino, vicino al porto, era perfettamente funzionale. “L'accordo invece ha cambiato tutto. Ora queste persone sono qui da diversi mesi, resteranno per non si sa quanto e sia le strutture che abbiamo sia la loro locazione non sono adatte a questo nuovo tipo di esigenza”.

Tanto che, ammette, per il comune tutto è ancora enormemente confuso e si vive quasi alla giornata: nonostante l'accordo tra Unione e Turchia sia in vigore da diverse settimane, non è ancora chiaro quale sarà il reale impatto sul medio e lungo termine, il che impedisce di realizzare una programmazione efficace: “Si lavora, quando va bene, su un arco temporale di tre massimo quattro mesi, dopodiché nessuno sa cosa riservi davvero il futuro”. Anzi, Karalis si dice “ben poco ottimista sul destino del piano, che ha raggiunto il suo scopo nel breve termine, ovvero fermare il flusso migratorio, ma non ha nessuna valenza sul lungo periodo e non risolve in alcun modo i problemi alla radice della questione migratoria”.
Ricadute su economia e politica

L'impatto della questione migratoria sulla vita isolana non riguarda solo arrivi e partenze. L'economia locale, che pur non dipende troppo dal turismo rispetto ad altre isole come Lesvos o Samos, ha visto un calo del numero di prenotazioni nelle strutture turistiche del 50%. “Il comune aveva in programma un piano di sviluppo del settore che abbiamo dovuto per il momento accantonare”.

Sarebbe da capire se la situazione andrà anche a toccare lo scenario politico locale. Il vice sindaco crede che “in prospettiva sì. Alba Dorata, ad esempio, non ha ottenuto rappresentanti nel consiglio comunale, ma posso prevedere che i consensi aumenteranno in futuro, oltre il 5% raccolto nel corso delle ultime amministrative”.

I rapporti con la vicina Turchia sono invece inesistenti. Nonostante la crisi coinvolga entrambe le coste di questo stretto di mare, “come amministrazione comunale non abbiamo alcun tipo di cooperazione con le autorità turche”, nonostante i pochi chilometri di acque che separano l'isola dalla costa turca. “Ogni relazione con la Turchia è responsabilità esclusiva del ministero degli Affari Esteri, non è né nostra responsabilità né nostro diritto intraprendere iniziative di alcun genere”.

Nel frattempo, l'unico intervento che il comune pare intenzionato a mettere in campo è la realizzazione di un nuovo spazio di accoglienza: “Stiamo pianificando una nuova area, a circa tre chilometri dal centro cittadino, per la quale stiamo completando i rilievi ambientali e urbanistici”.

Ma a parte quest'area, il comune non ha avviato altri progetti che possano agevolare la permanenza dei rifugiati o la coesistenza tra questi e la popolazione locale. Nessun progetto educativo per i bambini rifugiati ad esempio, neppure in collaborazione con le scuole già attive sul territorio, perché, insiste Karalis, solo “se sai con certezza che un certo numero di bambini resteranno qui per i prossimi cinque anni, allora puoi approntare un piano di educazione”.

Eppure, come avevamo avuto modo di scoprire il pomeriggio precedente, c'è qualcuno che non si rassegna all'ineluttabilità della mancata pianificazione e dal nulla è riuscito ad avviare una scuola per i bambini dei campi rifugiati di Chios: la Refugee School Chios.

Dimitri Bettoni


Leggi anche il precedente reportage: 
Grecia - I 3000 rifugiati di Chios bloccati sull'isola. 55% donne e bambini