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mercoledì 8 luglio 2015

Budapest - Ungheria, via libera al muro anti-immigrati

Rai News
Il parlamento ungherese ha approvato la controversa legge con la costruzione di un muro al confine con la Serbia e limita il diritto d'asilo

La controversa legge che prevede l'espulsione degli immigrati dall'Ungheria con procedura accelerata e la costruzione di una barriera di filo spinato al confine con la Serbia è stata approvata dal Parlamento ieri sera con i voti della maggioranza governativa e gli estremisti nazionalisti di Jobbik. 

 La legge, tecnicamente una modifica della normativa esistente sull'immigrazione, limita il diritto d'asilo nel Paese Ue, in risposta al numero record di migranti e rifugiati che hanno raggiunto il Paese quest'anno (circa 67 mila). Le nuove regole, duramente criticate dall'agenzia Onu per i rifugiati, permetteranno alle autorità di cancellare le richieste d'asilo, se i richiedenti lasceranno la loro residenza designata in Ungheria per più di 48 ore senza autorizzazione. -

Sud Sudan, quarto anno d'indipendenza ma continua il conflitto ha causato 2,2 milioni di migranti forzati

La Repubblica
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e i suoi 38 partner chiedono 810 milioni di dollari per proteggere e assistere fino a 821.000 rifugiati sud sudanesi presenti in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda
Roma - In Sud Sudan, dove questo giovedì si festeggerà il quarto anniversario dell'indipendenza, il numero di rifugiati e di sfollati interni continua ad aumentare. Ad oggi, sono più di 730.000 le persone fuggite nei paesi vicini e circa 1,5 milioni quelle che sono diventate sfollati interni. Inoltre, il Sud Sudan continua ad accogliere i rifugiati provenienti dal vicino Sudan - quasi 250.000 persone, per lo più dagli Stati sudanesi del Blue Nile e del Sud Kordofan.

Pesanti combattimenti nell'Unity e Upper Nile. La guerra civile e le violenze in Sud Sudan sono iniziate a metà del dicembre 2013. Finora gli sforzi politici non sono riusciti a porre fine al conflitto e le prospettive per le popolazioni colpite rimangono difficili. Nelle ultime settimane si è assistito a un'escalation della violenza negli Stati di Unity e Upper Nile, con pesanti combattimenti che hanno costretto decine di migliaia di persone a fuggire verso la foresta e le paludi, in zone difficili da raggiungere. Si tratta di una situazione instabile e insicura che impedisce l'accesso umanitario. Le ostilità in corso e un aumento di violazioni dei diritti umani e abusi hanno contribuito a ulteriori spostamenti forzati. Nonostante il numero crescente di persone in fuga, i paesi d'asilo limitrofi hanno tenuto aperte le proprie frontiere. Circa il 90 per cento dei nuovi arrivati in questi paesi sono donne e bambini.

In Etiopia, arrivano in media ogni giorno circa 180 rifugiati sud sudanesi attraverso quattro valichi di frontiera nella regione di Gambella. L'Etiopia ospita più di 275.000 sud sudanesi, oltre a circa 425.000 rifugiati di altre nazionalità. La capacità di accogliere e assistere i rifugiati provenienti dal Sud Sudan e gli altri nuovi arrivati è destinata a migliorare con la recente assegnazione di nuove terre per la costruzione di un sesto campo rifugiati, nei pressi del già esistente campo di Pugnido.

In Sudan si è registrato il più alto tasso di arrivi di quest'anno, con più di 38.000 sud sudanesi entrati nel paese nel solo mese di giugno. Questo ha portato a quasi 188.000 il numero totale di sud sudanesi nel paese. I rifugiati arrivano quotidianamente negli Stati di White Nile, Khartoum, Sud Kordofan e Kordofan occidentale, andando ad aggiungersi a una popolazione di circa 350.000 sud sudanesi che sono rimasti in Sudan dopo la secessione.

In Uganda, da dicembre 2013 sono arrivati più di 155.000 rifugiati, che sono andati ad aggiungersi ai 22.000 sud sudanesi che avevano deciso di rimanere in Uganda dopo l'indipendenza del loro paese.

In Kenya, il campo rifugiati di Kakuma ha accolto 46.000 rifugiati sud sudanesi, portando la popolazione totale del campo a 185.000 individui, ben oltre la sua capacità di 125 mila. Ciò ha provocato un sovraffollamento e ha avuto effetti sull'assistenza.

Programmi d'aiuto sottofinanziati. I programmi di assistenza dei rifugiati in tutta la regione sono gravemente sottofinanziati. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e i suoi 38 partner chiedono 810 milioni di dollari per proteggere e assistere fino a 821.000 rifugiati sud sudanesi presenti in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. Fino ad oggi questo appello inter-agenzia è stato finanziato solo al 13 per cento (102 milioni di dollari). Con un flusso continuo di nuovi rifugiati in arrivo, è sempre più prioritario poter garantire assistenza di primo soccorso, comprendente alloggi e servizi di base. Le risorse rimangono insufficienti per fornire adeguate razioni alimentari e servizi sanitari, per prevenire e curare la malnutrizione acuta, per fornire un adeguato accesso all'acqua potabile e per la costruzione di latrine. È grave rilevare che circa il 60 per cento dei bambini rifugiati non hanno accesso a un'istruzione primaria di qualità, mentre solo il 15 per cento degli adolescenti sono iscritti a scuola. Ci si aspetta che aumentino le barriere di accesso a un'istruzione di qualità, tra cui il sovraffollamento delle aule, la mancanza di insegnanti qualificati e la mancanza di attività ricreative per sostenere un costruttivo impegno sociale.

martedì 7 luglio 2015

L’Unhcr condanna gli emendamenti sul diritto d’asilo in Ungheria

Internazionale
L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha espresso “grande preoccupazione” per gli emendamenti proposti alla legge sul diritto d’asilo in Ungheria e ha chiesto al governo ungherese guidato dal premier conservatore Viktor Orbán di consultare le organizzazioni civili e le agenzie per i rifugiati prima di portarle al voto in parlamento, si legge sull’agenzia Mti.
I principali cambiamenti proposti dal ministero dell’interno riguardano la velocizzazione delle procedure per analizzare le domande dei richiedenti asilo e per i rimpatri dei migranti irregolari. Montserrat Feixas Vihe, rappresentante dell’Unhcr per l’Europa centrale, ha dichiarato che gli emendamenti, se approvati, avranno un effetto “devastante” su migliaia di richiedenti asilo in Ungheria e ha chiesto al governo di fare in modo che la legge resti compatibile con gli standard internazionali di protezione.

I punti più controversi riguardano la possibilità di respingere i rifugiati verso paesi terzi poco sicuri o la detenzione per i richiedenti asilo, compresi donne e bambini. Inoltre il progetto di costruzione di un muro al confine con la Serbia renderebbe i rifugiati ancora più esposti ai trafficanti di esseri umani.

Immigrazione: è nato il popolo degli apolidi, 10 milioni senza patria e senza diritti

La Repubblica
L'esodo biblico di 60 milioni di uomini, donne e bambini ha creato una nuova, immensa comunità nel consesso internazionale. Uno su sei non ha più identità, cittadinanza, sostegno dal welfare, diritto allo studio e alla salute. Una vera nazione che vive ammassata nei campi profughi, nei centri di identificazione, in quelli della Croce rossa e dalla Caritas. Sopportata ma esclusa dai paesi ospitanti, cerca scampo e un futuro lungo quelle che sono chiamate le 7 rotte della Speranza. Ve le raccontiamo.

La nazione invisibile
La nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Alcuni nella fuga perdono, oltre alla propria casa, anche il diritto di cittadinanza. Ci sono poi 10 milioni di persone nel mondo per cui l'apolidia resterà uno status insuperabile. Senza documenti la vita è difficile. Non si può lavorare, se non al nero. Non si può accedere alle cure, a parte i ricoveri urgenti. Non ci si può sposare né si possono seguire percorsi di formazione. Non si hanno diritti, almeno tutti quelli garantiti da una cittadinanza. Il grado zero. Tutti iniziano da un grado zero: la maggior parte di coloro che fugge da guerre e persecuzioni non ha documenti. Quando poi arrivano nel paese ospite, con mezzi di fortuna o per vie al 99% illegali, si trovano a dover affrontare il mostro della burocrazia. Si parte con una domanda di asilo in cui si dichiara, tramite autocertificazione, la propria provenienza, i dati anagrafici e il motivo della fuga. Poi la pratica deve seguire il suo iter e in Italia la disamina tocca alle Commissioni territoriali, che attraverso un'intervista approfondita dovranno riconoscere lo status di rifugiato. Ma l'attesa per un appuntamento può durare mesi, a volte addirittura anni, durante i quali la loro vita sarà a ricasco di organizzazioni umanitarie e sistemi assistenziali. In Europa e Nord America sono circa 900 mila le domande di asilo in attesa di una risposta ufficiale. Requisiti. Capita poi che il richiedente non sia in possesso dei requisiti giusti per ottenere lo status di rifugiato.

Nel 2014, secondo i dati Cir, su 64.886 domande presentate solo il 50% è stato esaminato e di queste 36.330 solo 21.861 hanno avuto un responso positivo. Il restante 37% ha visto rifiutata la propria richiesta. Nel frattempo la vita continua. Per chi si ritrova in questa condizione di semi-legalità, in attesa di un responso o con il visto negato, non resta che arrangiarsi con permessi temporanei, in attesa dei ricorsi al Tribunale, che permettono di prendere tempo, aspettando che arrivi una sanatoria o il miracolo di un santo qualsiasi. Diverso iter. Ancora più marginale rimane la posizione degli apolidi, i quali senza volerlo hanno scarsissime possibilità di vedere riconosciuto ufficialmente il loro status. L'apolide infatti, nonostante abbia il diritto di veder riconosciuta la propria condizione e successivamente di acquisire la cittadinanza italiana, segue un iter diverso per l'istruttoria. Proprio loro, a cui per definizione manca un riconoscimento giuridico documentato, devono produrre prove documentali della loro residenza sul territorio. Questo paradosso crea ovviamente enormi difficoltà per la domanda. Dai dati del Ministero dell'Interno risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni solo l'1% delle domande di certificazione presentate in via amministrativa è stata accolta. Il riconoscimento dell'apolidia ottenuto tramite questo percorso è infatti precluso a tutti coloro che non possiedono, cumulativamente, un titolo di soggiorno in Italia, un certificato di nascita e un certificato di residenza. Altra strada percorribile sarebbe quella giudiziale, ma ha un costo spesso troppo elevato per chi si trova a doverla affrontare. In entrambe i casi alla base c'è una grossa carenza di informazioni. Disinformazione. Helena Behr, dell'Unhcr, l'Agenzia Onu per i rifugiati, è chiara in proposito: "Uno dei problemi iniziali sembra essere proprio la disinformazione.

Nonostante in Italia ci siano due procedure per il riconoscimento dello status di apolide di fatto, per molte persone continua ad essere difficile ottenerlo, vuoi per mancanza di informazioni o a causa di ostacoli normativi e burocratici. Le persone possono aspettare anche molti anni per avere una risposta e nel frattempo rimangono in una situazione di vulnerabilità e marginalità". Eppure l'apolidia si potrebbe facilmente eliminare: "Per questo - continua Behr - l'Unhcr insieme alla Commissione Diritti Umani del Senato e al Cir sta lavorando a un disegno di legge che preveda un intervento risolutivo, in grado di eliminare il problema dell'apolidia nell'arco di soli 10 anni". Un traguardo ambizioso ma non impossibile. L'Unhcr ha presentato nel novembre del 2014 la campagna informativa IBelong per focalizzare il paradosso dell'apolidia: "Senza una cittadinanza - spiega ancora Behr - non si hanno garantiti molti diritti, come quello allo studio, al lavoro, alle cure, alla libera circolazione. Ma sono solo questi diritti che ti rendono un cittadino a tutti gli effetti".

Senza più patria e senza documenti, i racconti degli apolidi
Ostacoli e pregiudizi. Esiste poi un altro motivo che rende così difficile il riconoscimento dell'apolidia e che si lega a un'innata disaffezione verso l'autorità e le sue leggi: chi esce finalmente dal cono dell'invisibilità deve affrontare nuovi ostacoli e vecchi pregiudizi. Il caso dei Rom e dei Sinti è in questo senso esemplare. Giunti sul nostro territorio durante i primi anni 90, in seguito alla guerra nella ex-Jugoslavia, sostenuta pienamente dall'ex-governo D'Alema, molti di loro hanno visto dissolversi la propria nazionalità insieme alla propria casa dall'oggi al domani. In Europa il numero di apolidi è di circa 600 mila, dato non facilmente riscontrabile per mancanza di statistiche ufficiali. In Italia le persone prive di cittadinanza sono circa 15.000, quasi tutti di etnia Rom, ma potrebbero essere molte di più. Di queste solo 813 hanno ottenuto il riconoscimento giuridico dello status di apolide fino ad oggi.

Nonostante l'Italia sia uno dei 14 paesi nel mondo che abbia sottoscritto la Convenzione sullo status di apolide del 1954 - dove si indicano le procedure per tale riconoscimento - la mancata adesione della successiva Convenzione sulla riduzione dell'apolidia del 1961 ha resto finora zoppo il sistema. Questo comporta come primo problema l'ereditarietà della condizione di apolide da parte dei minori. In teoria esisterebbe una disposizione, contenuta nell'art.1 della lg n.91/92, che supererebbe de facto lo ius sanguinis. Tuttavia, molti degli apolidi nati nel nostro paese incontrano diversi ostacoli nel dimostrare che non hanno acquisito o che non possono acquisire nessuna nazionalità da parte dei due genitori. Se a loro volta questi non hanno ufficializzato il proprio status di apolidi i documenti necessari per certificare la non appartenenza a nessuno stato, l'iter si perde in una giungla di uffici consolari, ambasciate e registri anagrafici. Un inferno kafkiano insomma. Risultato: i minori privi di una cittadinanza in tutta Europa sono nell'ordine di migliaia, ma l'assenza di un censimento ufficiale li rende dei fantasmi.

Cittadinanza. La lunga strada per l'acquisizione di una cittadinanza non finisce qui. La possibilità di richiederla infatti arriva dopo 5 anni nel caso di rifugiati e apolidi che abbiano superato il primo passaggio del riconoscimento ufficiale, 10 anni per i migranti che risiedono regolarmente sul territorio. Fino al 18 giugno di quest'anno però le richieste erano rallentate da un ulteriore imbuto. Salvatore Fachile, avvocato dell'Asgi, ha dovuto affrontare questo problema per diversi casi: "L'appuntamento telematico con la prefettura era infatti negato dal sito del Ministero degli Interni, e a causa di questo disservizio le domande si sono accumulate per mesi". Ora finalmente è possibile presentare la richiesta di cittadinanza direttamente on line. Ma questo è solo l'inizio. Si devono aspettare minimo dai 2 ai 6, a volte 8 anni, prima di una risposta: "Frequentemente si deve fare ricorso per sollecitare la propria pratica - continua Fachile - che altrimenti giacerebbe per chissà quanti anni ancora prima di essere vagliata".

Verdetto finale. Infine il verdetto finale. Sempre secondo l'ASGI un numero crescente di domande subirebbe un diniego a causa di presunte vicinanze del richiedente con gruppi estremisti. "Frutto di indagini superficiali dei nostri servizi segreti" commenta Salvatore Fachile "Almeno secondo il verdetto espresso dal Consiglio di Stato che ha seguito fino in fondo alcune delle pratiche per cui è stato presentato ricorso". Chi riesce ad arrivare al traguardo è da ritenersi fortunato: oltre 100.000 nel 2013, 65.000 nel 2012. "Un trend comunque in crescita - conclude Fachile - ma che affonda le radici nei flussi migratori risalenti agli anni 90. Il futuro lo stiamo vivendo ora, e non sembra così roseo".

di Alice Gussoni

Immigrazione: pugno di ferro marocchino sulla rotta di Melilla

La Repubblica
Sul Monte Gurugu non c'è più traccia di persone. L'ultimo raid dell'esercito marocchino, un paio di mesi fa, ha colpito nel segno. Le pendici che guardano l'enclave spagnola di Melilla e l'Europa sono ora deserte, nessun migrante le abita, come era abitudine da diversi anni oramai. Migliaia di persone sono state prese, caricate su camionette militari e portate in diverse città del Marocco. Dove, e a fare cosa, non è dato saperlo.
Qui dal Gurugu (come abbiamo raccontato in questo reportage del gennaio 2015) ogni settimana centinaia di migranti sub-sahariani, in fuga da guerre e povertà, partivano di corsa per provare a saltare i dodici chilometri di muro e filo spinato che dividono la piccola enclave spagnola di Melilla dal territorio marocchino.

Pochi ce la facevano, la maggior parte veniva catturata dalla Guardia Civil e, in spregio a tutte le convenzioni internazionali, rimandata indietro e messa nelle mani delle forze dell'ordine marocchine, accusate da associazioni, ong e istituzioni di violenze inaudite nei confronti dei migranti. Nel 2014 circa 2.300 migranti sono riusciti a saltare il muro di Melilla, mentre più di 20.000 ci hanno provato. Numeri importanti che, sommati a quelli di Ceuta, altra enclave spagnola in territorio marocchino, fanno del regno di Mohammed VI la seconda porta d'accesso in Europa per i migranti in territorio africano, dopo ovviamente la Libia. Un paese, il Marocco, che sta cercando di fronteggiare il flusso di migranti sub-sahariani, non sempre con metodi ortodossi.

Se i raid sul monte Gurugu hanno portato alla distruzione dell'accampamento, nelle altre città marocchine i raid della polizia di Rabat stanno continuando a spron battuto, alimentando numerose polemiche. È di pochi giorni fa, infatti, l'operazione di polizia messa in campo a Tangeri con l'obiettivo di sgomberare decine di edifici occupati da migranti in attesa di imbarcarsi per l'Europa. Secondo l'associazione marocchina per la difesa dei diritti umani (Gadem), le forze dell'ordine hanno usato una violenza sproporzionata, arrestando numerose persone e portandole con la forza in altre località del Marocco.

Nel corso dell'operazione un migrante è morto cadendo dalla finestra di un edificio. Ufficialmente è la seconda vittima da settembre, quando un senegalese era stato ucciso nel corso di alcuni scontri tra migranti e residenti marocchini. Il clima di intolleranza nei confronti dei migranti in Marocco sta montando.

Lo dicono le ong, gli attivisti, i pochi media indipendenti. I migranti sub-sahariani, cacciati dal Gurugu, si nascondono ora nelle foreste attorno a Nador, in attesa di un passaggio via mare o nel vano motore di una macchina per entrare a Melilla. Dall'inizio del 2015 sono infatti crollati i tentativi di salto del muro. L'intensificarsi delle azioni di polizia marocchine, con il tacito avallo da parte del governo spagnolo di Mariano Rajoy, ha spinto i migranti provenienti dai paesi a sud del Sahara a dirigersi verso la Libia. Negli ultimi mesi, spiega la Guardia Civil, sono invece aumentati in maniera esponenziale i migranti provenienti dalla Siria.

Arrivano a piedi dall'Algeria. La maggior parte acquista documenti falsi in Marocco così da poter passare il confine e una volta arrivata in territorio spagnolo fa domanda per l'asilo. Cambiano i protagonisti, ma Ceuta e Melilla continuano a essere l'immagine della Fortezza Europea in territorio africano.
di Tomaso Clavarino Melilla

Guerra in Siria: le strutture sanitarie sono obiettivi militari. 631 morti e migliaia di feriti dal 2011 tra il personale medico

La Repubblica
Medici e personale sanitario sono sempre più un obiettivo di violenze nella guerra siriana: l'ultimo allarme dalle pagine del British Medical Journal in un articolo di tre medici della ong Hand in Hand for Syria (Aula Abbara e Omar Gabbar) e dell'inglese Miriam Orcutt (NHS Foundation Trust), dove si accusano le diverse forze in campo di forzare e minacciare e uccidere il personale sanitario.

"La generazione perduta di medici siriani", s'intitola l'articolo. Ad oltre 4 anni dall'inizio del conflitto gli attacchi ad ospedali, ambulatori, ambulanze, personale medico rendono questa guerra la più drammatica per la sanità e di conseguenza per le popolazioni. 

Lo scorso marzo il report della ong con base a New York Physicians for Human Rights (PHR) http://physiciansforhumanrights.org aveva segnalato 224 attacchi tra il marzo 2011 e il dicembre 2014, 631 uccisioni tra il personale medico, migliaia di feriti. Nel 2014 ogni giorno un sanitario è morto. 

Nel marzo 2015 quattro degli 8 presidi sanitari attaccati erano stati precedentemente individuati e colpiti a volte dalle "barrel bombs", le micidiali bombe artigianali fatte di fusti riempiti di esplosivo e gettate sui villaggi da aerei o elicotteri. 

Scrivono i medici sul Bmj: "La guerra ha distrutto la comunità medica siriana, con molti medici in fuga e studenti che rimangono sotto minaccia, costretti ad operare e a dare servizi che non sono pienamente in grado di dare. Il personale sanitario è minacciato dai diversi gruppi armati". Testimonianze non nuove. Pochi mesi fa il medico di Chicago Zaher Sahloul della Syrian American Medical Society, non profit nata nel 2007, al quinto viaggio volontario ad Aleppo, raccontava ai media: 

"Il regime siriano non rispetta ambulanze e medici, immaginate che state trattando un paziente ma venite catturato e torturato perché stavate curando quel paziente, stavate facendo il vostro lavoro di medico. E' orribile..." Non si possono curare le persone della fazione opposta, è un crimine.
Physicians for Human Rights ha segnalato il mese di maggio come il peggiore dall'inizio del conflitto per attacchi a presidi sanitari: 15 attacchi a strutture (14 ad aprile), sette della quali precedentemente attaccate. PHR ha documentato l'uccisione di 10 sanitari (7 da parte delle truppe governative, 3 dai gruppi ribelli). Secondo il report di PHR si appostano anche dei cecchini vicino agli ospedali per colpire i feriti e i soldati che stanno portando strumenti medici o farmaci ambiti dai gruppi di opposizione.
Anche la ong Medici senza frontiere (Msf), attiva con 4 unità mediche in Siria e che supporta 100 presidi, denuncia che lo scorso mese gli ospedali sono stati oggetto di bombardamenti quasi quotidiani. Un comunicato del 19 giugno segnalava la nuova ondata di attacchi contro strutture sanitarie. http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/comunicato-stampa/siria-nuova-ondata-di-attacchi-contro-strutture-sanitarie
Erin Gallagher, direttore di PHR, ha detto: "Ogni medico ucciso od ospedale distrutto lascia centinaia o migliaia di siriani senza possibilità di cure".

lunedì 6 luglio 2015

Afghanistan - Tre ragazze aggredite con acido perché "andavano a scuola"

MISNA
In un nuovo incidente che conferma la difficoltà del diritto e della libertà all’istruzione ancora presente nel paese, tre ragazze della provincia di Herat sono state attaccate con acido da due uomini su una moto, mentre si stavano recando a scuola. 


Le ragazze, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, sono alunne della scuola superiore Mehri, una delle scuole per ragazze più grandi di Herat. Il portavoce dell’istituzione educativa ha confermato l’attacco e ha aggiunto che le autorità scolastiche sono preoccupate per l’aumento del numero delle minacce nei confronti delle ragazze che frequentano la scuola.

Secondo le fonti della stampa locale, dopo l’incidente le ragazze sono state ricoverate all’ospedale Noor, ma i loro genitori le hanno poi trasportate altrove per motivi di sicurezza. La situazione di due delle tre ragazze resta critica.

“Questa è la punizione per andare a scuola” avrebbero urlato gli autori dell’attacco, secondo il racconto fatto dalle ragazze al personale ospedaliero mentre raccontavano l’accaduto. L’ex-presidente Hamid Karzai ha definito l’attacco un atto di codardia e ha riaffermato che questi atti sono in netto contrasto con gli insegnamenti islamici. 
L’ex presidente ha anche aggiunto che gli autori del gesto sono nemici del popolo afghano. Attacchi con acido contro donne e ragazze sono frequenti in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In passato, molti arrestati per questo tipo di reato hanno confessato che i militanti talebani pagano ingenti somme in denaro per effettuare questi assalti. La polizia di Herat, secondo la stampa locale, ha iniziato le indagini per individuare gli aggressori.

Durante il regime talebano in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001, i talebani, secondo la loro rigida interpretazione della Sharia, hanno proibito alle ragazze di frequentare la scuola. Nei due paesi, altri attacchi con acido sono stati attribuiti a uomini respinti nella loro proposta di matrimonio.

[PL]