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sabato 4 luglio 2015

Caritas Giordania: Onu diminuisce aiuti ai rifugiati dalla Siria, è catastrofe

Radio Vaticana
I fondi dell'Onu per i profughi siriani stanziati in Giordania stanno per essere tagliati, e presto 450mila di loro potrebbero essere ridotti alla fame, con conseguenze devastanti anche per la stabilità del Regno Hascemita. 


Bambino rifugiato siriano in Giordania
L'allarme viene lanciato in queste ore da Wael Suleiman, direttore generale di Caritas Jordan. “Il World Food Program dell'Onu - riferisce Suleiman all'Agenzia Fides - ha avvertito da una settimana che, per mancanza di risorse, interromperà l'invio di fondi per i profughi siriani, già diminuiti in percentuale dal mese scorso. Ieri sui media giordani c'era la notizia che, se non arriveranno più i soldi dell'Onu, si interromperà la distribuzione di cibo per 450mila persone. Che così saranno costrette a rubare, se vogliono sopravvivere”.

Soldi per le armi, non per i rifugiati
I profughi siriani presenti sul territorio giordano sono attualmente un milione e 400mila, di cui solo 650mila registrati presso gli uffici dell'Onu. “Questa catastrofe - sottolinea Suleiman, in riferimento alla ventilata sospensione degli aiuti internazionali - è anche un effetto delle politiche e degli sconsiderati interventi militari realizzati in Medio Oriente delle potenze straniere. Adesso, dopo aver contribuito a creare il disastro, se ne lavano le mani anche dal punto di vista delle emergenze umanitarie. E' evidente a tutti che solo una grande conferenza di pace potrebbe avviare processi di ricostruzione per provare a uscire da questa situazione, insostenibile anche dal punto di vista economico. Ma evidentemente c'è chi ha interesse a perpetuare questo caos. I soldi non ci sono per dar da mangiare ai profughi, ma si trovano sempre soltanto per costruire, vendere e comprare le armi”.

Sudan: pena di morte per due cristiani rev.di Yat Michael e Peter Yein Reith accusati di blasfemia e spionaggio

Radio Vaticana
In Sudan, nuovo episodio di persecuzione contro i cristiani: due pastori cristiano-evangelici, i rev.di Yat Michael e Peter Yein Reith rischiano la pena di morte per diverse accuse tra cui blasfemia e spionaggio. 


La stessa vicenda, esattamente un anno fa, aveva riguardato Meriam Ibrahim, cristiana all'ottavo mese di gravidanza e madre di un bambino, condannata a morte per apostasia e poi liberata sull'onda di una mobilitazione internazionale. Purtroppo, per i due pastori sembrano esserci poche speranze, come riferisce Antonella Napoli di "Italians for Darfur". Gabriella Ceraso l’ha intervistata:

R. – Si tratta di accuse per le quali è prevista la pena di morte e nei prossimi giorni sarà emessa la sentenza. Questo avviene in un contesto di vera e propria persecuzione, perché da alcuni mesi la comunità evangelico-presbiteriana è presa di mira: sono state abbattute delle strutture della Chiesa e numerosi fedeli sono stati arrestati. È evidente quindi un tentativo da parte del governo sudanese di allontanare i cristiani.

D. – Si tratta di garantire una libertà religiosa che è nella Costituzione?

R. – Sì, è espressa nella Costituzione “ad interim” del Sudan e, proprio sulla base di questo principio, la vicenda di Miriam aveva trovato una soluzione. Infatti, in questo caso si parla di reati diversi, quindi c’è una sorta di accanimento nei confronti dei cristiani…

D. – Voi come “Italians for Darfur” avete chiesto aiuto al parlamento italiano, ma anche all’europarlamento: è successo qualcosa?

R. – Sono state raccolte centinaia di migliaia di firme, però visto quello che era successo con la vicenda di Miriam, e dopo le rassicurazioni che erano state date agli esponenti della nostra diplomazia, riteniamo che si possa fare di più. Purtroppo, al momento non vedo grossi margini di manovra per una soluzione positiva. E' un momento davvero di grande difficoltà per chi si batte per la difesa dei cristiani, in questo caso, ma per chiunque in Sudan venga sottoposto a violazione dei diritti umani.

Ucciso dall'esercito di Israele palestinese 18enne che lanciava pietre durante gli scontri in Cisgiordania

ANSA

Tel Aviv  - Un giovane palestinese è  stato ucciso dall'esercito israeliano in scontri nei pressi del check point di Qalandiya in Cisgiordania dopo aver tirato sassi alla jeep del comandante della Brigata 'Benyamin' Israel Shomer. Lo ha confermato un portavoce militare. Il giovane, Muhammad al Qusba 18 anni - definito un sostenitore di Hamas - e' morto in ospedale a Ramallah a seguito delle ferite ricevute.

Australia: per operatori centri detenzione adesso è reato rivelare condizioni dei migranti

Ansa
La World Medical Association si è affiancata a un gruppo di medici e infermieri australiani nel condannare le nuove norme di segretezza imposte a chi lavora nei centri di detenzione per richiedenti asilo, stabiliti dall'Australia in due remote isole del Pacifico, oltre che nel proprio territorio. 

Le nuove norme istituiscono un reato che proibisce al personale medico, educativo e umanitario operante nei centri di divulgare informazioni sulle condizioni dei richiedenti asilo e sulle cure prestate. Secondo le norme, lo staff che rivela condizioni dei detenuti o episodi di abusi rischia fino a due anni di carcere, con esenzioni limitate per informazioni fornite a enti di supervisione o autorità di protezione dei minori.

Il presidente della World Medical Association, Xavier Deau, ha scritto al primo ministro conservatore Tony Abbott chiedendo di emendare la nuova legge per permettere al personale medico di parlare apertamente sulle cure prestate ai richiedenti asilo. Le norme sono "in chiaro conflitto con i principi fondamentali dell'etica medica.

I medici devono alzare la voce, pubblicamente se necessario, quando le condizioni di salute dei loro pazienti, che siano in libertà o in detenzione, sono inaccettabili". Intanto oltre 40 medici, infermieri, insegnanti e operatori umanitari, che hanno lavorato in centri di detenzione di richiedenti asilo, hanno scritto una lettera aperta al governo federale contro il nuovo reato. E hanno sfidato il primo ministro Abbott e il ministro dell'Immigrazione Peter Dutton a incriminarli, affermando che non resteranno in silenzio davanti agli abusi dei diritti umani che continuano a essere commessi nei centri di detenzione.

ONU - Matrimoni precoci e forzati: Consiglio Diritti Umani adotta risoluzione

OnuItalia
Ginevra – Il Consiglio Diritti Umani dell’ONU ha adottato oggi per consenso la prima Risoluzione di sostanza sulla prevenzione e l’eradicazione dei Matrimoni Precoci e Forzati (“Child, Early and Forced Marriages”), un significativo progresso nella tutela dei diritti umani e delle libertà individuali contro una pratica che interessa ogni anno 15 milioni di bambine: 28 bambine ogni minuto, mettendo a rischio il loro sviluppo e il benessere personale.


L’Italia, con la Sierra Leone, ha co-presieduto i negoziati per definire il testo della Risoluzione, che ribadisce che i matrimoni precoci e forzati rappresentano “una violazione dei diritti umani”, in particolare delle donne e delle bambine. La Risoluzione, co-sponsorizzata da 85 Stati inclusi alcuni con un alto numero di baby-spose, sottolinea l’importanza del coinvolgimento dell’intera società e richiama gli attori impegnati nel settore umanitario a rafforzare il monitoraggio e gli interventi di prevenzione per contrastare il ricorso ai matrimoni precoci e forzati.

Il testo approvato oggi segna un passo importante a pochi mesi dall’adozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, una ambiziosa cornice per trasformare il mondo di qui al 2030. L’agenda include l’obiettivo 5.3 che chiede “l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, tra cui i matrimoni precoci e forzati e le mutilazioni genitali femminili” sotto l’obiettivo 5: “Raggiungere la parità di genere e dare forza e indipendenza a tutte le donne e le ragazze”.

Il ruolo attivo svolto dall’Italia, membro dal 2013 del gruppo transregionale di Paesi che si oppongono a tale pratica, per l’eliminazione dei matrimoni precoci e forzati, così come delle mutilazioni genitali femminili, conferma la priorità accordata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ai diritti dei minori, soprattutto delle bambine. La risoluzione di Ginevra arriva sulla scia di un testo approvato, sempre su input italiano, lo scorso dicembre dall’Assemblea generale dell’Onu a New York.

Il traguardo di oggi – commenta la Farnesina in una nota – è il risultato degli sforzi della diplomazia italiana di coagulare il consenso su tale tema, attraverso il dialogo inclusivo con partner appartenenti a tutti i gruppi regionali. (AB, 2 luglio 2015)

venerdì 3 luglio 2015

Burundi - UNHCR: 150 mila rifugiati nei paesi confinanti.

Blog Diritti Umani - Human Rights

L'UNHCR ha valutato al 1 luglio il numero di rifugiati nei paesi confinanti a causati dai disordini e dalle violenza che imperversano nel paese nel suo Rapporto UNHCR che monitorizza i flussi dei rifugiati provenienti dal Burundi
Rapporto UNHCR


Totale rifugiati: 148.394

Tanzania: 69,859
Eastern Ruanda: 41.415
Kigali City: 16,687
RD Congo: 10.509
Uganda: 9.038
Southern Ruanda: 788
Western Ruanda: 547





giovedì 2 luglio 2015

Rubattino, 42 famiglie rom tolte dalle baracche: non con le ruspe, ma con scuola, casa e lavoro - Anziana italiana di 84 anni sfrattata ospite in una casa di rom.

La Repubblica
E' finito il tempo dei topi e delle baracche: hanno una casa grazie all'alleanza tra la Comunità di Sant'Egidio e tanti volontari e associazioni del quartiere


Milano - Alla periferia est di Milano per 200 rom romeni è finito il tempo dei topi e delle baracche: hanno una casa grazie all'alleanza tra la Comunità di Sant'Egidio e tanti volontari e associazioni del quartiere. Lo sgombero del 2009, le maestre che aprono casa propria agli alunni, i rom che passano dall'elemosina ai contratti di lavoro. Una storia di solidarietà contagiosa partita dalle aule e dai cancelli di scuola. E infine la famiglia di Georgel e la signora Anna: quando i rom accolgono in casa propria un'anziana milanese sfrattata.
Quello sputo contro i suoi figli. 

Flora si commuove raccontando quando anni fa il guidatore di una macchina nera le si avvicinò abbassando il finestrino e sputò contro i suoi figli solo perché rom. Era il 2011, li stava portando a scuola, abitavano in una baraccopoli di Milano e in sei mesi avevano subito 14 sgomberi. Oggi Flora abita in casa, ha un contratto di lavoro e sua figlia Larissa, 17 anni, ha appena terminato la terza superiore. Dopo di lei parla Vadar, 22 anni: "Cinque anni fa facevo l'elemosina; grazie alla Comunità di Sant'Egidio ho ottenuto la licenza media, ho fatto un corso di termoidraulico, un tirocinio e adesso lavoro in un hotel a cinque stelle".

"E' finito il tempo dei topi". Madalina, con in braccio il figlio che frequenta l'asilo, racconta la gioia della casa: "È finito il tempo dei topi, delle tende e delle baracche". A Lambrate, periferia est di Milano, 250 persone hanno partecipato alla serata "Io vivevo al campo", organizzata il 17 giugno dalla Comunità di Sant'Egidio e dalle Acli per raccontare "l'alternativa possibile: scuola, casa e lavoro". A margine dell'incontro, rom e non rom si confondono per la familiarità con cui chiacchierano e si abbracciano.

Una storia che ha parlato a tutta la città. Lo sgombero di via Rubattino, quando i milanesi aprirono casa propria ai rom. Quella della baraccopoli di Rubattino è una storia che dalla periferia ha parlato all'intera città, che all'epoca della Giunta Moratti era diventata una Sgomberopoli, arrivando a festeggiare il "traguardo" dei 500 sgomberi. Si trattava, in realtà, degli stessi rom continuamente sgomberati, sempre dagli stessi posti. Senza proporre alternative, le ruspe spostavano solamente il problema, spendendo milioni di euro.

Una reazione inaspettata. Nel novembre 2009, quando arrivò il turno delle baracche di Rubattino, avvenne una reazione inaspettata: insegnanti e genitori dei compagni di classe aprirono le porte di casa per dare ospitalità alle famiglie rom, centinaia di cittadini si mobilitarono per raccogliere coperte e pasti caldi. Infatti, grazie al lavoro culturale che Sant'Egidio aveva svolto nel quartiere, per tanti residenti i rom non erano più "gli zingari", una categoria infida e minacciosa, ma erano diventati "il mio alunno", "il compagno di classe di mia figlia". I rom erano Vadar, Flora, Madalina, Garofita: per la prima volta avevano un nome.

Quarantadue famiglie dalle baracche alla casa. Dei 350 rom romeni che abitavano in via Rubattino, 200 oggi vivono in casa. 42 famiglie, l'ultima ha firmato il contratto questa settimana. Strappate una a una dalle baracche, grazie al "contagio di solidarietà" seguito allo sgombero; tutto autofinanziato e fatto da volontari. In Italia non esiste un altro caso di così tante famiglie rom aiutate a passare da una baraccopoli abusiva alla casa. Non solo l'abitazione: in ciascuna famiglia almeno un genitore ha il lavoro, i figli frequentano dall'asilo alle scuole superiori, d'estate 80 minori partiranno per le vacanze con i coetanei italiani.

Possibile per l'unità delle persone. Spiega la Comunità di Sant'Egidio: "È stato possibile grazie all'unità di persone e gruppi diversi che hanno messo al centro i rom, alla fedeltà negli anni e soprattutto alla fiducia nel cambiamento che ha spezzato la rassegnazione. Sentiamo sempre ripetere che con i rom è tutto inutile, che i progetti falliscono. Non è vero: le difficoltà talvolta ci sono, ma la storia di Rubattino dimostra che l'alternativa alla baraccopoli è possibile. Non con le ruspe, ma con scuola, casa, salute e lavoro".
Tutto è partito dalla scuola. La maestra Flaviana Robbiati ricorda il giorno in cui i volontari di Sant'Egidio iscrissero i primi alunni: "Tra le colleghe la prima battuta fu 'attenzione ai portafogli'. Poi i bambini rom vennero invitati alle feste di compleanno, alle pizzate di classe e a casa dei compagni: i muri iniziavano a cadere". Le due mamme Garofita e Anna si sono conosciute all'uscita da scuola: la prima volta si sono parlate con timore, mentre ormai da anni le figlie vanno in vacanza insieme nella casa di montagna della famiglia italiana.

Dall'elemosina al lavoro. Maura Sianesi, avvocato che abita nella zona, racconta di quando Sant'Egidio le ha presentato Genesa: "Mi hanno proposto che facesse alcune ore di pulizie a casa. Era il primo lavoro della sua vita, aveva sempre fatto solo l'elemosina". Oggi questa donna rom lavora in tre posti diversi ed è la quarantaduesima famiglia che ha appena lasciato la baracca. L'avvocato l'ha aiutata per il trasloco: "Mi ha commosso - dice - la figlia di 5 anni: continuava a baciare il letto ripetendo 'è la mia casa'". Altra storia di amicizia è quella di Claudiu, che parla accanto a Eugenio e Sandra, la famiglia italiana che l'ha accolto in casa per scontare l'ultimo anno di detenzione. Spiegano i coniugi: "All'inizio avevamo un po' di paura, adesso diciamo che la nostra famiglia si è allargata".

Si cambia insieme, rom e non rom. Assunta Vincenti è una delle volontarie delle prima ora, da quando nella classe del figlio arrivò una compagna rom. Dice: "Quanto sono cambiata anch'io! Quell'incontro ci ha permesso di diventare più umani, di trovare il tempo non per sé ma per gli altri, che è un bel modo di vivere. Con gli amici rom abbiamo capito che è meglio un quartiere pacificato piuttosto che in guerra". E Pietro, rom che di lavoro ripara i bagni delle case milanesi, aggiunge: "La nostra forza è stata quella di cambiare insieme, rom e gagi, come noi chiamiamo i non rom". E davanti al pubblico che lo ascolta dice: "Grazie per questi anni, abbiamo bisogno della vostra amicizia".

L'anziana sfrattata accolta in casa dalla famiglia rom. Ma alla fine dell'incontro è la storia raccontata da Georgel che ottiene gli applausi più forti. Il ragazzo, 11 anni, dopo anni di sgomberi e baraccopoli ("Non potevo guardare le partite dei Mondiali") ora vive in casa. Dice: "Stiamo aiutando la signora Anna, che è italiana e sta per compiere 84 anni. La tragedia di questa signora è che ha perso tutta la sua famiglia. Noi l'abbiamo conosciuta perché abitava al piano sotto di noi e ogni sera veniva a guardare le telenovele con noi: così è diventata una specie di nonna. Quando è morto suo figlio, ha perso la casa perché non aveva pagato l'affitto. Allora abbiamo deciso di non lasciarla sola".

"E' come una catena". "L'abbiamo invitata in casa nostra - ha aggiunto - e le abbiamo offerto un letto in cui dormire; vive con noi da sei mesi. A volte è un po' difficile aiutare la signora Anna, ma noi ci siamo abituati a lei, e lei a noi, e infatti lei a volte ci fa dei regali per dire che siamo come i suoi nipoti". Aggiunge Georgel: "È come una catena: noi rom di Sant'Egidio siamo stati aiutati dalla Comunità ad andare a scuola, conoscere il mondo, vivere in casa e non per strada. Adesso anche noi possiamo aiutare altri". Anna, da parte sua, è lì accanto e ascolta con gli occhi lucidi.