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martedì 26 febbraio 2019

Un abbraccio e il perdono: Yacoubou Ibrahim, il migrante aggredito al rione Sanità incontra i baby aggressori

Fanpage
Incredibile e commovente epilogo dell’aggressione ad un mediatore culturale di colore, avvenuta qualche giorno fa al rione Sanità. I ragazzini che avevano spruzzato spray urticante negli occhi di Yacoubou Ibrahim, facendolo cadere rovinosamente, sono stati rintracciati dalle forze dell’ordine. 
Ma l’uomo li ha voluti incontrare e perdonare. Si tratta di due bambini di 10 e 13 anni che si sono presentati con un disegno: “Scusaci, non siamo una baby gang”.


Yacoubou Ibrahim quando era stato aggredito con uno spray urticante, nel pieno del rione Sanità a Napoli, era stato molto chiaro: intervistato da Fanpage.it aveva detto che non credeva ad una aggressione di stampo razzista. Oggi, di questa storia, c'è stato un epilogo che non solo conferma le sue ragioni ma riafferma anche un altro principio: che c'è bisogno più di ascolto che di rabbia, più di reciproca comprensione che di ostilità.


Cos'è accaduto? Qualche giorno dopo l'aggressione dell'uomo, le forze dell'ordine si sono messe sulle tracce dei ragazzini. E li hanno trovati senza grande sforzo. Ma la storia è andata diversamente da un epilogo teoricamente già scritto. Yacoubou Ibrahim, che di mestiere fa il mediatore culturale e ha contatti con educatori del territorio e parroci, ha chiesto di incontrarli, i ragazzini. 

E cosi i due sono presentati in chiesa, alla San Severo, e si sono mostrati per quelli che sono: birbanti che avevano fatto un pessimo gesto. Hanno portato un disegno. E lui li ha abbracciati. "Assieme agli educatori del territorio e ai parroci ci siamo messi alla ricerca di questi ragazzini, ci abbiano parlato, abbiamo ascoltato le loro famiglie, abbiamo coinvolto carabinieri e polizia. 

Oggi li abbiamo fatti incontrare, tutti attorno ad un tavolo – scrive Ivo Poggiani, presidente della Terza Municipalità, quella in cui ricade il rione Sanità – Vittima e ‘carnefici'. Si sono scusati con Yacoubou, lo hanno abbracciato. E chi sono questi carnefici? 10 e 13 anni, scugnizzi del quartiere, ragazzi che hanno bisogno solo di un po' di affetto e di una chance, che hanno bisogno di modelli positivi, di scuola, di spazi di aggregazione. Iniziamo noi a non chiamarli baby gang, magari poi non ci diventano".

mercoledì 27 aprile 2016

Arabia Saudita - Condannato a morte salvato dal perdono della famiglia della vittima

Blog Diritti Umani - Human Rights
Quando la vita di un condannato rimane nelle mani della famiglia della vittima

Riyadh - Dopo vari mesi di discussioni in seno alla sua famiglia, Ibrahim ha deciso di perdonare l'assassino di suo fratello, che era stato condannato da un tribunale in Arabia Saudita a morire decapitato con la spada.

"L'ho fatto per piacere a Dio, perdonare senza chiedere denaro in cambio" ha detto Ibrahim.

Questo avviene in Arabia Saudita, dove sono stati eseguite 153 persone nel 2015.
Ma la pena di morte, può essere sconfitta solo dal perdono della famiglia della vittima o
il pagamento di ingenti somme per salvarsi la vita.

La madre di Ibrahim ha passato mesi cercando di convincere il figlio dicendogli  che chi perdona il colpevole fa un segno di misericordia.

"La brutalità del crimine ha alimentato il mio desiderio di vendetta, così mi sono rifiutato di accettare la richiesta di mia madre, così come le mediazioni di alcune persone che hanno perdonato l'assassino ", dice Ibrahim.

Tuttavia, spiega che l'insistenza e le richieste dei parenti del condannato lo hanno fatto optare per il perdono.
"Sono andato davanti al giudice a rinunciare al diritto di sangue", dice Ibrahim, riferendosi alla prerogativa che gli offre la Sharia

La legge islamica prescrive che i parenti della vittima posso perdonare l'assassino attraverso una somma di denaro che si chiama "Deya". Ibrahim non ha chiesto del denaro e ha concesso il perdono ma ha ottenuto dal Giudice di allontanante il condannato dalla città affinchè nessun suo famigliare lo possa incontrare per strada.

Tuttavia, il caso di Ibrahim è eccezionale, quasi tutte le famiglie concedono il perdono solo dietro pagamento di un alta somma di denaro che può superare qualche milione di dollari. Somma al di sopra delle capacità economiche di quasi tutte le famiglie saudite.

Ezio Savasta

Fonte: EFE

martedì 15 marzo 2016

Vedova del carabiniere ucciso perdona il ragazzo che uccise il marito: "Non stia in carcere è inutile"

Blog Diritti Umani - Human Rights
"Si deve perdonare, il rancore ti condanna sempre all'istante del passato. Io ho cominciato a perdonare vivendo prima in pieno il mio dolore e tutta la rabbia"
Uccise carabiniere a bastonate, vedova perdona il ragazzo: non stia in carcere
Dopo una lettera di riconciliazione scritta dalla madre di Matteo Gorelli, le due donne hanno stretto un'amicizia che ha portato alla importante scelta del perdono.


La vedova Santarelli a e la madre di Matteo Gorelli
Dalla rabbia al perdono. E' arrivato dopo cinque anni dalla morte dell'appuntato carabiniere Antonio Santarelli, ucciso a bastonate nel 2011 per aver fatto una multa per guida in stato di ebrezza nei confronti dell'allora 18enne, Matteo Gorelli, di ritorno, insieme ad altri ragazzi, da un rave nel Grossetano. Il primo passo è stato fatto dalla madre del killer con una lettera per il perdono.

Le due donne si sono subito volute incontrare e la strada del perdono è stata quella percorsa dalla vedova, che invitò la madre di Gorelli all'ospedale di Montecatone dove era ricoverato il marito, che ha passato un lungo anno di agonia in coma prima di morire.

E' nata un'amicizia e anche l'unico modo per guardare al futuro con dignità, spiega Claudia Francardi a La Repubblica. Le due donne hanno deciso di organizzare un rave per il 24-25 aprile (giorno del tragico evento), "non di sostanze, ma di sostanza". Ci saranno anche l'ex magistrato Gherardo Colombo e Guido Bertagna, gesuita che ha scritto "il libro dell'incontro".

"Matteo non dovrebbe stare in carcere", afferma la vedova dell'appuntato perché "per come è organizzato oggi non lascia spazio all'affettività e al dialogo". Il ragazzo ora 22enne si trova nel carcere di Bollate, nel Milanese, dove deve scontare una condanna a 20 anni, in appello. Scrive poesie, dà esami di Scienze dell'Educazione, seguito dall'Università Bicocca.

La donna ha incontrato Gorelli dopo aver conosciuto la madre. "Non è stato facile - racconta -, lui non aveva dormito la notte prima, io ero in ansia. Ci siamo guardati, ci siamo abbracciati, nessuno trovava le parole, ma abbiamo trovato subito molte lacrime". E infine, "io gli ho raccontato chi era l'uomo che aveva ucciso. Bisogna guardare in faccia le cose per quelle che sono".

Le due amiche hanno in comune un filo conduttore e indissolubile, dal quel 25 aprile 2011. Ma non solo. Dalla loro parte ci sono "la voglia di essere persone nuove, di dialogare e andare avanti. Speriamo vengano molti giovani a Repescia, ci saranno anche i 99 Posse. Noi li aspettiamo", conclude la Francardi.

domenica 22 giugno 2014

Papa Francesco ai detenuti di Castovillari:" Dio perdona e accompagna. La società deve imitarlo"

Cari sorelle e fratelli,
il primo gesto della mia visita pastorale è l’incontro con voi, in questa Casa circondariale di Castrovillari. In questo modo vorrei esprimere la vicinanza del Papa e della Chiesa ad ogni uomo e ogni donna che si trova in carcere, in ogni parte del mondo. Gesù ha detto: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36).  
Nelle riflessioni che riguardano i detenuti, si sottolinea spesso il tema del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e l’esigenza di corrispondenti condizioni di espiazione della pena. Questo aspetto della politica penitenziaria è certamente essenziale e l’attenzione in proposito deve rimanere sempre alta. Ma tale prospettiva non è ancora sufficiente, se non è accompagnata e completata da un impegno concreto delle istituzioni in vista di un effettivo reinserimento nella società (cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla 17ª Conferenza dei Direttori delle Amministrazioni penitenziarie del Consiglio d’Europa, 22 novembre 2012). Quando questa finalità viene trascurata, l’esecuzione della pena degrada a uno strumento di sola punizione e ritorsione sociale, a sua volta dannoso per l’individuo e per la società. E Dio non fa questo, con noi. Dio, quando ci perdona, ci accompagna e ci aiuta nella strada. Sempre. Anche nelle cose piccole. Quando noi andiamo a confessarci, il Signore ci dice: “Io ti perdono. Ma adesso vieni con me”. E Lui ci aiuta a riprendere la strada. Mai condanna. Mai perdona soltanto, ma perdona e accompagna. Poi siamo fragili e dobbiamo ritornare alla confessione, tutti. Ma Lui non si stanca. Sempre ci riprende per mano. Questo è l’amore di Dio, e noi dobbiamo imitarlo! La società deve imitarlo. Fare questa strada.
D’altra parte, un vero e pieno reinserimento della persona non avviene come termine di un percorso solamente umano. In questo cammino entra anche l’incontro con Dio, la capacità di lasciarci guardare da Dio che ci ama. E’ più difficile lasciarsi guardare da Dio che guardare Dio. E’ più difficile lasciarsi incontrare da Dio che incontrare Dio, perché in noi c’è sempre una resistenza. E Lui ti aspetta, Lui ci guarda, Lui ci cerca sempre. Questo Dio che ci ama, che è capace di comprenderci, capace di perdonare i nostri errori. Il Signore è un maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale. Il Signore sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende; a noi spetta lasciarci comprendere, lasciarci perdonare, lasciarci accompagnare. 
Auguro a ciascuno di voi che questo tempo non vada perduto, ma possa essere un tempo prezioso, durante il quale chiedere e ottenere da Dio questa grazia. Così facendo contribuirete a rendere migliori prima di tutto voi stessi, ma nello stesso tempo anche la comunità, perché, nel bene e nel male, le nostre azioni influiscono sugli altri e su tutta la famiglia umana. 
Un pensiero affettuoso voglio rivolgerlo in questo momento ai vostri familiari; che il Signore vi conceda di riabbracciarli in serenità e in pace.
E infine un incoraggiamento a tutti coloro che operano in questa Casa: ai Dirigenti, agli agenti di Polizia carceraria, a tutto il personale.
Di cuore vi benedico tutti e vi affido alla protezione della Madonna, nostra Madre. E per favore, vi chiedo di pregare per me, perché anche io ho i miei sbagli e devo fare penitenza. Grazie.

lunedì 9 dicembre 2013

Papa Francesco vuole incontrare un omicida indiano convertito che ha ucciso una suora cattolica nel nord dell'India

La Perfetta Letizia
Un uomo, finito in carcere per l'omicidio di una suora cattolica nel nord dell'India, è stato invitato a incontrare papa Francesco in Vaticano
Aleteia - Diciotto anni dopo aver accoltellato e ucciso una suora cattolica nel nord dell'India, Samunder Singh, già stato in carcere per questo reato, è stato invitato ad incontrare papa Francesco in Vaticano. L’Arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Consiglio Pontificio per la Famiglia, ha invitato Singh dopo che il papa ha espresso il desiderio di incontrarlo. Ad accompagnarlo saranno un prete cattolico e una suora, la sorella minore della vittima, Rani Maria. "Sono entusiasta di aver ricevuto questa notizia", ha detto il quarantenne Singh a ucanews.com. Singh, che sotto la guida del sacerdote cattolico è diventato un cristiano mentre scontava una pena detentiva di 12 anni, è ora impegnato a preparare i suoi documenti di viaggio.

Il sacerdote, popolarmente noto come Swami Sadanand, è stato determinante nell’assistenza di Singh dopo l’omicidio. Il carmelitano di Maria Immacolata lo incontrava regolarmente in carcere. L'invito al Vaticano è per assistere ad una proiezione speciale di un documentario sull’assassinio, intitolato Il Cuore di un Assassino, della pluripremiata regista italo-australiana Catherine McGilvray.

Il documentario mette in scena l'omicidio, la conversione di Singh e la sua accettazione da parte della famiglia della suora assassinata. McGilvray, in un'intervista, ha detto che quando è venuta a conoscenza della storia, si è commossa vedendo le immagini della "madre che baciava l’assassino di sua figlia e dell'assassino che diventava come un vero fratello per la sorella della vittima”.

Papa Francesco, a quanto si dice, si è commosso alla visione del film. La famiglia della suora uccisa aveva pubblicamente perdonato l’assassino e lo ha accettato come un membro della famiglia. Ogni anno durante la festa indù dei fratelli, la sorella di Rani Maria lega un Rakhi, o filo cerimoniale, a Singh. Il rituale è una pratica comune tra fratelli.

La suora assassinata è stata dichiarata Serva di Dio, il primo grande passo verso la beatificazione, nel 2007.