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lunedì 28 ottobre 2019

Il Card. Zuppi ospite da Fazio: " Il contrario della paura non è il coraggio. L'amore è la vittoria sulla paura."

La Repubblica - Bologna
Il cardinale in tv ha presentato il suo libro “Odierai il prossimo tuo” che uscirà il 26 novembreUna prima serata tv per il cardinale Matteo Zuppi, che ieri dagli schermi di Rai 2, intervistato da Fabio Fazio, ha parlato a tutto tondo di odio e fake news. Il 26 novembre uscirà per Piemme il suo libro dal titolo esplicito: “Odierai il prossimo tuo” e Zuppi ieri ha spiegato in diretta il senso delle sue preoccupazioni.

"L’odio si crede intelligente perché crede di identificare il nemico - ha detto Zuppi - di essere muscolare, di anticipare i problemi, mentre l’amore è visto come buonismo, che è una caricatura. Invece l’amore è la vittoria sulla paura". 
All’intervistatore che chiede da dove arrivi questa paura che sembra la cifra del presente, Zuppi risponde: "Siamo individualisti e amiamo di meno, siamo indifferenti, abbiamo meno attenzione per gli altri, siamo più conservatori di noi stessi e quindi più fragili".

Ma non sempre l’odio e la paura sono spontanei, come non lo sono del tutto le critiche a Papa Bergoglio che prendono piede ad esempio sui social. "Gli attacchi al Papa ci sono sempre stati ma bisogna dire che incide anche il mondo digitale e certi investimenti - ha detto il cardinale - non è sempre casuale, c’è anche chi produce le notizie e invade il web e si tratta di fabbriche invisibili".

Il vescovo poi ha sostenuto l’esigenza dell’introduzione dello Ius culturae, la cittadinanza per i bambini nati in Italia al termine di un ciclo di studi. "Bisogna dare delle regole che guardano avanti - ha detto - che siano capaci di dare risposte a coloro che di fatto sono italiani. La scuola questo problema non ce l’ha perché per un maestro i suoi alunni sono italiani. Un maestro o un professore sono in prima linea, lo Ius culturale è un modo per dare chiarezza, che vuol dire diritti, doveri e un futuro". Anche perché i «problemi vengono deformati e ingigantiti, pensiamo che arrivino in tanti come immigrati e non ci accorgiamo che sono di più quelli che emigrano".

Zuppi infine si è pronunciato contro l’esibizione dei simboli religiosi, dicendo chiaramente: "Il problema è viverli nella quotidianità quei simboli, l’esibizione è una tentazione cui resistere". E poi ha affrontato anche il tema della laicità. "Sembra strano che la Chiesa difenda la laicità, ma questa non è arrendevolezza - ha detto il cardinale - il punto è che il Vangelo va vissuto nella storia. Quando si ha paura si ricercano risposte immediate". L’inferno per Zuppi è "un mondo in cui si sta soli, circondati da specchi e sempre connessi". Il Papa gli ha chiesto "poca mondanità e molta compassione" e Zuppi ha provato a spiegarlo, dal piccolo schermo.
Eleonora Capelli

mercoledì 4 settembre 2019

Il neo cardinale Zuppi: «La nostra identità? La gente in Calabria che salva i naufraghi»

Corriere della Sera
L’arcivescovo di Bologna: «La politica pensi a soluzioni. Prete di strada è un’espressione che mi fa ridere. Dove dovrebbe stare un prete, in salotto?»
Roma- «Don Matteo», ripetono tutti, è un «prete di strada». L’espressione lo fa sorridere: «Per forza. Mi dica lei dove altro dovrebbe stare, un prete, in salotto?». Matteo Zuppi, 63 anni, arcivescovo di Bologna, è l’unico italiano tra i tredici nuovi cardinali che riceveranno la porpora nel concistoro convocato da Francesco il 5 ottobre. Quando il Papa lo ha annunciato all’Angelus, domenica, era in pellegrinaggio a Lourdes con i fedeli delle diocesi emiliane. Non se lo immaginava, Francesco non avverte. «All’inizio non mi sono accorto del cellulare che suonava. Poi ho visto le telefonate, i messaggi…».

La prima cosa a cui ha pensato?
«Guardavo le persone di fronte a me. La sofferenza che non si nasconde, la capacità di aiutarsi invece di scappare, una grande immagine della Chiesa come dev’essere, che nella fragilità ama e difende la vita come una madre. Quel giorno era Sant’Egidio. L’ho vissuto come un segno, al di là delle letture da geopolitica interessata, a libro paga oppure cieche, che vogliono creare schieramenti e contrapposizioni nella Chiesa replicando ciò che talvolta vediamo penosamente nella società civile».

C’è la tentazione di applicare alla Chiesa categorie politiche?
«C’è sempre stata e finisce per offenderla e indebolirla. La Chiesa è complicata, è fatta di uomini e ha sempre qualcosa di imprevedibile, lo Spirito. Francesco parla di poliedro: ha tante sfaccettature e questo ci deve far crescere nella comunione. Amare la Chiesa nella sua diversità: dobbiamo impararlo».

Parlava di Sant’Egidio, la sua vocazione è nata nella comunità?
«Sì, al liceo Virgilio di Roma, quand’ero in quinta ginnasio e ho conosciuto Andrea Riccardi. Là ho incontrato un Vangelo vivo e imparato ciò che un cristiano deve fare: voler bene a Dio e al prossimo, e così a se stessi. All’università decisi di diventare sacerdote. Mi laureai a Lettere e Filosofia in storia del cristianesimo, con una tesi sul cardinale Schuster. Padre Turoldo mi aiutò a capirlo. A Milano difese e accolse tanti partigiani e poi, giustamente, si scandalizzò della barbarie di piazzale Loreto, non perché fosse antifascista o fascista ma perché era un padre e un monaco».

Il Papa è in partenza per il Mozambico, 27 anni fa c’era anche lei nella delegazione di Sant’Egidio che mediò tra le fazioni in guerra.
«Ero viceparroco a Trastevere, celebravo nella borgata di Primavalle. La prima volta andammo in Mozambico nell’84. C’erano condizioni di vita incredibili. La siccità, la guerra. E i mercati vuoti, non c’era nulla. È proprio vero che l’attenzione per gli altri ci rende migliori: la necessità di fare qualcosa, di non rassegnarsi alla logica dell’impossibilità».

Francesco denuncia la «terza guerra mondiale a pezzi» e viaggia nelle periferie.
«Il Papa dice che ogni guerra in realtà è una guerra mondiale e quindi riguarda anche noi. Le conseguenze non sono circoscrivibili. E non possiamo tamponare: dobbiamo risolvere».

Lei è il secondo cardinale in famiglia dopo Carlo Confalonieri.
«Era lo zio di mia madre, di Seveso, già segretario di Pio XI. Ricordo il suo rigore ambrosiano, l’idea del servizio alla Chiesa, oneri e non onori. In questo senso era un vero cattolico romano: i cattolici romani obbediscono al Papa e non lo interpretano in modo malevolo per criticarlo».

Eppure le contestazioni a Francesco arrivano in nome della Tradizione.
«La forza della Chiesa è l’unità intorno a colui che presiede nella comunione. La preoccupazione di Francesco è pastorale. “Tradere” significa consegnare. Il problema non è adattare la verità o reinventarla, ma renderla vicina perché il Vangelo arrivi a tanti. Le sottoletture dettate da residui ideologici non lo capiscono. Il Papa ci aiuta a rivivere il Vangelo: la Galilea è periferia, l’uomo mezzo morto per strada è periferia. Lì troviamo il prossimo».

C’è un cristianesimo identitario e sovranista che lo avversa.
«La politica dovrebbe occuparsi di risolvere i problemi anziché condurre una campagna elettorale permanente. Trovi soluzioni, non faccia pagare il conto ai poveracci in mare. Sono passati 30 anni da quando Jerry Masslo, fuggito dall’apartheid, fu ucciso a Villa Literno. Quella manifestazione di odio, pregiudizio, arroganza, sfruttamento e camorra era l’inizio di qualcosa che dovevamo imparare a gestire: come affrontare un problema epocale? Ma siamo ancora in affanno. L’Europa dovrebbe attingere alla sua vera radice: l’umanesimo. La nostra identità vera è la gente che in Calabria si è tuffata in acqua per salvare i naufraghi».

Gian Guido Vecchi

martedì 2 ottobre 2018

Mons. Zuppi critico sul decreto sicurezza: “Così si crea clandestinità e si torna indietro. Il nostro paese ha bisogno di immigrazione”

Faro di Roma
C’è chi rema contro la tetra corrente che spinge dal consiglio dei ministri. L’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi si schiera contro il decreto sicurezza ordito da Salvini, che attuerebbe una nuova frattura in grado di mettere ancor più a repentaglio l’integrazione dei migranti, già sufficientemente osteggiati in base al principio “siamo arrivati prima noi”.


Mons. Matteo Zuppi
Non a caso da Rovereto, in occasione dell’iniziativa in tributo al centenario dalla nascita di Nelson Mandela, stoico paladino di diritti umani fondamentali, mons. Zuppi ha dichiarato:“Far credere che si possano risolvere i problemi nascondendoli e creando sostanzialmente clandestinità, mettendo in discussione i sistemi di integrazione, significa tornare indietro”.

Secondo Zuppi i governi che si sono dati il cambio in Italia negli ultimi anni non hanno mai avuto quella visione, quella prospettiva d’ampio raggio e lungimirante, che contraddistinse gli sforzi e i sacrifici di Mandela per l’integrazione tra le varie componenti della società sudafricana: “Tutti i governi che si sono succeduti non hanno affrontato la tematica dell’immigrazione con una visione del futuro. Se questa manca, ci si chiude”, ha affermato mons. Zuppi. Nel nostro caso, rischiamo di chiuderci a doppia mandata, rintanandoci in una grotta facendo franare l’unica via d’entrata e di uscita, precludendoci l’unico accesso all’aria, alla luce e al futuro.
La posizione di Zuppi sembra speculare a quella sostenuta da Confindustria Emilia-Romagna che “ha sottolineato come il nostro Paese abbia bisogno dell’immigrazione e non l’ha fatto certo per “buonismo”, categoria che reputo fasulla. Gli industriali hanno parlato con realismo, ma è chiaro che chiedano un sistema, che non si trova, tuttavia, solo in un discorso di sicurezza, ma con una visione di futuro”.
Che le civiltà abbiano un ciclo di vita è risaputo. Quella occidentale sta vivendo ormai un lungo e lento declino, che però non significa necessariamente la fine delle etnie e culture che ne hanno fatto parte. Sin dai primi passi dell’umanità, i popoli si sono spostati, hanno migrato e si sono mischiati, assimilando uno la cultura dell’altro. Resistere, in un paese che con un tasso di nascite pari a 1.3 (0.7 punti sotto la soglia minima di crescita), equivale all’ anacronistico egoismo di un capitano che costringe i suoi passeggeri ad andare a fondo nonostante i salvataggi stiano arrivando, utile solo al riemergere di un capriccioso nazionalismo non solo nella nostra penisola, ma in tutto il mondo occidentale.
“Ci sono purtroppo molte difficoltà, per cui si tengono le persone per mesi in un limbo, in attesa di dar loro risposte, favorendo in questo modo anche i problemi di sicurezza: l’assenza di risposte può far diventare queste persone manodopera per la delinquenza”, ha proseguito Zuppi, sottolineando come chiudere la saracinesca a chi viene qui cercando una vita migliore non sia la soluzione ad alcuna questione ma, anzi, la causa di nuovi problemi.
Come riporta il Corriere della Sera, si è espresso a riguardo anche il sindaco di Bologna Virginio Merola: “Bologna è una città aperta al mondo, in controtendenza e controcorrente rispetto al governo che si chiude e si allea con gli stati europei che sono per un ritorno al nazionalismo. Bologna in questi anni ha lavorato per restare saldamente in Ue e nel mondo”.

martedì 21 agosto 2018

Immigrazione - "Senza accoglienza l'Italia diventa un museo" - Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna

Adnkronos
“Quando noi neghiamo l’accoglienza alle persone neghiamo un diritto, il diritto di asilo deve essere garantito. E non va bene un mondo in cui togliamo alle persone dei diritti così fondamentali in nome di una pseudo sicurezza che viene minacciata. L’emergenza conviene, c’è qualcuno che ci guadagna. Quando non c’è una politica seria non si possono risolvere i problemi se non con delle soluzioni strutturali, questo è il problema". 


L'arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Maria Zuppi, ha parlato di emergenza profughi e del diritto all’accoglienza durante il suo intervento nell’ambito dell’incontro con Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente, che si è svolto ieri sera a Festambiente, la manifestazione nazionale di Legambiente nel grossetano.

"L’emergenza dei profughi conviene soltanto a chi non vuole decidere o a chi fa vedere che decide o che ha la soluzione. Dobbiamo uscire dalla logica dell’emergenza: questa la vera sfida che ci aspetta nei prossimi mesi ma è necessario fare delle politiche, ci auguriamo che ci siano delle scelte strutturali per il nostro Paese in cui non c’è futuro senza accoglienza. Un Paese può andare avanti o perché fa molti figli o perché è accogliente, altrimenti diventa un museo”.

domenica 5 agosto 2018

Bologna, Zuppi: «Ha mani assassine anche chi semina odio»

Corriere di Bologna
Le parole del vescovo durante la messa, celebrata come ogni anno nella chiesa di San Benedetto nel giorno dell’anniversario della strage alla stazione.

«Dio non potrà mai accettare l’ingiustizia di innocenti colpiti da mani assassine e vigliacche, quali sono sempre quelle del terrorismo, ma anche quelle dei pregiudizi che non si possono mai sottostimare, perché inquinano la convivenza e seminano odio a cominciare dall’uso delle parole». 
È un passaggio dell’omelia pronunciata dal vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, durante la messa celebrata come ogni anno nella chiesa di San Benedetto nel giorno dell’anniversario della strage alla stazione del 2 agosto 1980.

«Epifania del male»
Quell’attentato fu «un’epifania del male», dice Zuppi, sottolineando come «l’indifferenza, le omissioni, le convenienze e l’interesse tante volte aiutano il male a provocare la morte». Di fronte a ciò, Bologna ancora oggi dimostra di essere «una comunità che non vuole dimenticare, che si sente tutta “familiari della vittime”, credo senza nessuna gelosia da parte di chi lo sente nel proprio sangue». La strage rappresenta «una ferita tragica che ha fatto diventare Bologna improvvisamente grande» e l’ha «cambiata per sempre»: la città «da quel giorno — continua il vescovo — ha un dolore e anche una consapevolezza che non vuole perdere», tramite «una memoria ormai lontana nel tempo ma certo non distante nel coinvolgimento», come dimostra anche la giornata di oggi. E fa parte di questa storia anche «quella straordinaria solidarietà che si oppone al male e ci fa sentire tutti istintivamente familiari delle vittime. Allora come oggi la solidarietà ci rende capaci di gesti di fratellanza, mossi— sottolinea Zuppi — da quella compassione che il Vangelo chiede a tutti gli uomini».

«Mani sporche di sangue»
Il vescovo, così, si rivolge «a quanti hanno ancora le mani sporche di sangue, perché il tempo non cancella la memoria e neanche la responsabilità, se non viene affrontata, e a coloro che sono responsabili delle omissioni di quel sangue effuso nella stazione e anche sul bus 37: non portate questo peso, toglietevelo dal cuore nel modo che troverete piu’ opportuno, perché si giunga alla verità».

«Ci viene solo da piangere»
Nel vedere le immagini di quel giorno «ci viene ancora da piangere», continua il prelato, citando in particolare una delle foto più note del 2 agosto, che ritrae «quella donna sulla barella, con gli occhi spalancati. Ci viene solo da piangere a pensare a lei, a quello che ha visto, alle persone accanto a lei. E proviamo lo stesso sgomento, la stessa incredula sorpresa, me anche la voglia di fare qualcosa e di aiutare oggi» le vittime delle «tante stragi di innocenti che avvengono in silenzio, ridotte a poche righe di giornali». 

Nel citare la foto della donna in barella, Zuppi non sa che in chiesa e’ presente la protagonista di quello scatto, Marina Gamberini. Terminata la funzione, tra i due c’e’ stato un momento di incontro e un abbraccio. Anche il prefetto Patrizia Impresa si e’ avvicinata per salutare Gamberini. «Quegli occhi ancora ci guardano», ha detto Zuppi. «A quella foto — commenta la donna — la gente dà un valore, io un altro»: nel senso che «ne riconosco il valore simbolico», ma allo stesso tempo «per me significa tornare lì tutte le volte». Metaforicamente parlando, perché in realtà neanche oggi Gamberini è riuscita ad entrare in stazione. L’incontro tra il vescovo e la superstite del 2 agosto è stato il secondo fuori programma della mesa: durante la cerimonia, infatti, una vigilessa ha avuto un malore ed è dovuta intervenire la Croce rossa.

mercoledì 25 aprile 2018

Bologna. il Vescovo Zuppi al centro sociale Tpo. «Normale parlare con tutti»

L'Avvenire
L'arcivescovo in un luogo simbolo dell’antagonismo bolognese: il Papa si preoccupa dei problemi del mondo affrontandoli con chi se ne occupa tutti i giorni.


Un momento dell’incontro con l’arcivescovo Zuppi con il centro sociale Tpo
La prima volta dell’arcivescovo Matteo Zuppi al Tpo di via Casarini a Bologna, e la prima volta di un vescovo in un centro sociale, perlomeno in Italia. Non poteva non fare notizia l’incontro di lunedì sera nel capoluogo emiliano: «In effetti la Curia bolognese non l’avevamo mai invitata», afferma la voce storica del Tpo, Domenico Mucignat. Ma Zuppi mette le cose in chiaro sin da subito: «No, non voglio mandare nessun segnale, per me è normale parlare con tutti». E continua: «Se parlare fa notizia è veramente preoccupante. Siamo messi male. Bisogna aggiornare le geografie, siamo antichi e parlare non significa diventare uguali. Se parli con tutti costringi tutti a riparlare con tutti. Proprio perché siamo liberi da qualunque strumentalità, siamo qui oggi ». L’occasione è fornita dalla presentazione del libro Terra, casa, lavoro, un volume che raccoglie tre dialoghi di papa Francesco agli incontri mondiali dei movimenti popolari avvenuti a Roma, nel 2014 e nel 2016, e a Santa Cruz, nel 2015.

Un’occasione ghiotta per il centro sociale, ma anche per Zuppi, perché se c’è un tema che tanto il pontefice quanto i movimenti sociali hanno a cuore, è proprio l’antagonismo al sistema neoliberista o “del denaro”, come di solito lo chiama Bergoglio. Tanto che, nella discussione, si toccano temi alti fin da subito: si passa da Togliatti a papa Giovanni XXIII, dal marxismo ai beni comuni, si citano Lenin, Gramsci e naturalmente papa Francesco. «Io non smetto di essere vescovo, come il Papa non ha smesso di essere Papa – scandisce l’arcivescovo di Bologna –. Lui si preoccupa dei problemi del mondo affrontandoli con chi se ne occupa tutti i giorni. Questo forse crea difficoltà perché ci costringe a confrontarci. Cos'è che ci unisce? Abbiamo tanto da dire perché c’è molto da fare. I discorsi del Papa riportati in questo volume ci insegnano a spezzare la tragedia dell’iniquità e dare speranza ai poveri».

Prove di dialogo tra cattolici, a occhio e croce la maggioranza di quelli seduti nel grande cerchio nella sala del Tpo, e attivisti, quelli che fanno la lotta sporcandosi le mani e, se necessario, anche la fedina penale. E infatti le differenze rimangono ed emergono nel corso dell’incontro, sulla sessualità, per esempio, o il corpo delle donne, come ricordano le attiviste a cui Zuppi risponde tranquillo: «Abbiamo diversi punti di vista. Posizioni diverse, tutto qui». Due mondi che in fondo si erano già avvicinati da tempo, due anni fa, sul suolo migliore di tutti, quello dell’esigenza concreta di un richiedente asilo che aveva urgente bisogno di trovare un alloggio. Lo hanno aiutato in due, una parrocchia e lo sportello migranti insieme al progetto “Accoglienza degna” di Làbas, un altro centro sociale.

A dialogare sul libro ci sono anche Luciana Castellina, giornalista e fondatrice del Manifesto e il curatore del testo Alessandro Santagata. «Prendere la parola pubblica insieme anche perché o il conflitto diventa alternativa o non ne usciamo. La prospettiva è un lungo periodo di violenza e di barbarie – sintetizza Castellina –. Che ce ne facciamo di Palazzo Chigi se la società continua a rimanere quella che è? La spinta comune è al cambiamento, mettendo al centro le persone. Gli ultimi». Una parola utilizzata molto spesso, in primis da papa Francesco, da Matteo Zuppi e dagli attivisti. L’arcivescovo di Bologna corona il suo intervento con un’altra parola che gli è particolarmente cara: ricucire. Ricucire una società sbrindellata che disperde le proprie energie anche su battaglie comuni che oggi avrebbero bisogno di un intervento collettivo.


Caterina Dall'Olio

sabato 5 marzo 2016

Vescovo Zuppi: "Sono favorevole a una moschea a Bologna, bisogna costruire ponti". Imbarazzo dei politici

Corriere di Bologna
Zuppi spiazza tutti. Imbarazzo Merola, che dice: «Sono favorevole, ma ne parliamo dopo il voto»
Bologna - «Sono favorevole a una moschea a Bologna». L’arcivescovo Matteo Maria Zuppi spinge per un grande luogo di culto musulmano in città. E le sue parole spiazzano tutti, dal sindaco Virginio Merola al coordinatore della comunità islamica bolognese Yassine Lafram. Ma l’imprevedibilità di Zuppi ha ormai abituato tutti, tanto che l’arcivescovo va oltre, rilanciando anche qui la richiesta dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola: «Mi auguro che alcune feste islamiche siano accolte nelle scuole. Perché, come dice sempre papa Francesco, bisogna costruire dei ponti tra le diverse culture».


Luoghi di culto - Uno di questi ponti passa proprio dai luoghi di culto. Bologna ne conta al momento 13, «ma spesso sono capannoni, fabbricati, magazzini, luoghi non molto dignitosi», si lamenta Lafram. Nel «futuro prossimo» la comunità islamica ha il bisogno di riproporre la questione di un’unica moschea che riunisca tutti i musulmani bolognesi. 

Ma non ora, la campagna elettorale rischierebbe di «dare pane da mordere a certi candidati », per usare le parole di Lafram che rimanda la discussione a dopo il voto. Solo allora la Comunità islamica bolognese proverà a capire «se ci sono le condizioni, perché da parte nostra non c’è alcuna pretesa». Insomma, Lafram non ha intenzione di farsi risucchiare dal vortice politico e quindi preferisce frenare. 

Chi accelera invece è l’arcivescovo che nella sua Roma ha visto sorgere la prima moschea negli 70. «Sono favorevole a una moschea anche qui», spiega a margine di un convegno in Cappella Farnese dove si discute proprio dei musulmani bolognesi. «Non deve spaventare l’idea che ci sia, anzi, parlando dal punto di vista della sicurezza dovrebbe far paura il contrario», aggiunge. E nemmeno vanno ascoltati certi allarmi, avverte Zuppi, «perché chi dice di volere più sicurezza in realtà crea solo più problemi, costruisce muri». È giusto quindi, conclude, «permettere a tutti i credenti di avere un luogo per pregare».

La reazione del rettore - Anche il rettore Francesco Ubertini si dice favorevole: «L’università è il luogo del dialogo e dell’integrazione. E credo che anche Bologna sia pronta a una moschea». Ma le parole nete di Zuppi colgono in contropiede Merola. Non che il sindaco abbia qualcosa da ridire sul merito della questione. Ma, certo, avrebbe preferito parlarne in un altro momento, con calma dopo il voto. D’altronde il tema è delicato e in passato si è rivelato spinoso per le forze politiche che, dal Pd in giù, si sono mostrate divise. 

La discussione sulla moschea potrebbe portare via voti. «Don Matteo ha ragione, anche se a Bologna la Comunità islamica non vorrebbe aprire una moschea ma partire dai contenuti — distingue allora il sindaco —. Si tratta comunque di un orizzonte che è nelle cose. Non trasformiamolo però in un tema da campagna elettorale. Così come accaduto nelle altri città, anche qui ci sono le basi per risolverlo». 

Cauta anche l’assessore al welfare Amelia Frascaroli che non vuole bruciare le tappe e punta tutto «sul grande dialogo in corso tra noi e la Comunità islamica». Cauto pure Lafram, che vuole fare un passo alla volta. Senza commettere errori, ora che ha trovato in Zuppi un prezioso alleato. «Stiamo preparando il terreno per far sì che a un certo punto la moschea sia una richiesta di tutta la città — è il suo ragionamento —. Anche se a noi conviene avere un luogo di culto alla luce del sole, riconoscibile e non in periferia. Di cattedrali nel deserto non ne abbiamo alcun bisogno».

domenica 5 aprile 2015

Mons. Zuppi, violenze anticristiane, non si può stare a guardare: "Costruire ponti e non alzare muri"

Radio Vaticana
Il Papa, dunque, alla Via Crucis al Colosseo, ha denunciato il “silenzio complice” di fronte alle persecuzioni che stanno subendo i cristiani nel mondo. Cosa ci dice questa affermazione? 

Ascoltiamo mons. Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma, al microfono di Antonella Palermo:

R. – Ci aiuta a capire che di fronte alla Passione, come di fronte a queste notizie, si deve stare da una parte: non si può stare a guardare, non si può essere spettatori, vediamo tutto e non facciamo niente! Questo è complice. Ma poi, Papa Francesco continuamente parla, ci ricorda, proprio per evitare complicità, ci ricorda la sofferenza di tanti cristiani: lo aveva fatto l’ultima volta mercoledì – forse in molti si ricordano – citando un altro martire, peraltro a noi molto caro, qui a Roma, che è don Andrea Santoro; ha proprio citato sue parole, quando diceva che “si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato, il dolore va condiviso assorbendolo nella propria carne fino in fondo, come ha fatto Gesù”. E questo è quello che ha fatto don Andrea Santoro ed è quello che ci chiede Papa Francesco per non rimanere indifferenti – e quindi complici.

D. – Che cosa fare per loro, oltre che pregare, ovviamente?

R. – Credo che ci sia una pressione da esercitare: c’è una responsabilità internazionale e una pressione da esercitare sui vari Stati, perché poi è una violenza che raggiunge i nostri fratelli in situazioni diversissime: dal Pakistan a quell’ultimo, terribile evento in Kenya che in realtà è legato alla situazione della Somalia. E quindi, in realtà, bisognerebbe avere un’attenzione, esercitare una pressione perché siano più protetti, anzitutto, e poi perché si percorrano tutte le vie possibili per porre fine ai conflitti.

D. – Perché come ci rivela un dossier curato da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, ci sono ogni mese 322 vittime: i cristiani sono i più perseguitati in un mondo intollerante. Insomma ci si chiede, anche tra gli stessi cattolici, in che modo oggi parlare di dialogo, di dialogo con l’islam …

R. – Purtroppo, ho l’impressione che ancora si pensi che il dialogo sia “cedevolezza”: cioè, ho paura che ancora sia questo. Papa Francesco l’ha scritto nella “Evangelii Gaudium”, San Giovanni Paolo II nel 1986 iniziò quello straordinario evento di Assisi con l’incontro tra tutte le religioni per la pace, di cui si capisce oggi quanto sia stato profetico, con quello “spirito di Assisi” che la Comunità di Sant’Egidio ha portato avanti in questi anni nella convinzione che l’unico modo per affrontare il problema sia il dialogo, che è esattamente quello che invece i terroristi – o qualunque fondamentalismo di qualunque parte – non vuole, aborre, perché – appunto – vuole il nemico, cerca il nemico. Noi non dobbiamo cadere in questa tentazione. Certamente questa è un’altra cosa che tutti possiamo fare: costruire ponti e non alzare muri. Questo possiamo farlo tutti a tanti livelli. E’ un modo comunque per dissociarci dalla tentazione di rispondere alla violenza con la violenza. Per questo credo che la riflessione sul dialogo non sia affatto scontata: ho l’impressione che ancora debba essere molto assimilata da noi, dalle nostre comunità perché la tentazione, invece, è quella di credere che il dialogo significhi quasi fare entrare il nemico in casa, sostanzialmente. E questo, purtroppo, è proprio quello che cerca chi vuole soltanto lo scontro.