Pagine

Visualizzazione post con etichetta America latina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta America latina. Mostra tutti i post

lunedì 13 maggio 2019

Diritti umani: America Latina. L’ong Aula Abierta denuncia 450 detenzioni e 30 uccisioni di studenti universitari nel periodo 2017-2019

SIR
Tra il 2017 e il 2019 almeno 450 studenti universitari sono stati detenuti arbitrariamente in America Latina. I dati sono stati diffusi dall’organizzazione Aula Abierta Latinoamérica, che ha partecipato all’udienza regionale sui diritti umani promossa la scorsa settimana dalla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) a Kingston, in Giamaica. 

Durante le numerose udienze sono stati dibattute varie tematiche, come per esempio le uccisioni dei leader sociali in Colombia, l’educazione inclusiva dei disabili dei diritti dei malati di Aids, non rispettati in Repubblica Dominicana

David Gómez Gamboa, venezuelano, direttore di Aula Abierta, nel corso della sua audizione ha parlato di situazione allarmante per quanto riguarda le violazioni del diritto degli universitari ad associarsi. In particolare, come riferisce un comunicato pervenuto al Sir, preoccupa la situazione in Venezuela, Nicaragua, Bolivia e Colombia. 

Oltre ai 450 detenuti, nel triennio si registrano 100 espulsioni, più di 30 uccisioni, e altre situazioni di tortura e intimidazione. Anche dirigenti e docenti universitari sono a volte oggetto di minacce o persecuzioni, per promuovere il dibattito libero tra gli studenti. 

E’ stato, in particolare, citato il caso di un docente venezuelano, il prof. Leonardo Zerpa, sospeso dall’insegnamento per aver partecipato alle proteste contro Maduro. Ha concluso Gamboa: “Dal 2010 in Venezuela il potere giudiziario ha proibito la realizzazione delle elezioni studentesche e per il rettorato, impedendo così il rinnovo delle cariche nelle università pubbliche”.

domenica 4 settembre 2016

"Noi difendiamo la terra col sangue": le uccisioni di ambientalisti in America latina

Corriere della Sera
Nel 2014, nel mondo sono stati assassinati 116 difensori dei diritti umani impegnati nella salvaguardia dell'ambiente: 88 di loro in America latina. L'anno scorso, il numero globale è tragicamente salito a 185 così come quello degli ambientalisti uccisi in America latina: 122. I due paesi più pericolosi al mondo per chi difende i diritti del territorio e delle sue popolazioni sono Honduras e Guatemala: negli ultimi due anni, si sono contati 20 omicidi in Honduras e 15 in Guatemala.
Honduras - Funerali di Lesbia Yaneth Urquía
Questi due paesi hanno tassi di omicidio elevatissimi, rispettivamente 58,5 e 30 ogni 100.000 abitanti. Ma nel caso degli ambientalisti, si tratta di uccisioni mirate, spesso con la complicità o quanto meno l'inerzia delle autorità. Secondo la Banca mondiale, il 62,8 per cento della popolazione honduregna e il 59,3 per cento di quella guatemalteca vivono sotto la soglia di povertà fissata a un dollaro al giorno. Si tratta per lo più di nativi o di contadini, e spesso i due gruppi coincidono, la cui sopravvivenza dipende dall'accesso alla terra o ad altre preziose risorse naturali.
Terra e risorse che gli ambientalisti difendono e che, come denuncia un rapporto appena pubblicato da Amnesty International, sono bramate dalle imprese che portano avanti progetti idroelettrici e minerari. La notizia dell'omicidio di Berta Cáceres, avvenuto la notte del 2 marzo in Honduras, ha fatto il giro del mondo (nella foto, i suoi funerali). Ma, così come andava avanti prima della sua uccisione, gli attacchi agli ambientalisti sono proseguiti. Stavolta, con minore risonanza.
Sempre in Honduras, neanche due settimane dopo è stato assassinato Nelson García. Faceva parte del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e native dell'Honduras, l'organizzazione presieduta da Berta Cáceres. Il 6 luglio, in una discarica presso la frontiera col Messico, è stato ritrovato il corpo di Lesbia Urquía. Intimidazioni e agguati stanno avvenendo anche nei confronti di chi cerca verità e giustizia per Berta Cáceres.
Il 2 maggio, il giornalista investigativo Félix Molina è sopravvissuto a un agguato mentre il 13 luglio è stato devastato lo studio dell'avvocato Victor Fernández, che difende i familiari di Berta Cáceres. In Guatemala, sebbene quest'anno non vi siano state (ancora) vittime, è in atto una vergognosa campagna diffamatoria nei confronti degli ambientalisti che si oppongono ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese, in particolare quelle minerarie. Uno dei principali quotidiani del paese, che ironicamente si chiama "Stampa libera", ha recentemente pubblicato a tutta pagina un'intervista a uno dei dirigenti della compagnia mineraria nazionale che ha accusato di terrorismo le organizzazioni per i diritti umani. Un modo tragicamente efficace per mettere le loro vite in pericolo.

di Riccardo Noury

giovedì 14 gennaio 2016

America Latina, la regione più pericolosa per i difensori dei diritti umani. Morti più di 70 esponenti nel 2015

Agenzia Fides
Bogotà – L'America Latina è la regione più pericolosa per gli attivisti che difendono i diritti umani: decine di persone sono morte qui difendendo il diritto alla terra, l'ambiente e la comunità indigena e omosessuale, secondo un rapporto della Front Line Defenders, presentato in questi giorni.
Secondo una nota inviata a Fides, nei primi 11 mesi del 2015, 156 difensori dei diritti umani in tutto il mondo sono stati uccisi o sono morti durante la detenzione, quasi il 15% in più rispetto all'anno precedente. 

Più della metà dei decessi si è verificato in America Latina, e solo in Colombia sono stati registrati 54 omicidi, secondo il rapporto.
"Difendere i diritti umani in America Latina ha continuato ad essere estremamente pericoloso e ha persistito anche la criminalizzazione dei movimenti per i diritti umani e la protesta pacifica. Il problema più preoccupante rimane la violenza estrema" si legge nel documento.
In America Latina, i soggetti più a rischio sono stati gli attivisti che difendono i diritti per la terra dinanzi ai grandi progetti minerari o alla deforestazione, spesso nelle zone appartenenti a gruppi indigeni, soprattutto in alcune parti del Centro America, Colombia, Messico, Perù ed Ecuador.
Per quanto riguarda il Brasile, il rapporto segnala che gli attivisti per i diritti umani e i leader indigeni delle comunità Ka'apor e Guarani-Kaiowá sono stati vittime delle aziende che operano illegalmente nella foresta amazzonica e degli agricoltori locali, che rivendicano diritti sui terreni riconosciuti come territori indigeni ancestrali.

sabato 10 ottobre 2015

Il sogno del calcio diventa tratta dei minori dall'Africa e America Latina

Avvenire
Anche il calcio ha i suoi migranti disperati. Nei giorni in cui l’Europa assiste al dramma di migliaia di profughi che scappano dalle guerre di Medio Oriente e Africa forzando il confine macedone o continuando a solcare il Mediterraneo a rischio della vita, lo sport più popolare del mondo scopre di vivere una situazione simile nell’apparentemente dorato movimento del Vecchio Continente.


Il sindacato mondiale dei calciatori (Fifpro) ha denunciato l’esistenza di una vera e propria tratta di minori extracomunitari in Portogallo. Alla base della presa di posizione della Fifpro c’è un rapporto del dipartimento per l’Immigrazione lusitano che cita numeri drammatici: nella sola regione centrale del Paese sono stati censiti ben 157 calciatori immigrati illegalmente. A 105 di questi giovani giocatori è stato notificato un provvedimento di espulsione. Tre ragazzi sono stati arrestati per non aver rispettato un precedente ordine di lasciare il Portogallo. Questa scoperta ha portato a ispezioni in 60 club calcistici, 25 dei quali sanzionati con multe tra 50mila e 250mila euro per violazione delle norme sull’immigrazione.

Il copione di queste vicende è simile. Un procuratore porta in Europa giovani africani o sudamericani con la promessa di un tesseramento in società importanti. In realtà spesso questi contatti sono inesistenti. L’agente prova la fortuna con provini in squadre molto meno famose sperando di ritrovarsi tra le mani un baby-fenomeno con il quale arricchirsi. Ma in caso di insuccesso (l’eventualità più frequente) i ragazzi finiscono allo sbando a migliaia di chilometri da casa. Eloquenti tre casi raccontati dalla Fifpro.

Il 18enne brasiliano Alexandre Rambo, giocatore del Paranà, è stato convinto a volare in Portogallo dalla promessa di un procuratore che garantiva un contratto col Porto. In realtà Alexandre finisce a Lisbona ad allenarsi in squadrette di seconda fascia fino a quando l’agente non lo chiama in hotel dicendogli di tornare in Brasile senza nemmeno pagargli conto della stanza e biglietto aereo. Solo dopo due mesi nella capitale portoghese, trascorsi senza i soldi necessari al viaggio di ritorno, Alexandre può sorvolare nuovamente l’Atlantico.

Ancora peggiore il destino del 23enne ivoriano Tozan Anicet, abbindolato da un agente che favoleggiava di un contratto con il Rio Ave. In realtà il ragazzo africano può solo allenarsi con squadre delle divisioni inferiori che, però, non gli possono garantire una regolarizzazione effettiva. Così Anicet finisce per barricarsi nella sede di uno di questi piccoli club che non potevano più trattenerlo. Il caso richiede addirittura l’intervento della polizia: le speranze di una carriera in Europa di qualche mese prima terminano in un commissariato. Solo un’albergatrice di buona volontà di Setubal ha salvato due ragazzi ghanesi sballottati tra Danimarca e Portogallo dal solito
faccendiere travestito da procuratore che li aveva fatti volare nel Paese scandinavo alla ricerca di un club. Fallita la manovra a Copenaghen, l’agente chiama un amico a sud dei Pirenei per un nuovo tentativo.

«Sono arrivati due ragazzi denutriti – racconta il contatto portoghese Joao Gonçalves che per fortuna si rivela più sensibile del collega – impossibile farli allenare in quelle condizioni. L’unica possibilità era che tornassero in Ghana». Alla fine ci pensa Gonçalves a pagare il biglietto aereo per consentire ai due ragazzi africani di riabbracciare le famiglie.
«Purtroppo pochi calciatori decidono di denunciare queste vicende -– spiega il presidente del sindacato portoghese, Joaquim Evangelista – perché sono minacciati. Agenti e club dicono ai ragazzi che non giocheranno più se racconteranno le loro disavventure. E molti di questi giovani non vogliono tornare nei loro Paesi perché si vergognano per avere fallito e per non avere un soldo dopo essere partiti carichi di illusioni per una carriera favolosa».
Storie di questo tipo esistono in tutta Europa. A metà dello scorso decennio un’Ong francese ha pubblicato un rapporto nel quale sosteneva che nelle stazioni di Parigi bivaccavano decine di minorenni africani portati nel Paese transalpino con la promessa di provini per squadre importanti. Tutto falso. In realtà per loro iniziava una trafila molto simile a quella dei colleghi in Portogallo. Vicende di questo tipo sono comuni anche in Italia. Ragazzi africani che vengono spinti a sognare il grande calcio e poi sopravvivono a malapena nelle categorie dilettantistiche, oppure chiudono definitivamente col calcio e stentano a sopravvivere con una serie di lavoretti saltuari. Fino all’inevitabile scivolo che ha sempre il medesimo finale: il ritorno a casa dopo innumerevoli umiliazioni.

Una vera e propria roulette giocata sulla pelle di ragazzini, mossa dalla speranza di agenti e dirigenti senza scrupoli che lucrano sulla vita di giocatori poco più che adolescenti per scovare un talento a basso prezzo in mezzo a promesse africane e sudamericane. Così, la Fifpro chiede alla Fifa di intervenire, perché questo stillicidio di storie drammatiche dimostra che il nuovo sistema di registrazione informatica dei trasferimenti internazionali - il Transfer matching system ( Tms) - ha delle falle.

«È una situazione molto seria. Il Tms evidentemente non riesce a monitorare tutto con precisione», ha detto Stephane Burchkalter, segretario generale della Fifpro per l’Africa a proposito di una vicenda ancora più tragica. Una scuola calcio del Laos, legata a un club della massima divisione, ha di fatto sequestrato ventuno minorenni liberiani impedendo loro di tornare in Africa dopo essersi rifiutati di firmare un contratto troppo vincolante. Ma neanche l’Europa è immune, dietro i riflettori dei campionati più famosi del mondo che spesso diventano sirene ingannevoli per i piccoli calciatori dei Paesi poveri.

mercoledì 9 settembre 2015

L’America Latina aperta ai rifugiati siriani Brasile, Argentina, Venezuela pronti per accogliere migliaia di profughi

L'Indro
Almeno 4 milioni di siriani sarebbero pronti a dirigersi verso l’Europa a cercare accoglienza, se la comunità internazionale non fornirà sostegno e aiuti ai tre Paesi confinanti con la Siria -Giordania, Libano e Turchia- dove ora vivono. 


Lo ha detto il capo dell’ufficio di Ginevra delle Nazioni Unite Michael Moeller intervistato da ‘Ap’. Mentre la fuga dalla Siria, guerra e ISIS permettendo, continua e continuerà, in particolare la classe media del Paese «perchè‚ dopo 5 anni di guerra hanno perso la speranza», ha dichiarato Staffan de Mistura, inviato speciale Onu, in una conferenza stampa dopo un incontro con l’alto rappresentante Federica Mogherini -quella elitè del Paese, fatta di commercianti, imprenditori, medici, ovvero la spina dorsale della classe media urbanizzata, che nell’estate 2014 abbiamo visto sbarcare in Italia. 

Una classe media che fa gola non solo alla Germania -la lungimirante solidarietà tedesca che in questi giorni i media internazionali hanno raccontato sollecitata dalla necessità di forza lavoro della locomotiva tedesca- inizia essere guardata con attenzione anche dall’America Latina, in particolare Brasile, Argentina, Venezuela. 

Dallo scoppio della guerra, non sono pochi i siriani che hanno scelto di rifugiarsi in America Latina; il Brasile, in particolare, ne ha accolto, secondo i dati ufficiali, già 2.077, in Argentina, dove c’è una grossa comunità siriana, ha dato asilo ad alcune centinaia di persone, così come l’Uruguay. 

In questi giorni, proprio Brasile e Venezuela hanno dichiarato la loro disponibilità a ospitare nuovi profughi siriani. «Anche in un momento di difficoltà, per la crisi che stiamo attraversando, teniamo le nostre braccia aperte per accogliere i rifugiati», ha dichiarato ieri la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, in un messaggio trasmesso in occasione delle celebrazioni per il 193° anniversario dell’Indipendenza. «Voglio ribadire la disponibilità del Governo ad accogliere tutti coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese e che vorranno venire a vivere, lavorare e contribuire alla prosperità e alla pace del Brasile», ha aggiunto Dilma, che sabato scorso ha criticato l’Europa per aver «costruito barriere per impedire l’accesso» dei rifugiati. 

Il Brasile, nel 2014, è stato il Paese che ha ricevuto il maggior numero di domande di asilo in America Latina, e a guidare la classifica dei richiedenti proprio i siriani; il Brasile, infatti, è il Paese che in tutto il subcontinente accoglie il maggior numero di profughi siriani. 

martedì 19 agosto 2014

America Latina - Situazione molto critica nelle carceri. Sofrffolamentofino al 300% Aumenta numero dei minori

MISNA
Sovraffollamento che oscilla fra il 30 e il 300% e condizioni di vita degradanti, con la saturazione, ad esempio, dei servizi medici, dipingono uno “scenario critico” nel sistema penitenziario di diversi paesi dell’America Latina.


A denunciarlo, la Federazione iberoamericana degli Ombudsman, formata da una ventina di uffici del Difensore civico, speciali procure e commissioni per la tutela dei diritti umani, che ha lanciato un allarme: l’eccessivo numero di persone detenute in esigui spazi non garantisce l’accesso ai servizi igienici e all’assistenza sanitaria “mettendo in grave pericolo la vita delle persone”.

In un rapporto la Federazione documenta anche la situazione in paesi come la Bolivia, dove non esiste sufficiente personale medico, o in Uruguay, dove non ci sono infrastrutture adeguate per curare pazienti cronici. In Colombia, Nicaragua e Portorico risulta inadeguata, per quantità, la distribuzione di alimenti; in Brasile si calcola che il 44% dei detenuti è costretto a vivere in celle insalubri.

A tutto ciò si aggiungono la mancanza di coordinamento fra il sistema giudiziario e quello penitenziario, programmi di riabilitazione insufficienti, la custodia inadeguata alle necessità. Preoccupano la Federazione anche l’incremento dei minori nelle carceri – fra i 12 e i 17, principalmente per furto, omicidio e violenza sessuale, laddove, peraltro, sussiste la coabitazione con gli adulti e mancano programmi socio educativi.

sabato 12 luglio 2014

Vescovi America Latina - Il fenomeno dei bambini che emigrano negli USA è emergenza umanitaria

L’Osservatore Romano
Città del Messico, «Questi bambini hanno lasciato i propri Paesi spinti dalla povertà, dalla violenza e dal desiderio di ritrovare i loro genitori o i familiari che sono già emigrati, e ora, dopo aver affrontato ogni genere di difficoltà e pericolo, vivono una terribile emergenza umanitaria. Tale drammatica situazione ci riguarda tutti e dobbiamo impegnarci a “globalizzare la solidarietà” riconoscendo, rispettando, promuovendo e difendendo la vita, la dignità e i diritti di tutte le persone, indipendentemente dal loro status di migranti». È quanto si legge in un messaggio congiunto diffuso dalle Conferenze episcopali di Honduras, Messico, El Salvador, Guatemala e Stati Uniti.
I vescovi si dicono «profondamente commossi» dalla sofferenza di migliaia di bambini e adolescenti emigrati dal Centro America e dal Messico verso gli Stati Uniti e ora detenuti, in attesa di essere rimandati nei loro Paesi di origine. «Mossi dall’amore di Cristo», hanno voluto manifestare ai piccoli migranti e alle famiglie la loro solidarietà e il loro impegno, oltre alle loro preghiere.

«Guardiamo con speranza — si legge nella nota che porta la firma, tra gli altri, del cardinale arcivescovo di Tegucigalpa, Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, e del cardinale arcivescovo di Guadalajara, Francisco Robles Ortega — alla Dichiarazione straordinaria di Managua, in cui i Paesi membri della Conferenza regionale sulla migrazione (Belize, Canada, Costa Rica, El Salvador, Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama e Repubblica Dominicana) hanno riconosciuto la corresponsabilità regionale e si sono impegnati ad attuare misure globali e articolate al fine di garantire al meglio gli interessi dei bambini e degli adolescenti, come anche l’unità familiare, a diffondere informazioni precise sui “pericoli del viaggio” e dell’inesistenza dei permessi per coloro che giungono negli Stati Uniti, a lottare contro i gruppi criminosi del traffico illecito e della tratta di esseri umani, a migliorare le pratiche migratorie».