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venerdì 19 febbraio 2021

Etiopia - Orrore in Tigrai. Uccisi preti, donne e bambini, stupri di massa da parte dell'esercito etiopico e degli alleati eritrei

Avvenire
Le conferme dei testimoni dei massacri: trenta sacerdoti uccisi dai soldati in chiesa a Irob a gennaio. Quasi duecento persone, tra loro donne e bimbi, morte nei bombardamenti

I racconti dell’orrore della guerra-ombra del Tigrai squarciano il buio che li ha avvolti in questi 100 giorni esatti di blackout informativo e di isolamento. Molti testimoni confermano quanto da tempo scriviamo sui crimini di guerra e le atrocità commesse e quanto ripetuto sui social o sussurrato al telefono da giornalisti, attivisti e operatori umanitari. Confermati i massacri di civili – anziani, donne e bambini compresi – e di religiosi copti.

E gli stupri di massa, uccisioni e deportazioni forzate in Eritrea dei rifugiati eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, che immagini satellitari hanno mostrato distrutti e che nei giorni scorsi il governo di Addis Abeba ha dichiarato di non voler più riaprire mentre l’Onu non ha più potuto accedervi. Inequivocabili le notizie forniteci da fonti cattoliche, che non citiamo per ragioni di sicurezza. Ad Irob, piana semidesertica confinante con la regione Afar e l’Eritrea, sono stati uccisi solo a gennaio 30 preti copti ortodossi che pregavano in chiesa. A Wukro, Adigrat e Kobo mancano cibo e medicinali.

Agghiaccianti i racconti sulle uccisioni di giovanissimi sotto gli occhi dei genitori, cento solo a Irob, e delle frequenti violenze sessuali su donne e ragazze anche davanti ai mariti, spesso seguite dalla spietata uccisione delle vittime. «Meglio uccidere le donne del Tigrai perché domani partoriranno i woyane (i membri del Tplf, ndr) » avrebbero detto i militari eritrei a chi chiedeva il perché di tanto odio. Alla fine di gennaio, sempre a Irob, etiopi ed eritrei hanno ucciso 50 «mogli dei Woyane». Venerdì per la prima volta il governo etiope, con un tweet della ministra delle donne Filsan Abdullahi Ahmed, ha ammesso che una task force governativa «purtroppo ha stabilito che le violenze sessuali hanno avuto luogo con certezza e senza alcun dubbio».

Filsan non ha specificato chi siano i responsabili, ma molte donne sostengono di essere state violentate dalle forze eritree, gli shabia, soldati in sandali di plastica che avrebbe ricevuto l’ordine di eliminare anche i maschi tigrini sopra i sei anni proibendone la sepoltura. Circostanziata l’accusa dell’Ong Human Rights Watch alle truppe federali e a quelle eritree: a novembre avrebbero bombardato scuole, ospedali, chiese e mercati di Humera, Macallè e Scire uccidendo 187 civili tra cui donne e bambini e ferendone oltre 300.

Non sono stati risparmiati i simboli religiosi. K. ha assistito al bombardamento della chiesa ortodossa di Sant’Amanuel nel villaggio di Negash, in cima a una montagna, il 23 e 24 novembre da parte di tank e artiglieria pesante di Isaias Afewerki. Sono stati inoltre saccheggiati missioni e conventi cattolici, spesso religiosi e religiose sono stati rapinati persino dei crocifissi portati al collo. Sul banco degli imputati l’esercito federale e soprattutto gli alleati eritrei – acerrimi nemici del Tplf, partito egemone del Tigrai – tuttora in territorio tigrino. Presenza negata dal regime di Asmara e dal governo etiope (ma ammessa da autorità locali e da comandanti federali) anche nei giorni scorsi, quando Usa e Ue hanno chiesto all’Eritrea il ritiro immediato dei soldati, colpevoli di violenze indicibili, e l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. Che dovrà affrontare anche il dramma dei rifugiati eritrei deportati, probabilmente 10 mila. Per la prima volta il governo di Addis Abeba riconosce le violenze sessuali avvenute nella zona dei combattimenti Caritas italiana: dopo cento giorni di guerra stiamo sempre a fianco della popolazione

L’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha invece denunciato la scomparsa di 20 mila rifugiati eritrei sui 96 mila sotto protezione etiope in quattro campi nel Tigrai. Siamo riusciti a contattare telefonicamente alcuni fuggiaschi a Macallè per ricostruire i fatti. «Il 20 novembre verso le otto di sera sono arrivati gli shabia – racconta Kidane, 28 anni, ad Hitsats da due – li abbiamo riconosciuti dalla divisa. Sparavano su chi non poteva scappare come anziani, donne e bambini rifugiati uccidendoli e catturando molte persone. Ho visto distruggere Hitsats e sono fuggito. Lungo la via ho visto molti cadaveri». Shimelba, campo di 8.500 eritrei di etnia Cunama, è stato distrutto ai primi di gennaio. «Ma la sera del 26 novembre gli shabia hanno circondato il campo e fatto irruzione – ricorda Haddar. 30 anni – intimandoci di non scappare.

Hanno distribuito 5 chili di farina a persona, poi hanno chiama- to i 5 leader del campo per incontrarli e gli hanno chiesto quanti eravamo. Li hanno portati via e prima di andarsene hanno fucilato 5 guardiani del Tplf impedendoci di seppellirli. Chi voleva poteva andarsene, in Tigrai o in Eritrea, ma non restare. Il giorno dopo sono tornate le milizie tigrine dicendoci di rimanere e garantendoci protezione. Ma quando il 5 gennaio sono tornati gli eritrei, sono fuggiti. L’esercito di Isaias ha iniziato a incendiare tutto e a uccidere anche donne e bambini. Chi non è riuscito a fuggire, la maggioranza, è stato deportato a piedi fino a Shiraro e da lì in camion in Eritrea, a Shambuko».

Che sorte è toccata in Eritrea ai deportati? Diverse fonti completano il racconto di Haddar provando che un ennesimo crimine è stato commesso. I rifugiati Cunama sono prigionieri in campi di accoglienza in attesa che passi il Covid. Sono in uno stato pietoso perché denutriti da settimane. Il regime vuole spedire i giovani nei campi di addestramento per il servizio di leva a vita dal quale erano fuggiti. Gli altri, finita la pandemia, torneranno nei villaggi. Davanti a questa tragedia dimenticata, Caritas italiana ha invitato alla solidarietà lanciando una raccolta fondi a sostegno del programma di aiuti di Caritas Etiopia per garantire cibo ai bambini malnutriti, la distribuzione di kit di sopravvivenza e la consegna di semi e animali alle famiglie sfollate che hanno perso tutto.

Paolo Lambruschi

venerdì 8 marzo 2019

Libia - Reportage Video - Atrocità sui migranti, torture e schiavitù, donne stuprate nei luoghi di detenzione - Nessuno può o potrà dire: "Non sapevamo"

Blog Diritti Umani - Human Rights
La situazione delle migliaia di immigrati e richiedenti asilo nelle carceri e nei centri in Libia sono inumane e non si esagera se si paragonano i luoghi di detenzione a dei lager e la loro condizione sia quella di schiavi e schiave nelle mani di aguzzini. E' sicuramente difficile avere notizie complete di quello che succede. 


Arrivano notizie frammentarie dagli immigrati che riescono ad arrivare in Europa o vendono redatti con difficoltà rapporti delle organizzazioni internazionali presenti in Libia.
Questo servizio interroga e provoca sconcerto alle nostre coscienze. Nessuno potrà mai dire: "Non sapevamo"

La 7  - Piazza Pulita
Cosa succede in Libia? Cosa accade nei centri di detenzione? Il reportage di Adib Fateh Ali e Nello Trocchia svela atrocità, violenze e un regime di schiavitù.


venerdì 21 dicembre 2018

Se ne parla poco ma ... Onu, in Libia, 'orrori inimmaginabili' subiti da migranti. 'Stragrande maggioranza di donne e adolescenti violentate'

ANSAmed
Ginevra - Migranti e rifugiati subiscono "orrori inimmaginabili" in Libia, denuncia un rapporto delle Nazioni Unite che descrive dettagliatamente in 61 pagine l'inferno degli abusi subiti da donne, bambini e uomini dal momento in cui entrano in Libia, durante la loro permanenza nel Paese e - se vi riescono - mentre tentano di attraversare il Mediterraneo. "La stragrande maggioranza delle donne e delle adolescenti intervistate - si legge nel documento - ha riferito di essere stata violentata dai trafficanti".

La frequenza dei casi di stupro ai danni delle donne che hanno transitato in Libia è corroborata da una pletora di fonti, afferma il rapporto, precisando che "la stragrande maggioranza delle donne e adolescenti intervistate nel 2017-2018 ha riferito di essere stata violentata da trafficanti in Libia o di aver visto donne portate via e tornare sconvolte, ferite e con abiti strappati". 

Il rapporto delle Nazioni Unite, basato su informazione raccolte tra il gennaio 2017 e il 30 settembre scorso, documenta inoltre uccisioni, torture, condizioni di detenzione spesso disumane, fenomeni di schiavitù, lavoro forzato, estorsioni, sfruttamento ed altre gravi violenze inflitte da migranti e rifugiati "da attori sia statali e non statali". 
Nei centri di detenzione i bambini sono detenuti nelle medesime squallide condizioni degli adulti, prosegue il documento.

"Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita, durante la cattività in mano a trafficanti, uccisi a colpi di arma da fuoco, torturati a morte o semplicemente lasciati morire di fame o per negate cure mediche ", afferma il rapporto. "In tutta la Libia, corpi non identificati di migranti e profughi con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni vengono scoperti, spesso in cestini della spazzatura, letti di fiumi in secca, fattorie e nel deserto", aggiunge.

Per le Nazioni Unite "la Libia non può essere considerata un luogo sicuro", ma coloro che riescono a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo, "vengono sempre più spesso intercettati o soccorsi dalla Guardia costiera libica che li riconduce in Libia", dove molti ritrovano l'inferno da dove erano appena sfuggiti, che nelle sue raccomandazioni finali si rivolte anche all'Unione europea ed ai suoi Stati membri per chiedere di "riconsiderare i costi umani delle loro politiche e dei loro sforzi per arginare la migrazione verso l'Europa", nonché di garantire "che la loro cooperazione e la loro assistenza alle autorità libiche siano basate sui diritti umani".

mercoledì 4 aprile 2018

Afrin, i racconti dell'orrore: ragazze rapite e stuprate dai jihadisti filo-turchi

Globalist
Stando alle testimonianze dai media curdi nella città occupata continuano violenze, furti e vessazioni.
L’accusa è di quelle pesanti e, seppur con le difficoltà del caso, sembra proprio che le denunce dei curdi siano fondate: le bande jihadiste pagate da Ankara si stanno macchiando di veri e propri crimini di guerra contro donne e ragazze di Afrin.

Violenze contro le donne ad Afrin
Qualcosa che ricorda le violenze subite dalle donne yazide quando le loro terre furono invase dallo Stato Islamico.Ora le violenze obbediscono anche all’obiettivo politico di ripulire dai curdi l’intera area e ‘sterilizzare’ un popolo che la Turchia non vuole ai propri confini.

Nei primi giorni dopo l’occupazione della città di Afrin sono stati denunciati e documentati i saccheggi delle case e dei negozi. O l’abbattimento di statue o simboli dell’identità curda.
Ma adesso, secondo le denunce, dozzine di ragazze e donne sono state rapite dopo l’occupazione cominciata il18 marzo. Donne che sono segregate in case del centro della città e che sono sottoposte a sistematiche aggressioni sessuali da parte di soldati turchi e delle milizie jihadiste loro alleate che si sono riunite sotto la bandiera del Libero esercito siriano.


Stando alle testimonianze riportate dai media curdi un testimone residente nel quartiere di Mahmudiya i miliziani "sono entrati nelle nostre case e hanno preso tutti i nostri preziosi oggetti dal giorno in cui sono arrivati. Hanno portato via tutto l’oro e il resto caricandolo sui camion. Quindi hanno radunato le persone che si trovavano in città separando uomini e donne in diverse aree. Sentivamo le urla delle donne. Non so cosa abbiano fatto a loro. Ci hanno torturato dicendo che noi eravamo sostenitori dei terroristi, che avrebbero preso tutti i nostri averi e le donne.

Siamo stati rilasciati dopo due giorni senza cibo e acqua, ma alcune ragazze e donne non sono tornate. Sono state portate da qualche altra parte ma non sappiamo dove. Due ragazze di 14-15 anni sono tra quelle che sono state portate via e poi sono scomparse”.
Stando alla testimonianza di una donna rimasta ad Afrin in un solo quartiere ci sono circa 15 ragazze scomparse e hanno un'età compresa tra i 14 e i 20 anni.

giovedì 14 dicembre 2017

Birmania, si scoprono gli orrori: stupri su donne Rohingya metodici, come arma di guerra

Ansa
In un'inchiesta l'Ap ha intervistato 29 donne tra i 13 e i 35 anni.
Lo stupro come arma di guerra, le efferate uccisioni di genitori, figli e fratelli proprio durante le violenze sessuali, il terrore di fronte ai soldati che in alcuni casi paralizza e toglie anche la voce e le lacrime. 


La denuncia di decine di donne musulmane di etnia Rohingya sopravvissute alle violenze dei militari e fuggite dalla Birmania in Bangladesh è stata raccolta dalla Associated Press nei campi profughi. Le vittime hanno tra i 13 e i 35 anni, sul corpo portano i segni delle torture subite, in braccio hanno i bimbi che da quegli stupri sono nati.

L'agenzia Ap precisa che gli atroci racconti delle donne e delle ragazzine sono stati ascoltati separatamente, in diversi campi approntati per gli sfollati Rohingya oltre il confine tra la Birmania e il Bangladesh. Ogni storia è diversa ed è avvenuta in villaggi diversi di cui ormai resta ben poco, ma tutte si somigliano nell'evidenziare la violenza di chi ha il potere, di chi agisce in gruppo e ha le armi e la garanzia dell'impunità.

In Birmania le autorità militari hanno sempre negato che i soldati si siano abbandonati a violenze gratuite contro i civili inermi, ma nelle zone dei villaggi Rohingya da mesi è impossibile accedere, sia per le organizzazioni umanitarie internazionali sia per gli inviati dei media di tutto il mondo.

Il racconto dell'orrore fatto dalla Ap comincia da R., una bambina di 13 anni: le hanno ucciso a coltellate il padre, l'hanno strappata ai fratellini più piccoli, in dieci dopo averla legata a un albero l'hanno stuprata finchè non ha perso i sensi. R. si è ritrovata in Bangladesh, salvata dai fratelli più grandi e soccorsa da un medico che le ha dato un contraccettivo. Ma non dorme, fatica a mangiare, ha incubi continui sui fratellini che le hanno strappato e che teme siano stati uccisi.

Poi c'è F, che l'incubo l'ha vissuto due volte a distanza di pochi mesi. In giugno i soldati erano sette, hanno sparato e sgozzato il marito, rubato le poche cose di valore che c'erano in casa. Dopo averla stuprata a turno, le hanno dato fuoco. L'hanno salvata i vicini ma in settembre cinque soldati sono tornati: di nuovo massacrata di botte e violentata, lasciata per morta, ora in Bangladesh aspetta un bimbo. Ed è decisa ad amarlo. Comunque.

Altre storie parlano di K., che il marito non ha soccorso perchè era stata violentata da non musulmani (i soldati birmani sono buddisti); di R, che a piedi nudi e con la schiena trafitta da varie coltellate per quattro giorni si è trascinata nella foresta e solo quando ha visto il fiume ha capito che si sarebbe salvata; di A. che era un ammasso di sangue e dolore ma, dice, 'Allah mi ha salvato'; di M. che era all'ottavo mese di gravidanza e che dopo gli stupri è stata presa a calci in pancia finchè non ha abortito. I loro racconti si chiudono tutti con una domanda: "Potremo mai ritrovare un po' di pace?".

sabato 25 novembre 2017

Sopravvissute all'inferno libico: 'Stuprate, torturate, costrette a morire di parto'

Globalist
Una di loro trovata senza vita in un gommone ad est di Tripoli. Quelle che ce l'hanno fatta, soccorse dalla nave Aquarius, hanno raccontato il massacro: 'Sodomizzano anche i bambini'.


Sono testimonianze feroci. Terribili. Sono le voci delle donne migranti soccorse negli ultimi giorni. Ex detenute nelle prigioni libiche. Le sopravvissute all'inferno sono state soccorse dalla nave Aquarius di Sos Mediterranee tra mercoledì e giovedì, ad est di Tripoli. Erano su un gommone, in fondo al quale c'era una giovane loro compagna morta. Ad assisterle i personale medico di Msf che ha raccolto i loro racconti.

Secondo le testimonianze la ragazza alcuni giorni prima dell'imbarco aveva partorito un bambino nato morto. Ad ucciderla forse la setticemia.

Una donna del Camerun soccorsa dall'Aquarius ha spiegato ai volontari di Sos Mediterranee che era stata per 5 mesi in prigione a Sabratha, insieme al suo bambino nato un anno e mezzo fa nel deserto del Niger. "In prigione le donne morivano - ha detto - Una è deceduta dopo aver partorito, il cordone era stato tagliato col filo; non c'è niente, niente medicine, cure". "Non ci si poteva lavare, l'acqua non era potabile. La tratta dei neri esiste in Libia, dove tutti sono armati, anche i bambini. Prendono le donne, e imprigionano, le torturano, le spogliano. Gli uomini e i bambini erano sodomizzati. Spezzavano le dita alle ragazze serrandole nelle porte. I trafficanti ci hanno spinto in mare dicendoci: 'Andate a morire nel Mediterraneo'".

Non si può rimanere ancora silenti davanti a questo genocidio. Non si può.

mercoledì 13 settembre 2017

Bosnia Erzegovina, ancora nessuna giustizia per le 20.000 donne stuprate durante la guerra

La Repubblica
L'ultima speranza per le sopravvissute alle violenze sessuali nel corso del conflitto degli anni '90. Il rapporto diffuso oggi da Amnesty International, "Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà....", nel quale l'organizzazione per i diritti umani denuncia le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ostacoli per ottenere sostegno e risarcimenti legali.


Un quarto di secolo dopo l'inizio del conflitto, oltre 20.000 sopravvissute alla violenza sessuale nella guerra della Bosnia ed Erzegovina si vedono ancora negare la giustizia. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, pubblicando il rapporto "Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L'ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra", nel quale l'organizzazione per i diritti umani denuncia le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ingiustificabili ostacoli che le donne devono affrontare per ottenere il sostegno necessario e i risarcimenti legali cui hanno diritto.

La fatica di rimettere assieme i pezzi delle loro vite. "Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno", ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l'Europa. "Via via che passano gli anni, passa anche la speranza di ottenere giustizia o ricevere il sostegno cui hanno diritto. Queste donne non riescono a dimenticare ciò che è accaduto e noi, a nostra volta, non dovremmo dimenticarlo", ha aggiunto van Gulik.

Molte vennero ridotte in schiavitù. Secondo il rapporto, frutto di ricerche condotte nel corso di due anni, una serie di ostacoli sistemici e l'assenza di volontà politica hanno condannato una generazione di sopravvissute agli stupri del 1992-1995 a una vita di stenti e penuria. Durante il conflitto migliaia di donne e ragazze vennero stuprate e sottoposte ad altre forme di violenza sessuale da soldati e appartenenti a gruppi paramilitari. Molte vennero ridotte in schiavitù, torturate e persino messe incinte a forza nei cosiddetti "campi degli stupri". Elma era al quarto mese di gravidanza quando venne portata in uno di quei campi e sottoposta ogni giorno a stupri di gruppo. "Erano ragazzi del posto, avevano tutti il passamontagna. A turno mi chiedevano se fossi in grado di riconoscere chi mi stava sopra", ha raccontato ad Amnesty International. Elma ha perso il bambino e ha riportato danni permanenti alla spina dorsale. Disoccupata, a distanza di quasi 25 anni non ha ricevuto alcun significativo aiuto finanziario da parte dello stato e ha disperato bisogno di cure mediche e assistenza psicologica.

lunedì 9 gennaio 2017

India - Polizia denunciata per stupri violenze a Chhattisgarth

Tio
New Delhi - Durante le sue operazioni di repressione della guerriglia maoista, la polizia dello Stato indiano di Chhattisgarh si sarebbe ripetutamente abbandonata a stupri e violenze fisiche ingiustificate nei confronti di varie donne tribali. Lo scrive l'agenzia di stampa Pti.
Al riguardo, la Commissione nazionale per i diritti umani (Nhrc) dell'India ha inviato al governo di Chhattisgarh una notifica in cui rende noto di essere in possesso delle testimonianze registrate di almeno 16 di queste donne che «apparentemente hanno subito violazioni e violenze sessuali da parte degli agenti».

Nella sua comunicazione, la Nhrc si sorprende che ancora nessuno dei responsabili di questi atti sia stato arrestato nonostante l'esistenza di specifiche denunce e avverte che, in mancanza dei diretti responsabili, «il governo di Chhattisgarh sarà chiamato a rispondere davanti alla legge per la violazione dei diritti umani di queste donne».

Inoltre la Nhrc sottolinea di aver registrato le testimonianze di 16 vittime e che intende farlo anche nei confronti di almeno altre 20, che hanno denunciato di aver subito violenze fisiche di ogni tipo.

Da molti anni le forze di sicurezza indiane combattono la guerriglia maoista, conosciuta anche come 'naxalita' nel cosiddetto 'Corridoio rosso', composto da una decina di stati orientali abitati da popolazioni di varie etnie tribali e spesso ricchi di prodotti agricoli e di materie prime che il governo centrale non riesce a sfruttare come vorrebbe.

martedì 12 luglio 2016

Turchia - Tremila violentatori evitano il carcere sposando le vittime giovanissime

Corriere della Sera
La triste e agghiacciante verità è stata resa nota dal capo del dipartimento della Cassazione che si occupa dei reati sessuali, Mustafa Demirdag, durante un'audizione al Parlamento di Ankara: sono almeno 3 mila in Turchia i casi registrati di uomini che hanno evitato condanne per molestie o abusi sessuali accettando un "matrimonio riparatore" con le vittime che nella maggior parte dei casi hanno tra i 12 e i 15 anni ma possono essere anche molto più piccole.


I violentatori se la cavano anche nel caso di stupri di gruppo. Demirdag ha citato i casi in cui alcuni tribunali hanno annullato condanne penali dopo che uno degli stupratori ha deciso di sposare la vittima, evitando così il carcere anche agli altri. Ad invocare le "nozze riparatrici" sarebbero spesso le stesse famiglie delle vittime. "Questo tipo di matrimonio non è accettabile - ha detto Demirdag al Daily Hurriyet. 

È crudele obbligare qualcuno a sposare una persona che non vuole". Il capo della Corte di Cassazione ha annunciato una norma che aggrava le pene fino a 16 anni e 8 mesi in casi simili che coinvolgano vittime minorenni.

di Monica Ricci Sargentini

mercoledì 1 luglio 2015

Sud Sudan, bambine stuprate e bruciate vive dall'esercito. L'orrore denunciato dagli investigatori Onu

Huffington Post
Soldati dell'esercito del Sudan del Sud hanno stuprato e arso vive bambine nelle loro case: è quanto emerge da un rapporto shock della missione Onu nel Paese, nel quale si denunciano "diffusi abusi dei diritti umani".

Gli orrori sono avvenuti nello stato settentrionale di Unity, dove l'esercito, nell'aprile scorso, ha lanciato un'offensiva contro i ribelli. "Sopravvissuti a questi attacchi hanno raccontato che l'esercito e le milizie alleate di Mayom hanno preso di mira la popolazione locale, uccidendo civili, distruggendo villaggi e costringendo oltre 100mila persone alla fuga", ha denunciato l'Onu.

La guerra civile è esplosa nel dicembre del 2013, quando il presidente, Salva Kiir, accusò il suo ex vice, Riek Machar, di aver organizzato un golpe. Da quel momento Kiir ha avviato una campagna militare, con omicidi di massa e violenze. L'escalation "non è stata solo marchiata da omicidi, stupri, sequestri, saccheggi e incendi, ma da nuove brutalità", ha sottolineato l'Onu. L'Unicef, all'inizio di giugno, aveva già denunciato crimini atroci contro i bambini.

Secondo i responsabili della missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (Unmiss), i soldati di Juba si sono macchiati di "nuove brutalità" stuprando ragazze e bruciandole vive nelle loro case. In un rapporto diffuso oggi e basato su testimonianze di 115 tra vittime e testimoni, gli investigatori dell'Onu sui diritti umani hanno denunciato "abusi dei diritti umani su ampia scala" nello Stato dell'Unità, nel nord del Paese.

mercoledì 24 giugno 2015

Seimila donne vittime di stupro in un anno in Siria

Radio Vaticana
Violenze durante le azioni di guerra ma anche nelle carceri: è la realtà delle donne siriane che, secondo il rapporto dell’"Euro-Mediterranean Human Rights Network" (Emhrn), sono sempre più esposte a ogni tipo di abuso nel Paese sprofondato nel conflitto da quattro anni. 


Il servizio di Fausta Speranza:
“Uccisione di donne durante le operazioni militari, esecuzioni durante i massacri, uso di corpi femminili come scudi umani, stupri nelle incursioni armate, durante i rapimenti, all’interno delle prigioni governative e nelle strutture detentive, molestie sessuali e umiliazioni durante la prigionia, detenzione arbitraria, sparizioni e rapimenti”. 

Un esempio: la storia di Aida, 19 anni, detenuta arbitrariamente tra l’ottobre 2012 e il gennaio 2013, racconta che l’uomo che la stava interrogando e che voleva da lei una certa dichiarazione l’ha lasciata in una stanza ed è tornato con altri tre che l’hanno violentata a turno. Alla fine, sanguinante, è stata sottoposta a un’iniezione per farla stare in piedi davanti al giudice.

Secondo il rapporto di Emhrn, lo stupro è usato come un’arma nella guerra in Siria e circa seimila donne sono state violentate nel 2013. Sembra sia più frequente in tre situazioni: ai posti di blocco, nei centri di detenzione e durante i raid militari. Le informazioni indicano che i membri del corpo di sicurezza sono stati coinvolti in atti di violenza sessuale. E in una società patriarcale come quella siriana, lo stigma dello stupro può facilmente scoraggiare le donne dall’ammettere cosa hanno subito, perchè correrebbero il rischio di essere ostracizzate.

Della situazione in Siria Fausta Speranza ha parlato con Riccardo Nouri, portavoce per l’Italia di Amnesty International

R. – Le ricerche di Amnesty International di altre organizzazioni per i diritti umani confermano che in Siria è accaduto in questi anni quello che è accaduto in tanti altri conflitti, cioè donne e ragazze vittime di violenze sessuale, di stupri, di altre forme di abuso. Donne fatte oggetto di una strategia bellica o trofei di guerra. Questo vale sia per quanto riguarda le forze governative, nella prima parte del conflitto, ma vale anche per i gruppi armati di opposizione, in particolare lo Stato islamico, che hanno via via conquistato parti di territorio nel corso degli ultimi anni. Già nel 2013 l’Euro-mediterranean Human Rights Network aveva segnalato 6000 casi di stupri in Siria. E dobbiamo anche aggiungere che si tratta di stime profondamente in difetto perché è facile constatare quanto la sfiducia nella giustizia, l’impossibilità di denunciare lo stigma che circonda le persone che hanno subito violenza, frenino le donne dal raccontare quello che è accaduto. Quindi sono cifre che valgono quello che valgono, potrebbero esserci anche degli 0 in più oltre a quel numero.

D. – Una situazione che va avanti da 4 anni: donne, in particolare, ma anche piccolissimi e civili in generale…

R. – Sì, non viene risparmiato nessuno. La realtà che abbiamo raccontato in tutti questi anni è una realtà fatta di torture efferate per punire, per terrorizzare la popolazione da parte delle forze governative: gli attacchi indiscriminati con armi rudimentali come i barili bomba che mietono vittime all’interno delle zone residenziali, le città sotto assedio… E naturalmente le persone più vulnerabili, le donne, le ragazze, i bambini e le bambine subiscono le conseguenze peggiori. E non è un caso che all’interno della popolazione rifugiata le organizzazioni per i diritti umani hanno individuato proprio tra i gruppi più vulnerabili - le ragazze single, le donne vedove, le bambine orfane - come persone che non possono più stare nei campi improvvisati intorno alla Siria. Tra queste ci sono molte vittime di stupro che hanno bisogno di cure mediche e psicologiche che in Libano, in Turchia, in Giordania, con tutta la buona volontà dei Paesi ospitanti, non possono ottenere.

D. – Quanto è difficile anche avere oggi notizie di quello che sta davvero accadendo sul territorio siriano?

R. – E’ estremamente difficile perché quello che Amnesty International è riuscita a fare per un po’ di tempo, fino al 2014, cioè entrare direttamente in Siria per raccogliere testimonianze di prima mano, ora è semplicemente impossibile. Ci si affida al lavoro straordinariamente coraggioso degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani che ci raccontano di un quadro senza speranza. E questo è un Paese in cui più della metà della popolazione non vive più nelle sue case; è un Paese che – lo abbiamo dimostrato con le immagini satellitari - di notte è completamente spento; è un Paese nel quale 4 milioni di persone sono andate a cercare protezione all’estero e 7 milioni sono profughi interni. Questa è la parte più difficile da raccontare: la vita in Siria oggi, la vita dei profughi interni, la vita delle città sotto assedio. E le informazioni che arrivano tanto dalle zone controllate dal governo, quanto dalle zone controllate dall’opposizione armata, ci parlano di un conflitto senza regole, senza alcuna tutela per i civili e nel pieno disprezzo della vita umana.

mercoledì 11 febbraio 2015

Rapporto HRW - Sudan - Darfur, gli stupri di massa commessi da militari dell'esercito regolare a 220 donne e persino ragazzine di 11 anni

La Repubblica
Gli attacchi organizzati nel nord Darfur, nella città di Tabit. A denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch (Hrw) diffuso oggi. "Le Nazioni Unite e dell'Unione africana (UA) - dice il dossier - dovrebbero adottare misure per proteggere i civili da ulteriori abusi. Il rapporto di 48 pagine documenta attacchi delle forze armate alle donne sudanesi che sarebbero state violentate nell'arco di 36 ore
New York - Le forze armate sudanesi avrebbero violentato circa 220 donne e ragazze in un attacco organizzato nel nord Darfur, nella città di Tabit. Il fatto sarebbe accaduto nell'ottobre scorso e a denunciarlo è un rapporto di Human Rights Watch(Hrw) diffuso oggi. 

Le Nazioni Unite e dell'Unione africana (UA) dovrebbero adottare misure urgenti per proteggere i civili in città da ulteriori abusi. Il rapporto di 48 pagine, che porta il titolo "Stupri di massa in Darfur: sudanesi attacchi dell'esercito contro i civili in Tabit," documenta attacchi delle forze armate sudanesi nel corso dei quali almeno 221 donne e ragazze sarebbero state violentate nell'arco di 36 ore. Le violenze di massa sono equiparate ai crimini contro l'umanità, se viene provata la pratica estesa e sistematica di questo genere di attacchi contro la popolazione civile, ha sottolineato Human Rights Watch. "L'attacco deliberato a Tabit e gli stupri di donne e ragazze non sono altro che un nuovo capitolo delle atrocità commesse nel Darfur", ha detto Daniel Bekele, direttore per l'Africa di Hrw. "Il governo sudanese - ha aggiunto - dovrebbe smetterla di rifiutare l'accesso a Tabit di peacekeeper e di investigatori internazionali".

Le accuse partite da una radio. Le accuse di stupro di massa sono state diffuse per prima da Radio Dabanga, una stazione con sede in Olanda. Il governo sudanese, dal canto suo, ha smentito la notizia ed ha rifiutato ai peacekeeper l'accesso alla città. Successivamente è stato concesso il permesso alle forze di pase, ma le forze di sicurezza hanno impedito loro di svolgere un'indagine credibile, ha denunciato Human Rights Watch. Nel mese di novembre e di dicembre scorsi, l'organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti umani ha interpellato per telefono una cinquantina di residenti ed ex residenti di Tabit, proprio a causa delle restrizioni nell'accesso. Altri intervistati sono stati i funzionari di governo e il personale della missione mista UA-ONU nel Darfur (UNAMID). Nonostante la mancanza di accesso, Human Rights Watch è stato in grado di incrociare riferimenti e verificare come molte accuse fossero fondate.

Le hanno prese casa per casa. Le forze armate sudanesi hanno effettuato tre operazioni militari distinte durante la quale i soldati andavano di casa in casa a sequestrare donne e ragazze, oltre che a depredare beni, ad arrestare uomini, ad uccidere chi faceva resistenza. Human Rights Watch ha documentato 27 stupri diversi ed ha ottenuto informazioni attendibili su ulteriori 194 casi. Due disertori dell'esercito hanno detto separatamente a Hrw che i loro ufficiali superiori avevano ordinato di catturare "donne da stupro." Tabit è in gran parte abitata dal gruppo etnico dei Fur, sotto il controllo di bande armate di ribelli negli ultimi anni. Ma Human Rights Watch non ha trovato alcuna prova che i combattenti ribelli erano nella zona di Tabit al momento degli attentati. Una donna ha descritto l'attacco su di lei e sulle sue tre figlie, due delle quali sotto gli 11 anni. "Subito dopo sono entrati nella stanza - ha raccontato la donna - stiamo per mostrarvi il vero inferno, poi hanno cominciato a picchiarci. Hanno violentato le mie figlie e poi me. Uno dopo l'altro".

Le minacce per avere il silenzio. Dopo gli attacchi, il governo sudanese ha vietato gli investigatori delle Nazioni Unite di entrare in città per cercare di evitare che si diffondessero informazioni sui crimini. Ma vittime e testimoni hanno riferito che i funzionari del governo hanno minacciato di imprigionare o uccidere chiunque avesse parlato degli attacchi. Le autorità hanno anche arrestato e torturato alcuni residenti di Tabit, che avevano evidentemente manifestato l'intenzione di riferire ciò che era accaduto. Un uomo, che aveva sentito tentato di parlare e denunciare l'accaduto è stato denunciato da un parente e quindi portato in un carcere. "Mi hanno preso a calci.. poi m'hanno legato una corda al collo come per impiccarmi. Poi mi hanno picchiato con le fruste e fili elettrici".

domenica 29 giugno 2014

Kosovo: Eulex, stupro riconosciuto per la prima volta come crimine di guerra

Nova
La procura speciale del Kosovo è "pienamente soddisfatta" della condanna a 12 e 10 anni di carcere emanata dal Tribunale di appello contro due imputati per crimini di guerra contro la popolazione civile. Lo ha reso noto la missione europea Eulex attraverso un comunicato.

Profughi kossovari verso
l'Albania - 1998
"Gli imputati hanno commesso un grave crimine di guerra contro una ragazza di 16 anni. Questo caso è una dimostrazione della volontà della comunità internazionale di porre fine all'impunità per tutti coloro che commettono tali crimini. Entrambi gli imputati in questo caso sono stati giudicati colpevoli di stupro come crimine di guerra, ed è la prima volta che ciò avviene in Kosovo", riferisce la procura.

"Il procuratore si augura che questa condanna incoraggi altre donne e uomini coraggiosi a denunciare le violenze sessuali subite durante la guerra, a prescindere dagli autori di queste violenze", riferisce ancora la nota.

Un Tribunale d'appello kosovaro ha ribaltato oggi una sentenza di assoluzione della Corte di Mitrovica, risalente al 24 giugno scorso, condannando due imputati, il cui nome non è stato rivelato, a 12 e 10 anni di carcere per crimini di guerra contro la popolazione civile. I giudici hanno ordinato la detenzione preventiva fino alla sentenza finale. Le parti hanno la possibilità di ricorrere contro la sentenza presso la Corte suprema kosovara.


Link corelatiSottosegretario Esteri Giro - Italia in prima linea nel semestre europeo contro la violenza sessuale nelle aree in conflitto

lunedì 22 luglio 2013

Emirati Arabi - Condannata al carcere perché stuprata: la falsa modernità di Dubai

The Blasting News
La legislazione di Dubai, come gran parte dei paesi islamici, prevede la condanna come adultera per le donne violentate.
La giovane Marte Deborah Dalelv, donna norvegese di 24 anni, è stata condannata a 16 mesi di carcere per adulterio a Dubai perché ha "incautamente" denunciato, nell'immediatezza dei fatti, di essere stata violentata nella sua stanza di albergo a Dubai; la malcapitata è stata infatti sottoposta immediatamente a fermo di polizia per tre giorni, a visita ginecologica e ad analisi del sangue per verificare la presenza di alcool. La Dalelv ha deciso di far conoscere il suo atroce caso per mettere in guardia le donne occidentali, siano turiste in vacanza o lavoratrici in quei paesi.

Da più parti si grida allo scandalo, come nella dichiarazione del ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide: "Questa sentenza è un pugno in faccia alla nostra nozione di giustizia" nonché "altamente problematica dal punto di vista dei diritti umani"

Sono diverse le dichiarazioni contro lalegislatura degli Emirati Arabi che impedisce alle donne di ottenere giustizia nei casi di violenza sessuale, anche per la grande ipocrisia che sottostà al divieto del consumo di alcool, tollerato se avviene al di fuori degli sguardi della giustizia, così come sono tollerati i costumi sessuali libertini: è noto infatti che nel Paese il mercato della prostituzione sia molto attivo.

Il problema è purtroppo antico, ma solo ora che viene colpita una occidentale se ne parla apertamente. Perché sia provata la violenza la legge prevede o la piena confessione dello stupratore o la testimonianza di quattro uomini presenti all'atto.

E così che il lungo elenco vede Gulnaz, la donna condannata in Afghanistan nel 2009 a sposare il proprio carnefice, fino alla ragazza di 19 anni della città di Al Qatif che dopo essere stata violentata da sei uomini fu condannata a sei mesi di carcere e a 200 frustate. E ancora Hina, la ragazza di 14 anni che dopo essere stata stuprata venne condannata secondo la shiari'a islamica del Bangladesh a 101 colpi di frusta, per morire dopo una agonia di 6 giorni.

Sono tante le vittime della follia che vede le donne esseri diversi ed inferiori nei paesi islamici, come la donna di Jeddah che, stuprata dal branco e rimasta incinta, viene poi condannata, sempre per adulterio, ad un anno di carcere e a 100 frustate da comminare dopo aver superato la gravidanza in carcere. La sua colpa fu quella di aver chiesto un passaggio in auto, nel paese dove le donne non hanno diritto alla patente.

Se non bastasse l'elenco infinito di condanne simili, va anche ricordato che lo stupro può essere esso stesso una condanna, anche indiretta: fu così per Mukhatar Mai, la giovane e bella pakistana condannata da un tribunale tribale ad essere violentata da sei aguzzini per punire il suo fratello minore che secondo voci di paese avrebbe avuto una presunta relazione con una coetanea.

Fatti noti e sempre affondati nelle cronache in modo invisibile: quando le donne libere dei paesi non islamici sentiranno la necessità di intervenire per fermare questo orrore? Specie quelle donne che occupano ormai importanti cariche istituzionali nei governi occidentali, dalla Merkel alla Bonino.