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venerdì 19 aprile 2019

Gli "Yemen Papers" rivelano le forniture francesi di armi ad Arabia Saudita ed Emirati

Corriere della Sera
Dal sito investigativo Disclose, che ha reso pubblici documenti militari secretati, sono emerse nuove prove sulle ingenti forniture militari destinate dalla Francia all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, gli stati che guidano la coalizione che dal 2015 bombarda incessantemente lo Yemen nel tentativo di sconfiggere il gruppo armato huthi. 


Queste rivelazioni si aggiungono alla recente denuncia di Amnesty International, che nella battaglia di Hodeidah aveva verificato la presenza di carri armati Leclerc di fabbricazione francese.

La Francia è sotto accusa per aver inviato forniture militari, carri armati inclusi, alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che le hanno poi girate a gruppi armati che combattono sul terreno accanto alle forze regolari della coalizione. 

Le ripetute richieste di Amnesty International al ministero della Difesa di Parigi di fornire informazioni sulle forniture di armi alla coalizione sono finora cadute nel vuoto. C'è da sperare che le rivelazioni di Disclose spingano le autorità francesi a essere trasparenti e, soprattutto, a sospendere tutti i trasferimenti alle parti in conflitto in Yemen. 

Secondo le Nazioni Unite negli ultimi tre mesi c'è stata una recrudescenza dei combattimenti nelle province dello Yemen confinanti con l'Arabia Saudita, col conseguente aumento del numero degli sfollati. Nella sola Sa'da, il 62 per cento delle proprietà civili è stato pesantemente danneggiato.

di Riccardo Noury

lunedì 28 gennaio 2019

Emirati Arabi - Un italiano, Massimo Sacco, in cella ad Abu Dhabi. "Mi torturano, sto morendo"

La Stampa
Imprenditore 53enne arrestato a marzo scorso per possesso di 10 grammi di cocaina. Mi hanno sottoposto a torture di ogni tipo, scosse elettriche ai genitali, il mio testicolo sinistro è grande come un'arancia. Ho tre costole incrinate. Aiutami, ho i giorni contati, sto morendo".

È la denuncia di Massimo Sacco, un imprenditore 53enne di Roma, detenuto nel carcere federale di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, da agosto scorso, e prima, dal 5 marzo, nella prigione di Dubai, dopo essere stato trovato in possesso di 10 grammi di cocaina, tornato da una festa al Barasti Beach. 

L'uomo, affetto da una malattia genetica chiamata microcitemia, ha chiesto alla sua compagna, Monia Moscatelli, di lanciare un appello via radio alle autorità italiane.

Il processo a suo carico non è mai iniziato: "Il primo rinvio è stato il 7 gennaio - spiega a La Stampa la fidanzata -, ma i poliziotti non si sono presentati. Ora la data dell'udienza è fissata per il 24 gennaio". Si rimanda di mese in mese, "il giudice non ha nemmeno formulato l'imputazione, perché vuole sentire prima gli inquirenti, e intanto Massimo è tenuto in carcere malato, è dimagrito a vista d'occhio", spiega disperata la compagna.

Racconta di minacce da parte degli agenti, botte e torture: "Il suo stato di salute è ormai al collasso, da 87 chili ora ne pesa 68". La coppia vive negli Emirati Arabi dal 2015. Lui al momento dell'arresto era titolare di una società di ristrutturazione. Se l'accusa a carico del 53enne fosse quella di traffico internazionale di stupefacenti, rischierebbe anche la pena di morte. Per uso e possesso di droga, la pena prevista è di sei mesi, lui è in cella da dieci. Ma il pericolo imminente è quello per la salute. Tante che la donna si è rivolta alla trasmissione "I lunatici" di Radio2.

Ha riferito l'inferno in cui vive Sacco: "Hanno fatto di tutto per farlo confessare. Ha subito ricatti. Il direttore del carcere gioca da tre mesi con la sua vita". L'imprenditore è stato male, è stato trasportato in ospedale, dove gli hanno fatto esami del sangue e un'ecografia alla milza, perché si stava ingrossando di giorno in giorno. Il medico emiratino ha riscontrato un'anemia e prescritto ferro. Ma lui è affetto da una malattia di tipo mediterraneo, che ad Abu Dhabi non conoscono e non sanno come trattare, che comporta un'eccessiva produzione di ferro e andrebbe trattata con l'acido folico. "Rischio che a breve una leucemia", denuncia.

La Farnesina sta seguendo "dal principio e con la massima attenzione tramite l'ambasciata ad Abu Dhabi" il caso, dichiara di "vegliare sulle condizioni detentive". Moscatelli, che a dicembre ha scritto al presidente della Repubblica Mattarella, ha avviato anche una colletta trai famigliari: "Dobbiamo trovare i soldi per l'avvocato - dice, lì si pagano anche il carcere, le telefonate ai parenti, il cibo, tutto". Intanto, non sono arrivati in cella nemmeno i "vestiti puliti consegnati al direttore della struttura detentiva", chiesti da Sacco molti mesi fa.

Letizia Tortello

giovedì 8 ottobre 2015

Ginevra - Premio Martin Ennals ad Ahmed Mansoor difensore dei diritti umani negli Emirati

Nema News
Roma – È una delle poche voci che osano sfidare le autorità degli Emirati Arabi Uniti quella di Ahmed Mansoor, il vincitore del premio Martin Ennlas 2015, considerato il premio Nobel per i diritti umani.

Ahmed Mansoor
Mansoor è stato scelto tra una rosa di dieci candidati per il suo impegno a favore della libertà di espressione e dei diritti civili e politici che nell’emirato non trovano spazio. Un impegno che nel 2006 ha portato alla scarcerazione di due blogger che avevano denunciato le problematiche sociali del Paese, ma a lui è costato la prigione per “offesa alle autorità” e l’isolamento. Dal 2011, infatti, gli è stato negato il passaporto e non può lasciare gli Emirati. Alla cerimonia di premiazione ha partecipato con un videomessaggio.
Dal 2006 Mansoor ha portato avanti campagne e ha denunciato le violazioni dei diritti umani, politici e civili negli Emirati che lo hanno portato in carcere, dopo un processo giudicato irregolare dalle organizzazioni per i diritti umani. La detenzione è stata sospesa dopo il perdono, ma Mansoor è rimasto bloccato nel Paese. “Continua a pagare il prezzo per aver parlato apertamente di diritti umani”, ha detto Micheline Calmy-Rey, a capo della fondazione Martin Ennals.

Mansoor è consulente di Humna Rights Watch e del Centro per i diritti umani del Golfo. È una voce libera, che denuncia in maniera puntuale le detenzioni arbitrarie, le torture, i processi irregolari, le violazioni delle leggi internazionali nel suo Paese e per questo ha subito minacce e persecuzioni.

Il premio Martin Ennals (circa 18mila euro) oltre al riconoscimento del lavoro dei difensori dei diritti umani, ha l’obiettivo di accendere i riflettori sugli attivisti meno noti, e pertanto più in pericolo, come Mansoor il cui lavoro di attivista si svolge in un Paese di rado sotto i riflettori internazionali. Il premio è stato istituito nel 1993 in onore del segretario generale di Amnesty International e la giuria è composta da Amnesty International, Commissione internazionale dei giuristi, Ewde Germania, Federazione internazionale dei diritti umani, Frontline defenders, Human Rights First, Human Rights Watch, Huridocs, International Service for Human Rights e Organizzazione mondiale contro la tortura.

Gli altri due finalisti sono Robert Sann Aung di Myanmar e Asmaou Diallo della Guinea.

mercoledì 4 settembre 2013

Emirati Arabi: 18 detenuti islamisti in sciopero fame contro cattive condizioni di detenzione

Tm News
Diciotto dei 69 prigionieri islamisti negli Emirati arabi uniti, che scontano pene detentive per complotto contro lo Stato, sono in sciopero della fame per protestare contro le presunte cattive condizioni di detenzione. 

Lo ha annunciato oggi Amnesty International. Il gruppo di prigionieri, di cui sei hanno iniziato a rifiutare il cibo dal 31 luglio, protesta contro delle "presunte cattive condizioni di detenzione" e di "restrizioni alle visite di familiari", ha aggiunto l'organizzazione di difesa dell'uomo chiedendo una "azione urgente" a favore di questi prigionieri. 

Questi ultimi lamentano anche "privazione di luce" e "assenza di aria condizionata" e "rifiutano di porre fine allo sciopero fino a quando le loro richieste non saranno soddisfatte", scrive Amnesty.

lunedì 22 luglio 2013

Emirati Arabi - Condannata al carcere perché stuprata: la falsa modernità di Dubai

The Blasting News
La legislazione di Dubai, come gran parte dei paesi islamici, prevede la condanna come adultera per le donne violentate.
La giovane Marte Deborah Dalelv, donna norvegese di 24 anni, è stata condannata a 16 mesi di carcere per adulterio a Dubai perché ha "incautamente" denunciato, nell'immediatezza dei fatti, di essere stata violentata nella sua stanza di albergo a Dubai; la malcapitata è stata infatti sottoposta immediatamente a fermo di polizia per tre giorni, a visita ginecologica e ad analisi del sangue per verificare la presenza di alcool. La Dalelv ha deciso di far conoscere il suo atroce caso per mettere in guardia le donne occidentali, siano turiste in vacanza o lavoratrici in quei paesi.

Da più parti si grida allo scandalo, come nella dichiarazione del ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide: "Questa sentenza è un pugno in faccia alla nostra nozione di giustizia" nonché "altamente problematica dal punto di vista dei diritti umani"

Sono diverse le dichiarazioni contro lalegislatura degli Emirati Arabi che impedisce alle donne di ottenere giustizia nei casi di violenza sessuale, anche per la grande ipocrisia che sottostà al divieto del consumo di alcool, tollerato se avviene al di fuori degli sguardi della giustizia, così come sono tollerati i costumi sessuali libertini: è noto infatti che nel Paese il mercato della prostituzione sia molto attivo.

Il problema è purtroppo antico, ma solo ora che viene colpita una occidentale se ne parla apertamente. Perché sia provata la violenza la legge prevede o la piena confessione dello stupratore o la testimonianza di quattro uomini presenti all'atto.

E così che il lungo elenco vede Gulnaz, la donna condannata in Afghanistan nel 2009 a sposare il proprio carnefice, fino alla ragazza di 19 anni della città di Al Qatif che dopo essere stata violentata da sei uomini fu condannata a sei mesi di carcere e a 200 frustate. E ancora Hina, la ragazza di 14 anni che dopo essere stata stuprata venne condannata secondo la shiari'a islamica del Bangladesh a 101 colpi di frusta, per morire dopo una agonia di 6 giorni.

Sono tante le vittime della follia che vede le donne esseri diversi ed inferiori nei paesi islamici, come la donna di Jeddah che, stuprata dal branco e rimasta incinta, viene poi condannata, sempre per adulterio, ad un anno di carcere e a 100 frustate da comminare dopo aver superato la gravidanza in carcere. La sua colpa fu quella di aver chiesto un passaggio in auto, nel paese dove le donne non hanno diritto alla patente.

Se non bastasse l'elenco infinito di condanne simili, va anche ricordato che lo stupro può essere esso stesso una condanna, anche indiretta: fu così per Mukhatar Mai, la giovane e bella pakistana condannata da un tribunale tribale ad essere violentata da sei aguzzini per punire il suo fratello minore che secondo voci di paese avrebbe avuto una presunta relazione con una coetanea.

Fatti noti e sempre affondati nelle cronache in modo invisibile: quando le donne libere dei paesi non islamici sentiranno la necessità di intervenire per fermare questo orrore? Specie quelle donne che occupano ormai importanti cariche istituzionali nei governi occidentali, dalla Merkel alla Bonino.

giovedì 11 aprile 2013

Emirati Arabi: uccise un uomo durante lite, giovane condannato a morte

Aki
Un giovane è stato condannato a morte per omicidio da un tribunale di Fujeirah, negli Emirati. Lo ha riferito il quotidiano “al-Khaleej”, precisando che il giovane, di nazionalità emiratina, prima dell’esecuzione subirà 80 frustate per aver assunto bevande alcoliche. Il detenuto, riporta il quotidiano del Golfo, è stato riconosciuto colpevole di aver accoltellato a morte un uomo, un beduino originario di Khor Fakkan, durante una lite scoppiata in un parcheggio di un hotel. Prima che fosse pronunciata la sentenza, il giovane ha tentato di discolparsi dicendo di aver agito per autodifesa e sotto l’effetto di alcol.