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domenica 16 gennaio 2022

Guerre dimenticate - Il conflitto decennale nel Sahel produce 2,5 milioni di rifugiati in Burkhina Faso, Mali, Niger.

UNHCR
L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, chiede un’azione internazionale concertata per porre fine al conflitto armato nella regione del Sahel centrale, in Africa, che ha costretto più di 2,5 milioni di persone a fuggire dalle loro case negli ultimi dieci anni.

Rifugiati in Burkina Faso

I movimenti forzati di popolazione all’interno della regione sono aumentati di dieci volte dal 2013, da 217.000 alla cifra impressionante di 2,1 milioni alla fine del 2021. I rifugiati nei paesi del Sahel centrale, Burkina Faso, Mali e Niger, sono ora 410.000; la maggior parte è fuggita dalle violenzein Mali, dove il conflitto è iniziato nel gennaio 2012.

Un’ondata di attacchi violenti in tutta la regione nel 2021 ha costretto alla fuga quasi 500.000 persone, ed in questo computo non e’ ancora incluso il mese di dicembre.

Secondo le stime dei partner di UNHCR, l’anno scorso i gruppi armati hanno compiuto più di 800 attacchi mortali. Tale violenza ha sradicato circa 450.000 persone all’interno dei loro paesi e ne ha costrette altre 36.000 a fuggire in un paese vicino.

Nel solo Burkina Faso, il numero totale di sfollati è salito a più di 1,5 milioni entro la fine del 2021. Sei sfollati su dieci nella regione del Sahel sono, ad oggi, burkinabé.

In Niger, il numero di sfollati nelle regioni di Tillabéri e Tahoua è aumentato del 53% negli ultimi 12 mesi. Nel vicino Mali, più di 400.000 persone sono sfollate all’interno del paese – un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.

Nel frattempo, la situazione umanitaria in Burkina Faso, Mali e Niger si sta rapidamente deteriorando a causa di crisi che agiscono su più fronti. L’insicurezza è il fattore principale, peggiorato dalla povertà estrema, dalla pandemia di COVID-19 e dall’acuirsi degli effetti della crisi climatica, con le temperature nella regione che aumentano 1,5 volte più velocemente della media globale. Le donne e i bambini sono spesso i più colpiti e sproporzionatamente esposti all’estrema vulnerabilità e alla minaccia della violenza di genere.

Nonostante le loro scarse risorse, le comunità ospitanti hanno continuato a mostrare resilienza e solidarietà nell’accogliere le famiglie costrette alla fuga. Le autorità governative hanno dimostrato un impegno incrollabile nell’assisterle, ma stanno cedendo sotto una pressione crescente.
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lunedì 21 maggio 2018

Senegal, la crisi alimentare del Sahel colpirà oltre 750.000 persone

In Salute News
Il Senegal sa già che quest’estate sperimenterà la peggiore crisi alimentare dal 2012, a causa di una siccità che si è diffusa in sei dipartimenti nel nord del Paese. Sebbene il governo e la comunità umanitaria abbiano messo in atto misure di contenimento, il sistema sanitario nazionale avrà serie difficoltà nel trattare tutti i bambini che subiranno in prima istanza l’impatto nutrizionale della crisi. Sarà la stagione della fame più dura degli ultimi sei anni nel Sahel, una regione in cui il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità delle siccità.


Milano -  “Questa non è una crisi improvvisa: grazie al nostro sistema di telerilevamento e siti sentinella, già a novembre segnalavamo la mancanza di pascoli, che ha fatto avanzare i movimenti di transumanza di migliaia di pastori. Migliaia di donne hanno passato mesi da sole a prendersi cura dei loro figli, senza reddito e senza il latte delle mucche portate in pascoli lontani dai loro mariti. È un lungo processo, in cui i meccanismi di risposta si stanno esaurendo e la situazione nutrizionale, specialmente quella dei bambini, si sta deteriorando fino a diventare una malattia, spesso fatale”, spiega da Dakar Fabrice Carbonne, Direttore Paese di Azione contro la Fame.

“Gli agricoltori – continua – non hanno nemmeno raccolto quanto previsto, e questo ha avuto un impatto diretto sull’aumento dei prezzi, soprattutto nei sei dipartimenti critici nel nord del Paese: i tre dipartimenti della regione di Matam (Matam, Ranerou, Kanel) e i dipartimenti limitrofi di Podor, Tambacounda e Goudiry. Il nord del Senegal è un’area particolarmente vulnerabile: il suo tasso di insicurezza alimentarespesso scompare nelle statistiche, che prendono in considerazione i tassi di prevalenza di tutto il Paese, ma quest’anno l’impatto della fame in quello che è considerato uno degli stati più stabili e prosperi dell’Africa sarà evidente,” spiega Carbonne.

Rispondere al sistema di sanità pubblica
Azione contro la Fame sta già lavorando con il sistema sanitario nazionale su un piano di emergenza per la diagnosi precoce e il trattamento della malnutrizione nelle aree più colpite: “la nostra strategia non è quella di raggiungere una manciata di comunità, ma di lavorare mano nella mano con il sistema sanitario nazionale, rafforzando le loro capacità tecniche, in modo che possano gestire questo tipo di crisi ricorrenti in futuro. Sosterremo inoltre il trattamento della malnutrizione acuta grave in 16 distretti sanitari nel nord e nell’est del Paese”, spiega Carbonne.

La risposta coordinata della comunità umanitaria e delle agenzie governative prevede anche la distribuzione di contante tra le comunità di pastori più colpite. Azione contro la Fame sarà responsabile della distribuzione nell’area di Podor.
Inoltre, nelle comunità di pastori lontane dai centri sanitari, Azione contro la Fame sta formando persone delle comunità locali per rilevare la malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e curarli nella comunità stessa, grazie all’uso di alimenti terapeutici pronti all’uso.

L’emergenza deve generare resilienza
“La nostra decennale esperienza nella regione ci ha dimostrato che esistono strategie efficaci per ridurre la malnutrizione, ma dobbiamo porre maggiore enfasi sulla prevenzione e non lavorare solo sull’emergenza. La stagione della fame è iniziata ad aprile e durerà cinque mesi: il rafforzamento a medio e lungo termine del sistema sanitario e la creazione di un’agricoltura adattata ai cambiamenti climatici devono essere una priorità”, sottolinea Carbonne.

sabato 24 giugno 2017

Africa, nel Sahel a causa della siccità si prepara la più grande migrazione della storia

La Stampa
I ricchi inquinano, i poveri pagano. Tassi di fertilità troppo alti. Demografi: mancano i contraccettivi

Africa e riscaldamento globale, emblema delle disuguaglianze della nostra epoca: sono i paesi ricchi a produrre gran parte dei gas serra, è l’Africa - soprattutto quella sub-sahariana, e il poverissimo Sahel - a subirne le conseguenze più gravi. 

Il continente ha una responsabilità minima (tra il 2 e il 4% delle emissioni annuali di gas serra); ma la sua temperatura, secondo quanto emerge da alcune ricerche delle Nazioni Unite, aumenterà una volta e mezzo più rapidamente della media globale, provocando condizioni meteorologiche sempre più estreme, con effetti potenzialmente devastanti. 

Prolungate siccità rischiano di esporre ad una penuria d’acqua fino a 250 milioni di africani entro il 2020. E nel 2040, secondo la Banca Mondiale, potrebbe deteriorarsi e divenire inservibile tra il 40 e l’80% della superficie dell’Africa sub-sahariana destinata alla coltivazione di cereali come grano e mais.

Già oggi, piogge scarse e irregolari sono una minaccia costante per il Corno d’Africa e altre parti dell’Africa orientale. La carestia somala del 2011, in cui morirono 250.000 persone, e l’attuale crisi alimentare del Corno sono da attribuire a un prolungato periodo di siccità che ha portato raccolti fallimentari, oltre a decimare il bestiame. Nell’emergenza in corso, le ultime stime dicono che, tra Somalia, Kenya ed Etiopia, 14,4 milioni di persone soffrono di “acuta insicurezza alimentare” e hanno bisogno di assistenza umanitaria immediata. Mentre quasi tre milioni di somali sono già a un passo dalla carestia.

Particolarmente vulnerabile appare Il Sahel, quella striscia di terra semi-arida appena sotto il deserto del Sahara. Il cambiamento climatico agisce poi su un quadro politico ed economico già molto precario. 

Vastissima - si estende dalla Mauritania all’Eritrea - e in forte crescita demografica, la regione conta oggi 135 milioni di abitanti, ma potrebbe averne 330 milioni nel 2050 e quasi 670 milioni nel 2100. 

Ogni anno, centinaia di migliaia di migranti attraversano queste aree instabili e impoverite per raggiungere il Nord Africa, e poi, eventualmente, l’Europa. Il dibattito sul tema resta aperto, tuttavia, gran parte degli studi sembrano concludere che l’aumento della temperatura - più 3-5 gradi, entro il 2050; e forse 8 gradi alla fine del secolo - renderà molte aree del Sahel ancora più inospitali, intensificando la frequenza delle migrazioni. Secondo un documento dell’ African Institute for Development Policy, l’aumento delle temperature potrebbe causare un calo della produzione agricola che va dal 13% del Burkina Faso al 50% del Sudan. Altre ricerche, più pessimiste, ipotizzano autentiche apocalissi. Il Washington Post pochi giorni fa ne ha citata una secondo cui il Sahel, a causa di una reazione a catena innescata dallo scioglimento dei ghiacci artici, rischia di inaridirsi completamente, costringendo ad emigrare centinaia di milioni di persone entro la fine del secolo. Probabilmente la più gigantesca migrazione nella storia dell’umanità.
Aldilà di previsioni che ci si augura eccessivamente funeste, è chiaro che l’emergenza Sahel è aggravata da una crescita della popolazione che appare oggi fuori controllo. Anche le Nazioni Unite, di solito inclini ad un evasivo linguaggio diplomatico, hanno detto che sfamare il Sahel sta diventando una “missione impossibile”. Chi si occupa di demografia è dello stesso parere, ma suggerisce di alleggerire la pressione limitando le nascite. Tassi di natalità troppo alti sono considerati un ostacolo allo sviluppo economico e sociale. Alcuni paesi sembrano aver recepito il messaggio. Per esempio il Niger, dove le donne partoriscono una media di 7,6 figli a testa, si è posto l’obiettivo di raddoppiare l’uso di contraccettivi. Segnali incoraggianti in una regione in cui la pianificazione familiare continua però ad essere colpevolmente trascurata. 

Eppure invertire questa tendenza è possibile. Tutte le “tigri asiatiche” hanno registrato cali repentini dei loro tassi di natalità fin dagli anni sessanta. Quando alle donne vengono date opzioni realistiche di pianificazione familiare, il numero di figli si riduce, anche piuttosto rapidamente. In Bangladesh, paese islamico conservatore, oggi le donne hanno una media di 2,2 gravidanze a testa. L’Islam quindi non è un ostacolo. Quello che manca in Sahel è la volontà politica di affrontare il problema. I governi locali sono colpevoli. Ma una parte di responsabilità ricade anche sulla comunità internazionale. Le Nazioni Unite, per esempio, in un recente documento per lo sviluppo del Sahel, hanno ricordato l’urgenza della crisi e la necessità di aiuti immediati. Senza però far mai menzione, in 45 pagine, né di anticoncezionali né di pianificazione familiare.

Tommaso Carboni