Il Sole 24 Ore
Fulminato sulla via di Damasco, il Pdl scopre che l'affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare sono una "grave restrizione della libertà".
Forse una luce, forse una voce... In realtà la folgorazione arriva solo ora che Berlusconi, invece di finire in carcere, dovrà scontare la sua pena optando per una di quelle alternative alla detersione.
Il Cavaliere non andrà ad aumentare il sovraffollamento delle patrie galere, non finirà in una cella 3 metri per 4, compresi bagno e cucina, non condividerà un letto a castello insieme ad altri due o tre pregiudicati, non trascorrerà l'ora d'aria in cortili passeggio di cemento e filo spinato.
E tuttavia non sarà un uomo libero: né se sceglierà di scontare la sua pena chiuso nella villa di Arcore o a Palazzo Grazioli né se accetterà di essere "rieducato" svolgendo lavori sociali, sotto stretta sorveglianza (per esempio in una comunità di recupero per tossicodipendenti o in un'associazione di volontariato o in una biblioteca piuttosto che in un canile municipale).
La privazione della libertà è l'essenza della pena, sia di quella detentiva che di quella alternativa. Ben venga, dunque, la scoperta (tardiva) del Pdl. Purché sia una vera conversione. Finora, infatti, Pdl, Lega e anche M5S hanno strumentalmente "venduto" all'opinione pubblica come "libertà" le misure alternative, cavalcando paura e ignoranza per guadagnare consensi. Ancora pochi giorni fa, durante il dibattito al Senato sul decreto "svuota carceri", dai banchi Pdl si sono levate grida contro i domiciliari e tra gli argomenti "forti" è stato riesumato anche quello della "povera vecchina scippata fuori dall'ufficio postale". Risultato: decreto "svuotato". La Camera sta tentando di rimediare: da domani si vota e vedremo se il Pdl farà come San Paolo o se la sua è una conversione ad personam.
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domenica 4 agosto 2013
giovedì 25 luglio 2013
Carcere Scalia: Più pene alternative più sicurezza. Recidiva dal 68% al 19%. 1% per chi lavora
Asca
Il Senato approva il ddl di conversione del decreto legge in materia di esecuzione della pena. Il provvedimento intende dare una prima soluzione al sovraffollamento penitenziario agendo sia sul piano normativo che su quello dell’edilizia carceraria.
Dopo aver respinto le questioni pregiudiziale e sospensiva della Lega è iniziata la discussione generale. Il senatore Francesco Scalia (Pd), intervenuto nella discussione, ha evidenziato che “riaffermare il primato costituzionale della finalità rieducativa della pena, eliminando automatismi ed affidando il trattamento punitivo alla valutazione discrezionale del magistrato, incide non solo sulla dimensione della popolazione carceraria - il problema che stiamo affrontando - ma anche sulla complessiva sicurezza sociale.
È un dato, infatti, che il condannato che espia la pena in carcere recidiva in oltre il 68% dei casi, laddove chi ha fruito di misure alternative alla detenzione ha un tasso di recidiva del 19%, che si riduce all’1% fra quanti sono immessi in un circuito lavorativo”.
Scalia ha infine concluso sulla necessità di rivedere la disciplina in materia di custodia cautelare: “Oltre il 40% della popolazione penitenziaria è costituito da persone in attesa di giudizio, persone, cioè, che secondo la nostra Costituzione dobbiamo presumere innocenti e che tali, in larga misura, vengono poi dichiarati all’esito del processo.
Bisogna, quindi, intervenire sul terzo comma dell’art. 275 c.p.p., eliminando la presunzione legale di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere per soggetti gravemente indiziati dei reati lì indicati, lasciandola per i soli delitti di mafia: la sola presunzione legale che ad oggi ha superato il vaglio di costituzionalità della Corte.
La custodia cautelare in carcere deve tornare ad essere, nel nostro sistema, l’extrema ratio: la misura cui ricorrere in presenza di esigenze cautelari non fronteggiabili con alcuna altra misura. Questa valutazione deve essere affidata al magistrato e non deve rappresentare il portato automatico e necessitato dell’imputazione per particolari tipi di reato, salvo - come detto - che per i delitti di mafia”.
venerdì 5 luglio 2013
Emergenza carcere - passato alla Camera il DDL "pene alternative", "messa alla prova" e lavoro di pubblica utilità
AGI
Sono 15 gli articoli del ddl sulle pene alternative al carcere e sulla messa alla prova, che la Camera ha approvato e che, ora, passa all’esame del Senato. Con il provvedimento, il Governo è delegato a introdurre nell’ordinamento pene detentive non carcerarie, viene disciplinata la sospensione del procedimento penale con messa alla prova dell’imputato ed è disciplinata la sospensione del procedimento penale nei confronti degli irreperibili.
Con l’articolo 1 si delega il Governo all’introduzione di pene detentive non carcerarie (reclusione e arresto presso il domicilio), di durata continuativa o per singoli giorni settimanali o fasce orarie, sulla base di specifici principi e criteri direttivi. I criteri di delega prevedono che, il giudice, tenuto conto dei criteri di gravità del reato come disciplinato dall’articolo 133 del codice penale, possa applicare la reclusione domiciliare (presso l’abitazione del condannato o altro domicilio) in misura pari alla pena irrogata per i delitti puniti con la detenzione fino a 6 anni; gli arresti domiciliari da un minimo di 5 giorni ad un massimo di 3 anni , come pena detentiva principale, in via alternativa, per tutte le contravvenzioni punite con la pena dell’arresto (indipendentemente, quindi, dall’entità), sola o congiunta alla pena pecuniaria. Per le detenzioni domiciliari, si prevede il possibile utilizzo di particolari modalità di controllo (braccialetti elettronici).
Viene esclusa l’applicazione delle nuove misure detentive ai delinquenti e contravventori abituali, professionali, ed ai delinquenti per tendenza. Si prevede che reclusione ed arresti domiciliari possano essere sostituiti con reclusione o arresto sia nel caso di indisponibilità di un’abitazione o altro domicilio idoneo ad assicurare la custodia del condannato sia nel caso in cui il condannato non rispetti le prescrizioni impartite. L’allontanamento non autorizzato dal domicilio equivale ad evasione.
Il provvedimento introduce la sospensione del procedimento penale con messa alla prova. La nuova disciplina si ispira alla probation di origine anglosassone ed estende l’istituto, tipico del processo minorile, anche al processo penale per adulti, in relazione a reati di minor gravità. Sono aggiunti al codice penale alcuni nuovi articoli. Il 168-bis cp. prevede che, nei procedimenti per reati puniti con pena pecuniaria ovvero con reclusione fino a 4 anni (sola, congiunta o alternativa a pena pecuniaria), nonché per il catalogo dei reati in relazione ai quali l’art. 550 cpp consente la citazione diretta a giudizio, l’imputato possa chiedere la sospensione del processo con messa alla prova.
L’applicazione della misura comporta condotte riparatorie volte all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato e, ove possibile, misure risarcitorie. L’imputato è affidato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di trattamento che può prevedere anche lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità e attività di volontariato; il programma contiene prescrizioni sui rapporti col servizio sociale o con una struttura sanitaria, oltre a possibili limitazioni della libertà di dimora o di frequentazione di determinati locali.
Il lavoro di pubblica utilità è una prestazione non retribuita a favore della collettività della durata minima di 30 giorni, da svolgere presso lo Stato, regioni, enti locali ed onlus; la sua durata non può essere superiore ad 8 ore giornaliere. La sospensione del processo con messa alla prova non può essere richiesta più di due volte; non più di una volta se si tratta di reato della stessa indole. Con il nuovo articolo 168-ter cp. si introduce la sospensione del corso della prescrizione del reato durante il periodo di stop del processo con messa alla prova.
Se la misura si conclude con esito positivo, il giudice dichiara l’estinzione del reato, restando comunque applicabili le eventuali sanzioni amministrative accessorie. L’articolo 168-quater del codice penale indica come motivo di revoca della messa alla prova la grave e reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte dal giudice. La messa alla prova può essere richiesta dall’imputato (oralmente o in forma scritta), personalmente o a mezzo procuratore speciale, ma entro determinati termini, che la norma specifica sia in relazione alla fase che al tipo di procedimento.
Alla richiesta di messa alla prova va allegato un programma di trattamento che l’imputato elabora con gli uffici di esecuzione penale esterna oppure o una richiesta dell’imputato di elaborazione dello stesso programma. Sono previsti limiti massimi di sospensione del procedimento (2 anni, in caso di reati puniti con pena detentiva; 1 anno reati puniti con sola pena pecuniaria).
Contro l’ordinanza è ammesso ricorso per cassazione da parte dell’imputato, del PM o della stessa persona offesa (che tuttavia non produce effetti sospensivi). Se la richiesta di messa alla prova è rigettata, potrà essere riproposta nel giudizio, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. In caso di esito negativo della prova che di revoca della misura, questa non è più proponibile. Obblighi di relazione al giudice, almeno trimestrali, sull’andamento della prova sono posti in capo agli uffici locali per l’esecuzione esterna.
Sono 15 gli articoli del ddl sulle pene alternative al carcere e sulla messa alla prova, che la Camera ha approvato e che, ora, passa all’esame del Senato. Con il provvedimento, il Governo è delegato a introdurre nell’ordinamento pene detentive non carcerarie, viene disciplinata la sospensione del procedimento penale con messa alla prova dell’imputato ed è disciplinata la sospensione del procedimento penale nei confronti degli irreperibili.
Con l’articolo 1 si delega il Governo all’introduzione di pene detentive non carcerarie (reclusione e arresto presso il domicilio), di durata continuativa o per singoli giorni settimanali o fasce orarie, sulla base di specifici principi e criteri direttivi. I criteri di delega prevedono che, il giudice, tenuto conto dei criteri di gravità del reato come disciplinato dall’articolo 133 del codice penale, possa applicare la reclusione domiciliare (presso l’abitazione del condannato o altro domicilio) in misura pari alla pena irrogata per i delitti puniti con la detenzione fino a 6 anni; gli arresti domiciliari da un minimo di 5 giorni ad un massimo di 3 anni , come pena detentiva principale, in via alternativa, per tutte le contravvenzioni punite con la pena dell’arresto (indipendentemente, quindi, dall’entità), sola o congiunta alla pena pecuniaria. Per le detenzioni domiciliari, si prevede il possibile utilizzo di particolari modalità di controllo (braccialetti elettronici).
Viene esclusa l’applicazione delle nuove misure detentive ai delinquenti e contravventori abituali, professionali, ed ai delinquenti per tendenza. Si prevede che reclusione ed arresti domiciliari possano essere sostituiti con reclusione o arresto sia nel caso di indisponibilità di un’abitazione o altro domicilio idoneo ad assicurare la custodia del condannato sia nel caso in cui il condannato non rispetti le prescrizioni impartite. L’allontanamento non autorizzato dal domicilio equivale ad evasione.
Il provvedimento introduce la sospensione del procedimento penale con messa alla prova. La nuova disciplina si ispira alla probation di origine anglosassone ed estende l’istituto, tipico del processo minorile, anche al processo penale per adulti, in relazione a reati di minor gravità. Sono aggiunti al codice penale alcuni nuovi articoli. Il 168-bis cp. prevede che, nei procedimenti per reati puniti con pena pecuniaria ovvero con reclusione fino a 4 anni (sola, congiunta o alternativa a pena pecuniaria), nonché per il catalogo dei reati in relazione ai quali l’art. 550 cpp consente la citazione diretta a giudizio, l’imputato possa chiedere la sospensione del processo con messa alla prova.
L’applicazione della misura comporta condotte riparatorie volte all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato e, ove possibile, misure risarcitorie. L’imputato è affidato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di trattamento che può prevedere anche lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità e attività di volontariato; il programma contiene prescrizioni sui rapporti col servizio sociale o con una struttura sanitaria, oltre a possibili limitazioni della libertà di dimora o di frequentazione di determinati locali.
Il lavoro di pubblica utilità è una prestazione non retribuita a favore della collettività della durata minima di 30 giorni, da svolgere presso lo Stato, regioni, enti locali ed onlus; la sua durata non può essere superiore ad 8 ore giornaliere. La sospensione del processo con messa alla prova non può essere richiesta più di due volte; non più di una volta se si tratta di reato della stessa indole. Con il nuovo articolo 168-ter cp. si introduce la sospensione del corso della prescrizione del reato durante il periodo di stop del processo con messa alla prova.
Se la misura si conclude con esito positivo, il giudice dichiara l’estinzione del reato, restando comunque applicabili le eventuali sanzioni amministrative accessorie. L’articolo 168-quater del codice penale indica come motivo di revoca della messa alla prova la grave e reiterata trasgressione al programma di trattamento o alle prescrizioni imposte dal giudice. La messa alla prova può essere richiesta dall’imputato (oralmente o in forma scritta), personalmente o a mezzo procuratore speciale, ma entro determinati termini, che la norma specifica sia in relazione alla fase che al tipo di procedimento.
Alla richiesta di messa alla prova va allegato un programma di trattamento che l’imputato elabora con gli uffici di esecuzione penale esterna oppure o una richiesta dell’imputato di elaborazione dello stesso programma. Sono previsti limiti massimi di sospensione del procedimento (2 anni, in caso di reati puniti con pena detentiva; 1 anno reati puniti con sola pena pecuniaria).
Contro l’ordinanza è ammesso ricorso per cassazione da parte dell’imputato, del PM o della stessa persona offesa (che tuttavia non produce effetti sospensivi). Se la richiesta di messa alla prova è rigettata, potrà essere riproposta nel giudizio, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. In caso di esito negativo della prova che di revoca della misura, questa non è più proponibile. Obblighi di relazione al giudice, almeno trimestrali, sull’andamento della prova sono posti in capo agli uffici locali per l’esecuzione esterna.
giovedì 6 giugno 2013
Commissione Giustizia: accelerato iter del ddl pene alternative
TMNews
"La decisione della capigruppo di questa mattina di calendarizzare il ddl sulle pene alternative al carcere nell`ultima settimana di giugno è una buona notizia. Adesso la commissione Giustizia della Camera lavorerà a ritmi serrati per portare in aula un testo che abbia la più ampia condivisione dei gruppi parlamentari, così da approvarlo in tempi certi".
Lo ha detto al termine della seduta della commissione Giustizia della Camera la presidente Donatella Ferranti a proposito del provvedimento di cui è relatrice che prevede misure alternative al carcere per chi commette reati con pena massima fino a 4 anni e introduce, per la prima volta nel codice penale, la possibilità della messa alla prova per gli adulti per reati di piccola entità.
"Abbiamo stabilito - rende noto la democratica Ferranti - per martedì prossimo il termine per la presentazione degli emendamenti. Con questo provvedimento si prevedono norme fondamentali per la deflazione dei procedimenti penali che incideranno anche sulla situazione emergenziale delle carceri italiane dove da troppo tempo, e per colpa di politiche securitarie sbagliate, si vive in una condizione inaccettabile per uno stato democratico, in palese violazione del principio costituzionale che garantisce la finalità rieducativa della pena".
"La decisione della capigruppo di questa mattina di calendarizzare il ddl sulle pene alternative al carcere nell`ultima settimana di giugno è una buona notizia. Adesso la commissione Giustizia della Camera lavorerà a ritmi serrati per portare in aula un testo che abbia la più ampia condivisione dei gruppi parlamentari, così da approvarlo in tempi certi".
Lo ha detto al termine della seduta della commissione Giustizia della Camera la presidente Donatella Ferranti a proposito del provvedimento di cui è relatrice che prevede misure alternative al carcere per chi commette reati con pena massima fino a 4 anni e introduce, per la prima volta nel codice penale, la possibilità della messa alla prova per gli adulti per reati di piccola entità.
"Abbiamo stabilito - rende noto la democratica Ferranti - per martedì prossimo il termine per la presentazione degli emendamenti. Con questo provvedimento si prevedono norme fondamentali per la deflazione dei procedimenti penali che incideranno anche sulla situazione emergenziale delle carceri italiane dove da troppo tempo, e per colpa di politiche securitarie sbagliate, si vive in una condizione inaccettabile per uno stato democratico, in palese violazione del principio costituzionale che garantisce la finalità rieducativa della pena".
martedì 4 giugno 2013
Giustizia: il ministro Cancellieri; prevediamo una "importante attività di depenalizzazione"
AGI
Il provvedimento che prevede misure alternative alla detenzione continua il suo percorso e si arricchisce di nuovi strumenti. Il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, a margine di una visita al carcere di Bollate, ha assicurato che nuovi “innesti” sono stati fatti sul provvedimento firmato dal suo predecessore, il ministro Severino.
Tra questi “una importante attività di depenalizzazione - ha detto il Guardasigilli - e una serie di provvedimenti che richiedono molto e composito impegno”. “Il ministro Severino aveva già fatto un provvedimento - ricorda Cancellieri - che aveva passato il vaglio della Camera e della Commissione Senato. Quel provvedimento ha già ripreso il suo cammino in Parlamento. Ci stanno già lavorando”.
Ed è proprio quel testo che è stato adesso arricchito dal nuovo ministro della Giustizia: “In quel provvedimento abbiamo innestato altri provvedimenti e stiamo mettendo a punto altri strumenti, perché quella è una via molto significativa”. Quanto agli strumenti prescelti come misure alternative alla pena, il guardasigilli spiega che “c’è da fare un ampio esame, che non si può fare in un giorno. È una cosa che richiede un’attività di studio che va condivisa con tutti gli operatori del diritto”.
Il provvedimento che prevede misure alternative alla detenzione continua il suo percorso e si arricchisce di nuovi strumenti. Il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, a margine di una visita al carcere di Bollate, ha assicurato che nuovi “innesti” sono stati fatti sul provvedimento firmato dal suo predecessore, il ministro Severino.
Tra questi “una importante attività di depenalizzazione - ha detto il Guardasigilli - e una serie di provvedimenti che richiedono molto e composito impegno”. “Il ministro Severino aveva già fatto un provvedimento - ricorda Cancellieri - che aveva passato il vaglio della Camera e della Commissione Senato. Quel provvedimento ha già ripreso il suo cammino in Parlamento. Ci stanno già lavorando”.
Ed è proprio quel testo che è stato adesso arricchito dal nuovo ministro della Giustizia: “In quel provvedimento abbiamo innestato altri provvedimenti e stiamo mettendo a punto altri strumenti, perché quella è una via molto significativa”. Quanto agli strumenti prescelti come misure alternative alla pena, il guardasigilli spiega che “c’è da fare un ampio esame, che non si può fare in un giorno. È una cosa che richiede un’attività di studio che va condivisa con tutti gli operatori del diritto”.
lunedì 3 giugno 2013
Il sottosegretario alla Giustizia Ferri: per misure alternative, grande spazio di collaborazione con il volontariato
Adnkronos
“Sviluppare forme di esecuzione della pena che impegni i soggetti che vi sono coinvolti in modo responsabilizzante e aperto alla solidarietà”. È l’appello rivolto dal sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, che ha partecipato al Convegno dell’Associazione Giovanni XXIII “Una famiglia per tutti”.
“C’è un settore dell’esecuzione penale che si sta pian piano ampliando - ha sottolineato Ferri rivolgendosi ai volontari dell’Associazione - quello delle sanzioni di comunità, ossia delle misure alternative e delle sanzioni sostitutive al carcere. All’interno di questo universo, particolarmente sentita è l’esigenza di sviluppare la sanzione del lavoro di pubblica utilità”.
Su questo fronte, ha assicurato il sottosegretario alla Giustizia, “il Ministero della Giustizia potrà offrire tutto il supporto e la collaborazione che saranno necessari, attraverso gli Uffici di esecuzione penale esterna dell’Amministrazione penitenziaria, che già in molte realtà collabora con voi per le persone ammesse a una misura alternativa”.
Sul terreno delle pene non detentive, ‘si aprirà tra poco tempo un grande spazio di azione e di collaborazione tra i servizi della giustizia e le associazioni come la vostra: la messa alla prova per gli adulti, il lavoro di pubblica utilità, la detenzione presso il domicilio o altro luogo di accoglienza saranno le nuove frontiere su cui dovremo trovare un terreno di maggiore e più stretta collaborazione.
“Devono essere rafforzati e promossi con coraggio percorsi rieducativi alternativi al carcere, attraverso vari servizi dedicati”, ha ammonito Ferri, che ha ricordato, tra gli altri il “Servizio Carcere” e il progetto “Oltre le sbarre”, che propone percorsi educativi personalizzati per il reinserimento dei condannati, ai 300 condannati in misura alternativa, di cui 250 tossicodipendenti attualmente ospiti nelle comunità terapeutiche; o, infine, “Il pungiglione -Villaggio dell’accoglienza”, che finora ha accolto oltre 350 detenuti, di cui quasi un quarto stranieri, e che gestisce il progetto “Rinascere”, finalizzato a costruire nuove possibilità per persone che devono scontare una pena.
“C’è un settore dell’esecuzione penale che si sta pian piano ampliando - ha sottolineato Ferri rivolgendosi ai volontari dell’Associazione - quello delle sanzioni di comunità, ossia delle misure alternative e delle sanzioni sostitutive al carcere. All’interno di questo universo, particolarmente sentita è l’esigenza di sviluppare la sanzione del lavoro di pubblica utilità”.
Su questo fronte, ha assicurato il sottosegretario alla Giustizia, “il Ministero della Giustizia potrà offrire tutto il supporto e la collaborazione che saranno necessari, attraverso gli Uffici di esecuzione penale esterna dell’Amministrazione penitenziaria, che già in molte realtà collabora con voi per le persone ammesse a una misura alternativa”.
Sul terreno delle pene non detentive, ‘si aprirà tra poco tempo un grande spazio di azione e di collaborazione tra i servizi della giustizia e le associazioni come la vostra: la messa alla prova per gli adulti, il lavoro di pubblica utilità, la detenzione presso il domicilio o altro luogo di accoglienza saranno le nuove frontiere su cui dovremo trovare un terreno di maggiore e più stretta collaborazione.
“Devono essere rafforzati e promossi con coraggio percorsi rieducativi alternativi al carcere, attraverso vari servizi dedicati”, ha ammonito Ferri, che ha ricordato, tra gli altri il “Servizio Carcere” e il progetto “Oltre le sbarre”, che propone percorsi educativi personalizzati per il reinserimento dei condannati, ai 300 condannati in misura alternativa, di cui 250 tossicodipendenti attualmente ospiti nelle comunità terapeutiche; o, infine, “Il pungiglione -Villaggio dell’accoglienza”, che finora ha accolto oltre 350 detenuti, di cui quasi un quarto stranieri, e che gestisce il progetto “Rinascere”, finalizzato a costruire nuove possibilità per persone che devono scontare una pena.
giovedì 30 maggio 2013
In carcere a Rebibbia a 82 anni e malato di tumore
Corriere della Sera
NELLA SALA PING PONG - La vicenda è stata scoperta nei giorni scorsi dai collaboratori del Garante che quotidianamente visitano il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. «Oltre all'età e alle patologie - ha detto Marroni - mi ha colpito la circostanza che quest'uomo è ospitato in quella che era sala per il ping pong che, visto il sovraffollamento, è stata trasformata da tempo in una cella per 15 detenuti e con un solo bagno alla turca a disposizione».
UN ANNO DI TEMPO - «Quella che si sta vivendo nelle carceri è una situazione disperata - prosegue Marroni -, confermata anche dal pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha rigettato il ricorso dell'Italia contro la sentenza dell'8 gennaio per il trattamento inumano e degradante a 7 detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza. In base a questa sentenza l'Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento. Ora spetta alla politica porre in evidenza, nella propria agenda, il problema delle carceri. Lo ha detto anche il Ministro della Giustizia Cancellieri che non servono nuove carceri ma occorre ripensare il sistema delle pene. Il caso del detenuto di Rebibbia che denunciamo oggi è l'ennesimo emblema del fallimento di una linea improntata alla «tolleranza zero» che non ha risolto i problemi di sicurezza del Paese ed ha di fatto cancellato l'art. 27 della Costituzione»(Fonte Ansa)
Il garante dei detenuti Marroni: svolgete al più presto le verifiche per una misura alternativa alla reclusioneROMA - A 82 anni di età, malato di tumori alla prostata, alla vescica e alla gola, è rinchiuso nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma per una pena di tre anni per un reato commesso nel 2004. È il caso segnalato con un telegramma dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni al Presidente del Tribunale di Sorveglianza della capitale, secondo una nota dello stesso garante. Nella sua segnalazione, Marroni ha evidenziato la necessità di svolgere, «al più presto», le opportune verifiche anche al fine di valutare «la possibilità di applicare, a quest'uomo, R.M., una misura alternativa alla detenzione in carcere».
NELLA SALA PING PONG - La vicenda è stata scoperta nei giorni scorsi dai collaboratori del Garante che quotidianamente visitano il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso. «Oltre all'età e alle patologie - ha detto Marroni - mi ha colpito la circostanza che quest'uomo è ospitato in quella che era sala per il ping pong che, visto il sovraffollamento, è stata trasformata da tempo in una cella per 15 detenuti e con un solo bagno alla turca a disposizione».
UN ANNO DI TEMPO - «Quella che si sta vivendo nelle carceri è una situazione disperata - prosegue Marroni -, confermata anche dal pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha rigettato il ricorso dell'Italia contro la sentenza dell'8 gennaio per il trattamento inumano e degradante a 7 detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza. In base a questa sentenza l'Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento. Ora spetta alla politica porre in evidenza, nella propria agenda, il problema delle carceri. Lo ha detto anche il Ministro della Giustizia Cancellieri che non servono nuove carceri ma occorre ripensare il sistema delle pene. Il caso del detenuto di Rebibbia che denunciamo oggi è l'ennesimo emblema del fallimento di una linea improntata alla «tolleranza zero» che non ha risolto i problemi di sicurezza del Paese ed ha di fatto cancellato l'art. 27 della Costituzione»(Fonte Ansa)
Brasile: il Programma Apac nelle carceri, perché l’uomo non è il suo errore…
Famiglia Cristiana
In Brasile da 40 anni si sperimenta una metodologia alternativa di espiazione della pena, che punta sulla reintegrazione nella società. Una sperimentazione ora premiata dalla World Bank.
L’uomo non è il suo errore. Un’affermazione densa di significati, ancor più se è scritta sui muri di una prigione. Accade in Brasile, dove nel 1972 Mario Ottoboni, volontario a Sao Paulo della Fbac (Fraternidade brasileira de assistencia aos condenados) dedito alla pastorale carceraria, mise a punto un progetto che, senza negare l’aspetto punitivo della detenzione, promuovesse i diritti umani dei carcerati preparando la loro reintegrazione nella società.
Nacque così il programma Apac (Associacoes de protecao e assistencia aos condenados), oggi riconosciuto dalla Legge brasiliana e praticato dai tribunali di 17 stati brasiliani.
Una metodologia che costituisce una reale alternativa di espiazione della pena detentiva: i detenuti scontano la propria pena nei Centri di reintegrazione sociale Apac, centri in cui non è presente la polizia penitenziaria ma sono gli stessi detenuti a essere responsabili della sicurezza e del regolare andamento dell’istituto.
Il programma può vantare il raggiungimento di risultati a dir poco strabilianti: mentre la media brasiliana di recidiva dei condannati arriva fino all’80 per cento, per i detenuti nelle APAC si attesta tra il 10 e il 15 per cento. Un altro aspetto che dovrebbe far riflettere, è che il costo di costruzione di un posto/persona è pari a un terzo del costo del carcere comune e quello di mantenimento è la metà.
Elemento centrale e qualificante del programma è la formazione professionale, intesa soprattutto come strumento di sviluppo del potenziale umano del detenuto. I due aspetti, infatti, vanno di pari passo nel processo di espiazione della pena, inteso sia in senso punitivo sia riabilitativo.
I prigionieri sono sottoposti a un diverso regime detentivo rispetto al carcere comune. Prima attraversano un processo di ricostruzione umana e familiare. Poi, quando possono accedere al regime di semi-libertà, ricevono una formazione professionale che si accompagna al percorso già avviato di riscatto e crescita umana.
Il programma si è dimostrato vincente perché l’intero sistema sociale ne beneficia a diversi livelli: se ne giovano gli ex detenuti in grado di perseguire un reale reinserimento nella vita sociale, e ne beneficia la società stessa. Infatti più ex detenuti avranno la possibilità di lavorare e mantenere così la propria famiglia, più bassa sarà la probabilità di commettere nuovi crimini e la società diverrà più sicura e meno violenta.
Infine, ne trae vantaggio anche il mercato del lavoro, che avrà a disposizione una forza lavoro più qualificata.
Da tempo partner della Fbac è la Fondazione Avsi, convinta che l’attività di cooperazione allo sviluppo non possa mai prescindere da azioni concrete, volte allo sviluppo del potenziale umano ancor prima che prettamente economico.
Avsi quindi non solo ha recepito la metodologia Apac ma l’ha promossa con il Progetto Além dos Muros (Oltre il muro), nello stato brasiliano di Minas Gerais. Il contributo della Fondazione ha permesso di sviluppare corsi di panificazione ed edilizia civile rivolti a 1400 detenuti delle 29 Apac presenti nello stato, oltre a programmi di formazione per il direttore e il personale dell’istituto penitenziario.
Inoltre Fondazione Avsi e i suoi partner locali sono impegnati in attività di sensibilizzazione che stimolano la partecipazione della società (Governo, potere giudiziario, settore privato e società civile) nel processo di reintegrazione dei detenuti. Un aspetto fondamentale, quest’ultimo, dal momento che il pregiudizio delle persone rappresenta il principale ostacolo per il riscatto dei condannati.
La metodologia sviluppata in Brasile ha fatto proseliti anche all’estero ed è stata riconosciuta come un punto di riferimento a livello internazionale: lo scorso 20 maggio a Washington, infatti, è stata insignita del premio indetto dalla World Bank “Experiences From The Field”, nella categoria “Most promising approach”. Un riconoscimento del valore della cooperazione tra settore pubblico, privato e terziario - rappresentato dalle Ong - nell’ambito carcerario e nel problema del reinserimento nella società degli ex detenuti. Come dire che l’uomo può essere più grande dei propri errori e che, oltre il muro, è possibile un futuro diverso.
In Brasile da 40 anni si sperimenta una metodologia alternativa di espiazione della pena, che punta sulla reintegrazione nella società. Una sperimentazione ora premiata dalla World Bank.
L’uomo non è il suo errore. Un’affermazione densa di significati, ancor più se è scritta sui muri di una prigione. Accade in Brasile, dove nel 1972 Mario Ottoboni, volontario a Sao Paulo della Fbac (Fraternidade brasileira de assistencia aos condenados) dedito alla pastorale carceraria, mise a punto un progetto che, senza negare l’aspetto punitivo della detenzione, promuovesse i diritti umani dei carcerati preparando la loro reintegrazione nella società.
Nacque così il programma Apac (Associacoes de protecao e assistencia aos condenados), oggi riconosciuto dalla Legge brasiliana e praticato dai tribunali di 17 stati brasiliani.
Una metodologia che costituisce una reale alternativa di espiazione della pena detentiva: i detenuti scontano la propria pena nei Centri di reintegrazione sociale Apac, centri in cui non è presente la polizia penitenziaria ma sono gli stessi detenuti a essere responsabili della sicurezza e del regolare andamento dell’istituto.
Il programma può vantare il raggiungimento di risultati a dir poco strabilianti: mentre la media brasiliana di recidiva dei condannati arriva fino all’80 per cento, per i detenuti nelle APAC si attesta tra il 10 e il 15 per cento. Un altro aspetto che dovrebbe far riflettere, è che il costo di costruzione di un posto/persona è pari a un terzo del costo del carcere comune e quello di mantenimento è la metà.
Elemento centrale e qualificante del programma è la formazione professionale, intesa soprattutto come strumento di sviluppo del potenziale umano del detenuto. I due aspetti, infatti, vanno di pari passo nel processo di espiazione della pena, inteso sia in senso punitivo sia riabilitativo.
I prigionieri sono sottoposti a un diverso regime detentivo rispetto al carcere comune. Prima attraversano un processo di ricostruzione umana e familiare. Poi, quando possono accedere al regime di semi-libertà, ricevono una formazione professionale che si accompagna al percorso già avviato di riscatto e crescita umana.
Il programma si è dimostrato vincente perché l’intero sistema sociale ne beneficia a diversi livelli: se ne giovano gli ex detenuti in grado di perseguire un reale reinserimento nella vita sociale, e ne beneficia la società stessa. Infatti più ex detenuti avranno la possibilità di lavorare e mantenere così la propria famiglia, più bassa sarà la probabilità di commettere nuovi crimini e la società diverrà più sicura e meno violenta.
Infine, ne trae vantaggio anche il mercato del lavoro, che avrà a disposizione una forza lavoro più qualificata.
Da tempo partner della Fbac è la Fondazione Avsi, convinta che l’attività di cooperazione allo sviluppo non possa mai prescindere da azioni concrete, volte allo sviluppo del potenziale umano ancor prima che prettamente economico.
Avsi quindi non solo ha recepito la metodologia Apac ma l’ha promossa con il Progetto Além dos Muros (Oltre il muro), nello stato brasiliano di Minas Gerais. Il contributo della Fondazione ha permesso di sviluppare corsi di panificazione ed edilizia civile rivolti a 1400 detenuti delle 29 Apac presenti nello stato, oltre a programmi di formazione per il direttore e il personale dell’istituto penitenziario.
Inoltre Fondazione Avsi e i suoi partner locali sono impegnati in attività di sensibilizzazione che stimolano la partecipazione della società (Governo, potere giudiziario, settore privato e società civile) nel processo di reintegrazione dei detenuti. Un aspetto fondamentale, quest’ultimo, dal momento che il pregiudizio delle persone rappresenta il principale ostacolo per il riscatto dei condannati.
La metodologia sviluppata in Brasile ha fatto proseliti anche all’estero ed è stata riconosciuta come un punto di riferimento a livello internazionale: lo scorso 20 maggio a Washington, infatti, è stata insignita del premio indetto dalla World Bank “Experiences From The Field”, nella categoria “Most promising approach”. Un riconoscimento del valore della cooperazione tra settore pubblico, privato e terziario - rappresentato dalle Ong - nell’ambito carcerario e nel problema del reinserimento nella società degli ex detenuti. Come dire che l’uomo può essere più grande dei propri errori e che, oltre il muro, è possibile un futuro diverso.
mercoledì 29 maggio 2013
Camera - Commissione Giustizia: audizioni su progetto di legge per pene detentive non carcerarie
ASCA
La Commissione Giustizia anche in questa settimana sarà impegnata nella messa a punto della proposta di legge - discussa fino agli ultimi giorni della scorsa legislatura - di delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni per la sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili.
La Commissione Giustizia anche in questa settimana sarà impegnata nella messa a punto della proposta di legge - discussa fino agli ultimi giorni della scorsa legislatura - di delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni per la sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili.
Un tema sul quale ha molto insistito nei mesi scorsi l’ex Ministro dell’Interno Cancellieri e che viene ora riproposto dalla stessa Cancellieri, in veste di titolare della Giustizia, sollecitando rapide e concrete scelte per attenuare l’emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena.
Su questa pdl 321, prima firmataria la Ferranti del PD, sono previste audizioni di rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati, di Luciano Panzani, presidente del tribunale di Torino, di Alessandra Salvadori, giudice del tribunale di Torino, di Claudia Cesari, professoressa di diritto processuale penale presso l’Università degli studi di Macerata, di rappresentanti dell’Unione delle camere penali italiane, di Giovanni Tamburino, capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, di Livia Pomodoro, presidente del tribunale di Milano e di Claudio Castelli, presidente aggiunto dell’ufficio Gip del tribunale di Milano.
sabato 25 maggio 2013
Roma - Il modello "Isola dell'Amore Fraterno" - Carcere senza sbarre, carcere del futuro?
La Repubblica
Il villone nell'Agro romano.
Ecco cosa è il "casale" in campagna al quale il Ministro della Giustizia Cancellieri ha dato la sua "benedizione". Una struttura che esiste da anni ma che negli intendimenti del Ministro va replicata, moltiplicata e fatta diventare un pilastro del sistema carcerario. E' l'Isola dell'Amore Fraterno", un villone nell'agro romano, sull'Ardeatina dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana
di ENRICO BORELLINI
Roma - Un carcere senza sbarre. Ecco cosa è il "casale" in campagna al quale il Ministro della Giustizia Cancellieri ha dato la sua benedizione inaugurando un campetto sportivo e compiendo una "visita pastorale" che ha riempito di gioia detenuti e operatori di una struttura che esiste da anni ma che negli intendimenti del Ministro va replicata, moltiplicata e fatta diventare un pilastro del sistema carcerario.
Il villone nell'Agro romano.
La struttura-pilota oggetto delle attenzioni del Ministro è l'Isola dell'Amore Fraterno". Un villone nell'agro romano, sull'Ardeatina dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana la restrizione della libertà. Gente che ha commesso degli errori, che attende un processo e che invece di stare in carcere - una struttura che molti addetti ai lavori individuano come l'università del crimine - aspettano il giudizio in un luogo dove devono lavorare per partecipare a mandare avanti la "Casa", assistiti da personale qualificato e - per l'Isola - religioso. A che costo per lo Stato? Zero.
Un modello dunque.
Un modello dunque.
Che risolverebbe non pochi problemi allo Stato per il quale pende entro l'anno una condanna dalla Corte Europea se non "umanizzerà" il carcere. E allora cosa meglio che creare strutture esterne al carcere per deflazionare - termine orribile - la popolazione carceraria? Funziona così il modello: si creano delle "case", delle "strutture" di non più di trenta quaranta detenuti che debbono accudire a se stessi, lavando, stirando, facendo le pulizie, facendosi da mangiare, coltivando orto, facendo piccoli lavori che stiano economicamente in equilibrio. Senza contributo dello Stato. Oggi ce ne sono poche, ma se il modello sarà individuato dal Parlamento come efficace, presto una nuova legge le istituirà.
"Un'esperienza da replicare".
"Un'esperienza da replicare".
Ci aveva provato il Ministro Severino nella scorsa legislatura, ma il disegno di legge è stato approvato solo in un ramo del Parlamento e poi è morto assieme alla legislatura e non se ne è fatto nulla. In questi giorni il nuovo Ministro della Giustizia Cancellieri lo ha ritirato fuori dai cassetti e vuole farne un punto qualificante del suo operato. "Un'esperienza da replicare" sono state le parole del Ministro dopo aver visitato la struttura e parlato con Padre Vittorio, il cappellano del carcere di Regina Coeli grande sostenitore di questo progetto. Un "carcerato" particolare perché è il cappellano del carcere di Regina Coeli da 34 anni. Grande esperto di carcere con migliaia di "persone - dice lui - non detenuti" passate sotto le sue cure.
L'episodio raccontato da padre Trani.
L'episodio raccontato da padre Trani.
Padre Vittorio Trani ama raccontare una storia. In ogni convegno, incontro, dibattito in cui si parla di carcere si fa accompagnare da un distinto signore che di mestiere fa il dirigente in Banca d'Italia e che intrattiene l'uditorio su temi economici. Finito il dibattito tanti si fanno intorno al dirigente per domande, spiegazioni, delucidazioni. L'economia è argomento che tira. Fino a quando Padre Vittorio prende sottobraccio il signore e spiega che "voi lo vedete così, fra noi, tranquillo. Ma dovete sapere che lui è stato due anni in carcere. Accusato ingiustamente e poi assolto, tanto è vero che la Banca d'Italia lo aveva sospeso e ora lo ha reintegrato nelle sue funzioni di dirigente".
Tutti di fronte ai propri pregiudizi. Passa qualche nanosecondo e si fa il vuoto. E' il pregiudizio. E nemmeno il fatto che la Banca d'Italia lo abbia reintegrato, basta a tranquillizzare gli astanti. Padre Vittorio, usa poi questo test nel dibattito che segue - fa questa scenetta generalmente nel coffee break - e mette tutti di fronte ai propri pregiudizi. Perché avere a che fare con i detenuti è complicato. E' un po' come la malattia. Fino a quando non la si incontra, non se ne è colpiti, non si sa cosa sia. E insieme a tante iniziative caritatevoli - chi non si pulisce la coscienza regalando un obolo, anche in tempi di crisi, adottando un bambino a distanza, un animale, allungando una banconota a un bisognoso - se la richiesta fosse quella di adottare un detenuto a distanza? Come reagisce la gente?
Neanche una lira dallo Stato.
Tutti di fronte ai propri pregiudizi. Passa qualche nanosecondo e si fa il vuoto. E' il pregiudizio. E nemmeno il fatto che la Banca d'Italia lo abbia reintegrato, basta a tranquillizzare gli astanti. Padre Vittorio, usa poi questo test nel dibattito che segue - fa questa scenetta generalmente nel coffee break - e mette tutti di fronte ai propri pregiudizi. Perché avere a che fare con i detenuti è complicato. E' un po' come la malattia. Fino a quando non la si incontra, non se ne è colpiti, non si sa cosa sia. E insieme a tante iniziative caritatevoli - chi non si pulisce la coscienza regalando un obolo, anche in tempi di crisi, adottando un bambino a distanza, un animale, allungando una banconota a un bisognoso - se la richiesta fosse quella di adottare un detenuto a distanza? Come reagisce la gente?
Neanche una lira dallo Stato.
E' la scommessa, la provocazione, dell'Isola, la Onlus che gestisce la casa esterna per detenuti oggetto della attenzioni del Ministro della Giustizia. Una struttura che non riceve una lira dallo Stato ma che ospita una quarantina di detenuti, che fa risparmiare allo Stato 250 mila euro al mese. Tre milioni di euro l'anno. I conti sono presto fatti: un detenuto costa alle casse dello Stato più di 200 euro al giorno. 200 per 40 fa ottomila. Ottomila per 30, fa 250 mila, arrotondati. Che moltiplicati per dodici mesi, fanno appunto tre milioni di euro. Dice Domenico Naccari, un avvocato che si è imbattuto nell'Isola per motivi professionali e che ne è diventato un sostentitore - "perché è una associazione che merita di essere sostenuta" - "che se non lo si vuol fare per i detenuti, lo si faccia per contribuire alla spending rewiew".
Ortaggi e frutta da mangiare e vendere.
Ortaggi e frutta da mangiare e vendere.
Ma l'aspetto economico è la cosa meno avvincente dell'attività dell'"Isola dell'amore fraterno", il grande casale sull'Ardeatina con qualche ettaro di terra che i detenuti coltivano. Campi e serre producono ortaggi e frutta da mangiare e da vendere - perché la casa si deve autofinanziare - ma sopratutto producono l'occupazione del tempo in un lavoro a chi altrimenti passerebbe la giornata chiuso in cella a non far nulla. Una esperienza da incentivare dice il Ministro, soprattutto per i detenuti in attesa di giudizio. Per evitare di dover costruire nuovi carceri - la popolazione carceraria è in continuo aumento e soldi non ce ne sono, per ridurre l'Imu, per la sanità, per gli esodati, ma nemmeno per costruire nuove carceri - la strada imboccata dalla Cancellieri è questa. Strada risparmiosa e umana.
"Adotta un detenuto a distanza".
"Adotta un detenuto a distanza".
Sono troppo poche le strutture, come l'Isola sull'Ardeatina che svolgono quel ruolo che la nostra Costituzione vorrebbe fosse l'espiazione della pena e cioè la rieducazione del detenuto. Perché se è vero come dicono le statistiche, che il 65 per cento di chi è entrato in carcere, ci ritorna, chi sconta la pena in una di queste case ha più possibilità di reinserirsi nella società e di non tornare a delinquere. Imparano un mestiere: che sia il falegname, l'agricoltore, il giardiniere, il cuoco. Mestieri manuali che spesso lasciano i detenuti diventati ex, in contatto con queste strutture. Dice Claudio Guerrini, direttore dell'"Isola dell'amore fraterno" e che lancia il progetto - la provocazione - dell'"adotta un detenuto a distanza": "è un piacere accogliere i tanti ex detenuti che ci vengono a trovare, magari con le famiglie, con i bambini, gente che riconosce che proprio grazie al periodo passato in questa struttura è riuscita a rialzarsi. Sono loro che ce lo dicono: "Se fossi rimasto in carcere, non sarebbe andata così". Perché si può cadere, ma ci si può anche rialzare".
Una piccola cosa, una grande idea.
Una piccola cosa, una grande idea.
Che non deve diventare la privatizzazione del carcere che qualcuno già vede come pericolo. Un saggio di Michael J. Sandel "Quello che i soldi non possono comprare, i limiti morali del mercato" inizia con un articolo del New York Times: "una cella di categoria superiore a 82 dollari a notte. A santa Ana, in California, e in qualche altra città i criminali non violenti possono pagare per una sistemazione migliore una cella pulita e silenziosa lontano da quelle dei detenuti che non pagano". E' il rischio che è dietro l'angolo di questa idea: la privatizzazione del carcere, l'istituzione di un carcere per "censo" con celle a due tre quattro e cinque stelle. Un rischio da scongiurare perché, come dice Sandel, anche il mercato deve avere dei limiti morali.
giovedì 16 maggio 2013
Genova: così detenute straniere senza un tetto scontano la pena alternativa in una onlus
La Repubblica
La Veneranda Compagnia di misericordia ospita immigrate che ottengono la parziale libertà ma non hanno un domicilio.
Human Rights - Diritti Umani - Droits de l'Homme - Derechos Humanos - For a World Without the Death Penalty - Rights of prisoners - No Justice Without Life
La Veneranda Compagnia di misericordia ospita immigrate che ottengono la parziale libertà ma non hanno un domicilio.
La libertà, a volte, è tutta dentro un mazzo di chiavi. “Quando consegniamo quelle dell’appartamento, per qualcuno è uno shock. Perché in carcere è tutto cadenzato. Qui, invece, ci si riabitua alla quotidianità, a organizzarsi la giornata”.
Blassy e Irene le chiamano casa, le stanze all’ultimo piano di via San Donato 6, una grande cucina e un terrazzino pieno di sole, proprio sotto al campanile. “Lo sarà, per alcuni mesi - spiega Titti Figari, vicegovernatore della Veneranda Compagnia di Misericordia - questa è una Casa famiglia femminile, per detenute in misura alternativa. Che possono scontare la pena restante a domicilio, appunto”.
Solo che loro, due ragazze nigeriane di 29 e 34 anni, un domicilio non ce l’hanno. Come i tanti detenuti stranieri che passano di qui, “quasi sempre hanno alle spalle reati di spaccio, spesso sono senza permesso di soggiorno”, racconta Paolo Pittaluga, un volontario.
Così, la Veneranda Compagnia di Misericordia, onlus nata nel 1400 per aiutare i condannati e le loro famiglie, consegna loro le chiavi di questo appartamento. Dove possono restare fino alla fine della pena, e nel frattempo imparare un lavoro. Provare a rattoppare lenzuola e tutto quello che, nella loro vita, si è strappato.
“È una specie di educazione alla libertà - fa strada Paolo Pittaluga, mostrando la sala dove le ragazze si esercitano a cucire, e poi la stanza da letto con i collage alle pareti - al piano di sotto c’è il laboratorio: quindici allieve all'anno imparano a ricamare. Il 5 giugno faremo una mostra di biancheria per la casa”.
In vico Biscotti, dietro l’angolo, c’è la lavanderia industriale, aperta da lunedì a venerdì: i clienti sono enti pubblici, ma anche ristoranti e case di riposo. Blassy lavora qui, dentro si sente odore di pulito e di vapore. Con lei c’è Milù, una ragazza ucraina che ha ricevuto le chiavi della Casa famiglia prima di lei. Per un anno e mezzo. “Ora lavoro in lavanderia al mattino - spiega, lisciandosi la divisa bianca - e al pomeriggio frequento la scuola per diventare parrucchiera. Tra qualche mese mi diplomo”. Milù adesso vive da sola in un piccolo appartamento in centro. “Qui non ho famiglia - racconta - non ho nessuno. Sono loro, la mia famiglia”.
Sono tante, le storie che passano da questa casa nei vicoli. “Sotto l’appartamento abbiamo una struttura dove si svolgono i colloqui - mostra Titti Figari - qui si incontrano i familiari con gli ex detenuti. Una delle nostre attività consiste nelle visite in carcere: ne facciamo circa quattromila all’anno, su richiesta. E poi, accogliamo i detenuti in permesso premio. Molti lo richiedono anche solo per andare a rinnovare il permesso di soggiorno, altri si precipitano subito in un Internet Point per parlare via Skype con la famiglia in Africa. In ogni caso, è molto importante far sentire loro il calore. Farli sentire a casa”.
Sul vetro della sala colloqui hanno appeso un foglio giallo. È un verso di Alda Merini: “Se diventi farfalla, nessuno pensa più a ciò che sei stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali”.
“Casa Mandela”… dopo il soggiorno una relazione
Si chiama Casa Mandela, e ospita i detenuti in permesso premio con i loro familiari, l’appartamento su due piani gestito dalla “Veneranda Compagnia di Misericordia”.
Si chiama Casa Mandela, e ospita i detenuti in permesso premio con i loro familiari, l’appartamento su due piani gestito dalla “Veneranda Compagnia di Misericordia”.
L’ingresso è in via Mezzagalera, “senza ironie”, sorridono i volontari facendo strada, attraverso i Giardini Luzzati sopra piazza delle Erbe. “Questa struttura ha aperto nel 2010 ed è l’unica a Genova - spiega Titti Figari, vice governatrice della Veneranda Compagnia di Misericordia - la gestiamo noi con il supporto della rete Conferenza regionale volontariato Giustizia Liguria, il Comune ha concesso gli spazi in affitto agevolato”.
Qui, per un massimo di cinque giorni, possono fermarsi i detenuti (uomini) che hanno qualche giorno di permesso premio. “I loro familiari non saprebbero dove andare, sono quasi tutti stranieri - spiega Paolo Pittaluga, che qui lavora come volontario - dunque dormono qui e per qualche giorno riescono a ricreare una vita normale”. Cucina, salotto con divanetto rosso, due bagni e una scala stretta che porta di sopra, alle stanze da letto: “Ogni detenuto, quando arriva qui, ha una prescrizione. Noi ci atteniamo all'orario di rientro, diamo dei buoni pasto, una mappa della città, e alla fine stiliamo una relazione - continua Pittaluga - qualcuno arriva qui dopo dieci anni di carcere, non si ritrova più”.
Human Rights - Diritti Umani - Droits de l'Homme - Derechos Humanos - For a World Without the Death Penalty - Rights of prisoners - No Justice Without Life
sabato 9 marzo 2013
Cagliari: in carcere bimba 14 mesi con la mamma, amara sorpresa per "festa delle donne"
Dire
Amara sorpresa per la delegazione di donne, in rappresentanza di associazioni e istituzioni, che stamattina si è recata nella Casa Circondariale di Cagliari. Insieme alla mamma 27enne, infatti, c’era anche una bimba di 14 mesi. Mamma e figlia hanno partecipato, con le altre 12 detenute, alla manifestazione “Un sorriso oltre le sbarre”, l’iniziativa di solidarietà promossa dall’associazione “Socialismo Diritti Riforme”, in collaborazione con la sezione cagliaritana della Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari, con il patrocinio della Provincia di Cagliari.
“Trovare una neonata in una cella nella Giornata Internazionale della Donna - sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente di SdR - è un paradosso, oltre che un evidente segnale di debolezza dello Stato e delle Istituzioni incapaci di trovare alternative dignitose quando si tratta di bambini in così tenera età. La donna, peraltro, era ai domiciliari dai primi di febbraio e non è mai venuta meno alle prescrizioni di legge. La presenza della piccolina in carcere ripropone la necessità di disporre di una casa, a custodia attenuata, per evitare che bimbi innocenti varchino il portone dei Penitenziari. Indispensabile comunque un immediato intervento del Magistrato di Sorveglianza”.
Nell’ormai tradizionale incontro con le detenute e le Agenti di Polizia Penitenziaria, sono state affrontate le emergenze, ma è stata anche l’occasione per apprezzare alcuni lavori artigianali realizzati dalle donne private della libertà. All’appuntamento sono intervenute con Paola Melis, presidente della Fidapa e Maria Grazia Caligaris, la presidente della Provincia Angela Quaquero e la vice Sindaco di Cagliari Paola Piras.
Ad accogliere le delegazioni il direttore Gianfranco Pala, la Comandante Michela Cangiano, la vice Barbara Caria e il responsabile dell’area educativa Claudio Massa. In occasione della manifestazione sono stati distribuiti dei pacchi con prodotti per la cura personale, una pianta per la sezione femminile, e dei dolci. “Questa iniziativa - ha detto Paola Melis - costituisce un appuntamento annuale a cui aderiamo con entusiasmo perché riteniamo che l’8 marzo si identifichi proprio con la solidarietà verso chi è più debole”.
“L’iniziativa - ha sottolineato Angela Quaquero - rappresenta quel costante tentativo di non dividere chi è dentro dal resto della società. Gettare ponti di comunicazione è indispensabile per ripristinare un equilibrio sociale”. La vice Sindaco di Cagliari ha evidenziato il forte legame che lega l’Istituto Penitenziario con la città esprimendo l’attenzione dell’amministrazione verso i cittadini privati della libertà e i diversi operatori. Apprezzamento per l’iniziativa è stata espressa dalla Direzione dell’Istituto e dalla Comandante che hanno evidenziato l’importanza dell’attenzione da parte della società per favorire il reintegro del detenuto”.
“Trovare una neonata in una cella nella Giornata Internazionale della Donna - sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente di SdR - è un paradosso, oltre che un evidente segnale di debolezza dello Stato e delle Istituzioni incapaci di trovare alternative dignitose quando si tratta di bambini in così tenera età. La donna, peraltro, era ai domiciliari dai primi di febbraio e non è mai venuta meno alle prescrizioni di legge. La presenza della piccolina in carcere ripropone la necessità di disporre di una casa, a custodia attenuata, per evitare che bimbi innocenti varchino il portone dei Penitenziari. Indispensabile comunque un immediato intervento del Magistrato di Sorveglianza”.
Nell’ormai tradizionale incontro con le detenute e le Agenti di Polizia Penitenziaria, sono state affrontate le emergenze, ma è stata anche l’occasione per apprezzare alcuni lavori artigianali realizzati dalle donne private della libertà. All’appuntamento sono intervenute con Paola Melis, presidente della Fidapa e Maria Grazia Caligaris, la presidente della Provincia Angela Quaquero e la vice Sindaco di Cagliari Paola Piras.
Ad accogliere le delegazioni il direttore Gianfranco Pala, la Comandante Michela Cangiano, la vice Barbara Caria e il responsabile dell’area educativa Claudio Massa. In occasione della manifestazione sono stati distribuiti dei pacchi con prodotti per la cura personale, una pianta per la sezione femminile, e dei dolci. “Questa iniziativa - ha detto Paola Melis - costituisce un appuntamento annuale a cui aderiamo con entusiasmo perché riteniamo che l’8 marzo si identifichi proprio con la solidarietà verso chi è più debole”.
“L’iniziativa - ha sottolineato Angela Quaquero - rappresenta quel costante tentativo di non dividere chi è dentro dal resto della società. Gettare ponti di comunicazione è indispensabile per ripristinare un equilibrio sociale”. La vice Sindaco di Cagliari ha evidenziato il forte legame che lega l’Istituto Penitenziario con la città esprimendo l’attenzione dell’amministrazione verso i cittadini privati della libertà e i diversi operatori. Apprezzamento per l’iniziativa è stata espressa dalla Direzione dell’Istituto e dalla Comandante che hanno evidenziato l’importanza dell’attenzione da parte della società per favorire il reintegro del detenuto”.
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