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sabato 23 maggio 2015

Beatificazione Romero, Riccardi: "Simbolo di una Chiesa dei poveri, Chiesa del Vangelo"

 Rai News 24
A San Salvador la messa di beatificazione davanti a 250mila fedeli. Romero diventa, per volere di Bergoglio, il primo della lunga schiera dei nuovi martiri contemporanei -
"Un grande segnale di riconciliazione e speranza. E una grande occasione per il cattolicesimo latino-americano, perché il non riconoscimento della santità di mons. Romero era un macigno con Roma: era inspiegabile che un sacerdote ucciso sull'altare mentre celebrava la messa non fosse riconosciuto martire". 

Così Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, vede la beatificazione di mons. Oscar Arnulfo Romero, l'arcivescovo di San Salvador assassinato il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte per le sue denunce ai soprusi della dittatura militare salvadoregna, e che oggi viene elevato all'onore degli altari dopo una causa a lungo dilazionata e ostacolata. 

"Si diceva: era diventato un'icona della teologia della liberazione e un'icona della lotta politica - commenta Riccardi - Ma Romero è morto martire e il martirio è molto più grande di tutto il resto: il sangue parla da sé. E il mancato riconoscimento era un macigno che papa Francesco ha rimosso". "Era cosciente - sottolinea - che rischiava la vita". E quindi del suo destino di martire. 

Il vescovo dei senza voce 
Monsignor Romero fu ucciso mentre stava celebrando la messa nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza. Per anni aveva denunciato le ingiustizie in Salvador e le violenze della polizia e dei militari contro i più deboli. Aveva visto cadere, sotto i colpi dei paramilitari uno dei suoi più stretti collaboratori, il sacerdote gesuita padre Rutilio Grande. Nel 1983, in visita in Salvador, Wojtyla si recò a pregare sulla tomba del vescovo. La causa di beatificazione è iniziata nel 1997 ma si era poi bloccata. Fino alla decisione di Papa Francesco. 

In molti osteggiavano la teologia della liberazione
Ma chi è che non voleva Romero beato? Riccardi risponde citando "due fattori". "Romero beato non lo voleva quel settore della Chiesa che osteggiava la teologia della liberazione e che considerava Romero un'icona di questa teologia, quindi da non esaltare - spiega lo storico ed ex ministro - Poi un mondo molto largo di paurosi e di persone che non sono andate a fondo nella realtà di Romero. Un'area molto vasta. E questo ha permesso che la figura di Romero potesse essere manipolata, creando quella del 'santo guerrigliero'". "Giovanni Paolo II non beatificò Romero, ma ebbe rispetto per il suo martirio - osserva Riccardi - Altra cosa è la gravissima opposizione che ci fu da parte di cardinali come il colombiano Alfonso Lopez Trujillo". 

La beatificazione 
La beatificazione "segna una grande identità di sentire tra i cattolici latino-americani e papa Francesco. Sentono riconosciuto il martirio, ma anche il simbolo di una Chiesa dei poveri, una Chiesa del Vangelo, che in America Latina ha attraversato conflitti in tutti i Paesi". Ed è un messaggio che arriva in un momento di nuove gravissime persecuzioni verso i cristiani.

Intervista - Paglia: "Romero, una speranza di giustizia, di amore, di pace" - Oggi la beatificazione in San Salvador

Avvenire
Durante la sua ultima visita a El Salvador, la gente gli si accalcava intorno: tutti volevano salutarlo, toccarlo e, soprattutto, dirgli il loro gracias. Era l’11 marzo e l’arcivescovo Vincenzo Paglia era volato nel Paese più piccolo dell’America Latina per annunciare, come postulatore presso la Congregazione delle cause dei santi, la data della beatificazione di Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo martire di San Salvador, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava la Messa il 24 marzo 1980. Quasi due mesi dopo, l’atteso giorno è arrivato. Il presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, dunque, è tornato nella nazione per la storica celebrazione, in programma domani, sabato 23 maggio.
Eccellenza, è emozionato?
Direi proprio… Monsignor Romero non ha terminato la Messa il fatidico 24 marzo di 35 anni fa. Anche il funerale è rimasto incompiuto a causa di un attentato. Il 23 maggio ci sarà la conclusione di quelle due Messe interrotte sulla terra, che troveranno il loro compimento nel cielo.

Con il riconoscimento del martirio in «odium fidei» di Romero, il 3 febbraio, il Vaticano ha, in qualche modo, "ampliato" il concetto stesso del termine: l’arcivescovo è stato ucciso da persone che si consideravano formalmente cristiane…
Il martirio di monsignor Romero è il compimento di una fede vissuta nella sua pienezza. Quella fede che emerge con forza nei testi del Concilio Vaticano II. In questo senso, possiamo dire che Romero è il primo martire del Concilio, il primo testimone di una Chiesa che si mescola con la storia del popolo con il quale vivere la speranza del Regno. Una speranza di giustizia, di amore, di pace. In tal senso Romero è un frutto bello del Concilio. Un frutto maturato attraverso l’esperienza della Chiesa latinoamericana che, tra le prime nel mondo, ha cercato di tradurre gli insegnamenti conciliari nella storia concreta del Continente, avendo il coraggio di formulare l’opzione preferenziale per i poveri e di testimoniare, in una realtà segnata da profonde ingiustizie, la via del dialogo e della pace. La Chiesa latinoamericana ha regalato al mondo grandi figure. Per questo mi procura una grande gioia l’inizio della causa di beatificazione di un altro salvadoregno e amico di Romero, padre Rutilio Grande, e del brasiliano Helder Câmara.

Romero martire del Regno e della sua giustizia…
La figura dell’arcivescovo, e in generale dei martiri, ci ricorda Gesù Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore. In Romero tale somiglianza arriva fino al punto di ricordare la scansione temporale della vita di Cristo. Romero, come Gesù, ha vissuto gli ultimi tre anni del suo ministero predicando il Regno e stando vicino ai deboli e ai poveri. Come Gesù è giunto a offrire la sua vita sulla croce, così Romero è giunto a offrirla sin sull’altare. E, come il Signore, Romero ha avuto il cuore trafitto, nel suo caso da un pallottola.

L’annuncio della beatificazione, a marzo, è stato accolto con una travolgente esplosione di gioia dal popolo salvadoregno. Più volte hanno interrotto i suoi discorsi con grida di gioia e canti spontanei. Che cosa l’ha colpita in quell’occasione?
Mi ha profondamente commosso vedere i contadini salvadoregni recarsi ancora oggi sulla tomba del loro arcivescovo, nella cripta della Cattedrale, e parlare con lui come se fosse presente fisicamente. È stata bellissima l’ondata di entusiasmo generale dell’intero Paese. Romero sembra oggi unirli tutti.

Che cosa rappresenta per i salvadoregni la beatificazione di monsignor Romero?
Romero, come il Buon Pastore, non solo raduna le pecore, ma insegna loro ad abbandonare la violenza. Mi riferisco, in particolare, ai giovani delle maras (gang criminali attuali protagoniste dell’attuale mattanza, ndr) con cui l’arcivescovo, se esercitasse adesso il suo ministero episcopale, cercherebbe di trovare un canale di dialogo per convincerli ad abbandonare la violenza e a impegnarsi per una società più giusta e solidale.