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giovedì 21 gennaio 2016

Turchia: Amnesty, 200mila a rischio in operazioni anti-Pkk - "punizione collettiva"

ANSA
Attacco governo turco a città curde è "punizione collettiva'
Istanbul - "L'attacco del governo turco sulle città e i quartieri curdi, che comprende coprifuochi 24 ore su 24 e tagli ai servizi, sta mettendo a rischio le vite di 200 mila persone ed equivale a una punizione collettiva". Lo scrive oggi Amnesty International in un dispaccio relativo alle operazioni di sicurezza condotte dalla scorsa estate da polizia ed esercito di Ankara nel sud-est a maggioranza curda contro il Pkk e il suo braccio armato giovanile, l'Ydg-h. 

La distruzione in una città curda dell'est della Turchia
L'allarme lanciato da Amnesty International si basa su ricerche sul campo e resoconti dei residenti "nelle aree che sono al momento inaccessibili agli osservatori esterni", compresi i deputati turchi. "I tagli alle forniture di acqua ed elettricità insieme ai pericoli legati all'accesso al cibo e alle cure mediche durante gli scontri a fuoco stanno avendo un effetto devastante sui residenti, e la situazione è probabilmente destinata a peggiorare rapidamente se non affrontata", accusa l'ong. 

Tra i resoconti, ci sono episodi di ambulanze a cui non è stato permesso l'accesso nelle città sotto coprifuoco per curare i feriti e di cadaveri di cui è stata impedita la sepoltura per oltre dieci giorni. Secondo Amnesty, inoltre, "diverse morti potrebbero essere state causate da cecchini in località lontane dagli scontri" e tra le vittime ci sono "bambini, donne ed anziani". "Mentre le autorità turche sembrano determinate a silenziare le critiche interne, ne hanno affrontato molto poche dalla comunità internazionale - denuncia John Dalhuisen, direttore del programma per l'Europa e l'Asia centrale - Le considerazioni strategiche sul conflitto in Siria e gli sforzi determinati di affidarsi all'aiuto della Turchia nel tamponare il flusso di rifugiati verso l'Europa non devono oscurare le accuse di gravi violazioni dei diritti umani".

lunedì 11 gennaio 2016

Turchia: rapporto diritti umani, 162 civili morti durante le operazioni di sicurezza contro Pkk

Agenzia Nova
Ankara - Secondo la Fondazione turca per i diritti umani sarebbero 162 i civili morti, dallo scorso agosto, coinvolti negli scontri tra le forze di sicurezza e i militanti del movimento fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nei distretti sudorientali della Turchia. 

Come riporta il quotidiano “Hyrriet”, il gruppo a difesa dei diritti umani denuncia che al 9 gennaio 2016, tra le vittime, ci sono anche 32 bambini, 29 donne e 24 anziani provenienti dalle province dove le autorità hanno imposto il coprifuoco di 24 ore a causa degli scontri con i miliziani curdi. 

Le forze di sicurezza hanno lanciato operazioni su larga scala nelle zone in cui i militanti hanno montato le proprie barricate, scavato trincee e disposto esplosivi per tenere lontano le autorità. L’esercito turco ha detto che sono 307 i militanti uccisi nelle operazioni in corso nella Turchia sudorientale dal 15 dicembre scorso.

mercoledì 5 febbraio 2014

Turchia: detenuti malati del Pkk lasciati morire in carcere

www.pane-rose.it
Il ramo di Diyarbakir delle Associazioni della Federazione di Aiuto per le Famiglie dei Prigionieri (Tuhad-Fed) ha richiamato l'attenzione sulla situazione dei detenuti malati nelle carceri turche nel quarto giorno della manifestazione di protesta messa in essere venerdì davanti al Carcere Chiuso di Tipo D di Diyarbakir.


La manifestazione fuori dal penitenziario ha visto la partecipazione di famiglie e parenti di detenuti malati nella prigione, il candidato sindaco metropolitano di Diyarbakir Gültan Kisanak, Raci Bilici del ramo di Dyarbakir dell'IHd (Associazione Diritti Umani), l'Associazione Giornalisti Liberi così come i rappresentanti di Meya-Der e centinaia di persone. La manifestazione del quarto giorno è iniziata con la lettura della lettera inviata al Tuhad-Der dai detenuti del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di Diyarbakir del Carcere Chiuso Tipo D.

I carcerati del Pkk hanno sottolineato nella loro lettera che i rapporti medici hanno approvato la detenzione dei prigionieri malati che - hanno evidenziato - sono praticamente lasciati morire in prigione, aggiungendo che: "Il governo dell'Akp, il Ministero della Giustizia e le autorità dell'Istituto di Medicina Forense sono responsabili per questa situazione disumana. 


Non potremo mai accettare il silenzio di tomba sui nostri amici malati", hanno detto e chiesto l'immediato rilascio di tutti i prigionieri infermi, e in particolare di Halil Günes, Semsettin Kargili e Adnan Yalçin che - hanno detto - non possono eventualmente ricevere cure in carcere. I reclusi del Pkk hanno detto che si tratta di un diritto giuridico e legale per cui i detenuti malati devono essere curati in condizioni idonee.

I prigionieri hanno anche detto di aver chiuso la loro protesta di rifiuto delle visite dei familiari che erano state poste in essere per una settimana per richiamare l'attenzione sulla situazione dei detenuti malati, e hanno esteso i loro ringraziamenti a tutti coloro che non li hanno lasciati soli e hanno sostenuto le loro richieste per il miglioramento delle condizioni di detenzione e il rilascio dei prigionieri malati.

Parlando dopo, il presidente dell'Ihd del ramo di Diyarbakir, Raci Bilici, ha espresso preoccupazione per la violazione dei diritti e per le condizioni disumane nelle carceri turche dove - ha messo in risalto - ci sono attualmente 550 detenuti malati tra i quali 163 sono in situazione critica. Bilici ha messo in evidenza che il governo dell'Akp, il Primo Ministro e il Presidente sarebbero responsabili per l'ulteriore morte di prigionieri malati in carcere, e ha invitato le autorità a revocare le leggi anti-democratiche e ad abolire le istituzioni di medicina legale a causa delle decisioni razziste che hanno preso fino ad oggi, aprendo la strada alle morti imminenti nelle carceri.

Güllü Bozkurt, figlia del detenuto malato Necdet Bozkurt, ha dichiarato di non aver chiesto pietà al Ministero della Giustizia, ma di aver chiesto la messa in pratica di quelle che sono le sue competenze. "Mio padre non è stato rilasciato nonostante il fatto che abbia scontato la sua pena. Ci siamo rivolti anche all'Ihd e al Ministero della Giustizia il quale, quando chiediamo loro perché a mio padre sia stato negato il rilascio, continua ad avanzare scuse quali punizioni disciplinari", ha sottolineato. Gli interventi sono stati seguiti da un sit-in di cinque minuti fuori dal carcere.