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lunedì 30 ottobre 2017
Siria: a Raqqa il primo matrimonio dopo la liberazione dall’Isis
Corriere della Sera
La vita riprende lentamente a Raqqa dopo la recente liberazione dall’Isis: nella città siriana si è celebrato il primo matrimonio. Una festa in un cortile di casa, una delle poche ancora in piedi, un corteo festante arrivato camminando in mezzo alle macerie. (Afp)
lunedì 25 settembre 2017
Siria: fonti non controllate: centinaia famiglie intrappolate in stadio Raqqa usate dall'Isis come scudi umani
Ansa
Beirut - Centinaia di famiglie sono intrappolate nello stadio comunale di Raqqa, roccaforte dell'Isis nel nord della Siria, assediata dalle forze curde sostenute dagli Stati Uniti.
Beirut - Centinaia di famiglie sono intrappolate nello stadio comunale di Raqqa, roccaforte dell'Isis nel nord della Siria, assediata dalle forze curde sostenute dagli Stati Uniti.
Secondo gli attivisti di Raqqa24, in contatto con loro parenti e colleghi rimasti nella martoriata città, i miliziani hanno ammassato "centinaia di famiglie" all'interno della struttura sportiva "per usarli come scudi umani".
Le forze curde, affermano le fonti, tentano di raggiungere lo stadio e in queste ore la battaglia è in corso nelle vicinanze. E' impossibile verificare in maniera indipendente le notizie sul terreno.
giovedì 14 settembre 2017
Iraq. Nelle galere di Raqqa: "Ho 13 anni, combattevo per Isis". Non è un carnefice è una vittima
Corriere della Sera
Il terribile racconto nel reportage in onda il 14 settembre su La7. "Ho avuto un addestramento militare e religioso".

Cappuccio nero in testa che gli copre la faccia, sandali ai piedi. È seduto su un lettino ricoperto da un telo su cui, ironia della sorte, si legge Unhcr (l'agenzia Onu per i rifugiati).
Si chiama Mohammad, ha 13 anni, si toglie il cappuccio, capelli scuri, cicatrice sulla fronte, combattente dell'Isis, ora prigioniero dei curdi siriani a Raqqa, capitale dello Stato islamico devastata dalla guerra.
"Sognavo di diventare un grande combattente, ora passo 23 ore su 24 in cella - racconta Mohammad, figlio di un militante Isis. Ho lasciato la scuola per arruolarmi, ho avuto un addestramento religioso e militare". Ha imparato a memoria il Corano e a manovrare il fucile. "Hai visto quel video dove dei bambini come te sparano alla nuca dei prigionieri inginocchiati davanti a loro?", gli chiede Formigli. E lui, sguardo spento, risponde: "Sì, non potrei fare altrettanto. Il mio solo desiderio è rivedere la mia famiglia".
Questa è una delle tante storie raccolte da Formigli nell'inferno di Raqqa. C'è anche quella di un combattente italiano che, volto oscurato, descrive la sua avventura tra le macerie di una civiltà distrutta, palazzi sventrati, migliaia di mosche sui cadaveri in decomposizione. "Vengono negati i diritti umani fondamentali - dice il conduttore - non ho incontrato osservatori internazionali, c'è clima da occhio per occhio dente per dente: un bambino di 13 anni non è un carnefice, è una vittima".
Urla un guerrigliero: "Il califfato va annientato a qualunque costo!". E il costo dei civili morti è altissimo: "Non si può sapere quanti - spiega Formigli. Molti sono presi in ostaggio dai terroristi, altri si nascondono nelle case spianate dalle bombe americane. L'odore di morte è fortissimo e non riesco a togliermelo di dosso". Non solo guerre a "Piazzapulita", anche politica interna, "sì, però non si possono affrontare i fatti interni senza guardare all'esterno. La nostra politica è influenzata da questioni internazionali, come i migranti: noi non ci preoccupiamo del loro destino in Libia, ma solo che non sbarchino sulle nostre coste".
Il terribile racconto nel reportage in onda il 14 settembre su La7. "Ho avuto un addestramento militare e religioso".

Cappuccio nero in testa che gli copre la faccia, sandali ai piedi. È seduto su un lettino ricoperto da un telo su cui, ironia della sorte, si legge Unhcr (l'agenzia Onu per i rifugiati).
Si chiama Mohammad, ha 13 anni, si toglie il cappuccio, capelli scuri, cicatrice sulla fronte, combattente dell'Isis, ora prigioniero dei curdi siriani a Raqqa, capitale dello Stato islamico devastata dalla guerra.
"Sognavo di diventare un grande combattente, ora passo 23 ore su 24 in cella - racconta Mohammad, figlio di un militante Isis. Ho lasciato la scuola per arruolarmi, ho avuto un addestramento religioso e militare". Ha imparato a memoria il Corano e a manovrare il fucile. "Hai visto quel video dove dei bambini come te sparano alla nuca dei prigionieri inginocchiati davanti a loro?", gli chiede Formigli. E lui, sguardo spento, risponde: "Sì, non potrei fare altrettanto. Il mio solo desiderio è rivedere la mia famiglia".
Questa è una delle tante storie raccolte da Formigli nell'inferno di Raqqa. C'è anche quella di un combattente italiano che, volto oscurato, descrive la sua avventura tra le macerie di una civiltà distrutta, palazzi sventrati, migliaia di mosche sui cadaveri in decomposizione. "Vengono negati i diritti umani fondamentali - dice il conduttore - non ho incontrato osservatori internazionali, c'è clima da occhio per occhio dente per dente: un bambino di 13 anni non è un carnefice, è una vittima".
Urla un guerrigliero: "Il califfato va annientato a qualunque costo!". E il costo dei civili morti è altissimo: "Non si può sapere quanti - spiega Formigli. Molti sono presi in ostaggio dai terroristi, altri si nascondono nelle case spianate dalle bombe americane. L'odore di morte è fortissimo e non riesco a togliermelo di dosso". Non solo guerre a "Piazzapulita", anche politica interna, "sì, però non si possono affrontare i fatti interni senza guardare all'esterno. La nostra politica è influenzata da questioni internazionali, come i migranti: noi non ci preoccupiamo del loro destino in Libia, ma solo che non sbarchino sulle nostre coste".
martedì 29 agosto 2017
Siria - A Raqqa migliaia di bambini intrappolati a contatto con una violenza barbara
Save the Children
Siria: decapitazioni e bombe nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa. Migliaia i minori intrappolati nella città, segnati indelebilmente dalla violenza e dalle deprivazioni
Sono migliaia, tra i 9.000 e i 12.000 circa, i minori intrappolati a Raqqa, dove sono esposti a brutali violenze e a bombardamenti. Decapitazioni e esplosioni sono entrate a far parte della loro quotidianità, in una vita di disperazione e deprivazione, come hanno raccontato i ragazzi sopravvissuti alla fuga dalla città della Siria settentrionale a Save the Children, l’Organizzazione internazionale che lavora dal 1919 per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.
Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, sono sfollate 271.000 persone, il 75% dei quartieri della città risulta oggi abbandonato, solo 6 su 24 sono popolati. Metà delle persone che li abita è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dall’Isis e la carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. La situazione è resa ancora più difficile dagli attacchi aerei, che hanno già causato la morte di numerosi civili: le famiglie sanno di poter perdere la vita a causa di una bomba restando a Raqqa, così come sono consapevoli del rischio di morire tentando la fuga.
I giovanissimi superstiti incontrati da Save the Children, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito: molti sono stati testimoni ravvicinati di esecuzioni e attacchi aerei. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici, sono stati trasformati nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi. “Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, spiega Aoun scappato dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”.
Save the Children denuncia i danni prodotti dal conflitto su questi ragazzi: le ferite psicologiche causate loro impiegheranno anni, anche decenni, a guarire. Come l’Organizzazione ha rilevato in un recente studio sulla salute mentale dei bambini in fuga dall’Isis in Iraq, le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto sono causa di stress tossico, che può avere un impatto permanente sulla loro salute mentale e fisica.
“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato Sonia Khush, Direttrice di Save the Children in Siria. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito. Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza, a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.
L’esigenza dei civili di poter lasciare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei, appare ancora più evidente in un momento in cui è attesa l’intensificazione della battaglia per la liberazione della città. Save the Children ribadisce che proteggere i bambini intrappolati negli orrori della guerra deve essere la priorità.
A sei anni e mezzo dall’inizio del conflitto in Siria, Save the Children sarà presente alla 74a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il 31 agosto e il 1° settembre con una forte iniziativa di sensibilizzazione sul dramma dei bambini siriani. L’iniziativa si terrà il 31 agosto, a partire dalle 10 sino alle 22.30 e il giorno successivo, dalle 10 alle 15.30, all’interno della rassegna “Isola Edipo”.
L’iniziativa è realizzata anche grazie alla collaborazione con la mostra fotografica “Fino alla fine del mare” di Jacopo Di Cera, che sarà in esposizione sulla barca “Edipo Re” di Pier Paolo Pasolini dal 31 agosto al 9 settembre.
Siria: decapitazioni e bombe nella vita quotidiana dei bambini di Raqqa. Migliaia i minori intrappolati nella città, segnati indelebilmente dalla violenza e dalle deprivazioni
Sono migliaia, tra i 9.000 e i 12.000 circa, i minori intrappolati a Raqqa, dove sono esposti a brutali violenze e a bombardamenti. Decapitazioni e esplosioni sono entrate a far parte della loro quotidianità, in una vita di disperazione e deprivazione, come hanno raccontato i ragazzi sopravvissuti alla fuga dalla città della Siria settentrionale a Save the Children, l’Organizzazione internazionale che lavora dal 1919 per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro.
Dall’avvio dell’operazione “Ira dell’Eufrate”, nel novembre 2016, sono sfollate 271.000 persone, il 75% dei quartieri della città risulta oggi abbandonato, solo 6 su 24 sono popolati. Metà delle persone che li abita è rappresentata da bambini, costretti ad affrontare condizioni durissime: il ricollocamento forzato nelle aree controllate dall’Isis e la carenza di cibo e acqua sono una minaccia costante alla loro sopravvivenza e al loro benessere. La situazione è resa ancora più difficile dagli attacchi aerei, che hanno già causato la morte di numerosi civili: le famiglie sanno di poter perdere la vita a causa di una bomba restando a Raqqa, così come sono consapevoli del rischio di morire tentando la fuga.
I giovanissimi superstiti incontrati da Save the Children, ora nel campo per rifugiati di Ain Issa, a nord di Raqqa, descrivono un livello di violenza inaudito: molti sono stati testimoni ravvicinati di esecuzioni e attacchi aerei. Raccontano di essere stati costretti a restare chiusi in casa per mesi, con la corrente elettrica a disposizione per poche ore al giorno, senza poter giocare né andare a scuola. Quelli che una volta erano spazi destinati alla socialità, come i parchi pubblici, sono stati trasformati nel palco di uccisioni, disseminati di corpi o parti di essi. “Non esiste più l’infanzia, i bambini hanno dimenticato cosa significhi. Se anche uno di loro volesse andare a scuola, gli verrebbe insegnato solo come combattere”, spiega Aoun scappato dalla città insieme alla famiglia. “L’Isis ha decapitato delle persone e lasciato i loro corpi a terra. Noi abbiamo visto tutto”, ricorda una delle sue figlie, Raashida, 13 anni. “Non riuscivo più a dormire, restavo sveglia per la paura. Ora dormo di nuovo, perché qui nessuno verrà ucciso in quel modo”.
Save the Children denuncia i danni prodotti dal conflitto su questi ragazzi: le ferite psicologiche causate loro impiegheranno anni, anche decenni, a guarire. Come l’Organizzazione ha rilevato in un recente studio sulla salute mentale dei bambini in fuga dall’Isis in Iraq, le esperienze drammatiche e di violenza estrema vissute in questo tipo di contesto sono causa di stress tossico, che può avere un impatto permanente sulla loro salute mentale e fisica.
“I bambini devono essere messi nella condizione di poter lasciare Raqqa senza dover temere di andare incontro alla violenza o alla morte e senza essere costretti a camminare per giorni attraverso campi minati, in cerca di sicurezza” ha dichiarato Sonia Khush, Direttrice di Save the Children in Siria. “È cruciale che ai sopravvissuti sia fornita assistenza psicologica, per aiutarli ad affrontare le brutalità a cui hanno assistito. Questi bambini possono sembrare normali all’esterno, ma dentro sono tormentati da ciò che hanno visto. Rischiamo di condannare una generazione a una vita di sofferenza, a meno che la questione della loro salute mentale non sia affrontata in modo adeguato”.
L’esigenza dei civili di poter lasciare Raqqa in modo sicuro, di non essere utilizzati come scudi umani dall’Isis e di non dover affrontare i bombardamenti aerei, appare ancora più evidente in un momento in cui è attesa l’intensificazione della battaglia per la liberazione della città. Save the Children ribadisce che proteggere i bambini intrappolati negli orrori della guerra deve essere la priorità.
A sei anni e mezzo dall’inizio del conflitto in Siria, Save the Children sarà presente alla 74a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia il 31 agosto e il 1° settembre con una forte iniziativa di sensibilizzazione sul dramma dei bambini siriani. L’iniziativa si terrà il 31 agosto, a partire dalle 10 sino alle 22.30 e il giorno successivo, dalle 10 alle 15.30, all’interno della rassegna “Isola Edipo”.
L’iniziativa è realizzata anche grazie alla collaborazione con la mostra fotografica “Fino alla fine del mare” di Jacopo Di Cera, che sarà in esposizione sulla barca “Edipo Re” di Pier Paolo Pasolini dal 31 agosto al 9 settembre.
venerdì 25 agosto 2017
Siria: allarme Amnesty per migliaia civili intrappolati
AnsaMed
Migliaia di civili sono intrappolati a Raqqa, sotto il fuoco di tutte le parti in conflitto, e "centinaia" sono stati uccisi o feriti, anche dai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa che appoggia l'avanzata delle forze a predominanza curda per strappare all'Isis la sua 'capitale' siriana.
"Migliaia di civili - ha affermato Donatella Rovera, senior adviser per la risposta alle crisi di Amnesty International - sono intrappolati in un labirinto mortale dove sono sotto il fuoco di tutte le parti. Sapendo che l'Isis usa i civili come scudi umani, le Sdf e le forze Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere i civili, soprattutto evitando di effettuare attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando vie di fuga sicure".
Migliaia di civili sono intrappolati a Raqqa, sotto il fuoco di tutte le parti in conflitto, e "centinaia" sono stati uccisi o feriti, anche dai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa che appoggia l'avanzata delle forze a predominanza curda per strappare all'Isis la sua 'capitale' siriana.
Lo afferma Amnesty International in un rapporto basato su testimonianze dei sopravvissuti che sono riusciti a fuggire.
Secondo stime dell'Onu, sono tra i 10.000 e i 50.000 i civili ancora intrappolati in città, che dall'inizio di giugno è investita dall'offensiva delle cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf), a maggioranza curda.
Secondo stime dell'Onu, sono tra i 10.000 e i 50.000 i civili ancora intrappolati in città, che dall'inizio di giugno è investita dall'offensiva delle cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf), a maggioranza curda.
Sopravvissuti e testimoni hanno detto ad Amnesty che i miliziani dell'Isis usano trappole esplosive e cecchini per fermare chiunque tenti di fuggire dalla città, mentre continuano gli incessanti bombardamenti di artiglieria e aerei della Coalizione internazionale.
Allo stesso tempo, altri testimoni parlano di bombardamenti compiuti dalle forze governative siriane, sostenute dalla Russia, a sud dell'Eufrate, anche con l'impiego di bombe a grappolo vietate dalle normative internazionali.
"Migliaia di civili - ha affermato Donatella Rovera, senior adviser per la risposta alle crisi di Amnesty International - sono intrappolati in un labirinto mortale dove sono sotto il fuoco di tutte le parti. Sapendo che l'Isis usa i civili come scudi umani, le Sdf e le forze Usa devono raddoppiare gli sforzi per proteggere i civili, soprattutto evitando di effettuare attacchi sproporzionati e indiscriminati e creando vie di fuga sicure".
martedì 1 agosto 2017
Nel campo dei bambini dell’Isis orfani dei jihadisti e senza patria
La Stampa
A 55 chilometri da Raqqa vivono con le madri vedove dei foregin fighter. Dopo l’indottrinamento a 11 anni doveva cominciare l’addestramento militare
Dietro la tenda c’è una porta in metallo e le quattro mura assomigliano a una prigione. Ci sono tre donne in rigoroso niqab nero, con la veletta sul naso. Gli sguardi bastano a raccontare molto. La fine di un’utopia folle e sanguinaria che ha trasformato in vittime anche i suoi seguaci, a partire da donne e bambini. La mamma di Ziad è una libanese di 25 anni, Nur al-Hoda. Il padre, tunisino, si è consegnato ai combattenti curdi all’inizio dell’assedio di Raqqa, assieme a due compagni e alle famiglie. Ora sono in un limbo, in attesa di poter tornare in patria, con i figli che non hanno una nazionalità.
Un piccolo esercito
A 55 chilometri da Raqqa vivono con le madri vedove dei foregin fighter. Dopo l’indottrinamento a 11 anni doveva cominciare l’addestramento militare
Ziad sbuca dalla tenda che chiude la porta della sua casupola nel campo profughi di Ain Issa, 55 chilometri a Nord di Raqqa. Ha tre anni, i capelli lunghi fino alle spalle, castano chiari, e occhi che guardano dritti verso il nuovo mondo. Da meno di due mesi vive in questa distesa di ghiaia bianca infuocata, dove le tende in pieno giorno si trasformano in forni. Ziad e un’altra decina di bambini se ne stanno un po’ in disparte, nella casetta in muratura, accanto a quella dell’amministrazione. Sono i «bambini dell’Isis», nati nel Califfato, figli di combattenti stranieri e spose della jihad, senza patria e senza padri, tutti morti o fatti prigionieri.
Dietro la tenda c’è una porta in metallo e le quattro mura assomigliano a una prigione. Ci sono tre donne in rigoroso niqab nero, con la veletta sul naso. Gli sguardi bastano a raccontare molto. La fine di un’utopia folle e sanguinaria che ha trasformato in vittime anche i suoi seguaci, a partire da donne e bambini. La mamma di Ziad è una libanese di 25 anni, Nur al-Hoda. Il padre, tunisino, si è consegnato ai combattenti curdi all’inizio dell’assedio di Raqqa, assieme a due compagni e alle famiglie. Ora sono in un limbo, in attesa di poter tornare in patria, con i figli che non hanno una nazionalità.
Un piccolo esercito
I bambini del califfato, che hanno visto la luce sotto i tre anni e passa di regno di Abu Bakr al-Baghdadi, sono centinaia di migliaia, e forse diecimila quelli nati dai foreign fighters. Al campo di Ain Issa se ne stanno per i fatti loro isolati. I segni del trauma della guerra sono evidenti. Lo sguardo duro, l’aggressività fra di loro, la diffidenza verso lo «straniero». «Cercavamo il Paradiso in terra e abbiamo trovato solo il male». A parlare è Kaddouja Homri, tunisina di 29 anni, la leader del piccolo gruppo: «Quelli volevano soltanto tre cose: l’imarat, l’argent e les femmes», cioè il potere, i soldi e le donne. Quelli sono i capi dell’Isis, una «mafia» formata dagli sceicchi della tribù locale degli Shawir e dagli emiri stranieri, maghrebini, iracheni e del Golfo.
Kaddouja parla un francese fluente, imparato «chiacchierando su Skype con le mie cognate in Francia». Per definire l’Isis però usa una parola araba, Daula, cioè lo «Stato», perché nel califfato l’Isis era semplicemente lo «Stato». È una scelta significativa. Potrebbe usare il dispregiativo Daesh, ma non lo fa. Kaddouja è arrivata in Siria nel 2013 con suo marito, «professore di matematica». Tutti e due nati e cresciuti a Tunisi ma «senza il sogno di un avvenire». La «rivoluzione» siriana diventa il loro orizzonte: una società islamica giusta e «uguale per tutti». Abu Baraka, il marito, si unisce subito all’Isis e tutti e due si trasferiscono ad Aleppo, dove nasce la loro figlia Baraa. Daula, lo «Stato», controllava allora «quasi tutta Aleppo ma poi sono cominciati gli scontri con Ahrar al-Sham e Jyash al-Khor, l’Esercito libero siriano». Abu Baraka muore in battaglia e Kaddouja si ritrova da sola nel califfato nascente.
Raqqa, invece, è appena stata conquistata e trasformata in capitale ed è lì che Kaddouja viene trasferita. «Ci tenevano segregate al Panorama, un grande albergo. C’era un’emira, marocchina, Um Adam, a dirigere tutto. Ci controllava, picchiava, e decideva tutto per noi, anche chi dovevamo sposare, il nostro primo compito era dare figli al califfato». Kaddouja, tramite un’amica, riesce a risposarsi con un altro combattente tunisino e insieme hanno tre figli: le piccole Sajada e Aysha, e Daoud, un anno appena, il maschio. Al Panorama ci sono anche due italiane. Una nata da genitori maghrebini, un’altra, Silian, con padre italiano. «Ora sono scappate a Mayadin - racconta Kaddouja - i capi di Daula sono tutti là assieme agli “immigrati” e le famiglie».
A Raqqa è rimasto soltanto «il wali, il governatore della provincia, Abu Loqman Shawir, della tribù locale». Ma dentro la città vecchia, nascosti dentro i tunnel, ci potrebbero essere ancora «migliaia» di combattenti. E migliaia e migliaia di civili, compresi tantissimi bambini. «Daula controllava tutto, ed era interessantissimo ai bambini. C’erano scuole private, al costo di 4 mila lire siriane (8 dollari) al mese. Tutto era sorvegliato, prepararsi alla jihad era la prima cosa, poi lo studio del Corano, poi matematica, arabo, ma anche inglese e francese. C’erano anche le scuole normali, dove andavano i locali, ma sempre con lo stesso programma». La realtà delle scuole del califfato è però ben diversa. I bambini non imparano nulla, se non la preparazione ideologica alla jihad.
A poche decine di metri dalla casupola dei figli dei foreign fighters c’è la tenda della famiglia di Ahmad Ahmad, 42 anni, piccolo commerciante del quartiere di Al-Jalah a Raqqa. Ahmad è fuggito un mese fa dai combattimenti, ha cinque figli, il più piccolo di tre anni. Nessuno di loro è in grado di leggere e scrivere. «Daesh all’inizio sembrava debole, poi ha conquistato Raqqa in due ore, non ci potevano credere. La prima cosa che hanno fatto è stato chiudere le scuole e arrestare tutti gli insegnanti che non si adeguavano alle loro idee. Potevi mandare i figli solo nelle loro madrase. Io sono riuscito a tenerli a casa. Meglio analfabeti che educati in quel modo, a uccidere».
Kaddouja parla un francese fluente, imparato «chiacchierando su Skype con le mie cognate in Francia». Per definire l’Isis però usa una parola araba, Daula, cioè lo «Stato», perché nel califfato l’Isis era semplicemente lo «Stato». È una scelta significativa. Potrebbe usare il dispregiativo Daesh, ma non lo fa. Kaddouja è arrivata in Siria nel 2013 con suo marito, «professore di matematica». Tutti e due nati e cresciuti a Tunisi ma «senza il sogno di un avvenire». La «rivoluzione» siriana diventa il loro orizzonte: una società islamica giusta e «uguale per tutti». Abu Baraka, il marito, si unisce subito all’Isis e tutti e due si trasferiscono ad Aleppo, dove nasce la loro figlia Baraa. Daula, lo «Stato», controllava allora «quasi tutta Aleppo ma poi sono cominciati gli scontri con Ahrar al-Sham e Jyash al-Khor, l’Esercito libero siriano». Abu Baraka muore in battaglia e Kaddouja si ritrova da sola nel califfato nascente.
Raqqa, invece, è appena stata conquistata e trasformata in capitale ed è lì che Kaddouja viene trasferita. «Ci tenevano segregate al Panorama, un grande albergo. C’era un’emira, marocchina, Um Adam, a dirigere tutto. Ci controllava, picchiava, e decideva tutto per noi, anche chi dovevamo sposare, il nostro primo compito era dare figli al califfato». Kaddouja, tramite un’amica, riesce a risposarsi con un altro combattente tunisino e insieme hanno tre figli: le piccole Sajada e Aysha, e Daoud, un anno appena, il maschio. Al Panorama ci sono anche due italiane. Una nata da genitori maghrebini, un’altra, Silian, con padre italiano. «Ora sono scappate a Mayadin - racconta Kaddouja - i capi di Daula sono tutti là assieme agli “immigrati” e le famiglie».
A Raqqa è rimasto soltanto «il wali, il governatore della provincia, Abu Loqman Shawir, della tribù locale». Ma dentro la città vecchia, nascosti dentro i tunnel, ci potrebbero essere ancora «migliaia» di combattenti. E migliaia e migliaia di civili, compresi tantissimi bambini. «Daula controllava tutto, ed era interessantissimo ai bambini. C’erano scuole private, al costo di 4 mila lire siriane (8 dollari) al mese. Tutto era sorvegliato, prepararsi alla jihad era la prima cosa, poi lo studio del Corano, poi matematica, arabo, ma anche inglese e francese. C’erano anche le scuole normali, dove andavano i locali, ma sempre con lo stesso programma». La realtà delle scuole del califfato è però ben diversa. I bambini non imparano nulla, se non la preparazione ideologica alla jihad.
A poche decine di metri dalla casupola dei figli dei foreign fighters c’è la tenda della famiglia di Ahmad Ahmad, 42 anni, piccolo commerciante del quartiere di Al-Jalah a Raqqa. Ahmad è fuggito un mese fa dai combattimenti, ha cinque figli, il più piccolo di tre anni. Nessuno di loro è in grado di leggere e scrivere. «Daesh all’inizio sembrava debole, poi ha conquistato Raqqa in due ore, non ci potevano credere. La prima cosa che hanno fatto è stato chiudere le scuole e arrestare tutti gli insegnanti che non si adeguavano alle loro idee. Potevi mandare i figli solo nelle loro madrase. Io sono riuscito a tenerli a casa. Meglio analfabeti che educati in quel modo, a uccidere».
L’indottrinamento
L’Isis «stava sempre addosso ai bambini, a quattro anni cominciavano “i corsi” per imparare “il vero islam”, a partire da 11 anni li portavano nei loro campi, per prepararli alla jihad e insegnarli a sparare, le famiglie hanno lottano per tenerli con sé, ma non tutti ce l’hanno fatta».
L’Isis «stava sempre addosso ai bambini, a quattro anni cominciavano “i corsi” per imparare “il vero islam”, a partire da 11 anni li portavano nei loro campi, per prepararli alla jihad e insegnarli a sparare, le famiglie hanno lottano per tenerli con sé, ma non tutti ce l’hanno fatta».
Molti bambini «partivano per il fronte senza nemmeno salutare i genitori, sembravano impazziti, l’onore più grande era diventare “martiri” ma il vero martirio lo abbiamo vissuto noi padri». Fin dalla sua nascita, nell’aprile del 2013, l’Isis ha portato avanti il suo progetto di indottrinamento. Per un ex combattente, ora «pentito» e in carcere, «ancora due anni così e si formerà un esercito di adolescenti che nessuno potrà più recuperare». La corsa a liberare Raqqa, e quel che resta del califfato in Siria e Iraq, è anche una corsa contro il tempo, prima che la legione dei «bambini dell’Isis» diventi adulta.
Giordano Stabile
Inviato ad Ain Issa
mercoledì 12 luglio 2017
Siria, ONU: da 30mila a 50mila civili bloccati a Raqqa
RDS
“L’Onu stima che da 30.000 a 50.000 persone siano intrappolate nella città di Raqqa”, contro le circa 100.000 di fine giugno, ha spiegato Andrej Mahecic, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).
Intanto nella città le riserve di acqua, farmaci e altri prodotti essenziali diminuiscono e la situazione umanitaria “si deteriora rapidamente”, spiega ancora l’Unhcr.
L’agenzia dell’Onu ha annunciato inoltre di aver attivato un nuovo corridoio dalla città di Aleppo a nordest di Raqqa per fornire assistenza umanitaria a circa 430.000 persone nella provincia. “Un passaggio che li porti in un posto sicuro, al riparo e sotto protezione, è un imperativo”, ha spiegato ancora il portavoce dell’Unhcr.
L’Isis ha preso il controllo di Raqqa nel 2014, trasformando de facto la città in “califfato”. Circa 300.000 civili vivevano a Raqqa, di cui 80.000 sfollati che provenivano da diverse regioni della Siria quando il gruppo islamico ha occupato la città.
Ginevra – Sono fra 30.000 e 50.000 i civili sempre intrappolati a Raqqa, principale bastione dell’Isis in Siria, che le Forze democratiche siriane tentano di riconquistare.
“L’Onu stima che da 30.000 a 50.000 persone siano intrappolate nella città di Raqqa”, contro le circa 100.000 di fine giugno, ha spiegato Andrej Mahecic, portavoce dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).
Intanto nella città le riserve di acqua, farmaci e altri prodotti essenziali diminuiscono e la situazione umanitaria “si deteriora rapidamente”, spiega ancora l’Unhcr.
L’agenzia dell’Onu ha annunciato inoltre di aver attivato un nuovo corridoio dalla città di Aleppo a nordest di Raqqa per fornire assistenza umanitaria a circa 430.000 persone nella provincia. “Un passaggio che li porti in un posto sicuro, al riparo e sotto protezione, è un imperativo”, ha spiegato ancora il portavoce dell’Unhcr.
L’Isis ha preso il controllo di Raqqa nel 2014, trasformando de facto la città in “califfato”. Circa 300.000 civili vivevano a Raqqa, di cui 80.000 sfollati che provenivano da diverse regioni della Siria quando il gruppo islamico ha occupato la città.
mercoledì 14 giugno 2017
L'Onu accusa gli Usa: nei raid su Raqqa una "sconvolgente perdita di civili"
Globalist
Arriva anche la denuncia di Human Rights Watch: gli americani usano bombe al fosforo
C'è la battaglia per la liberazione di Raqqa. E in tanti seguono le curdo-siriane al comando delle Sdf che stanno affrontando lo Stato Islamico in una delle sue roccaforti.
Ma purtroppo questa battaglia - sacrosanta - è accompagnata dai soliti bombardamenti indiscriminati degli aerei americani.
Arriva anche la denuncia di Human Rights Watch: gli americani usano bombe al fosforo
Ma purtroppo questa battaglia - sacrosanta - è accompagnata dai soliti bombardamenti indiscriminati degli aerei americani.
I raid della Coalizione anti-Isis su Raqqa, la hanno causato una "sconvolgente perdita di civili". Una denuncia che viene dai responsabili Onu che indagano sui crimini di guerra.
Uso di bombe al fosforo
"Non importa in che modo sia usato. Il fosforo pone un alto rischio di gravi danni a lungo termine per città densamente abitate come Raqqa e Mosul, e in altre zone dove c'è un'alta concentrazione di civili''. Così Human Rights Watch ha condannato l'uso di bombe al fosforo da parte della coalizione militare internazionale a guida Usa impegnata a combattere il sedicente Stato Islamico (Is) a Raqqa e a Mosul.
"Non importa in che modo sia usato. Il fosforo pone un alto rischio di gravi danni a lungo termine per città densamente abitate come Raqqa e Mosul, e in altre zone dove c'è un'alta concentrazione di civili''. Così Human Rights Watch ha condannato l'uso di bombe al fosforo da parte della coalizione militare internazionale a guida Usa impegnata a combattere il sedicente Stato Islamico (Is) a Raqqa e a Mosul.
Secondo quanto dichiarato da Steve Goose, direttore della divisione armi di Human Rights Watch, ''le forze Usa dovrebbero utilizzare tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo la possibilità di colpire i civili mentre usano il fosforo bianco in Iraq e Siria".
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