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mercoledì 3 aprile 2019

Riace. Cassazione sull'ex sindaco Lucano: non risultano frodi su appalti per i rifiuti

Avvenire
Secondo i supremi giudici, il sindaco (sospeso) della cittadina calabrese non favorì matrimoni di comodo. Resta l'accusa per avere "aiutato" la compagna, ma per ragioni "affettive".


Non sta in piedi, secondo la Corte di Cassazione, l’impianto accusatorio con cui si è cercato di distruggere il "modello Riace" e di conseguenza i progetti Sprar in tutta Italia. Perché mancano indizi di «comportamenti» fraudolenti che il sindaco sospeso, Domenico Lucano, avrebbe «materialmente posto in essere» per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative sociali.


Va inoltre riesaminata l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione illegale, ma per un solo caso, per il quale i giudici chiedono al Tribunale di tenere in conto che si tratta di una questione «affettiva». Lucano, cioè, avrebbe cercato di proteggere dal rimpatrio la sua compagna. Le motivazioni della sentenza pronunciata il 26 febbraio, nella quale si disponeva l’annullamento con rinvio al tribunale di Locri del divieto di dimora a Riace, sono un rimprovero all’accusa.

Secondo gli ermellini, a cui Lucano si era rivolto per ottenere la sospensione delle misure cautelari, le delibere e gli atti di affidamento dei servizi comunali sono stati adottati con «collegialità» e con i «prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato». Rileva inoltre, la Cassazione, che non sono provate le «opacità» che avrebbero caratterizzato l’azione di Lucano perché è la legge che consente «l’affidamento diretto di appalti» in favore delle cooperative sociali «finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate» a condizione che gli importi del servizio siano «inferiori alla soglia comunitaria».

Al contrario per i giudici ci sono elementi di «gravità indiziaria» del fatto che Lucano si sia dato da fare per favorire la permanenza in Italia della sua compagna Lemlem (a cui era stato annullato l’obbligo di firma). Ma i giudici di piazza Cavour, a questo riguardo invitano a considerare «la relazione affettiva» e lo stato di incensurato di Lucano.

In sintesi, per i magistrati del "Palazzaccio", le condotte contestate «allo stato paiono solo assertivamente ipotizzate», considerato che «non vengono sotto alcun profilo tratteggiate, rimanendo addirittura contraddette» dai dati di fatto raccolti. Quanto ai «matrimoni di comodo» evocati dalla procura, la Cassazione prende le distanze: «Quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi di riscontro ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione».

Nello Scavo

Migranti, sparita un'imbarcazione che ha dato l'allarme ieri sera. Open Arms: "La Libia non risponde, l'Italia non risponde, nessuno coordina i soccorsi, nessuna nave, non c'e nessuno. Quanti morti costeranno queste elezioni europee?"

La Repubblica
Da ieri sera non si ha più notizia di un'imbarcazione con una cinquantina di migranti a bordo, tra cui donne e bambini, da cui era partita una richiesta di soccorso al numero di Alarm phone. 
E' proprio il sito, punto di riferimento di migliaia di persone che affrontano la traversata, a segnalarlo. I migranti hanno contattato Alarm phone nel pomeriggio dando le loro coordinate, poi la linea è caduta. Un nuovo contatto alle 22, ma da allora piu' nulla. Alarm phone ha provato a contattare i numeri della guardia costiera libica per fornire le coordinate dell'imbarcazione ma nessuno ha mai risposto, ha poi segnalato la barca in difficoltà alla sala operativa di Roma che si e' limitata a fornire un altro numero dei libici che non hanno mai risposto.

Nel pomeriggio la Guardia costiera ha fatto sapere di avere "immediatamente inoltrato le informazioni ricevute alla Guardia Costiera libica, che ha assicurato l'avvenuta ricezione degli elementi forniti per le successive azioni di competenza". Il barcone si sarebbe trovato a nord di Zwara, ancora all'interno delle acque territoriali libiche e nell'area sar di responsabilità libica. Da Tripoli si ribatte che in assenza di coordinate precise non è stato disposto alcun intervento. E in serata Alarm Phone insiste: "Alle 20.50 abbiamo finalmente
raggiunto le autorità libiche che parlano solo arabo. Hanno rifiutato di prendere e dare qualsiasi informazioni su situazioni di soccorso. Non abbiamo ancora idea di dove possano trovarsi le 50 persone" a bordo del gommone che aveva chiesto aiuto.

L'Ong Sea eye, con la Alan Kurfi, 'unica nave di soccorso civile rimasta nel Mediterraneo centrale, è stata informata della barca in pericolo, ha offerto assistenza al Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo e ora sta perlustrando l'area dell'ultima posizione GPS comunicata.

A rilanciare l'Sos di Alarm Phone anche gli spagnoli di Open Arms bloccati in porto a Barcellona da mesi dalle autorita' spagnole e ora in cerca di una nuova bandiera per poter riprendere le operazioni di soccorso. "La Libia non risponde, l'Italia non risponde, nessuno coordina i soccorsi, nessuna nave, non c'e nessuno. Quanti morti costeranno queste elezioni europee?", scrive su Twitter la Ong spagnola.

E proprio oggi un'altra Ong, la Sea Watch, che avrebbe dovuto riprendere le operazioni due settimane fa, denuncia che l'Olanda (paese di cui la nave batte bandiera) ha cambiato le norme impedendo di fatto all'imbarcazione di tornare a navigare.

Alessandra Ziniti

Migranti nel Mediterraneo, ormai è anarchia totale. Ed è l’ora più buia della storia d’Europa

Linkiesta
Migranti che dirottano le navi mercantili, i governi europei che abbandonano la missione Sophia, la propaganda che domina su tutto. Così il Mediterraneo è fuori controllo e il destino degli ultimi nelle mani di criminali. Non è morta solo la politica, nel Mediterraneo. È morta la civiltà europea.


Mediterraneo addio. Incapace di assumersi le loro responsabilità i Paesi europei chiudono di fatto l’operazione Sofia di contrasto agli scafisti seppellendo sotto un compromesso indecente interessi geopolitici, diritti umani nonché duemila anni di storia nei quali – senza i mezzi, le capacità, le reti dell’età contemporanea – il Vecchio Continente e specialmente i suoi stati rivieraschi, Italia in primis, aveva costruito i principi ordinatori del Mare Nostrum, le sue leggi scritte e le sue regole consuetudinarie, non meno efficaci.


La decisione presa dai 28 ambasciatori degli Stati membri è la seguente: pattugliamento in mare sospeso, navi ritirate, resta solo la vigilanza aerea e l’addestramento della guardia costiera libica L’Italia canta vittoria perché conserva il comando di questa missione-fantasma senza doversi far carico dei migranti ripescati. 

La Francia è soddisfatta perché pensa di prendersi la guida di Sofia fra sei mesi, sostituendoci nel rapporto privilegiato con la Libia. La Germania fa buon viso a cattivo gioco: interessi diretti non ne ha, lascia volentieri la questione agli alleati, che se la spiccino loro.


Dai prossimi giorni, insomma, nel Mediterraneo agirà la legge del più forte, grosso modo come all’epoca dei pirati saraceni. Anzi, agisce già fin da ora. Il mercantile turco El Hiblu 1 che ieri aveva soccorso un gruppo di 108 disperati e stava riportandoli a Tripoli è stato costretto a invertire la rotta dalla ribellione dei naufraghi terrorizzati dalla prospettiva del ritorno nei lager libici. Ora vaga tra Malta e Lampedusa cercando un porto che nessuno vuole dargli, ed è immaginabile cosa farà il prossimo capitano della prossima nave commerciale che incrocerà un gommone semi-affondato: si girerà dall’altra parte, farà finta di non vedere e consegnerà la sorte dei fuggiaschi agli dei, visto che tra gli uomini anche le regole primigenie del salvataggio in mare e dell’approdo sicuro sono saltate.
Consegnare il Mediterraneo a questo caos non è lotta all’immigrazione. È resa agli schiavisti, ai trafficanti, ai mostri della tratta di donne e bambini, ai Paesi che li cullano e li proteggono, a cominciare dalla Libia
Senza più la bussola di un sistema condiviso, di catene di comando sicure e adempimenti prefissati, si sgretola anche ogni certezza nell’azione pubblica. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è appena salvato dall’inchiesta per sequestro di persona relativa alla nave Diciotti che già se ne profila un’altra. La Procura di Roma ha trasmesso un esposto sul blocco della Sea Watch alla procura di Siracusa che a sua volta lo ha girato per valutazioni al tribunale dei ministri di Catania. Fu reato trattenere al largo per dodici giorni quella nave, con 47 naufraghi a bordo? Chi vietò l’approdo, su ordine di quale autorità, in base a quale norma?

Tra cinque minuti ciascuna di queste domande e di queste vicende sarà avvolta da un polverone tale che distinguere giusto e sbagliato diventerà impossibile. Oltre la fuliggine della demagogia, tuttavia, si avanza un interrogativo politico importante: che ce ne facciamo di esecutivi europei – tutti o quasi tutti – che risultano palesemente incapaci di costruire decisioni oltre la propaganda? Consegnare il Mediterraneo a questo caos non è lotta all’immigrazione. È resa agli schiavisti, ai trafficanti, ai mostri della tratta di donne e bambini, ai Paesi che li cullano e li proteggono – a cominciare dalla Libia – e capitolazione di un’intera civiltà nata dalla capacità di governare il mare e di dettare le sue regole a chi lo attraversava.

Il paradosso è che la rinuncia a questa millenaria prerogativa, con la consegna all’anarchia e alla prepotenza dei confini meridionali dell’Europa, è l’esito diretto del prevalere di una narrazione dichiaratamente sovranista: quella dei Paesi di Visegrad,che hanno fatto blocco contro ogni riforma delle regole sui rifugiati; quella italiana, che ha rotto i vecchi patti senza sostituirli con nuovi; quella francese, che per calcolo politico ha promosso la sterilizzazione degli interventi navali. Ma il sovrano è colui che governa gli eventi e impone la sua norma politica e morale. Qui di sovrani non se ne vedono, piuttosto si scorgono poteri fragili e rinunciatari che ostentano il manto d’ermellino e lo scettro davanti alle opinioni pubbliche impaurite ma, alla fin fine, non sanno come usarli.

Flavia Perina

martedì 2 aprile 2019

Sri Lanka: pena di morte, previste prime esecuzioni dopo 43 anni

ANSA 
Colombo -  Le autorità dello Sri Lanka hanno distrutto oggi in una cerimonia pubblica 770 chilogrammi di cocaina, mentre il presidente ha detto che nei prossimi giorni saranno eseguite le prime condanne a morte dopo 43 anni nei confronti di trafficanti di stupefacenti.

Negli ultimi tempi è stata intensificata nel Paese una campagna contro i trafficanti che usano l'isola-Stato dell'Oceano Indiano come punto di transito per la distribuzione degli stupefacenti nella regione. 

Nell'atto dimostrativo di oggi, vicino alla capitale Colombo, agenti di polizia hanno dapprima liquefatto la cocaina, che poi hanno suddiviso in una decina di contenitori che sono stati introdotti in una fornace.
La droga era stata sequestrata in varie operazioni compiute tra il 2016 e il 2017. Novecento chilogrammi di cocaina erano stati distrutti in un'analoga dimostrazione lo scorso anno.
Il presidente Maithripala Sirisena ha detto che l'esercito e la polizia metteranno fine entro due anni al traffico di droga.


Tra le misure decise vi è la ripresa delle esecuzioni capitali, sospese fin dal 1976. "Le prime esecuzioni - ha aggiunto - avverranno nei prossimi giorni. La lista è già stata preparata e
anche le date sono state decise".
Attualmente sono 1.299 i detenuti nei bracci della morte, dei quali 48 condannati per reati legati agli stupefacenti.

Lo sapevate che il carbone soffoca i Balcani occidentali e l'Europa? - Causati 2013 decessi in EU di cui 1239 nei Balcani Occ nel 2016

Osservatorio Balcani Caucaso
Il 25% dell'inquinamento su tutto il continente europeo legato alle centrali a carbone sarebbe causato da sole due centrali, una in Serbia e l'altra in Bosnia Erzegovina. L'allarme lanciato in un recente rapporto.



I Balcani occidentali (Albania, Bosnia Erzegovina, Serbia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania) si attestano tra i primi posti in Europa per l'inquinamento dell'aria dovuto ai combustibili fossili, con conseguenze anche per i paesi confinanti. Un drammatico problema ambientale sottolineato da un recente rapporto pubblicato il 19 febbraio 2019 nel contesto della campagna di "Europe Beyond Coal " (L'Europa oltre il carbone) e promosso dalle ong HEAL (Health and Environment Alliance), Sandbag, Climate Action Network (CAN) Europe, CEE Bankwatch Network.

Le centrali a combustione di carbone portano, come riportato dagli autori del rapporto, alla morte prematura di migliaia di persone sul continente europeo: nel 2016 sarebbero stati 2013 i decessi avvenuti in paesi dell'Ue e 1239 quelli riscontrati nei Balcani occidentali. A questo vanno aggiunti gravi problemi respiratori e cardiovascolari in adulti e bambini. Danni alla salute dovuti alle sostanze inquinanti che provengono dalla combustione del carbone; tra queste si evidenziano il particolato, il diossido di zolfo (SO2) e gli ossidi di azoto (NO2). Impatti sulla salute – si sottolinea nel rapporto - derivano da un'esposizione sia a breve che a lungo termine.

Queste centrali – notano i ricercatori - non hanno effetti solo sulla salute delle persone ma – di conseguenza - anche sui sistemi sanitari nazionali, i quali devono aumentare continuamente i loro budget annuali. 


Nel rapporto si è stimato che le centrali a carbone siano costate, sempre nel 2016, una cifra che va dai 2 ed i 4 miliardi ai sistemi sanitari dei Balcani occidentali e dai 3,5 ai 5,8 miliardi di euro, lo stesso anno, ai paesi dell'Ue dove i paesi maggiormente colpiti sarebbero la Croazia e la Romania.
Maglie nere: Kostolac B e Ugljevik
Le centrali più inquinanti sul continente europeo si trovano in primo luogo nei Balcani occidentali (8 su 10): una sola centrale a carbone nei Balcani occidentali emette quantità di SO2 e PM venti volte maggiori rispetto ad una centrale sul territorio dell'Unione Europea. 

Kostolac B in Serbia e Ugljevik in Bosnia Erzegovina sono considerate le centrali produttrici di più di metà del diossido di zolfo di tutta l'area dei Balcani occidentali (25% della produzione se si considerano l'Unione Europea e Balcani insieme). Il report sottolinea il fatto che, nel 2016, 16 impianti a carbone collocati nei Balcani occidentali hanno inquinato quanto 250 centrali nell'Unione europea. Un'aggravante a questa situazione già problematica è il fatto che le centrali dei Balcani spesso non presentano impianti per rimuovere l'SO2 (conosciute come tecnologie di desolforazione). Altre volte, pur essendone in possesso, questi impianti non sono funzionanti.
[...]
Alla luce di questi dati per gli autori del report è quantomai necessario affrontare le conseguenze delle centrali a carbone dei Balcani occidentali, in modo da portare ad una maggiore integrazione di questi paesi nel sistema economico e politico europeo. In conclusione, il rapporto individua diverse raccomandazioni per i decisori politici di entrambi i fronti: all'Unione Europea è richiesto di fare propria la lotta contro l'inquinamento rafforzando le politiche restrittive interne ed esterne e dando priorità al controllo delle politiche anti-inquinamento dell'aria nel processo di adesione all'Unione Europea. 

Ai paesi dei Balcani occidentali è richiesto di implementare urgentemente la Direttiva europea sulle centrali ad alta combustione per gli impianti esistenti, di chiudere il prima possibile le centrali a carbone più inquinanti ed implementare gli standard firmati durante l'accordo di Parigi del 2015, optando per forme di energia rinnovabili. In entrambi casi è necessario che gli attori prestino particolare attenzione agli interessi e alle richieste dei loro cittadini, oltre che controllare che qualsiasi investimento per la riduzione dell'inquinamento sia in linea con l'obbiettivo di proteggere l'ambiente in generale.

* Maria Giulia Anceschi sta effettuando una periodo di stage presso la redazione di OBCT

Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0


lunedì 1 aprile 2019

Braccianti nell'agricoltura, nuovi schiavi. «1.500 morti in 6 anni, fermate la strage»

Avvenire
I medici del Cuamm al British Medical Journal: sfruttamento sovraumano nei campi agricoli d'Italia. Ecco tutte le patologie che sono all'origine di una tragedia dimenticata. La ferocia del caporalato


«Esiste una ferocia nello sfruttamento del lavoro dei migranti che è la causa di condizioni disumane e, quindi, di patologie: di fronte a questo tutti dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e non far finta di niente». 

La denuncia arriva da Francesco Di Gennaro, giovane medico specializzando in malattie infettive al Policlinico di Bari, volontario del Cuamm, i Medici per l’Africa, già impegnato in missioni in Sierra Leone e Mozambico. Di Gennaro è, insieme alla palermitana Claudia Marotta, al docente dell’Università Cattolica di Roma Paolo Parente, a Giovanni Putoto, responsabile della programmazione di “Medici con l’Africa Cuamm” e a Davide Mosca, già direttore del Migration Health Departmentall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, uno dei medici italiani autori di un articolo pubblicato sul British Medical Journal, autorevole rivista scientifica inglese.

Dodici euro per 8 ore di lavoro. Si tratta di un articolo nel quale si rilancia un dato che fa riflettere: sono infatti oltre 1.500 i braccianti agricoli extracomunitari morti negli ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro. «Bisogna fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell’agricoltura in Italia e vengono pagati appena 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di tutto il mondo tutto l’anno – è l’appello dei medici italiani –. A questi morti, inoltre, si aggiungono altre vittime, quelle uccise dal “caporalato”». Queste persone, provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, «vivono qui in baraccopoli senza acqua, senza servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base».

Sin dal 2015 il Cuamm, in partnership con istituzioni locali, fornisce anche servizi sanitari di base a questo popolo di migranti – circa 100mila – sparsi per tutta l’Italia, che affollano baraccopoli e tendopoli e che, nonostante la legge di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo (la n. 199 del 2016), sono completamente privi di protezioni e tutele. «Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi – scrivono i medici – ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone “mute”. Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l’egoismo, in qualsiasi forma si presenti», concludono i medici. Il Cuamm è un’organizzazione non governativa impegnata in 8 Paesi africani con oltre 2.200 operatori “sul campo”, sia europei che locali.

Francesco Di Gennaro è uno dei medici della Ong che prestano il loro servizio una volta alla settimana, a bordo di un camper attrezzato, anche nei ghetti della Puglia in cui vivono i migranti braccianti, come Borgo Mezzanone, realtà tristemente nota alle cronache per il ghetto in cui sono ospitati centinaia di persone. E proprio la Puglia è stata teatro l’estate scorsa di una serie di tragedie avvenute a bordo dei "pulmini della morte", dove venivano trasportati braccianti che lavoravano per 12-14 ore sotto il sole. Ammassati sui mezzi di trasporto, pesantemente sfruttati nei campi, rinchiusi in spazi angusti per le (poche) ore di riposo: questa è la situazione, più volte documentata da Avvenire nei mesi scorsi.

Le patologie più diffuse. «Le patologie che rileviamo tra gli abitanti dei ghetti sono soprattutto quelle correlate al massacrante lavoro che sono costretti a svolgere: la disidratazione, in particolare d’estate, quando nei campi di pomodori ci si espone al sole e a una fatica prolungata che può durare anche 10-12 ore al giorno, e i dolori articolari, dovuti ai continui piegamenti del corpo e agli sforzi continui nel trasportare le pesanti cassette; d’inverno invece – prosegue il medico del Cuamm – sono diffuse polmoniti, bronchiti e altre malattie da raffreddamento, perché nelle baracche fa freddo». «L’articolo sul British Medical Journal – precisa Di Gennaro – rilancia dati già conosciuti e vuole favorire un dibattito anche a livello internazionale, nel mondo scientifico e culturale, sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro e del caporalato in Italia, per impedire, per quanto possibile, questa inaudita ferocia. Il nostro compito, come Cuamm – conclude – è quello di essere, insieme ad altre associazioni, a parrocchie e gruppi di volontariato, dei “cani da guardia” che difendono gli ultimi e gli sfruttati, i più fragili».

Fulvio Fulvi

L'odissea di Omar, immigrato zero del decreto Salvini. Da richiedente asilo a "clandestino" condannato e espulso ma che resta in Italia

La Repubblica
"Ero regolarmente in Italia. Mentre ora, grazie alla nuova legge, sono un clandestino". Questa è la storia di Omar Jallow, 27 anni, l'immigrato zero del decreto Salvini. Il primo a cui sono state applicate le nuove norme volute dal ministro degli Interni che, tra le altre cose, prevedono l'immediato rimpatrio dei richiedenti asilo che commettono un reato nel nostro Paese.


La storia di Omar dimostra che nel meccanismo c'è qualcosa che non torna: oggi Jallow è ancora in Italia, come prima del suo arresto. Prima però era un richiedente asilo. Oggi, invece, un clandestino. Con un decreto di espulsione in tasca "e senza i soldi per tornare nel mio Paese" spiega lui, attraverso il suo avvocato, Nicola Totaro. La storia comincia il 5 ottobre scorso.

Omar, gambiano, lavora nei campi della Daunia e vive a Borgo Mezzanone, il maxi ghetto alle porte di Foggia. È a bordo di un auto che usa per andare a lavorare. Non si ferma a un posto di blocco della polizia stradale, prova a scappare: non ha l'assicurazione, attende una decisione sul suo permesso di soggiorno, ha paura.

Ne segue una fuga breve e una colluttazione con i due agenti che, per fermarlo, lo ammanettano anche alla ruota della volante. Jallow viene arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. Il 9 ottobre viene processato per direttissima a Foggia: il pm chiede tre anni e 4 mesi di reclusione. Il giudice, anche perché l'uomo è incensurato, lo condanna a un anno. Il 15 ottobre il ministro Salvini scrive trionfale su Facebook: "La giornata comincia bene. Prima applicazione del #DecretoSalvini!

Il gambiano Omar Jallow, vari precedenti penali, l'altro giorno a Foggia non si era fermato all'alt ma aveva cercato di investire un poliziotto. Era un "richiedente asilo", che aveva avuto la protezione umanitaria grazie a un ricorso alla magistratura. Dopo il nostro decreto, è stato subito convocato in Commissione: protezione negata! E adesso, come giusto, si potrà espellere! Fuori dall'Italia questi delinquenti, dalle parole ai fatti".

Omar dunque si può espellere. Viene trasferito da Foggia in un carcere calabrese dove gli viene comunicata la decisione della commissione. "La notificano a lui - spiega l'avvocato - che inspiegabilmente e improvvisamente è stato trasferito. E non a me: non riusciamo, come avremmo potuto, fare ricorso". Lo fanno invece, per la condanna penale, e il giudice d'Appello la riduce: cinque mesi e pena sospesa. Omar il 27 febbraio è scarcerato.

Il suo permesso di soggiorno non esiste più. E così il 6 marzo viene fermato a Foggia e trasferito al Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. Deve essere espulso. Il giudice di pace di Potenza però non è d'accordo: il 6 marzo Jallow è libero perché non gli viene convalidato il trattenimento nel Cpr. Su ordine del questore, dovrà lasciare l'Italia entro sette giorni. "Anche se volessi non potrei: dove vado? Con che soldi?" dice al suo avvocato Omar, il nuovo clandestino.
Giuliano Foschini