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martedì 2 aprile 2019

Lo sapevate che il carbone soffoca i Balcani occidentali e l'Europa? - Causati 2013 decessi in EU di cui 1239 nei Balcani Occ nel 2016

Osservatorio Balcani Caucaso
Il 25% dell'inquinamento su tutto il continente europeo legato alle centrali a carbone sarebbe causato da sole due centrali, una in Serbia e l'altra in Bosnia Erzegovina. L'allarme lanciato in un recente rapporto.



I Balcani occidentali (Albania, Bosnia Erzegovina, Serbia, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania) si attestano tra i primi posti in Europa per l'inquinamento dell'aria dovuto ai combustibili fossili, con conseguenze anche per i paesi confinanti. Un drammatico problema ambientale sottolineato da un recente rapporto pubblicato il 19 febbraio 2019 nel contesto della campagna di "Europe Beyond Coal " (L'Europa oltre il carbone) e promosso dalle ong HEAL (Health and Environment Alliance), Sandbag, Climate Action Network (CAN) Europe, CEE Bankwatch Network.

Le centrali a combustione di carbone portano, come riportato dagli autori del rapporto, alla morte prematura di migliaia di persone sul continente europeo: nel 2016 sarebbero stati 2013 i decessi avvenuti in paesi dell'Ue e 1239 quelli riscontrati nei Balcani occidentali. A questo vanno aggiunti gravi problemi respiratori e cardiovascolari in adulti e bambini. Danni alla salute dovuti alle sostanze inquinanti che provengono dalla combustione del carbone; tra queste si evidenziano il particolato, il diossido di zolfo (SO2) e gli ossidi di azoto (NO2). Impatti sulla salute – si sottolinea nel rapporto - derivano da un'esposizione sia a breve che a lungo termine.

Queste centrali – notano i ricercatori - non hanno effetti solo sulla salute delle persone ma – di conseguenza - anche sui sistemi sanitari nazionali, i quali devono aumentare continuamente i loro budget annuali. 


Nel rapporto si è stimato che le centrali a carbone siano costate, sempre nel 2016, una cifra che va dai 2 ed i 4 miliardi ai sistemi sanitari dei Balcani occidentali e dai 3,5 ai 5,8 miliardi di euro, lo stesso anno, ai paesi dell'Ue dove i paesi maggiormente colpiti sarebbero la Croazia e la Romania.
Maglie nere: Kostolac B e Ugljevik
Le centrali più inquinanti sul continente europeo si trovano in primo luogo nei Balcani occidentali (8 su 10): una sola centrale a carbone nei Balcani occidentali emette quantità di SO2 e PM venti volte maggiori rispetto ad una centrale sul territorio dell'Unione Europea. 

Kostolac B in Serbia e Ugljevik in Bosnia Erzegovina sono considerate le centrali produttrici di più di metà del diossido di zolfo di tutta l'area dei Balcani occidentali (25% della produzione se si considerano l'Unione Europea e Balcani insieme). Il report sottolinea il fatto che, nel 2016, 16 impianti a carbone collocati nei Balcani occidentali hanno inquinato quanto 250 centrali nell'Unione europea. Un'aggravante a questa situazione già problematica è il fatto che le centrali dei Balcani spesso non presentano impianti per rimuovere l'SO2 (conosciute come tecnologie di desolforazione). Altre volte, pur essendone in possesso, questi impianti non sono funzionanti.
[...]
Alla luce di questi dati per gli autori del report è quantomai necessario affrontare le conseguenze delle centrali a carbone dei Balcani occidentali, in modo da portare ad una maggiore integrazione di questi paesi nel sistema economico e politico europeo. In conclusione, il rapporto individua diverse raccomandazioni per i decisori politici di entrambi i fronti: all'Unione Europea è richiesto di fare propria la lotta contro l'inquinamento rafforzando le politiche restrittive interne ed esterne e dando priorità al controllo delle politiche anti-inquinamento dell'aria nel processo di adesione all'Unione Europea. 

Ai paesi dei Balcani occidentali è richiesto di implementare urgentemente la Direttiva europea sulle centrali ad alta combustione per gli impianti esistenti, di chiudere il prima possibile le centrali a carbone più inquinanti ed implementare gli standard firmati durante l'accordo di Parigi del 2015, optando per forme di energia rinnovabili. In entrambi casi è necessario che gli attori prestino particolare attenzione agli interessi e alle richieste dei loro cittadini, oltre che controllare che qualsiasi investimento per la riduzione dell'inquinamento sia in linea con l'obbiettivo di proteggere l'ambiente in generale.

* Maria Giulia Anceschi sta effettuando una periodo di stage presso la redazione di OBCT

Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0


venerdì 15 febbraio 2019

Emergenza profughi nei Balcani, 60mila migranti entrati nel 2018, trattamenti brutali della polizia ai confini

Caritas Ambrosiana
La rotta balcanica è ufficialmente chiusa dal marzo 2016 da quando l'accordo tra Ue e Turchia è entrato in vigore; in realtà nel corso del 2018, più di 60 mila migranti sono stati registrati dalle autorità dei paesi dei Balcani occidentali. 


Si tratta di famiglie in fuga da guerre e violenze nei loro paesi d'origine: Siria, Afghanistan e Pakistan; che si dirigono verso la frontiera con la Croazia per cercare di attraversare i confini con l'Unione Europea.

La sorveglianza dei confini e la brutalità della polizia ungherese contro i migranti hanno spalancato le porte ad una nuova rotta attraverso i Balcani, che attraversa Albania, Montenegro e Bosnia. 
E così il commercio clandestino di essere umani ha raggiunto anche la Bosnia. 

Qui i rifugiati pagano i contrabbandieri per il passaggio in Croazia o in Slovenia, altri tentano di attraversare il confine su camion o treni. La maggior parte ancora cerca di entrare in territorio croato a piedi. Per questo la polizia ha intensificato i controlli lungo le frontiere e quotidianamente i migranti vengono respinti con violenza dalle forze dell'ordine. 

Sono decine le testimonianze di maltrattamenti che registriamo, a questi si aggiungono i pericoli legati all’attraversamento delle zone minate risalenti alle guerre degli anni ‘90. Le condizioni fisiche e psicologiche dei migranti peggiorano velocemente ed i rischi di scontri con le comunità locali aumentano.

Anche negli ultimi mesi invernali la rotta è rimasta aperta e percorsa, nonostante le rigide temperature e l'abbondante neve caduta. Si sono registrati molti casi con principi di assideramento per gruppi di migranti che si erano persi lungo le montagne al confine con la Croazia, e purtroppo con la registrazione di alcuni decessi.

Ad oggi le condizioni di viaggio rimangono estremamente precarie e i Paesi balcanici non sono preparati ad affrontare l’accoglienza di un numero così elevato di persone: intere famiglie con bambini dormono all’aperto, senza accesso ai servizi più basilari come acqua potabile, bagni, docce e si prevede un aumento di profughi lungo questa rotta nei prossimi mesi primaverili.

L'emergenza in Bosnia Erzegovina
L'emergenza profughi in Bosnia e Erzegovina rimane molto critica. Le stime parlano di circa 6.000 migranti con capacità ricettive nei campi profughi ancora insufficienti. La situazione di estrema precarietà fa sì che i migranti si accalchino all’addiaccio in strade e parchi durante le ore notturne in cerca di aiuti e riparo. Le scarsissime risorse a disposizione, lamancanza di strutture di accoglienza e di distribuzione del cibo e di beni di prima necessità rende la situazione estremamente precaria.
La zona di Bihac rimane attalmente quella più critica. Le autorità locali in questi mesi sono riuscite a individuare una location per collocare i migranti, è una ex fabbrica abbandonata, di fatto sono enormi capannoni dismessi e fatiscenti dentro cui hanno montato delle tende con letti a castello e dei servizi igenici chimici, per alloggiarte 2.500 persone. Il campo profughi di Bira è in questo momento è in condizioni veramente terribili, sia dal punto di vista igienico-sanitario, sia per la grande tensione all'interno del campo: sovraffollamento e nessuna attività ricreativa proposta alle persone presenti. Alcuni giorni la tensione tra i profughi è espola in tafferugli ed è dovuta intervenire la polizia arrestando più di 50 persone.
L'emergenza in Serbia
In Serbia sono attivi 18 campi profughi che accolgono più di 4.500 migranti, qui la situazione umanitaria è certamente migliore rispetto ad altre copagini del contesto Balcanico. Questo perchè la Repubblica Serba è stata coinvolta fin da subito nell'emergenza migratoria iniziata nel 2013. Attualmente i maggiori problemi sono dati dalla graduale riduzione degli interventi nei campi profughi delle principali ONG che stanno comportando un grave peggiormanto della qualità della vita nei campi.
La situazione all'interno dei campi è ferma al giorno i rifugiati hanno lasciato la propria casa. Per i bambini le lezioni a scuola sono interrotte. Nessun adulto può lavorare. Per ora, la maggior parte dei migranti dispone solo di alloggi provvisori che variano da località in località.
Grazie alla collaborazione con Caritas Serbia e Ipsia, Caritas Ambrosiana è presente nel campo profughi di Bogavadja nella zona di Belgrado fin dall'inizio della crisi con programmi di emergenza: attraverso la distribuzione di aiuti umanitari; l'allestimento di strutture per accoglienza diffusa, la creazione di mense per preparare pasti caldi e con attività di tipo psico-sociale seguite da personale qualificato sull’emergenza.

sabato 14 gennaio 2017

Migranti morti di freddo sui confini chiusi dei Balcani. L'eliminazione invisibile: gelo, marce forzate nei boschi e deportazioni

Huffigton Post 
Migranti congelati o morti di gelo. Con la discesa brutale delle temperature e la chiusura della rotta balcanica la scorsa primavera, migliaia di migranti si ritrovano bloccati in Serbia, intere famiglie o minori non accompagnati, senza vestiti per il clima invernale. 7.000 profughi circa in Serbia secondo l’Unhcr, ma secondo stime delle organizzazioni locali circa 10.000, di cui 6.000 ospitati nelle strutture ufficiali e solo 3.140 adatti all’inverno; il resto dorme fuori in edifici abbandonnati di Belgrado o sui confini, alcuni persino nei boschi, a meno 20 di notte, e 30 cm di neve. I casi di ipotermia si sono drammaticamente moltiplicati, sette a Belgrado, trattati da MSF e Médecins du Monde a Belgrado, nelle sole ultime 24 ore, e quattro morti per assideramento nella sola prima settimana di gennaio sui confini bulgaro-turco e greco-macedone.



Il 6 gennaio, i cadaveri di due giovani iracheni di 28 e 35 anni, sono stati ritrovati dagli abitanti del paese di Izvor nella regione di Burgas, vicino al monte Strandzha, scelta dai migranti illegali perché unico punto dove la zona è senza recinti. 

Come annuncia la polizia di frontiera bulgara, da una autospia post mortem risulta che sono morti di assideramento. Solo quattro giorni prima, il 2 gennaio 2017, nella stessa zona, era stata ritrovata la prima vittima della Frontiera 2017 dei Balcani: il corpo di una donna somala, congelata vicino al paese di Ravadinovo. Stremata, secondo il racconto dei 31 compagni di viaggio afghani, pakistani, era stata abandonnata, perché troppo debole per proseguire. Due adolescenti dello stesso gruppo di età 14 e16 anni, sono stati portati in ospedale per inizio congelamento degli arti inferiori. Migranti con rotte, storie e sogni diversi, ma vittima della stessa morte: letteralmente di freddo. Solo i corpi ritrovati o segnalati dai sopravissuti, sono la prova della morte di gelo per migranti in transito tra monti e boschi dei Balcani. Tanti passati nella regione sud-est della Bulgaria vicino il confine turco, raccontano di aver visto cadaveri nelle foreste.

Dal 6 ottobre scorso, quel confine bulgaro-turco è pattugliato dalla nuova agenzia di controllo della frontiera Schengen, tanto voluta da Juncker, l’ European Border and Coast Guard Agency, una specie di Frontex rafforzata ( che può contare su un budget di 2016 su un budget di 238 milioni di euro); mentre Bruxelles ha già stanziato 108 milioni di euro a Sofia per costruire nuove barriere anti-migranti, oltre a quella già realizzata alla frontiera con la Turchia, e l’acquisto di 50 veicoli per la sorveglianza dei confini. Ma come notano i coordinatori dell’ong Bordermonitoring Bulgaria che monitora i diritti dei rifugiati nel paese, quelle guardie europee non sono né capace né attrezzate per impedire quei casi letali, e solo accessi legali potrebbero evitare quelle morti di frontiere.

Andrea Contenta, esperto di affari umanitari di Médecins Sans Frontières, a riguardo dei sette casi di congelamento a Belgrado nelle ultime 24 ore, aggiunge “vi assicuro che è molto più grave di quanto sembra. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono. Sono certo che il numero di casi aumenterà significativamente entro la fine della settimana”. E aggiunge “l’inverno è un fenomeno naturale che non possiamo controllare. Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione Europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”.

Racconti da Seconda guerra mondiale, di marce forzate nel gelo, di morte per esaurimento e freddo. Eliminazione. Non Siberia 1917, non Germania 1945: Europa 2017. Il 3 gennaio scorso, su un altro confine a Nord della Grecia, nella cittadina frontaliera di Didymoteicho, un ventenne afghano è deceduto dopo aver attraversato il fiume Evros. Le autorità vicino al confine turco, hanno tra l’altro segnalato un aumento di migranti che tentano la traversata (disperata) nella regione dell’Evros, la rotta balcanica infatti non essendo “chiusa”.

Il 26 dicembre dell’anno scorso, nel silenzio dei media, un giovane irachene raccontava di essere stato costretto dai trafficanti a abandonnare la propria sorella mentre passavano il confine bulgaro, perché stremata stentava a camminare. Communicate le coordinate alle autorità serbe, non si è potuto salvarla, era troppo tardi. A novembre scorso, un ragazzo afghano diciottene era stato già ritrovato morto dal lato bulgaro, nel villagio di Kosovo, sito a un kilometro dal confine serbo; una provincia, quella di Vidin, non nuova a questi “incidenti”: già nell’inverno 2014, quattro rifugiati erano morti di gelo nei pressi di Kireevo e a settembre 2016, cinque profughi, tra cui 4 bimbi, sono annegati nel Danubio; in questo caso probabilmente un tentativo di passare il confine andato male.

Ma anche le deportazioni illegali, in aumento da mesi sulla rotta balcanica, come denuncia Unhcr, possono aver esiti mortali. L’ipotermia fu evitata a due donne curdo-siriane e un bimbo di due anni il 17 dicembre scorso, in una deportazione illegale da Belgrade sul confine bulgaro, grazie ai soccorsi mandati in tempo, da un’attivista di Info-Park (un associazione locale che offre assistenza ai rifugiati nel cuore di Belgrado). Il gruppo di 7 richiedenti asilo era stato assegnato un posto nel campo di accoglienza di Bosiljgrad, a centro-sud della Serbia. Saliti a bordo del bus che li trasferiva, le cosiddette joint forces, li hanno fatto scendere dal bus e abandonnati nei monti sul confine serbo-bulgaro a temperature di 11 gradi sotto zero. Ipotermia evitata in una questione di ore. Quanti altri casi e quanti sono i profughi morti negli ultimi anni sui confini balcanici? “Nel caso della famiglia curdo-siriana, abbiamo le prove che si tratti di una deportazione illegale, specifica, e che se nessuno avesse reagito in tempo, sarebbero morti di ipotermia in quache ore; Ma non sappiamo se in queste colline e boschi confinanti con la Bulgaria o la Macedonia, altri migranti sono scomparsi, e quanti”, mi risponde Miodrag, attivista di Info-Park. Il numero esatto di morti sui confini dell’Europa, tra paesi balcanici, non si saprà probabilmente mail. Non esiste alcuna statistica ufficiale esaustiva su questi morti sui confini, solo rapporti dell’Unhcr, di ong locali, o dalle polizie di frontiere di ritrovamento dei corpi, o dai diretti sopravvisuti svelano l’orrore invisibile vissuto dagli migranti intrappolati, in transito o respinti tra confini chiusi.
Non solo le basse temperature, ma l’indifferenza dell’Europa, rischia di diventare letale questi giorni.


Flore Murard-Yovanovitch

venerdì 26 febbraio 2016

Amnesty: 2015 anno difficile per i diritti umani in EU Discriminazione rifugiati e rom nei Balcani

ANSA
Rapporto annuale 2015, 'Anno turbolento per l'Europa'
Trieste - Il 2015 è stato un "anno turbolento" per l'Europa. Così il rapporto annuale dell'Amnesty International sui diritti umani nel mondo, secondo il quale "il rispetto dei diritti umani è peggiorato in tutta la regione". Nei Balcani, il report segnala soprattutto la discriminazione dei rom, le violazioni dei diritti dei rifugiati e della libertà di informazione come problemi ricorrenti tra vari Paesi della regione.

I
n particolare, in Albania Amnesty segnala che alle comunità rom ed egiziana è stato negato un alloggio adeguato e sono state sottoposte a sgomberi forzati. Inoltre, migliaia di albanesi, spinti dalla povertà, hanno cercato asilo nell'Ue. Problematica anche la protezione contro la violenza domestica, che è rimasta "inadeguata".

Anche in Bosnia-Erzegovina sono continuati a verificarsi atti di discriminazione contro ebrei e rom e violazioni del diritto alla libertà di espressione. Inoltre, l'accesso alla giustizia e alla riparazione per i crimini del passato è rimasto limitato "a causa della mancanza di impegno".

Dal canto suo, la Croazia ha incontrato difficoltà nel fornire adeguate condizioni di accoglienza e accesso alle procedure di asilo per il grande numero di rifugiati e migranti giunti nel Paese, mentre non è cessata la discriminazione contro serbo-croati e rom.
Più di 600.000 rifugiati e migranti hanno attraversato la Serbia diretti nei paesi Ue. Il perseguimento dei crimini di guerra è progredito con lentezza. In Kosovo, i partiti di opposizione hanno ritardato l'istituzione di un Tribunale speciale per crimini di guerra e l'attuazione di un accordo con la Serbia mediato dall'Ue.

In Macedonia, la diffusione di audioregistrazioni "non ha soltanto rivelato prove di corruzione del governo ma ha dimostrato quanto fosse diffusa la sorveglianza clandestina", segnala Amnesty. Inoltre, le autorità non hanno rispettato i diritti di rifugiati e migranti, ricorrendo alla detenzione illegale e all'uso eccessivo della forza.

In Montenegro non sono cessate le minacce e le aggressioni contro organi d'informazione e giornalisti indipendenti; pochi responsabili sono stati assicurati alla giustizia. La polizia ha fatto uso eccessivo della forza durante le proteste di massa organizzate dai partiti dell'opposizione contro l'incapacità del governo di affrontare povertà, criminalità e corruzione.

Anche in Bulgaria sono perdurate le segnalazioni di respingimenti di rifugiati e migranti da parte della polizia di frontiera; le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo sono rimaste carenti e non è stato organizzato un piano di integrazione per i rifugiati riconosciuti. Le autorità locali e nazionali hanno continuato a sgomberare con la forza i rom. La riforma delle norme sui crimini d'odio è in una fase di stallo.

Discriminazioni contro i rom anche in Romania, dove nell'arco dell'anno scorso sono stati registrati sgomberi forzati e altre violazioni. A seguito della diffusione del rapporto del senato Usa sul programma di detenzioni segrete della Cia, è stata aperta una nuova inchiesta sulla collaborazione della Romania.

Ad aprile, il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha esaminato la situazione della Romania per la prima volta in 18 anni.

giovedì 3 settembre 2015

Le rotte dell’immigrazione: la porta d’ingresso non è più (solo) l’Italia

Likiesta
Profughi e migranti battono nuove strade per raggiungere l’Europa, evitando l’inferno degli sbarchi dalle coste della Libia. Solo nel mese di luglio 2015 più di 107mila migranti hanno attraversato i confini europei, il triplo rispetto allo stesso mese del 2014, e ben oltre i 70mila ingressi registrati a giugno. 

Arrivi di immigrati
sull'isola di Lesbo - Grecia
Ma al di là dei numeri record, quello che cambia è il percorso per raggiungere la “fortezza Europa”. Al centro dell’emergenza non c‘è più l’Italia. Crescono, come ci raccontano le notizie che arrivano dal confine macedone, la rotta orientale del Mediterraneo e quella dei Balcani. Secondo i dati dell’agenzia europea Frontex, tra gennaio e luglio i migranti che sono arrivati sulle coste europee dalla Turchia superano la soglia dei 132mila, mentre quelli che hanno attraversato la tratta balcanica sono stati oltre 102mila. Nello stesso periodo, i migranti che hanno percorso la rotta del Mediterraneo centrale dalla Libia sono stati poco più di 91mila.

«La mappa degli ingressi irregolari è sostanzialmente cambiata», spiega uno studio della Fondazione Leone Moressa. Se nel 2014 il 60% degli ingressi irregolari avveniva attraverso il Mediterraneo centrale, cioè sulle coste italiane, nei primi sei mesi del 2015 la via che parte dal Nord Africa per raggiungere l’Italia rappresenta solo il 30% sul totale degli arrivi. Le vie di ingresso principali sono Grecia, Bulgaria e Cipro, che superano il 35% degli ingressi. A seguire la frontiera dei Balcani occidentali, soprattutto verso l’Ungheria, in cui il flusso è raddoppiato dal 15 al 30 per cento: da questa porta a giugno 2015 sono passati già oltre 67mila migranti, mentre in tutto il 2014 gli ingressi erano stati circa 43mila.

Nel mese di luglio, il maggior numero di profughi, circa 50mila, è stato registrato nel mar Egeo, soprattutto tra le isole greche di Lesbo, Chios, Samos e Kos. Nei Balcani se ne sono contati quasi 35mila. In Italia si sono registrati circa 20mila arrivi, per un totale di 90mila dall’inizio del 2015.

Dietro ciascuna rotta ci sono nazionalità specifiche. A spostarsi dalla porte europea orientale sono soprattutto profughi siriani e afghani. Oltre 78mila siriani sono partiti dalle coste turche nei primi sei mesi del 2015 per raggiungere la Grecia. Nella stessa tratta gli afghani sono stati oltre 32mila. Nella tratta balcanica gli afghani sono stati poco più di 29mila, i siriani circa 28mila. Sulla tratta del Mediterraneo centrale, invece, a imbarcarsi su pescherecci e gommoni dalle coste libiche in nove casi su dieci sono africani, eritrei e nigeriani in primis. Due rotte parallele battute dai profughi che scappano da guerre, regimi militari e persecuzioni. Con prezzi da pagare e rischi differenti. A Sud, nel Mediterraneo centrale, si chiedono “biglietti” meno costosi per viaggi ad alto rischio; a Est la maggiore sicurezza del viaggio si traduce in introiti più alti per i trafficanti.