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mercoledì 26 settembre 2018

Inail, nei primo otto mesi del 2018 aumento dei morti sul lavoro, sono 713

Rai News
Aumentano le morti sul lavoro nei primi 8 mesi dell'anno. Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all'Inail tra gennaio e agosto sono state 713, 31 rispetto alle 682 dell'analogo periodo del 2017 (+4,5%). 


L'aumento, afferma l'istituto, è dovuto soprattutto all'elevato numero di decessi avvenuti nel mese di agosto di quest'anno rispetto all'agosto 2017 (92 contro 51), alcuni dei quali causati da incidenti "plurimi", ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o piu' lavoratori. 

Il crollo del Ponte di Genova e i decessi di braccianti stranieri in Puglia nel mese di agosto provocano un aumento degli infortuni mortali sul lavoro nei primi 8 mesi dell'anno. Secondo l'Inail ad agosto si è contato lo stesso numero di vittime (34) in incidenti plurimi dell'intero periodo gennaio-agosto 2017. 

Nel confronto di periodo dei primi otto mesi, nel 2018 si sono verificati 15 incidenti plurimi che sono costati la vita a 60 lavoratori, rispetto agli 11 incidenti plurimi del 2017, quando le morti furono 34. Nell'agosto di quest'anno, in particolare, si e' contato lo stesso numero di vittime (34) in incidenti plurimi dell'intero periodo gennaio-agosto 2017. Tra gli eventi piu' tragici del mese scorso si ricordano il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti in Puglia, che hanno provocato la morte di braccianti stranieri a Lesina e Foggia. 

martedì 25 settembre 2018

Libia nel caos: mezzo milione di bambini a rischio a Tripoli, e fuggire è sempre più difficile.

corrierenazionale.it
Allarme dell'Unicef: già 8 minori uccisi nelle ultime settimane in Libia. Oltre 1200 famiglie sfollate negli ultimi due giorni a causa dell'intensificarsi degli scontri nella parte meridionale di Tripoli. 


"Siamo sconvolti e rattristati dalle notizie secondo cui un'intera famiglia, fra cui due bambini, è stata uccisa a Tripoli ieri a causa della caduta di un missile sulla loro casa. Quanto accaduto porta a 8 il numero totale di bambini uccisi dall'inizio delle violenze, il 27 agosto, nella città di Tripoli. Molti altri bambini stanno affrontando molteplici e gravi violazioni dei diritti dei minorenni". 

A lanciare l'allarme è Geert Cappelaere dell'Unicef.

Secondo le notizie, un numero maggiore di bambini è stato reclutato per combattere, esponendoli a un pericolo immediato. A causa di ciò, almeno un bambino è stato ucciso. 

Oltre 1.200 famiglie sono state sfollate solo nelle ultime 48 ore a causa dell'intensificarsi degli scontri nella parte meridionale di Tripoli, portando il numero totale di sfollati a oltre 25.000. Secondo le stime dell'Unicef, la metà sono bambini. 

La mancanza di cibo, acqua ed energia elettrica è fra le sfide quotidiane che i bambini e le famiglie affrontano. Nel paese è in corso un'epidemia di morbillo, con oltre 500 casi segnalati - la maggior parte dei quali bambini. Una sempre maggiore mancanza di servizi sanitari pienamente operativi porterà soltanto a ulteriori casi di morbillo. 

Ancora altre scuole vengono utilizzate per offrire un riparo alle famiglie sfollate, e questo probabilmente ritarderà l'inizio dell'anno scolastico, previsto per il 3 ottobre. Per i bambini migranti in transito attraverso la Libia, questa violenza sta aumentando le loro già profonde sofferenze. 

Centinaia di rifugiati e migranti detenuti, fra cui bambini, sono stati costretti a trasferirsi a causa delle violenze. Altri sono bloccati nei centri in condizioni disperate. L'Unicef sta lavorando per fornire aiuti d'emergenza a questi bambini e continua a chiedere il loro rilascio.

"L'Unicef chiede a tutte le parti in conflitto in Libia di proteggere i bambini, sempre. La soluzione ai recenti scontri e alla crisi in Libia non si ottiene attraverso la violenza, ma attraverso la diplomazia e gli accordi politici, tenendo al centro l'interesse dei bambini".

Egitto: Cassazione conferma la condanna a morte di 20 islamisti

Agenzia Nova
Il Cairo  - La Corte di cassazione egiziana ha confermato il 24 settembre le condanne a morte contro 20 militanti islamisti nel cosiddetto processo del “Massacro di Kerdasa”. 

Lo riferisce il quotidiano statale "al Ahram". I giudici hanno confermato anche l'ergastolo nei confronti di 80 imputati, 15 anni di prigione contro altri 34 e dieci anni di carcere nei confronti di un minore. Assolti altri 21 imputati

Il caso ha origine il 14 agosto 2013 e riguarda quello che nel paese nordafricano è conosciuto come l’incidente di Kerdasa in riferimento alla cittadina nella provincia di Giza, a 15 chilometri a ovest del Cairo, dove ebbero luogo le violenze. Alcuni uomini armati attaccarono con granate e razzi la stazione di polizia del piccolo villaggio e tagliarono la gola ad almeno un agente di polizia prima di radere al suolo l’edificio. 

Ore dopo, l’intervento delle forze di sicurezza egiziane disperse la folla, uccidendo centinaia di persone. Il tribunale è ora in attesa del parere della massima autorità religiosa, il Gran Muftì, per una posizione non vincolante ma legalmente richiesta sulla condanna a morte. (Cae)

Decreto immigrazione. Le associazioni: «Così avremo tanti irregolari e molti ghetti». Un passo indietro sui diritti umani il decreto dice che «le persone non sono tutte uguali»

Avvenire
Coro di critiche dagli esperti in tema di diritti umani: testo in contrasto con la Costituzione e con l'Ue. «Misure illegittime che restringono le libertà degli individui».




C'è molta preoccupazione. C’è paura di nuovi ghetti, di stranieri considerati "diversi" e quindi persone di serie "B". Si temono nuove tensioni sociali ma, soprattutto, si teme di cancellare con un colpo di spugna i diritti fondamentali degli stranieri. 

Società civile, terzo settore, enti ed associazioni impegnati da anni nell'accoglienza e nell'integrazione dello straniero non solo non nascondono i timori ma col decreto sicurezza e immigrazione varato dal Consiglio dei ministri si parla addirittura di elementi di incostituzionalità e illegittimi.

Molto dura la critica dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Parla di una «gravissima lacerazione del sistema democratico», di «norme che vanno in un’unica direzione, che è quella della restrizione della libertà degli individui»

Nel decreto si dice che «le persone non sono tutte uguali». L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, forme allargate di trattenimento dei richiedenti asilo, l’ipotesi di sospensione della protezione internazionale senza un’affermazione definitiva della persona in sede penale, ma anche l’abolizione dello Sprar e l’ipotesi di revoca della cittadinanza italiana, spiega Lorenzo Trucco, presidente di Asgi «vanno tutte nella direzione della restrizione delle libertà degli individui». 

Nel decreto varato «ci sono molti profili di illegittimità dal punto di vista della Costituzione e della normativa europea aggiunge, lanciando un appello. «È un momento delicatissimo, tutti coloro che hanno fondato i principi costituzionali devono dare il massimo per contrastare questa deriva gravissima che sta facendo scivolare l’Italia in un baratro per quanto riguarda i diritti delle persone». 

Della stessa opinione il Centro italiano per i rifugiati. «Il decreto va a colpire diritti solennemente riconosciuti dalla nostra Costituzione e potrebbe avere conseguenze su temi che vanno al di là della questione migratoria» dichiara Mario Morcone, direttore del Cir. «È un decreto che mira a creare irregolarità non certo a gestire l’immigrazione» aggiunge».

A tal proposito, Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, fa notare come, col nuovo decreto, e «con l’abolizione della protezione umanitaria – scrive in un Tweet – entro il 2020 in Italia avremo 60mila nuovi irregolari. Da aggiungersi agli oltre 70mila nuovi irregolari nello scenario di status quo. Totale: 130mila nuovi irregolari in Italia».
Sono però molti i punti del decreto sui quali un po’ tutti puntano il dito. Primo fra tutti «l’arretramento sostanziale» della riforma Sprar (il Sistema di Protezione per Richiedenti asilo e Rifugiati) e l’esclusione da questo tipo di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. «Lo Sprar, un sistema virtuoso, riconosciuto come tale anche da osservatori internazionali, viene ridotto, nonostante sia l’unico sistema di accoglienza che garantisce la massima trasparenza nella gestione delle risorse» sottolinea il Centro Astalli, esprimendo «preoccupazione per gli effetti che le nuove misure introdotte dal decreto potranno avere sulla vita dei migranti e sulla coesione sociale dell’intero Paese». Per padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, si tratta di «un passo indietro che non tiene conto da un lato delle vite e delle storie delle persone e dall'altro del lavoro di costruzione che da decenni tante organizzazioni umanitarie e di società civile hanno fatto in stretta collaborazione con le istituzioni, in particolare con gli enti locali, in un rapporto di sussidiarietà che ha rappresentato la linfa vitale del welfare del nostro Paese».

Criminalizzare i migranti non è la via giusta per gestire la presenza in Italia di cittadini stranieri, aggiunge Ripamonti, «aumentare zone grigie, non regolamentate dalla legge, e rendere meno accessibili e più complicati i percorsi di legalità contribuisce a rendere il Paese meno sicuro e più fragile». Puntano il dito contro la riforma dello Sprar naturalmente anche i sindaci delle città. «Con le grandi concentrazioni di migranti si generano tensioni sui territori» sottolinea Matteo Biffoni, delegato dell’Anci per l’immigrazione. «Sono, infatti, proprio i centri come i Cas – continua Biffoni – ad aver creato più malcontento tra la popolazione, per l’eccessivo impatto sulle comunità e la mancanza di adeguati percorsi di integrazione».

Anche Refugees Welcome Italia «esprime forte preoccupazione per le misure contenute nel decreto, misure preoccupanti che segnano un passo indietro». Ad allarmare Refugees Welcome Italia è soprattutto l’abolizione della protezione umanitaria. «Nel nostro progetto – spiega Fabiana Musicco, presidente dell’associazione – accogliamo diversi ragazzi con protezione umanitaria e conosciamo bene le loro storie. Questo tipo di protezione è un modo per tutelarli, per consentirgli di costruirsi una nuova vita in Italia e di non interrompere il percorso di inserimento nel nostro Paese».

Parla di «una picconata al diritto d’asilo e alla tradizione umanitaria italiana» anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Diaconia valdese, mentre per Medici senza frontiere (messa al bando insieme alle altre organizzazioni non governative dalle operazioni di ricerca e soccorso in mare) il decreto «sembra orientato a smantellare ulteriormente il sistema di accoglienza italiano, già fragile e precario, a prolungare la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine, e a ridurre le protezioni attualmente disponibili per persone vulnerabili».

Daniela Fassini

lunedì 24 settembre 2018

Camerun. Violenze, terrore e uccisioni nella regione anglofona. Centinaia di morti tra civili e l'esercito. Migliaia di sfollati.

Corriere della Sera
Video con scene di fucilazioni e decapitazioni, 260 episodi di violenza con 400 civili e 160 membri delle forze di sicurezza assassinati. Il 2018 sarà ricordato come l'anno del terrore nella regione nord-occidentale del Camerun, la cui popolazione anglofona denuncia da due anni di sentirsi discriminata ed emarginata. 


Ma il tempo delle proteste pacifiche, salvo quelle delle donne per il cessate-il-fuoco, è terminato. Nella regione opera ormai stabilmente un gruppo armato separatista, le Forze di liberazione dell'Ambazonia.
Gli scontri con l'esercito camerunense sono all'ordine del giorno. Non si contano i casi di rapimenti, distruzioni di beni pubblici e privati, incendi di villaggi e assalti alle scuole. Gli sfollati interni e quelli che hanno trovato riparo in Nigeria sono migliaia

Dal paese africano arrivano video terrificanti. Alle riprese di un'esecuzione extragiudiziale avvenuta a luglio, ha fatto seguito un video diffuso dai separatisti che mostra la testa decapitata di un agente della gendarmeria lasciata in una pozza di sangue con accanto quelli che paiono gli organi genitali della vittima. 

Con le elezioni alle porte, è probabile un'ulteriore aumento della violenza: le Forze di liberazione dell'Ambazonia sono disposte a tutto pur di non far votare nella regione anglofona.

Riccardo Noury

Iran - 9 esecuzioni per uno stupro di una donna che aveva ritirato la denuncia

Fanpage
Nonostante la vittima avesse ritirato la denuncia, nove uomini, tutti sotto i 23 anni, sono stati condannati a morte. Inutili le proteste in strada dei familiari delle vittime. L'esecuzione è avvenuta nel carcere di Shiraz, nella provincia iraniana di Fars.

Giudicati colpevoli di aver stuprato una donna dopo essere entrati con la forza nella sua abitazione, 9 uomini sono stati impiccati nel carcere di Shiraz, nella provincia iraniana di Fars. Lo riportano oggi i media locali. Ali Alghasimehr, responsabile provinciale del dipartimento Giustizia ha riferito che nonostante la vittima avesse ritirato la denuncia contro i suoi aggressori il tribunale ha insistito affinché nei loro confronti fosse applicata la pena di morte.

Le agenzie di stampa statali hanno pubblicato i nomi dei condannati per stupro: Abdolkhalegh Safaie, Aliakbar Haghighi, Ali Shah Alian, Hamidreza Safaie, Behnam Roustaie, Ehsan Safaie, Mohammadreza Safaie, Davoud Zarèi e Mehdi Zamani. 

Gli uomini, tutti sotto i 23 anni, sono stati impiccati nonostante la vittima dello stupro avesse ritirato la denuncia. Le famiglie degli uomini si erano radunate in diverse occasioni, fuori dall'ufficio del governatore del villaggio "Ghir va Karzin", chiedendo l'interruzione delle sentenze di esecuzione nei confronti dei loro cari.



Il deserto che avanza e che spinge i migranti ambientali verso le nostre coste

Gloabalist
Gran parte dei migranti non sono economici, spiega Francois Gemenne, ma ambientali: scappano dalla desertificazione.

Si continua a sostenere che il motivo principale per l'aumento dei flussi migratori sia da ricercare nell'economia, ma Francois Gemenne, esperto in materia, sostiene che la ragione sta nel cambiamento climatico.
"La metà della popolazione africana subsahariana dipende completamente dall'agricoltura per la sua sussistenza" spiega Gemenne, "e ciò significa che la maggior parte di coloro che arrivano in Europa sono anche migranti ambientali. I cambiamenti climatici imporranno una ridistribuzione della popolazione mondiale e dobbiamo essere preparati a questo".

Ma ad oggi, i leader occidentali non concordano su una politica comune né sull'argomento migranti né sullo scottante problema del clima, calamità ridicolmente ignorata e che dovrebbe invece essere al primo posto dell'agenda di ogni governo del pianeta.

"Bisogna creare programmi di migrazione con rotte sicure e legali per coloro che vogliono venire in Europa" spiega Gemenne, "farne una crisi politica conviene ad alcuni governi perché sono in grado di trarne un beneficio personale".