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lunedì 5 marzo 2018

La denuncia di Furio Colombo: “Il fascismo c’è ed è razzista” - Intervista del 22/02/18

Globalist
Il giornalista e scrittore: “C'è chi si proclama fascista perché esiste un incoraggiamento ideologico. E destra e sinistra esistono: la prima è ovunque, la seconda si suicida”.


«Quando un fascista si fa vivo come fascista e si presenta come fascista vuol dire che da qualche parte ce ne sono cento». Furio Colombo, com’è nella sua natura, manifesta il suo pensiero con parole precise. Scrittore, giornalista, direttore coerente, coraggioso e mai dimenticato de l’Unità dal 2001 al 2005, è stato deputato dal 1996 al 2001 nell’Ulivo e dal 2008 al 2013 nel Pd. Promotore della benemerita legge che ha istituito la Giornata della memoria, editorialista del Fatto Quotidiano, ha le idee molto chiare su quanto sta avvenendo oggi in Italia, con svastiche sulle lapidi e neofascisti in libera circolazione, in Europa e nel mondo, e una sinistra a dir poco in ammollo. E conclude l’intervista citando Umberto Eco: “Il fascismo è sempre razzista, il razzismo è sempre fascista”.

Colombo, Silvio Berlusconi a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio ha detto che Luca Traini, l’attentatore di Macerata, è semplicemente un pazzo e il fascismo non tornerà: garantisce lui come moderato. Alessandro Di Battista dei 5 Stelle ha affermato che le categorie destra e sinistra oggi non esistono. Il suo giudizio?

Quando un fascista si fa vivo come fascista e si presenta come fascista vuol dire che da qualche parte ce ne sono cento. Se si fa vedere e si esibisce, vuol dire che sente un incoraggiamento ideologico, ambientale, culturale, qualunque interpretazione si dia della parola “cultura”. Non accade che uno dica “sono fascista” se non ce ne sono altri dieci nella sua vita o intorno. Magari suscitando l’idea che sono pochi perché se ne vedono pochi alla volta.

Episodi recenti della cronaca hanno visto in azione fascisti.

A Como, quando hanno occupato la casa di un gruppo di volontari che si occupano di immigrati, erano in 17. E hanno letto il loro manifestino. Se in una città molto civile, a modo e in ordine come Como compaiono 17 che ti occupano la casa vuol dire che ce ne sono 1700 da qualche parte pronti a sostenerli. Non esistono 17 fascisti da soli: è un ragionamento che qualunque osservatore, non dico uno psicologo dei comportamenti individuali o di massa, comprende.

Come minimo quindi una persona così viene tollerata?
Se frequentando un locale c’è qualcuno molto maleducato e aggressivo e ti devi guardare intorno, allora significa che quel locale lo tollera. Non può essere che nessuno abbia nulla da dire. E se si dice che appartiene al passato, ebbene, quel modo di aggredire è adesso, il fatto avviene ora, non nel passato.

Destra e sinistra esistono ancora?
Dire che destra e sinistra non esistono più è una frase sbagliata. Se non esistono più come fanno a esistere Trump o Erdogan? O Steve Bannon, l’ex consigliere numero uno alla Casa Bianca nel Paese più democratico del mondo e capo di un’organizzazione parafascista? Questo vuol dire che c’è un’attivissima destra americana. Così c’è un’attivissima destra inglese come abbiamo visto con la Brexit, c’è un’ attivissima destra francese come abbiamo visto in Francia. In Germania il partito dei Republikaner ha portato in Parlamento venti deputati di estrema destra. È ovunque. L’Ungheria è dominata da due partiti: quello di governo con maggioranza schiacciante è guidata daoun filo nazista dichiarato, il secondo partito, l’Jobbik, è molto più a destra, e sarebbe quella l’opposizione. In Polonia dal presidente al primo ministro e tutti i partiti a larghissima maggioranza si inginocchiano con il rosario ai confini del Paese per chiedere a Dio di tenere lontani i diversi. Sono posizioni in cui destra e fascismo coincidono.
In Italia?
In un Paese libero e democratico come l’Italia si è usato “destra” per dire “destra di mercato”, “destra dei profitti”, “del padronato”, “dei ricchi”, la “destra di classe”. La parola “destra” ora vuol dire una destra di potere che non discute, che esclude, che spacca, che rigetta, che chiude i confini. Ci descrive un’area larga dove nella storia si formano infezioni di fascismo.

La sinistra c’è?
In questa situazione la destra esiste e la sinistra non esiste perché in Italia, in Francia, in Germania ha smesso di voler esistere. È un grandissimo suicidio. Ma dire che destra e sinistra non esistono non è vero: la destra vive e trionfa come non mai mentre la sinistra non esiste. Viviamo in un mondo squilibrato e pericoloso.

Poco fa ha usato il termine “cultura”. La cultura cosa fa?
È debole e assente. Ci dirà la cultura stessa il perché rivedendo questi fatti ma resta il fatto che ora solo un testo di alta cultura connette i rigurgiti del fascismo con quello che capita con il problema dell’immigrazione: il “Fascismo eterno” di Umberto Eco pubblicato dalla Nave di Teseo da una conferenza alla Columbia University di New York.

E cosa ha detto Eco?
“Il fascismo è sempre razzista, il razzismo è sempre fascista”.

Stefano Miliani

Hajji Musa un altro oppositore del dittatore Isaias Afeworki, muore nelle galere eritree

Africa Express
Un altro grande eritreo, nemico del presidente Isaias Afeworki, è deceduto nelle squallide galere del regime. Hajji Musa Mohamed Nur era stato arrestato lo scorso ottobre perché si era rifiutato di chiudere la scuola privata islamica di Asmara. 

Hajji Musa Mohamed Nur
La sua morte segue di qualche settimana quella di un altro artefice dell’indipendenza eritrea ed eroe dell’opposizione alla tirannia: Haile Woldetensae, detto Duro.

Nur, presidente onorario della scuola, cui sono iscritti quasi 3000 studenti, fondata negli anni ’60 proprio da lui stesso, oggi novantatreenne, eminente personaggio di cultura, impegnato da anni in attività sociali e assistenziali, aveva protestato pacificamente, tentando di far capire ai militari l’importanza del suo istituto radicato non solo nella comunità islamica ma anche nella società eritrea. 

Ma è stato arrestato e portato in caserma. L’intenzione evidente delle autorità era quella di impadronirsi della struttura scolastica. Infatti il 31 ottobre, cioè qualche giorno dopo la prima visita, i soldati si erano ripresentati ordinando che fossero immediatamente eseguite le direttive decise dal governo.

domenica 4 marzo 2018

Tragedia senza fine - Siria, continuano raid aerei su Ghouta Est: 700 morti in 12 giorni tra loro 200 bambini

TGCom24
Nonostante lʼannuncio di un corridoio umanitario per lasciare lʼenclave, diversi residenti hanno detto di non volersi allontanare perchè non "si fidano" del regime e del suo alleato russo.


La guerra a Ghouta Est, in Siria, non si placa e continua a mietere vittime: sono circa 700 i civili morti, tra cui più di 200 bambini, in soli 12 giorni, ma il bilancio è destinato a crescere perché i raid aerei continuano anche durante i momenti di tregua prestabiliti per introdurre sul territorio gli aiuti destinati alla popolazione.

I "corridoi umanitari", istituiti dalle forze siriane per l'evacuazione della popolazione, si sono rivelati fallimentari: vengono bombardati dalle "organizzazioni terroristiche", come scrive la Sana (Syrian Arab News Agency), e diversi residenti hanno detto di non volersi allontanare dalla città dal momento che non "si fidano" del regime e del suo alleato russo e dicono di temere rappresaglie.

L'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu, Zeid Ra'ad al Hussein, ha parlato di possibili crimini di guerra e contro l'umanità. "La Siria deve essere denunciata alla Corte criminale internazionale", ha affermato Zeid, aprendo a Ginevra una sessione urgente del Consiglio dei diritti umani chiesta dalla Gran Bretagna. Ma il voto su una risoluzione proposta da Londra è stato rinviato a lunedì.

L'Onu continua a chiedere il rispetto della risoluzione approvata sabato scorso dal Consiglio di Sicurezza che prevede una tregua di 30 giorni in tutto il Paese. Lo stesso hanno fatto il presidente americano Donald Trump, quello francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel, in una serie di contatti telefonici. Il presidente americano "ha sottolineato che gli Usa non tollereranno le atrocità del regime di Assad".

"Le violenze continuano in diversi luoghi nel Paese, in alcuni si sono intensificate, in altri divampate. Le violenze sono in corso ad Idlib, Afrin, Deir-ez-Zor, Damasco, in alcune parti di Aleppo e nel Ghouta orientale, con notizie di bambini uccisi e feriti. La guerra sui bambini all'interno della Siria non si è fermata, la Siria resta uno dei posti più pericolosi per un bambino", ha spiegato Geert Cappelaere, direttore regionale Unicef per il Nord Africa e il Medioriente, affermando che "gli operatori dell'agenzia restano sul campo in Siria e nei Paesi vicini lavorano incessantemente".

Intanto le forze governative sono avanzate in parte della Ghuta, conquistando il villaggio di Hawsh Zreika. La portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha detto che l'operazione, che ha avuto l'appoggio dell'aviazione siriana e russa, si è resa necessaria a causa delle "provocazioni da parte delle formazioni armate illegali".

La guerra continua anche nella regione curda di Afrin, nel nord-ovest della Siria, dove tra giovedì e venerdì almeno 8 soldati turchi sono rimasti uccisi e 13 feriti in combattimenti. Salgono così ad almeno 40 i militari di Ankara uccisi dall'inizio dell'operazione "Ramoscello d'ulivo", che vede le forze turche impegnate a sostenere un'offensiva di ribelli loro alleati contro le milizie curde dell'Ypg. Da parte sua, secondo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), l'esercito turco ha bombardato due postazioni delle milizie filo-Assad entrate la scorsa settimana nell'enclave uccidendo almeno 17 combattenti delle cosiddette "Forze popolari".

Il Benin abolisce la pena di morte, commutate 14 condanne alla pena capitale

Amnesty International
Il 21 febbraio 2018, attraverso un decreto emesso dal Consiglio dei ministri diretto dal presidente Patrice Talon, il Benin ha abolito la pena di morte.

L’abolizione è stata annunciata nel resoconto ufficiale della seduta della riunione. Nel testo si ricorda come già nel 2012 il Benin avesse assunto un orientamento abolizionista e si richiama la sentenza della Corte costituzionale del 2016 che, a seguito della ratifica del Secondo protocollo aggiuntivo al Patto internazionale sui diritti civili e politici, aveva abrogato una serie di norme del codice penale.

Per effetto del decreto presidenziale, le condanne di 14 prigionieri in attesa dell’esecuzione sono state commutate in ergastolo.

Il gesuita USA Thomas Reese arrestato per proteste anti-Trump sull'immigrazione

Aggiornamenti Sociali
Nel pomeriggio del 27 febbraio, Thomas Reese - gesuita, attivista, ex direttore del magazine America e columnist per il Religion News Service - è stato arrestato nella cosiddetta “Capitol Rotunda” di Washington D.C., il cuore della politica statunitense. 


Insieme a dozzine di altri, tra cui anche varie personalità di spicco della Chiesa americana, Reese stava manifestando, in un atto di disobbedienza civile pacifica, a favore dei Dreamers, i giovani immigrati giunti illegalmente negli Stati Uniti da bambini e tutelati dal DACA Program (Deferred Action for Childhood Arrivals) durante l’amministrazione Obama, che il presidente Donald Trump minaccia di eliminare. Il programma protegge e include circa 780mila persone.

Come Reese stesso ha preannunciato sul National Catholic Reporter, il giorno prima della protesta, «ho intenzione di farmi arrestare presso Capitol Hill, durante il National Catholic Day of Action a fianco dei Dreamers. Il mio arresto vuole essere un’espressione di solidarietà nei confronti dei Dreamers che rischiano anch’essi l’arresto e la deportazione se il Congresso o il Presidente non intervengono per preservare il loro status legale […]. Questo sarà il mio primo arresto[…]. Allo stesso tempo, mi rendo conto che il mio arresto non sarà in alcun modo equiparabile a quelli subiti dagli immigrati, i quali non saranno rilasciati nel giro di qualche ora e dietro pagamento di una lieve multa. Se queste persone non saranno protette dal DACA o da una nuova legislazione, il loro arresto arrecherà danni devastanti e permanenti alle loro vite».

Reese, che è stato rilasciato, con gli altri, dopo un fermo di circa due ore, ha anche documentato il proprio arresto su Twitter.

Chiara d'Agostino

sabato 3 marzo 2018

Piange, ferito dalla scheggia di una bomba: a chi interessa la vita di un bambino dello Yemen?

Globalist
Le guerra sono tante e qualcuna ce la dimentichiamo. Anzi, gli appelli alla pace e contro le armi sono accolti con fastidio.



Bombe, colera, scuole e case devastate. Secondo le organizzazioni umanitarie i bambini dello Yemen sono tra coloro che soffrono di più la guerra insieme con i siriani e i piccoli afghani.


«Stiamo assistendo a un aumento scioccante del numero di bambini cresciuti nelle aree colpite da conflitti e alla loro esposizione a forme di violenza immaginabili. I bambini stanno subendo sofferenze che non dovrebbero mai vivere sulla propria pelle, dagli stupri all’essere utilizzati come kamikaze. Le loro case, scuole e campi da gioco sono diventati veri e propri campi di battaglia. Crimini come questi rappresentano abusi intollerabili e sono una flagrante violazione del diritto internazionale».

La loro morte e il loro rimaner feriti dalle bombe non fa più notizia.
Ma noi non ci arrendiamo. Questo bambino di Saada ferito dopo un raid è il tragico simbolo di una guerra che continua mentre il mondo o è complice o guarda altrove.

Castellina in Chianti - Andati via i giovani italiani, ha una nuova vita grazie agli immigrati. E' la bell'Italia del presente del futuro.

New York Times
Castellina in Chianti, Italia — L’edificio a tre piani non è cambiato molto. Le lavagne a quadri sono ancora appese alle pareti color ocra della classe. Anche il rituale mattutino è familiare. Due studenti scorrono le file dei piccoli banchi di scuola e raccolgono i quaderni degli esercizi, che l’insegnante mette via nello stesso armadio che è lì dalla fine degli anni ’80, quando anch’io ero un’alunna della scuola elementare di Castellina in Chianti.


Ciò che è cambiato sono gli studenti. Nella mia infanzia a Castellina, solo uno dei miei compagni di classe veniva da un’altra città, trasferitosi da Grosseto al nostro antico borgo fortificato di 2.800 anime. Come me, era toscano, eppure ci sembrava un esotico forestiero.

Adesso più della metà dei 23 alunni della seconda elementare sono nati da genitori provenienti da Bosnia, Albania, Macedonia, Marocco, Tunisia, Pakistan e Afghanistan. Cinque di loro sono nati nel Paese di origine della famiglia o in paesi di transito per l’Europa. Questa è la nuova Italia.

All’inizio, non avevo prestato molta attenzione a cosa stava avvenendo nel mio paesino. Ero parte di una diversa migrazione, la massa di italiani dai 20 ai 40 anni che si sono laureati e hanno lasciato i loro borghi, dove le opportunità di carriera erano limitate. Alcuni sono andati a Berlino, a Londra, a Denver o a Parigi, dove uno dei miei più cari amici d’infanzia vive tuttora. Per lavoro, io sono arrivata in una grande città, a Roma.

Per molti turisti, la grande magia dell’Italia è la sensazione che niente cambi, come la bellezza senza tempo di Roma o Firenze o di paesi come Castellina, dove il castello e le mura risalgono al 1400. Tuttavia c’è un cambiamento che scuote il Paese adesso che gli italiani si preparano a votare nelle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Nessuna questione infiamma gli animi più dell’immigrazione. Nessuna questione è più sentita della debolezza economica che ha afflitto la mia generazione.

Non mi aspettavo che entrambe le problematiche avessero silenziosamente rimodellato il mio paese. La mia famiglia vive a Castellina da generazioni, sono la nipote di un contadino di una regione molto famosa per il suo vino. Oggi però sono i migranti che curano molti campi e si occupano degli anziani, i cui figli e nipoti vivono altrove. Gli stranieri sono il 17 percento della popolazione.

Quello che è successo qui, moltiplicato per le migliaia di borghi, spiega come stanno cambiando molti piccoli paesi in Italia. La reazione al cambiamento non è stata sempre la stessa, anzi, in alcuni posti ci sono state reazioni violente. Qualche settimana fa, un estremista di destra ha sparato a sei migranti africani nella città di Macerata. Alcuni politici di destra lamentano “l’invasione” e uno in particolare ha sostenuto che i migranti minacciano la “razza bianca”.

A livello nazionale il tema dell’immigrazione è molto divisivo. Pochi giorni prima di Natale, il governo non è riuscito a ottenere il sostegno necessario in Parlamento per approvare una legge disegnata per naturalizzare 800.000 bambini. Sono i figli e le figlie di immigrati nati in Italia o che sono arrivati molto piccoli e con genitori che hanno permessi di residenza e di lavoro a lungo termine. Questo significa che molti dei piccoli delle elementari di Castellina vivono in un limbo, anche quelli che abitano qui da anni.

Da molto tempo vedo a Castellina migranti che lavorano nei campi e alcune donne che indossano il velo, ma non avevo capito quanto il mio paese fosse cambiato fino all’anno scorso, durante una chiacchierata con Francesco. Ha nove anni e la mia mamma è la sua tata da otto, un po’ la sua nonna onoraria.

Una sera a cena, Francesco mi ha detto che era triste perché il suo amico Igor se ne era andato. Igor si era rifugiato qui dall’Ucraina, ma ora poteva tornare a casa perché non cadevano più le bombe e suo padre aveva lasciato l’esercito. Sono rimasta colpita dalla storia di Igor ma anche dal fatto che Francesco, un bambino nella mia piccola Castellina, sapesse così tanto degli avvenimenti mondiali attraverso un compagno di scuola.

Una mattina, sono andata alle elementari e ho incontrato gli alunni della seconda, che hanno insistito perché scrivessi i loro nomi nel mio taccuino. Temevano che fossero difficili da pronunciare per gli italiani, come è arduo per loro avere padronanza dell’italiano.

“La nostra lingua è complessa” mi ha spiegato la maestra Maria Luisa Roscino. “I bambini imparano velocemente, ma alcuni di loro a casa non parlano italiano, cosa che li penalizza”.

La maestra Roscino insegna da 28 anni ed è approdata alla scuola elementare di Castellina nel 1998. Questa è la sua prima classe in cui la maggioranza degli studenti, il 51 percento, è nata all’estero o da genitori stranieri.

“È impegnativo, specialmente per le differenze culturali”, dice la maestra. “Per il resto, i bambini sono semplicemente bambini”.

Quattro anni fa, ero a bordo di una motovedetta della Guardia Costiera italiana, per un articolo sui migranti che annegavano attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia. Ci trovammo a salvare un vecchio barcone da pesca di legno, caricato all’inverosimile con gente disperata, molti dei quali erano siriani in fuga dalla guerra, che avevano pagato i trafficanti per raggiungere l’Europa. Mentre la Guardia Costiera aiutava le persone a salire sulla nostra motovedetta, un bambino di circa quattro anni di Damasco mi guardava fisso. Non smise di guardarmi per due ore.

“Dice che assomigli alla sua mamma” mi disse suo padre attraverso un traduttore. “È morta sotto le bombe in Siria”.

La mattina dopo, andammo a vedere come stava il bambino in uno dei centri di raccolta siciliani, dove le autorità sistemavano i migranti che arrivavano a frotte nell’isola. Masticava un biscotto e, con la bocca piena di briciole, mi mandò un bacio. Pensai che l’unica differenza tra me e sua mamma era la fortuna di dove ero nata. In Toscana, non in Siria.

Molti siriani, così come i bengalesi, i gambiani, i nigeriani e molti altri sono arrivati nella mia regione dopo che le politiche del governo nazionale, per alleggerire il carico di sbarchi sulla Sicilia, nel 2015 hanno accelerato e allargato la distribuzione di migranti in tutto il resto del Paese. A quel punto, le autorità europee avevano bloccato la via verso nord, chiudendo i passaggi attraverso l’Italia o i Balcani, mentre le persone continuavano ad attraversare il Mediterraneo.

Molti italiani avevano aperto le loro case a coloro che erano sbarcati. Nascevano squadre di calcio di migranti. L’Italia veniva lodata globalmente per il suo abbraccio accogliente e dal cuore grande. Ma i profughi arrivavano in ogni regione d’Italia, e una certa resistenza, una certa rabbia iniziavano a manifestarsi.

Alcuni comuni tentavano di bloccare i trasferimenti. Matteo Salvini, leader della Lega, partito anti-immigrati di estrema destra, teneva comizi in tutta Italia al grido dello slogan “prima gli italiani”, accusando il governo di centro sinistra di aver trasformato il Paese in un “grande campo profughi”.

Oggi a Castellina abitano persone dell’Africa sub-sahariana, così come kosovari, marocchini, tunisini ed altre nazionalità. Una delegazione della Lega è arrivata a protestare contro l’ultimo arrivo di migranti in paese, ma senza riuscire a suscitare grande rabbia. La Toscana è una terra di sinistra da decenni.

Ho lasciato Castellina nel 2005, ma sono una dei tanti italiani che affollano treni e bus il venerdì sera per ritornare nei loro paesi di origine. Spesso passo i miei fine settimana con la mia famiglia e i miei amici, molti dei quali vivono in altre città come me, ma tornano sempre a Castellina. Una sera, ho sentito la storia di una signora pakistana, Lubna Batool, un medico, che adesso vive qui. Quando sono andata a trovare i bambini delle elementari, ho incontrato lei e sua figlia.

La Signora Batool ha seguito suo marito, un signore afghano che ha un permesso di soggiorno a lungo termine a Castellina. Lo ha raggiunto otto anni fa, quando la crisi economica si stava aggravando. Nel sud-ovest del Pakistan era un medico, ma non è ancora riuscita a trovare lavoro in Italia. Ha comprato libri costosi ed è andata a Roma per fare un complesso esame per vedersi riconosciuta la sua laurea in medicina.

Oggi Castellina ha solo due medici di famiglia, incluso il mio, il Dottor Giuseppe Pacella. Uno dei migliaia di medici italiani che andrà in pensione tra pochi anni, è lui che incoraggia la Signora Batool ad insistere con l’esame di stato, in parte perché si preoccupa di chi prenderà il suo posto.

“Queste persone non solo hanno una laurea, ma hanno anche resistito a guerre, trasferimenti e problemi economici”, mi ha detto il Dottor Pacella. “Dobbiamo integrare le persone che vogliono lavorare, perchè ne beneficieremo tutti”. Tuttavia la coesistenza e l’integrazione sono due cose diverse. Per certi versi, Castellina è la stessa di quando vivevo lì. C’è sempre lo stesso forno, anche se ora è gestito dalla generazione successiva. La gioielleria e il negozio di elettronica hanno sempre la stessa gestione, una signora e il suo socio, che aggiustano qualsiasi cosa anche ora che le loro mani sono affaticate e i loro occhiali più spessi. Molti dei camerieri e dei lavapiatti nei ristoranti sono migranti.

Così come la mano d’opera che lavora in agricoltura, incluso il marito della Signora Batool, Ali Mohammad. L’ho incontrato un giorno d’inverno al lavoro nelle vigne tra pozzanghere congelate e la bianca brina mattutina. Legava con dei ganci i fili di ferro che raddrizzano le viti, un lavoro che un tempo facevano mio nonno e i miei antenati. Più tardi, alcuni dei lavoratori se ne sono andati al bar che era il luogo di ritrovo di noi adolescenti.

Nel pomeriggio, il nostro postino in pensione raggiunge l’ex gestore della tabaccheria e altri pensionati per giocare a carte in una delle stanze sul retro. Alla sera, i migranti si ritrovano sulle scale davanti al bar. Sono la nuova faccia della vita sociale del paese. Gli habitué e i nuovi arrivati si mescolano raramente, vivono in mondi paralleli ma divisi in parte dalla lingua.

Come molti dei miei amici d’infanzia, ho ancora la residenza a Castellina. Paghiamo le tasse qui. Votiamo qui. Ma non ci viviamo più. La nostra è la generazione che se n’è andata, per necessità o per opportunità. Eppure il paesino lega ancora me e i miei amici. Quando muoiono i nonni, presenziamo al funerale. Quando qualcuno si sposa, andiamo al matrimonio. Il mio cuore è in pace quando vedo le vigne e la torre medievale a distanza.

Oggi, però, Castellina non appartiene solo a me e ai miei amici. L’ho capito quando ho incontrato Bilal El Hartika, 9 anni, nato in Toscana da genitori marocchini. Ho chiesto se si sentiva a casa qui.

“Sono marocchino e italiano, di Castellina”, mi ha risposto senza esitazione. “Questa è casa mia”, ha aggiunto in arabo, “La mia dar”.

Gaia Pianigiani