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lunedì 14 agosto 2017

Malawi. Così si salvano i bambini invisibili

La Stampa
La Comunità di Sant'Egidio in campo nell'Africa subsahariana dove due bambini su tre non sono registrati all'anagrafe e diventano prede dei trafficanti di organi. 


In alcune contrade del mondo, la povertà estrema e la miseria nera sono accidenti contro i quali è necessario lottare tutti i giorni con pertinacia, con vigore. In particolare, due bambini su tre in Africa subsahariana non sono registrati all'anagrafe. Sono i cosiddetti "bambini invisibili", facili prede dei trafficanti di esseri umani, che li sfruttano nel lavoro minorile, come schiavi sessuali o per l'espianto degli organi. I governi locali fanno quello che possono per salvaguardare l'infanzia violata.

Da anni e anni, in Africa, si distingue per alacrità e umanità la Comunità di Sant'Egidio, la quale ha avviato il programma "Bravo", preparato appositamente per tutelare i bambini calpestati. La Comunità di Sant'Egidio ha registrato 3,5 milioni di persone in Burkina Faso, ha avviato l'iscrizione gratuita allo stato civile dei bambini del Malawi, ha formato centinaia di operatori della maternità e sensibilizzato oltre mille capi-villaggio. 

Quando l'indigenza mortificante stringe con la sua presa tentacolare e ferrea, occorrerebbe anche l'intervento massiccio e mirato delle istituzioni. Preminentemente, dovrebbero essere quelle occidentali, da sempre solerti a depredare e a spogliare i Paesi a Sud del mondo, che per una mansione etica dovrebbe provvedere fattivamente.

Per intanto, la Comunità di Sant'Egidio si muove nelle città africane a protezione dei tanti "bimbi di strada", anche piccolissimi, che dormono in luoghi di fortuna (anche nei canali di scolo) e si arrangiano vendendo vecchie scarpe, raccogliendo rifiuti, chiedendo l'elemosina al mercato. Meritorio e provvidenziale l'adoperarsi di Sant'Egidio, che assicura a questi piccoli sfortunati cibo, vestiario, medicine, scuola, sperando di aprire in futuro ricoveri notturni.

di Marcello Buttazzo

Siria, uccisi 7 caschi bianchi tra loro il soccorritore che pianse dopo aver salvato una bimba

Il Messaggero
Le sue braccia forti non scaveranno più tra le macerie in cerca di vite umane da salvare. I suoi occhi, quelli che a ottobre si erano riempiti di lacrime dopo il salvataggio della piccola Wahida Ma'artouk di appena un mese, non guarderanno più al futuro con speranza. Aveva tanti sogni nel cassetto Abu Kifah, il soccorritore dei caschi bianchi ucciso in un'irruzione di uomini armati in uno dei centri di difesa civile nel nordovest della Siria: insieme a lui altri sei colleghi sono stati giustiziati, come ha reso noto la Cnn citando fonti degli attivisti dell'opposizione siriana dell'Aleppo Media Center. 



La notizia, inoltre, è stata comunicata su Twitter dagli stessi White Helmets, secondo cui gli assalitori hanno anche rubato due furgoni, elmetti e walkie-talkie.


Stando alle testimonianze del gruppo di attivisti si è trattato di un'esecuzione in piena regola contro un gruppo di volontari della Siryan Civil Defence che si spende ogni giorno per aiutare le vittime della guerra: alcuni uomini armati hanno fatto irruzione nell'ufficio dei caschi bianchi a Sarmin, nella regione nord occidentale siriana di Idlib, controllata da ribelli vicini ad al Qaeda, e secondo l'Osservatorio per i diritti umani in Siria, hanno giustiziato i sette con un colpo di pistola alla testa. 

Tra le vittime dell'attacco c'era anche Abu Kifah, il soccorritore che nell'ottobre 2016 aveva messo in salvo la piccola Wahida, scavando tra le macerie di una casa crollata durante un attacco aereo: le sue mani avevano lavorato incessantemente per raggiungerla e, quando la bimba era stata tirata fuori, Abu è scoppiato a piangere. L'impresa impossibile era stata portata a termine e le sue lacrime avevano fatto il giro del mondo.

Da quel giorno Abu aveva un desiderio: diventare padre nella speranza di veder crescere i suoi bambini in un mondo migliore. Adesso la sua famiglia e la moglie sono in stato di choc. Una lunga processione di caschi bianchi ha accompagnato i feretri dei volontari che sono stati già tumulati. «Prima di unirsi a noi a faceva il sarto - ha ricordato Khaled Khatib, operatore media dei White Helmets che lo conosceva da tempo - Poi ha deciso di entrare nel gruppo dopo gli incessanti e brutali attacchi contro i civili». 

Il gruppo dei caschi bianchi si è formato nel 2013 e conta circa tremila volontari impegnati in varie zone della Siria a soccorrere vittime di bombardamenti e scontri armati.

domenica 13 agosto 2017

Kenya: Kenyatta resta presidente ma esplodono violenze. 100 vittime tra cui diversi bambini

Ansa
Uhuru Kenyatta resta presidente del Kenya ma, come nel 2013, l'annuncio ufficiale della sua elezione da parte della Commissione elettorale, la notte scorsa ha scatenato accuse di brogli e proteste di piazza dell'opposizione. 


La Croce Rossa e un'organizzazione kenyana di difesa dei diritti umani hanno riferito che, dalla chiusura dei seggi martedì scorso, almeno 24 persone sono state uccise e 93 sono rimaste ferite in scontri con la polizia. Tra le vittime, anche una bambina di 9 anni che, secondo il disperato racconto del padre, stamane stava giocando per strada con altri bambini quando è scoppiata una sparatoria e una pallottola vagante l'ha colpita uccidendola. 

Secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale, il 56enne Kenyatta ha vinto con il 54,31% dei suffragi mentre il suo antagonista Raila Odinga, 72 anni, si è fermato al 44,81%. 

L'opposizione ha parlato di "farsa elettorale" e di voto informatico truccato. Gli scontri più violenti si sono avuti proprio nei quartieri periferici della capitale, Mathara e Kibera, e nella città di Kisumu, tutte roccaforti dell'opposizione. La polizia è intervenuta con molta decisione, usando gas lacrimogeni e manganelli e sparando anche ad altezza d'uomo. 

Anche quattro giornalisti ne hanno fatto le spese, picchiati e costretti a consegnare le loro attrezzature. Secondo il governo la situazione nel Paese è generalmente sotto controllo e gli interventi della polizia sono stati compiuti contro "criminali e teppisti e per impedire saccheggi". 

Finora l'opposizione ha denunciato brogli ma non ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza e non sembra abbia intenzione di fare ricorso alla Corte suprema come inutilmente aveva fatto nel 2013. 

Inoltre la notte scorsa Kenyatta, figlio del primo presidente dall'indipendenza dalla Gran Bretagna, ha mandato all'opposizione un messaggio di distensione parlando di "mano tesa con amicizia e collaborazione" e ha invitato tutti a "lavorare insieme per far diventare grande il Paese". 

La situazione viene monitorata con attenzione dalla comunità internazionale che spera, come la maggior parte dei kenyani, in una stabilità a lungo termine per realizzare le molte promesse di una crescita economica che finalmente demolisca tre "storiche" piaghe, le divisioni interetniche, la corruzione e la povertà. 

Dal canto loro, organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch si sono rivolte direttamente alla polizia chiedendo che si impegni "per far diminuire e non aumentare la violenza".

"Heil Hitler": follia nazista e razzista in Virginia: 3 morti e 35 feriti

Globalist
Giornata di incidenti per la manifestazione degli estremisti di destra americana in difesa dei simboli dello schiavismo e della statua del generale Lee.


Tre morti e oltre 35 feriti. E' il bilancio del sabato di sangue a Charlottesville, in Virginia, teatro della maggiore manifestazione di suprematisti bianchi negli Stati Uniti da decenni. Quattro gli arresti finora. L'Fbi ha avviato un'indagine sull'accaduto.

Un'auto si è scagliata contro il corteo antirazzista, che si era formato per manifestare contro i suprematisti, e ha ucciso una donna che attraversava la strada. Le altre vittime, invece, sono state causate dalla caduta di un elicottero della polizia che perlustrava l'area degli scontri.

Il conducente dell'auto, una Dodge Challeneger grigia, è sotto custodia della polizia, che tratta l'incidente come omicidio. L'uomo è stato identificato. Si tratta di James Alex Fields. Lo riportano i media americani. Fields ha 20 anni ed è di Maumee, in Ohio.
Gli inquirenti hanno arrestato anche altre tre persone, per turbativa della quiete pubblica, per violenza e percosse e per porto illegale di armi. L'Fbi ha avviato un'indagine su possibili violazioni dei diritti civili per l'incidente.
Il presidente Donald Trump ha condannato gli scontri e gli incidenti, ma è stato travolto dalle critiche per non aver usato parole più dure. L'inquilino della Casa bianca ha infatti condannato la violenza arrivata da "più parti" senza fare diretto riferimento al razzismo e all'estrema destra, che non gli ha fatto mancare il proprio sostegno durante la campagna elettorale.
Fra slogan nazisti, grida «Heil Hitler» e cantando gli «ebrei non ci rimpiazzeranno», i suprematisti bianchi hanno invaso la piccola e tranquilla cittadina della Virginia da venerdì sera. La tensione è salita nella mattinata, con gli scontri cominciati ancora prima che la manifestazione prendesse il via.
Nel giro di un'ora la situazione è precipitata, con il governatore Terry McAuliffe costretto a dichiarare lo stato di emergenza e mettere in allerta la Guardia Nazionale. La polizia in assetto da guerriglia è intervenuta, dichiarando fuori legge la manifestazione e ordinando a chi era in piazza di disperdersi.
La tensione però non si è allentata: un'auto è finita contro la folla causando un morto e 19 feriti. Il conducente è stato fermato dalla polizia che, secondo indiscrezioni, ritiene l'incidente "intenzionale", così come riferiscono alcuni testimoni e come si evince da numerosi video choc pubblicati sui social network.

Il mondo politico americano si è affrettato a condannare gli incidenti. Lo speaker della Camera, il repubblicano Paul Ryan, ha definito «ripugnante» lo «spettacolo di Charlottesville». Dalla Casa Bianca la prima a commentare è stata la First Lady, Melania Trump, condannando la violenza che «non porta nulla di buono».

Il commento di Trump si è fatto attendere fra le polemiche: nonostante il presidente sia un avido consumatore di informazione televisiva, la sua condanna secca è arrivata dopo ore, affidata a un tweet. «Non c'è posto per questo tipo di violenza in America», dice il presidente. Ma la polemica sui tempi di reazione troppo lenti non si placa, soprattutto alla luce dell'appoggio degli estremisti di destra a Trump durante la campagna elettorale e la presenza nell'amministrazione del controverso stratega Steve Bannon.
Le critiche sono poi aumentate quando Trump si è presentato davanti alle telecamere: «Condanniamo nei termini più duri l'intolleranza e la violenza arrivata da più parti», ha detto il presidente, senza criticare direttamente i suprematisti bianchi. A puntare il dito contro Trump anche l'ex leader del Ku Klux Klan, David Duke: «Guardati allo specchio e ricordati che sono stati i bianchi americani a regalarti la presidenza», afferma riferendosi all'invito del presidente a unirsi e opporsi all'odio.
Gli incidenti a Charlottesville sono gli ultimi di una lunga serie negli Stati Uniti legati alla rimozione di statue e simboli legati alla Guerra di Secessione.

Siria: 600.000 sfollati tornati a casa, ma altri 800.000 fuggiti

Ansa
Ancora 6 milioni profughi interni. 5 milioni sono all'estero


Beirut - Circa 603.000 siriani che erano fuggiti dalle proprie case per la guerra civile vi hanno potuto fare ritorno dall'inizio del 2017, ma altri 808.000 sono stati costretti a scappare da nuovi combattimenti, alcuni anche per la seconda o terza volta. 

E' quanto emerge da un rapporto dell'Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni dell'Onu, diffuso oggi La situazione complessiva dei profughi rimane ancora drammatica. In un Paese che all'inizio del conflitto, nel 2011, contava 22 milioni di abitanti, oltre 6 milioni rimangono sfollati all'interno dei confini e quasi 5 milioni all'estero, per la maggior parte in Turchia, Libano e Giordania e, in misura minore, in Iraq ed Egitto.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Iom, l'84% di coloro che hanno potuto fare ritorno nei luoghi di origine erano sfollati interni e solo il 16% dall'estero. Circa la metà di coloro che sono rientrati sono tornati nella provincia di Aleppo, una tendenza che conferma quella registrata nel 2016, quando i ritorni erano stati circa 686.000 durante tutto l'arco dell'anno. Di questi, però, 42.000 sono stati costretti a fuggire nuovamente.

Intanto il presidente turco Tayyip Recep Erdogan ha ribadito oggi che le autorità turche consentono il passaggio dal loro territorio di aiuti umanitari, cibo e materiali utili alla ricostruzione edile nella regione siriana nord-occidentale di Idlib, fuori dal controllo delle forze di Damasco.

Parlando al termine della preghiera comunitaria del venerdì e citato dall'agenzia nazionale turca Anadolu, Erdogan ha ripetuto che la Turchia non consente l'invio in Siria di armamenti. L'area di Idlib è in parte controllata da miliziani qaedisti, che alla fine di luglio sono riusciti a cacciare dalla zona i loro rivali jihadisti del gruppo di Ahrar ash Sham. Durante gli scontri la Turchia aveva chiuso la frontiera.

Camerun - Denuncia di Amnesty: torture e persecuzioni a presunti appartenenti a Boko Haram

prideonline.it 
Negli ultimi tempi la Repubblica del Camerun è finita al centro delle cronache per il mancato rispetto dei diritti umani. 

Prigionieri presunti appartenenti a Boko Haram arrestati dall'esercito del Camerun
Nel mirino delle autorità ci sono sospettati di terrorismo e omosessuali che subiscono persecuzioni e violenze. La crisi economica e delle garanzie si estende anche nelle zone di foresta, dove la tribù dei Baka vede ogni giorno la negazione alle proprietà e alle risorse.

Le torture ai presunti fiancheggiatori del terrorismo. Solo perché sospettati di appoggiare la strategia di Boko Aram, le forze dell'ordine camerunensi riserva loro trattamenti di violenza. Secondo il rapporto "Stanze segrete di tortura in Camerun: violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nella lotta contro Boko haram" elaborato da Amnesty International, tra il 2013 e il 2017 ci sarebbero stati 101 casi di avvenute torture.

Ci sarebbero 24 metodi diversi che le forze del Camerun riservano ai detenuti: dal pestaggio a sangue all'annegamento fino alla costrizione in posizioni lancinanti. Quest'ultimo trattamento sembra il più crudele. Alcuni detenuti hanno raccontato della posizione "della capra", cioè l'immobilizzazione degli arti dietro la schiena e le percosse.

Un'altra tecnica adoperata ai danni dei sospettati è "l'oscillazione", con le vittime appese con gli arti legati dietro la schiena e picchiati. Trattamenti che descrivono la totale mancanza di garanzia nei confronti di altri esseri umani, seppur sospettati di sposare la teorie stragiste.

"Abbiamo condannato ripetutamente e inequivocabilmente le atrocità e i crimini di guerra commessi da Boko haram - ha detto Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l'Africa occidentale e centrale, ma nulla potrebbe giustificare la pratica della tortura commessa dalle forze di sicurezza contro i civili, spesso arrestati senza alcuna prova e costretti a sopportare dolori inimmaginabili".
[...]

di Matteo Melani

sabato 12 agosto 2017

Domenico Quirico - A Tripoli con i migranti respinti dall’Europa fra torture, umiliazioni e fame.

La Stampa
Violenze dopo il salvataggio in mare, poi il trasferimento nei centri d’accoglienza: «I poliziotti ci portano via tutto. Ma ritenteremo il nostro viaggio»

Che fine fanno quelli che rimandiamo indietro, il popolo dei barconi che le motovedette libiche «salvano» prima che entrino nel nostro mare: quelli per cui inizia il vero viaggio, che è al di fuori di se stessi? I migranti che evaporano nel nostro limbo di disattenzione, che non sono per noi più migranti, un figliol prodigo senza la casa in cui ritornare? A quale destino li consegniamo, noi che abbiamo cessato di dare?

Per questo sono venuto in Libia, a cercare una risposta. Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto. Vi racconterò allora dove ho incontrato i migranti salvati. Se non mi credete, è facile verificare. I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che ho sentito l’odore dei poveri.

Sapete: non mi ha più lasciato il puzzo della miseria, si è attaccato ai vestiti, alla pelle, mi ha inseguito dopo che ne sono uscito. Ho gettato via i vestiti che indossavo, ed è rimasto lì, mi è entrato dentro. Mi insegue e mi perseguita. Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume immondizia urina secrezioni catarri cibi guasti o di poco pregio vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere. Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate. I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri. Sigle e numeri. Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie. Mi hanno chiesto: «Che reato ho commesso? Ho lavorato qui per anni, ho pagato dei libici per traversare il mare». Non ho saputo rispondere.

Tripoli scorre veloce, le cuspidi dei minareti si alternano ai relitti in cemento armato della fallita Manhattan del Colonnello, simboli spenti delle sue follie, che innalzano al cielo niente più che grandi segni grigi. In fondo ai vicoli, prigioniere tra case slabbrate di otto piani, montagne di immondizia che nessuno raccoglie. L’odore della strada con il suo catrame ribollente. A tratti, isolato, sale dal mare il richiamo di una sirena, lontana, solitaria e come soffocata. File silenziose fino a notte attendono, inutilmente, di poter prelevare piccole somme ai distributori delle banche. Non c’è denaro, se non per alcuni. Una grande macchina ferma.

Il centro è in una strada che i libici chiamano «la ferrovia» perché qui al tempo degli italiani passava il treno, la villa-palazzo di Balbo è a un passo. L’ho scelto apposta: credo sia una sorta di vetrina, il ministero dell’Interno la usa per mostrare i risultati dell’efficace caccia ai migranti. Ci portano i giornalisti e i controllori puntigliosi delle organizzazioni umanitarie del Nord Europa, principali donatori. Organizzano anche partite di calcetto tra i detenuti: «Se viene subito si gioca Marocco contro Kenya». In realtà erano migranti della Costa d’Avorio, ma, si sa, son tutti «negri» al di sotto del Sahara.

Dentro sono in 1400 (lo spazio è per 400 persone), gli uomini da una parte le donne dall’altra, si parlano urlando attraverso le sbarre. In nove mesi 3149 rimpatriati a spese delle Nazioni Unite, 244 «a spese loro», 71 hanno ottenuto il diritto di asilo, 6715 sono stati distribuiti in altri centri.

«Abbiamo perso tutto»
La prima cosa che incontri è, gettato in un angolo, il mucchio degli stracci donati per rivestire i migranti. I guardiani frugano, mettono da parte le cose migliori, una camicia, giubbe militari. A fianco un vecchio camion frigorifero, sequestrato. Dentro hanno trovato dieci migranti morti durante la traversata del deserto, dal Sud. Poi c’è la gabbia, un cortile coperto da una tettoia metallica, a sinistra si aprono le porte di alcuni stanzoni, le celle. La prima impressione è quella di entrare in una serra umida e afosa, dal pavimento esala, insopportabile, un vapore caldo come il sudore dai pori di un animale. Non ci sono letti o brande, non ci sarebbe posto, solo stuoie sudice, lembi di plastica, pezzi di cartone. I corpi, la notte quando le porte di ferro sono chiuse da grossi lucchetti, si infilano l’uno accanto all’altro per poter restare sdraiati. Se cerchi di spostarti cammini su quella spazzatura umana. Centinaia di volti e di corpi seminudi per il calore si volgono verso di me, c’è come uno strano raccoglimento. Stivati l’uno accanto all’altro, stesi o seduti, i migranti: corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi. Vedo braccia riverse, gambe abbandonate, non nel modo di chi riposa o dorme ma di chi stramazza a terra in seguito a una bastonatura, esanime. E visi, visi neri e chiari quasi tutti di giovani, su cui sono dipinte tutte le sfumature della estenuazione.

Non sono ancora entrato e già mi chiudono in mezzo, dolcemente, come una mano. Ascolto voci, stordito dal caldo e dall’odore che azzanna, non sono parole, discorsi singoli, è un mormorio che sale dalla terra. Non sono uomini a parlare, è la disperazione, l’assenza di speranza. «Ci hanno portato via tutto, i poliziotti libici. Denaro, telefonini, vestiti. Non possiamo dire alle nostre famiglie dove siamo, che siamo ancora vivi». I guardiani assicurano che tutto è custodito con cura e sarà restituito al momento dell’espulsione. 

Il sogno dell’Europa
Qualcuno avanza, spinto dagli altri che fanno largo, a mostrare le piaghe: c’è un giovane che ha gambe e braccia come scorticate dalla carta vetro: la benzina, la benzina sulla nave. Un altro più maturo mostra la spalla: fuori posto, staccata dal corpo. A quelli rosi dalla febbre i compagni hanno lasciato gli spazi lungo i muri, perché possano appoggiare il busto alla parete. «Qui non ci bastonano più ma dove eravamo prima, nella prigione di Mitiga… Ah, lì come sapevano picchiare».

È il problema di sempre: raccontare. È possibile trasmettere la memoria strutturandola? Il tempo di luoghi come questo è comunicabile in un altro tempo, il nostro? Ci sono occasioni in cui le parole sembrano aver perso peso, sono sacchi vuoti. Rispetto dell’uomo, rispetto dell’uomo! Questa forse è l’unica pietra di paragone.

Un ragazzo marocchino è tra quelli che dovranno essere rimpatriati tra pochi giorni; sembra frantumi, le parole in sillabe con le mascelle. Mi spiega perché tutti ritorneranno in Libia a riprovare il viaggio, appena avranno raccolto di nuovo un po’ di denaro: «L’Europa dove vivi tu è la felicità, nei nostri Paesi viviamo per mangiare e non per avere un avvenire». Le nostre spiegazioni sulla migrazione: formule venute a finire qui come le vecchie auto arrugginite che solcano le strade di Tripoli. Soltanto un ragazzo della Guinea mi ha detto che non riproverà. È fradicio di stanchezza: «Basta, è inutile. Non ho famiglia, nessuno che mi attenda né in Guinea né in Europa. Raccontare perché rinuncio? Vengo da laggiù, sono qua, non ti basta?».

Quando esco dalla prigione ho le tasche piene di bigliettini, pezzi di cartone su cui hanno scritto numeri di telefono delle loro famiglie: «Chiama, chiama, ti prego. Tu che puoi, dì loro che sono qui, che vengano ad aiutarmi, a tirarmi fuori». Ho provato a comporre alcuni numeri: risposte in lingue che non conosco o silenzi che affondano nel sospetto o nella disperazione. Con qualche padre o fratello ho parlato: cerco di instaurare con loro uno scambio, un rapporto umano. Mi piacerebbe dire di non perder fiducia, che i figli e i fratelli stanno bene e, alla fine, ce la faranno. Ma le parole non hanno lo stesso senso per loro e per te, ti chiedi se hanno il minimo senso davanti a questa sofferenza immensa e anonima. Sei tu che perdi fiducia, sei tu che perdi coraggio.

La tragedia delle donne
Mi sposto nella zona riservata alle donne: la situazione sembra migliore ma l’aria è rovente, grava il fiato di un fortore acido. Anche qui non ci sono materassi, solo stracci e stuoie. Accanto scola in una palude l’acqua che esce dalle latrine. Sono giovani ma parlano della vita come vecchie. Ho capito perché quando i poliziotti hanno tirato fuori da una borsa alcuni oggetti sequestrati: amuleti, fogli di carta con maledizioni rituali, bottiglie di plastica che contengono sangue mestruale. La magia nera per legare le migranti prostitute. E un quaderno in cui sono segnate, meticolosamente, le prestazioni di lavoro: 15 marzo dieci clienti, 16 marzo diciannove. E i prezzi: cinquanta centesimi di dinaro. Un euro vale nove dinari.

Dalle finestre il sole disegna uno sbilenco rettangolo di luce sulla parete e illumina le scritte. I muri, i muri della sezione femminile parlano: minacce, invocazioni, amari pentimenti. La Nigeria è viva, vieni in Libia e vedrai, grande Paese grandi migranti. Sono quasi tutte nigeriane, molte incinte: due litigano per un pezzetto di legno che serve come spazzolino da denti, altre due si contendono una caramella.

Un neonato nudo giace abbandonato sul pavimento, le braccia allargate, dorme. Al centro della stanza una donna è seduta a terra, le gambe aperte come per puntellarsi, le passano accanto, la urtano, lei non si muove. Prega, sì prega: un canto monotono per ringraziare dio che non l’ha abbandonata. Il sudiciume del luogo non riesce a coprire il risplendente e duro metallo di quelle parole. Sì, la Parola è davvero senza fine.