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sabato 12 agosto 2017

Migranti. Torna il sereno tra Ong e governo: modifiche al codice di condotta

Avvenire
Sos Mediterranee spiega di aver deciso di firmare, questa mattina al Viminale, dopo che il ministero ha acconsentito a inserire un addendum. Niente uomini armati, continuano i trasbordi coordinati.


Dopo giorni di tensione sembra arrivata la svolta nei rapporti tra Ong e governo. Il Viminale, infatti, ha deciso di allentare la pressione concordando una serie di modifiche al codice di condotta, così che le richieste delle organizzazioni finora non firmatarie venissero accolte. Un modo per salvaguardare il c oordinamento delle autorità italiane e per non privarsi della presenza delle navi umanitarie senza le quali il dispositivo di Ricerca e soccorso rischierebbe il collasso con un prezzo altissimo di vite umane perse durante le traversate.

In particolare, Sos Mediterranée spiega di aver deciso di firmare questa mattina al Viminale il codice per le Ong che operano nel Mediterraneo perché "il ministero dell'Interno ha acconsentito ad includere i punti sollevati da Sophie Beau, cofondatrice e vicepresidente di Sos Mediterranée International, aggiungendoli all'attuale codice di condotta in forma di addendum".

Tramite l'addendum, il Codice contempla alcuni concetti chiave, senza i quali non si sarebbe arrivati alla firma e che probabilmente faciliteranno la sottoscrizione dell’intesa anche da parte delle ong finora perplesse. Nell'addendum si specifica infatti che: "Il codice di condotta non è legalmente vincolante e prevalgono le regolamentazioni e le leggi nazionali ed internazionali”.

Inoltre, e questo era uno dei nodi da risolvere soprattutto per garantire la neutralità delle organizzazioni che, appunto, sono “non governative”, l’intesa non menziona “il portare armi e Sos Mediterranée non si impegna dunque a ricevere uomini armati a bordo della sua nave”.

Salvo alcune condizioni: “in caso di mandato rilasciato nell'ambito del diritto nazionale o internazionale” e a patto che gli “ufficiali di polizia siano ricevuti a bordo della nave di ricerca e soccorso” e questi “non interferiranno con la missione umanitaria di salvare e proteggere vite”. In altre parole, potranno svolgere indagini ma senza in alcun modo condizionare né limitare l’operatività dei vascelli di soccorso: “Il codice di condotta non limita i trasbordi dei sopravvissuti ad altre navi, quando coordinati dal Mrcc (Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo, ndr) di Roma”.

Durante l’incontro, la co-fondatrice e Vice-presidente di SosMediterranée International, Sophie Beau, ha condiviso “le preoccupazioni dell’Italia, che è lasciata da sola a rispondere alla tragedia umanitaria che si dispiega alle porte dell’Europa”.

Parole e toni che confermano la volontà di ristabilire relazioni di cooperazione, come nel tentativo di ricostruire una “coalizione umanitaria” che non può fare a meno delle organizzazioni indipendenti. “Abbiamo apprezzato molto - ha detto Sophie Beau - l’impegno del Ministro dell’Interno italiano nel discutere ed accettare i nostri emendamenti in modo da poter superare le nostre principali preoccupazioni sul Codice di Condotta per le Ong”. Chiuso questo capitolo, “adesso ci possiamo concentrare su questioni molto importanti quali i preoccupanti sviluppi nella zona di ricerca e soccorso”.

L’addendum prevede la non limitazione “della pratica dei trasbordi e che i trasbordi saranno effettuati sotto il coordinamento esclusivo del Mrcc (il centro di coordinamento di Roma, ndr) nel quadro della legge marittima internazionale vigente”.

Resta inteso che la regolamentazione esistente “e le altre norme di diritto internazionale applicabili, le competenze del comandante e i differenti mandati e competenze delle persone giuridiche interessate come previsto dal diritto nazionale ed internazionale - rispetto alle quali i funzionari di polizia non interferiscono e non dovranno interferire - prevalgono in materia come precisato nel detto Codice di Condotta”.

In particolare, la presenza a bordo di ufficiali di polizia giudiziaria “eventualmente e per il tempo strettamente necessario, su richiesta delle Autorità italiane competenti”, non può interferire con la missione umanitaria svolta sulla nave, “in particolare con le cure e la protezione delle persone soccorse, e che deve essere rispettato un periodo minimo di 24 ore di riposo per tutte le persone soccorse”. Come già avviene l’ong continuerà a ricevere “ufficiali di polizia giudiziaria italiana a bordo quando la nave è in porto in Italia e si impegna a mantenere questo approccio e a cooperare con le autorità italiane nella lotta contro il traffico di esseri umani”.

Nello Scavo

venerdì 11 agosto 2017

Venezuela: i vescovi, “trattamento crudele e disumano nelle carceri, si fermi la persecuzione”

SIR
“Si fermi la caccia alle streghe contro i cittadini che la pensano diversamente dal regime”: lo chiede oggi con forza la Commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale venezuelana in una nota firmata dal presidente mons. Roberto Luckert León e da pardre Saúl Ron Braasch, vicario generale della stessa Commissione. 


I vescovi del Venezuela denunciano “i tanti oltraggi” soprattutto in merito alla situazione dei prigionieri politici e dei criminali comuni. Ascoltando le denunce delle famiglie e dell’Osservatorio sulle carceri venezuelane, i vescovi puntano il dito contro il “trattamento crudele e disumano durante le detenzioni”, la “mancanza di igiene”, “di medicinali e cure mediche”, “di assistenza legale” e “l’alimentazione precaria” 

I vescovi denunciano “il mancato rispetto del giusto processo”, “il divieto di visita ai familiari”, tutti “diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela in vigore”. 

Chiedono perciò al governo e al potere legislativo di “rispettare questi diritti”. La Commissione episcopale implora “la fine delle persecuzioni e delle torture fisiche e psicologiche” contro questi cittadini. Invita inoltre “tutti i cattolici e gli uomini e le donne di buona volontà, a pregare non solo per coloro che soffrono ma anche per chi viola questi diritti umani”. I vescovi chiedono ai cittadini di “denunciare pubblicamente i funzionari che violano i diritti umani” e di ristabilire lo Stato di diritto. “Chiediamo la giustizia”, concludono.

giovedì 10 agosto 2017

Iran - Pena di morte - Arrestato a 15 anni, condannato e 16 anni.Impiccato questa mattina.

Corriere della Sera
Per la terza volta dal maggio 2016, le autorità iraniane avevano programmato l’esecuzione di Alireza Tajiki, arrestato nel 2012 e condannato a morte nel 2013, quando aveva rispettivamente 15 e 16 anni, con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico. Questa mattina ci sono riuscite. L’hanno impiccato.


Il processo nei suoi confronti era risultato gravemente irregolare, basato prevalentemente su “confessioni” che Tajiki aveva denunciato di essere stato costretto a fare sotto tortura e che aveva successivamente ritrattato, dichiarandosi innocente dalla prima udienza in avanti.

Ieri Tajiki era stato trasferito in isolamento e alla famiglia era stato chiesto di recarsi alla prigione Adel Abad di Shiraz per l’ultimo saluto. Nessuna comunicazione ufficiale era invece arrivata all’avvocato, che secondo la legge dev’essere informato di un’imminente esecuzione con 48 ore di anticipo.

L’applicazione della pena di morte nei confronti di persone che all’epoca del reato avevano meno di 18 anni è contraria al diritto internazionale.
A più riprese le autorità giudiziarie iraniane hanno dichiarato che Tajiki era “maturo” e pienamente consapevole “dell’illegalità dell’atto commesso e della conseguente punizione”.

L’Iran è uno dei pochi paesi al mondo che continua a mettere a morte rei minorenni, già quattro quest’anno.

Amnesty International ha i nomi di almeno 89 condannati a morte in attesa dell’esecuzione per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.


Riccardo Noury

Migranti - Riccardi: tutti hanno il dovere di salvare vite

www.santegidio.org
La Stampa
'Anche le Ong che non firmano sono legittimate a salvare vite''

L'ex ministro Riccardi: servono quote e corridoi umanitari

Andrea Riccardi non è solo il colto ex ministro per la Cooperazione internazionale del governo Monti. Da fondatore della Comunità di Sant'Egidio lavora da mezzo secolo alla soluzione dei conflitti più o meno sanguinari da cui figliano le migrazioni, compreso quello storico del Mozambico di cui ha contribuito in modo determinante a scrivere la parola fine. 

Il governo italiano si sta spaccando su cosa significhi accoglienza. Cosa significa?
«Al di là delle polemiche, siamo di fronte a un problema di equilibrio più che di accoglienza. Assistiamo a un fenomeno epocale come lo spostamento di masse dal Sud del mondo e dobbiamo reagire in modo intelligente. Una politica di chiusura come quella auspicata dai Paesi dell'Est è contro la storia, anche perché noi abbiamo bisogno di quelle persone per ragioni demografiche. Non abbiamo più quote di migranti da anni (se non stagionali) ed è un grave gap perché le quote, insieme ai corridoi umanitari, svuotano un po' la pressione migratoria e contribuiscono al benessere dell'Italia. Non ho una posizione buonista ma realista. È chiaro che l'Italia si trova in una posizione difficile per la gravissima mancanza di solidarietà europea che inficia il progetto Ue: rispetto alla spinta dell'Africa, con una popolazione che nel 2100 sarà il 40% di quella mondiale, nessun Paese può fare da solo, la risposta deve essere europea».

A che tipo di risposta pensa?
«Da un lato ci sono i corridoi legali e dall'altro c'è la lotta contro i trafficanti di uomini, un terreno su cui ci sono grandi complicità, perché oggi il traffico è una piovra miliardaria paragonabile alla mafia».

Possiamo fidarci di Tripoli, pensando ai centri di detenzione?
«L'Europa ha fatto l'errore storico di avallare la guerra in Libia appoggiando la rimozione di Gheddafi senza un progetto per il futuro. L'esito è la parcellizzazione del Paese. Ora urge riportare la pace in Libia, ma bisogna anche giocare con tutti i soggetti presenti oggi in Libia, primo il governo di al-Sarraj. In ballo c'è la tenuta del territorio, la vita dei libici e dei migranti». 

Possiamo ignorare le condizioni dei migranti tenuti in Libia?
«È un problema gravissimo, alcuni di loro sono rifugiati. In molte parti della Libia si trovano in una condizione orribile. Se non entrano e monitorano le organizzazioni come l'Oim e l'Unhcr, la situazione è drammatica. Le testimonianze che abbiamo sono preoccupanti. Non mi pare che tra chi in Libia impugna le armi sia diffusa la cultura dei diritti umani».
[...]
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Onu, strage di migranti adolescenti gettati in mare davanti alle costedello Yemen

La Repubblica
Le vittime sarebbero una cinquantina. Il trafficante di uomini ha costretto i ragazzi a scendere dalla barca. L'Oim: "Erano tutti piuttosto giovani, l'età media era di circa 16 anni".


Almeno 50 migranti adolescenti somali ed etiopi sono stati "affogati deliberatamente" l'otto agosto da uno scafista al largo della costa dello Yemen. Lo afferma l'Organizzazione internazionale per la migrazione (Oim). Il trafficante avrebbe costretto 120 ragazzi a gettarsi in mare vedendo dopo aver avvistato, vicino alla costa, un'imbarcazione dell'autorità marittima.

Durante un normale giro di controllo, lo staff dell'Oim ha trovato i resti di 29 migranti africani sepolti alla meglio nella sabbia dai sopravvissuti, nella provincia yemenita di Shabwa lungo il golfo di Aden. Gli operatori Onu hanno anche prestato soccorso a 27 ragazzi scampati alla strage che erano rimasti sulla spiaggia, mentre altri superstiti erano fuggiti. I dispersi sarebbero 22. "Erano tutti piuttosto giovani, l'età media era di circa 16 anni", ha detto la portavoce dell'Oim Olivia Headon che ha definito l'accaduto "scioccante e disumano".

Il racconto di chi è riuscito a salvarsi è atroce. "I sopravvissuti ci hanno detto di essere stati costretti a buttarsi in acqua, alcuni spinti fisicamente in mare dallo scafista che poi è ripartito per tornare in Somalia e prendere un altro carico di persone da portare nello Yemen seguendo la stessa strada", ha spiegato Laurent de Boeck, il capo della missione Oim nello Yemen. "La sofferenza dei migranti su questa rotta è enorme. Troppi i giovani pagano i trafficanti con la falsa speranza di un futuro migliore ", ha concluso de Boeck.

Lo stretto braccio di mare tra il Corno d'Africa e lo Yemen è una rotta molto battuta dai trafficanti di uomini, anche se il Paese dal 2015 anni è dilaniato dalla guerra. Una strada che, secondo l'Oim, quest'anno è già stata percorsa da almeno 55mila persone (un terzo di loro sono donne) provenienti in gran parte da Somalia ed Etiopia, sperando di trovare lavoro nelle ricche 'petromonarchie' sunnite del Golfo, dove peraltro sono trattati spesso alla stregua di 'servi'.

Ma nonostante il conflitto, che vede schierati da una parte una coalizione di Paesi sunniti guidati dall'Arabia Saudita e dall'altra i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall'Iran, in Yemen i migranti africani continuano a passare, proprio perché non c'è un'autorità centrale che possa impedire loro di sbarcare e proseguire poi il loro viaggio. Ma proprio a causa della guerra il tragitto diventa sempre più pericoloso e i migranti finiscono spesso nelle mani dei guerriglieri o di banditi senza scrupoli.

mercoledì 9 agosto 2017

Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager di Sabha

La Repubblica
Lo dicono i numeri delle ultime settimane: si assiste ad una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia. È l'effetto dell'accordo italo-libico, sostenuto dall'Unione Europea. Decine di migliaia di migranti subsahariani bloccati. Lo raccontano le duemila testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani (Medu).



I numeri delle ultime settimane sembrano evidenziare, se non un arresto, una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia. L'accordo italo-libico, sostenuto dall'Unione Europea, produce i suoi primi effetti lasciando intrappolate decine di migliaia di migranti subsahariani, e non solo, nel territorio del paese nordafricano. 

Che cosa sia questo cul de sac lo raccontano le duemila testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani (Medu): è la Libia di oggi, ossia un lager, come quello di Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia, circodato da filo spinato, miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro; dentro, due settori separati: uno per uomini, l'altro per donne e bambini, dove si consumano nei confronti dei migranti atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo.

Un calo drastico di arrivi rispetto al 2016. Nel mese di Luglio sono stati 11.322 i migranti sbarcati nei porti italiani; meno della metà rispetto al 2016 (23.552). È la prima volta nel 2017 che si registra un calo così drastico rispetto all'anno precedente. L'inversione di tendenza di Luglio sembra essere confermata nei primi sette giorni di Agosto con un numero di migranti sbarcati (1.137) che è meno di un quinto rispetto a quello della stessa settimana dell'anno precedente (5.902). Si può dunque tirare un sospiro di sollievo davanti a questi numeri che sembrano evidenziare, se non un arresto, una drastica riduzione del flusso migratorio dalla Libia verso l'Italia? Bisogna rallegrarsi dei primi risultati concreti dell'accordo italo-libico firmato a febbraio scorso dai governi Gentiloni e Serraj, con il sostegno dell'Unione Europea?

La Libia, "Un lager dove si consumano atrocità". Si apprende in questi stessi giorni che la Guardia Costiera libica ha fermato in mare 826 migranti per poi arrestarli e consegnarli all'organismo che si occupa della lotta alla migrazione clandestina. Il collo di bottiglia della rotta mediterranea centrale sembra dunque chiudersi lasciando decine di migliaia, o più probabilmente centinaia di migliaia, di migranti subsahariani, e non solo, nel territorio libico. Ma che cosa sia questo cul de sac è necessario ripeterlo ancora una volta con chiarezza e a gran voce: è la Libia di oggi, ossia un lager dove si consumano nei confronti dei migranti atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo. Gli aguzzini di questi lager, dove viene perpetrata la tortura di massa, sono i più svariati: bande e organizzazioni criminali, milizie armate e certamente anche coloro che dovrebbero rappresentare quello Stato che ha firmato gli accordi con l'Italia, ossia poliziotti e militari.

Gli abusi e le privazioni subite. Secondo i dati raccolti quest'anno dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani che a Roma ha prestato assistenza ad oltre seicento migranti da poco sbarcati in Italia e provenienti dall'Africa subsahariana, l'85% ha subito in Libia torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79% è stato trattenuto/detenuto in luoghi sovraffollati ed in pessime condizioni igienico sanitarie, il 60% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 55% gravi e ripetute percosse e percentuali inferiori ma comunque rilevanti stupri, ustioni, falaka (percosse alle piante dei piedi), torture da sospensione, obbligo ad assistere alla tortura o all'uccisione di terzi e ancora altre efferatezze. Questi dati, probabilmente sottostimati poiché raccolti in contesti di precarietà dove spesso non è stato possibile fornire un'assistenza prolungata nel tempo, rappresentano, a nostro avviso, un quadro fedele delle violenze sistematiche a cui vengono sottoposti tutti i migranti che giungono dalla Libia nel nostro paese.

Nel caos libico funziona solo lo sfruttamento dei migranti. In questo caos libico, dove l'unica cosa che sembra funzionare alla perfezione è l'industria dello sfruttamento dei migranti, "non ci sono campi o centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti" lo afferma lo stesso inviato speciale dell'Unhcr, aggiungendo che in questi luoghi "sussistono condizioni orribili". Negli ultimi quattro anni Medu ha raccolto circa duemila testimonianze di migranti sia nei suoi progetti per la riabilitazione delle vittime di tortura sia in interventi di prima assistenza per i migranti vulnerabili (si veda la webmap interattiva Esodi ) e sempre le condizioni di detenzione nelle carceri libiche rappresentano uno degli aspetti più raccapriccianti dei racconti dei testimoni.

Alcune delle decine di testimonianze raccolte negli ultimi mesi.

X.Y., uomo, Camerun, 25 anni. "La prima volta che sono partito in mare la guardia costiera libica ci ha intercettato e ci ha riportato a terra. Ci ha condotto in una prigione a Zawia che si chiama Ossama Prison...Quello che differenzia questa prigione dalle altre è il fatto che se si paga il riscatto si è sicuri che si verrà rilasciati, cosa non sempre vera per le altre prigioni. Avvengono infinite crudeltà e torture lì dentro ma finalizzate ad ottenere i soldi, non la violenza diffusa che si vede negli altri posti. Questa prigione viene monitorata da una commissione di europei una volta al mese. Durante la visita mensile le guardie fanno sparire tutti gli strumenti di tortura, le catene e aprono tutte le celle così che sembri un campo profughi piuttosto che una prigione. Poi quando la visita è finita tutto ricomincia come prima." (Hotspot di Pozzallo, Luglio 2017)

M.K., uomo, 30 anni, Bangladesh. "La detenzione più dura è stata in una prigione a Gargaresch, un quartiere di Tripoli. Mi hanno legato insieme le caviglie e i polsi e per i primi 5 giorni mi hanno tenuto così. Non mi davano da mangiare, non mi permettevano di andare in bagno. Venivano e mi picchiavano. Poi mi hanno levato le corde ma non è andata meglio. Per circa un mese mi hanno tenuto nel buio più completo. Mi picchiavano con dei bastoni sul corpo e sotto la pianta dei piedi e tutt'ora non riesco a camminare senza sentire dolore. Mi torturavano con le scosse elettriche. Una volta mi hanno puntato un fucile alla tempia e hanno minacciato di uccidermi. Quando mi sono messo a piangere si sono messi a ridere, non mi hanno sparato ma mi hanno colpito al capo col calcio del fucile". (Hotspot di Pozzallo, Luglio 2017)

I.S. uomo 22 anni, Costa D'Avorio. "Non so il nome della prigione ma per sei mesi sono stato detenuto in un carcere non distante da una strada che da Sabha conduce a Tripoli. Eravamo tanti e nella cella non c'era spazio a terra per dormire. Le guardie portavano poco cibo e acqua disgustosa. Mi hanno picchiato col bastone e col fucile in diverse parti del corpo. Le guardie erano armate e violente e ci colpivano senza pietà. Sparavano nel mucchio e uccidevano a caso i detenuti per terrorizzarci. Ho subito violenze sessuali continue ed hanno usato anche una fiamma per bruciarmi sulle braccia. Non c'era acqua per lavarci, il fetore era insopportabile e ricordo ancora le urla di paura e di dolore degli altri detenuti." (Cara di Mineo, Aprile 2017)

martedì 8 agosto 2017

Sbagliato attaccare l’umanitario: è il nostro miglior made in Italy

Huffpost
di Marco Impagliazzo

La visita a Roma dell'inviato Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha il vantaggio di riportare il dibattito sulla questione libica a livello internazionale. Va ripresa, infatti, una forte iniziativa sotto l'egida dell'ONU per affrontare una crisi geopolitica e umanitaria di vaste dimensioni che nessun paese da solo è in grado di risolvere. L'Italia, che tra l'altro oggi siede nel Consiglio di Sicurezza, appoggia con forza questa iniziativa. La Comunità di Sant'Egidio, in accordo con l'ONU, nei mesi scorsi ha favorito il dialogo politico tra alcune città della Tripolitania per stabilizzare la regione. Lo stesso con le tribù del Fezzan.
La ricostruzione dell'unità della Libia, la sua pacificazione e il ristabilimento di un governo internazionalmente riconosciuto permetterebbero, tra l'altro, di affrontare con efficacia la questione migratoria, lo sfruttamento di esseri umani con sofferenze e anche morti. E' un tema che, al di là delle polemiche politiche di questi giorni, si presenta come una questione di lungo periodo.

Lo "scontro" tra la visione della sicurezza e quella umanitaria ha creato non pochi mal di pancia e reazioni. Parte del mondo cattolico, alcuni vescovi, il giornale Avvenire, e le organizzazioni umanitarie, hanno posto l'accento sulla priorità umanitaria, considerato – e poco lo si fa – il numero elevatissimo di vittime nel Mediterraneo e la situazione disastrosa dei centri di detenzione per i migranti in Libia. E' uno dei pochi Stati –lo si può ancora definire così?– a non aver sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. 


Chi salva vite umane in mare o chi accoglie i profughi provenienti dalla Libia conosce bene l'intensità e l'estensione delle sofferenze da loro subite. Ciò che preoccupa, d'altra parte, è la reazione scomposta e fortemente critica di parte del mondo politico, intellettuale o della stampa verso l'azione umanitaria. L'espressione "taxi del mare" per indicare le navi delle ONG, nella sua volgarità, ne è chiara manifestazione. Invece chi è a contatto con i migranti si rende conto che la situazione è umanamente insostenibile. D'altra parte chi ha in mano la cosa pubblica ha bisogno di trovare soluzioni a una questione allarmante in sé ma anche per una narrazione frutto di emozioni e di percezioni più che della realtà.

Tutte le inchieste dicono che gli italiani sono tra i più disinformati in Europa sul fenomeno migratorio (dai numeri degli immigrati, alla religione che professano ecc). La realtà non conta, ma la percezione. Le responsabilità di tale allarmismo sono evidenti, soprattutto quando la questione migratoria diventa oggetto di campagne elettorali (quindi di semplificazioni), mentre ci sarebbe bisogno di risposte competenti e di lungo periodo.

Un esempio sono i corridoi umanitari, aperti ormai da un anno con la Siria, che hanno permesso di giungere nel nostro paese i profughi in sicurezza per loro e per l'Italia. Ci sarebbe anche da ripensare all'introduzione della sponsorship o all'allargamento dei criteri per i ricongiungimenti familiari (molti che arrivano in Italia vogliono raggiungere i parenti in Nord Europa). Così come all'introduzione di quote a livello europeo per motivi di lavoro, viste le nuove necessità di manodopera createsi con la ripresa economica. Tutti strumenti che toglierebbero acqua allo sfruttamento e all'illegalità.

In più: sottovalutare, o addirittura irridere, il lavoro umanitario, è fare torto alla storia del nostro Paese e di tanti italiani. Quanto l'Italia è conosciuta e amata nel mondo per l'impegno umanitario e nello sviluppo dei popoli di tanti italiani? Ricordo che in Mozambico, durante la guerra che provocava estrema povertà, si diceva: "in Italia ci sono tre città", Reggio Emilia (per la cooperazione del PCI emiliano), Sant'Egidio (per il lavoro della pace) e Roma (per il Papa e i missionari). E' un episodio, ma dà l'idea della "simpatia" verso l'Italia creata da tanto lavoro di cooperazione. "Simpatia" che poi è divenuta rapporti istituzionali ed economici importanti e duraturi. L'"Italsimpatia", tanto diffusa nel mondo, è fatta anche di questo.

Si dice spesso che altri Paesi sono più scaltri del nostro perché sanno curare i loro interessi nazionali, anche con politiche spregiudicate. Noi, invece, saremmo indietro sulla scena internazionale perché troppo mossi dall'emotività e dal "cuore", oltre che dalla nostra tradizione cattolica. In realtà, avendo girato abbastanza il mondo, posso dire con tranquillità che l'umanitario è parte del nostro interesse nazionale. Il lavoro encomiabile della nostra Marina Militare e della Guardia Costiera nel Mediterraneo centrale in questi anni è stato encomiabile e un esempio luminoso rispetto agli egoismi europei. Non buttiamo a mare tutto questo. Ricostruire la fiducia tra istituzioni e chi opera nell'umanitario è oggi prioritario, anche per difendere un nostro interesse nazionale vitale.