Pagine

giovedì 28 gennaio 2016

Turchia: ergastolo a Can Dündar e Erdem Gül per aver fatto il proprio mestiere di giornalisti

Il Manifesto
Questa la pena chiesta dal procuratore di Istanbul contro i due giornalisti. Accusa: spionaggio e tentato golpe. In Siria kurdi estromessi dal negoziato dopo il diktat di Erdogan, mentre le opposizioni prendono tempo. Quanto temuto potrebbe diventare realtà: il procuratore del tribunale di Istanbul ha presentato ieri l'incriminazione per i giornalisti turchi Can Dündar e Erdem Gül. 

Da sinistra Erdem Gul e Can Dundar ( Foto: Vedat Arik/AP)
Raccolta di documenti segreti per fini di spionaggio militare e politico, tentativo di rovesciare il governo e deliberato sostegno al terrorismo: queste le accuse che pesano sui due reporter. Rischiano il carcere a vita, tanto ha chiesto il procuratore turco, insieme all'isolamento per 23 al giorno, per sempre.

Rispettivamente direttore del quotidiano Cumhuriyet e caporedattore dell'ufficio di Ankara, la "colpa" di Dündar e Gül è aver fatto il proprio mestiere. A maggio pubblicarono un articolo, corredato di relative prove, nel quale mostravano il tentativo di scambio intercorso tra i servizi segreti turchi e presunti membri dello Stato Islamico. Un camion che sarebbe dovuto passare dalle mani dell'intelligence di Ankara a quelle degli islamisti era stato fermato e perquisito dalla gendarmeria turca a sud del paese all'inizio del 2014 ed era apparentemente pieno di armi.

[...]

di Chiara Cruciati

Migranti in Europa. Svezia ne vuole espellerne 80 mila. UK vuole espellere anche i bambini soli

ultimaedizione.eu
L’Unione europea continua ad andare in ordine sparso sulla questione dei migranti e rifugiati per la quale, nonostante siano oramai da mesi esplosi problemi gravi e di ogni genere, non è stata individuata alcuna linea comune e i diversi paesi si rimbalzano le responsabilità, [...]



Le autorità svedesi stanno definendo il piano in base al quale saranno espulsi 80.000 migranti cui le autorità di Stoccolma non intendono rilasciare il permesso di asilo. Gran parte delle espulsioni saranno realizzate con l’organizzazione di voli aerei.

Solamente nel corso del 2015 sono stati 163.000 i rifugiati che hanno chiesto asilo in Svezia e delle circa 60 mila domande trattate lo scorso anno il 55% sono state accettate.

La Gran Bretagna ha deciso di affrontare con il pugno di ferro anche la questione dei minori non accompagnati, che sono decine di migliaia, e procederà alla espulsione di tutti i bambini senza genitori provenienti dai paesi in cui non c’è una guerra in corso, come nel caso di Siria ed Iraq.

La Commissione europea ha ora preso di mira la Grecia accusata di non effettuare alcun controllo alle frontiere, mentre la Macedonia annuncia l’ennesima chiusura dei suoi varchi di confine con il paese ellenico, come già fatto in precedenza per contenere il flusso dei migranti. Così, in migliaia sono fermi adesso in Grecia, impossibilitati a procedere verso l’Europa centrale e settentrionale.

La risposta greca è stata quella di contestare ai vertici europei di non aver rispettato il programma concordato lo scorso anno sul trasferimento di decine di migliaia di migranti e rifugiati bloccati in Grecia dove, solo in questi primi giorni, dell’anno sarebbero arrivati, secondo i dati forniti dall’Onu, più di 46.000 profughi.

Presidente Cassazione: "Reato di clandestinità, inutile, inefficace e perfino dannoso"

La Repubblica
Cerimonia d'inaugurazione con il capo dello Stato. Il presidente della Cassazione chiede sanzioni amministrative fino all'espulsione per combattere l'immigrazione clandestina e interviene sul tema della prescrizione
Roma - Contro l'immigrazione clandestina, "la risposta sul terreno del procedimento penale si è rivelata inutile, inefficace e per alcuni profili dannosa, mentre la sostituzione del reato con un illecito e con sanzioni di tipo amministrativo, fino al più rigoroso provvedimento di espulsione, darebbe risultati concreti". Lo sottolinea il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2016, ricordando che sulla questione è "in atto una riflessione del Parlamento e del Governo".

[...]

Canzio ha parlato anche di terrorismo, sottolineando che "ogni forma di criminalità organizzata o terroristica, anche quella internazionale di matrice jihadista", deve essere condotta "nel rispetto delle regole stabilite dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato". "Diversamente tradiremmo la memoria" dei magistrati "caduti in difesa dei più alti valori democratici" e "non faremmo onore al giuramento di fedeltà che abbiamo prestato". 

[...]

mercoledì 27 gennaio 2016

Russia: il castigo dopo il delitto, la vita nell'Aquila Nera carcere per detenuti che erano nel braccio della morte

rbth.com
La colonia penale N.56, chiamata anche Aquila Nera, è uno dei carceri di massima sicurezza per i condannati all'ergastolo. Per un quarto di secolo i detenuti non hanno mai messo piede fuori da questo luogo. E alcuni di loro si preparano a uscire nei prossimi anni.


Qui scontano la propria pena 260 assassini. Durante il periodo sovietico, era l'unica colonia penale per i prigionieri condannati all'ergastolo.

Nel 1993 venne introdotta una moratoria sulla pena di morte. Attualmente i detenuti della colonia penale Aquila Nera sono divisi in due gruppi: quelli cui la pena di morte è stata convertita a 25 anni di carcere e coloro che trascorreranno lì dentro il resto della propria vita. I primi detenuti che godranno dell'indulto saranno liberati nel 2017. Negli ultimi 25 anni non hanno mai messo piede fuori dal carcere. E le uniche informazioni che in questo quarto di secolo hanno ricevuto dal mondo esterno, le hanno ottenute dalla televisione o dai giornali. Cosa faranno? Cosa pensano?

"Certamente è interessante! La vita è cambiata radicalmente - confessa Viktor Lushov, classe 1952 -. Qui guardo molto la televisione. Ho una buona famiglia che non mi lascerà mai solo. Cercherò di vivere come un uomo normale e di fare qualcosa di buono alla fine della mia vita. Educherò i miei nipoti".

"Ho trascorso cinque anni nel corridoio della morte. Quando la mia pena è stata ridotta a 25 anni, ho capito che avrei dovuto fare ritorno a casa - dice Aleksej Pechuhin, classe 1971. Vengo da un piccolo villaggio, lavoravo il legno: potrei realizzare mobili, fare qualsiasi cosa legata al mio vecchio lavoro".

"Qui impariamo a fare diverse cose - racconta Aleksej Isupov, classe 1973. Sono in grado di utilizzare i macchinari per la lavorazione del legno. Ho degli amici che si occupano di queste cose e credo che inizierò a lavorare nella loro impresa".

"C'è gente che finisce in carcere a 20 anni. Io, invece, quando sono arrivato avevo 41 anni. Ciò fa molta differenza. Senza dubbio viviamo in un mondo terribile. Ora ci sono gli smartphone... dovrò imparare a usarne uno. Purtroppo qui non organizzano corsi di informatica", dice Viktor Zaporozhkij, classe 1954.

La colonia penale si trova negli Urali, a 615 chilometri da Ekaterinburg, nel villaggio di Lozvinskij, un luogo sperduto nella taiga. In Russia sono quattro le colonie penali per i condannati all'ergastolo. Questa è considerata la migliore per le condizioni in cui vengono detenuti i prigionieri.

I condannati vivono in celle doppie o singole di sei metri per quattro. Trascorrono lì dentro 23 ore al giorno, e hanno diritto a trascorrere un'ora fuori dalla propria cella, all'interno di una sala scoperta, senza tetto. Dormono con la luce accesa e durante il giorno è proibito restare a letto. Possono leggere o scrivere. La doccia è consentita una volta alla settimana
Ogni mattina le guardie leggono a voce alta il crimine per il quale sono stati condannati. La sentenza è appesa alle porte delle celle. Il capo della colonia penale, Subshan Dadashov, ricopre quest'incarico da 30 anni. Parla con franchezza e dice di conoscere uno a uno i detenuti, i quali possono comunicare con la propria famiglia, ricevere pacchi e lavorare nella fattoria del carcere.

di Fiodor Telkov e Denis Tarasov

La Danimarca approva la legge per la confisca dei beni ai migranti. Inquietante che avvenga nella Giornota della Memoria

La Stampa
Al via le controverse norme sui richiedenti asilo, compresa la proposta di privarli di denaro e oggetti di valore oltre 1.300 euro «per contribuire alle spese di mantenimento e alloggio»


Il Parlamento della Danimarca ha approvato il contestato progetto di legge che mira a scoraggiare i rifugiati dal chiedere asilo e prevede, fra le varie misure, la confisca ai migranti di denaro e oggetti di valore per pagare le spese per il loro mantenimento nel Paese. Il pacchetto di misure è stato approvato con 81 voti a favore e 27 contrari.

La proposta del governo liberale di minoranza aveva l’appoggio dei tre alleati di centro-destra, nonché del Partito socialdemocratico, prima forza dell’opposizione, il che consentiva di arrivare a quasi i tre quarti dell’aula. Una trentina le misure contenute nel pacchetto, che fin dalla sua presentazione a novembre è stato travolto dalle polemiche sia a livello nazionale che internazionale.

Per questo il governo ha cambiato due volte la parte del testo relativa alle confische, pratica che è già impiegata in Svizzera e negli Laender tedeschi di Baviera e Baden-Württenberg. Nella versione finale del testo, sono esclusi dalla possibilità di confisca gli oggetti “di valore affettivo speciale” ed è stato triplicato a 10mila corone danesi (pari a circa 1.340 euro) il valore minimo di denaro e beni a partire dal quale è possibile sequestrare (inizialmente il tetto minimo era stato fissato a 3mila corone).

A livello nazionale il progetto è stato criticato da formazioni di sinistra, ma anche all’interno del partito liberale (che ha perso l’appoggio di un eurodeputato) e di quello socialdemocratico (di cui tre parlamentari avevano annunciato che avrebbero votato contro).

A livello internazionale si è unita alle critiche l’organizzazione Amnesty International, che si è anche scagliata contro le misure per rendere più difficili i ricongiungimenti familiari, che a suo parere potrebbero violare le convenzioni europee. Questo “rischio” è stato ammesso anche dalla ministra danese dell’Integrazione, Inger Støjberg, che ha difeso la scelta di cambiare le regole per i ricongiungimenti sottolineando che è una modalità per ridurre il flusso migratorio a cui hanno già fatto ricorso altri Paesi.

La Commissione europea ha fatto sapere che la confisca dei beni ai richiedenti asilo ha l’obbligo di rispettare le normative europee anche se mantiene il suo opt-out rispetto all’Ue per il settore di Giustizia e Affari interni.

La Danimarca, che a inizio anno ha introdotto controlli provvisori alle frontiere, nel 2015 ha ricevuto 21mila richiedenti asilo, un terzo in più del 2014, e meno rispetto al resto dei Paesi scandinavi, soprattutto la Svezia, che ha accolto 163mila richiedenti asilo.

Giornata della Memoria nel ricordo del 27 gennaio 1945 giorno della liberazione di Auschwitz

Blog Diritti Umani - Human Rights


La data del 27 gennaio non è certo casuale, e il Giorno della Memoria si celebra da 16 anni in Italia il 27 gennaio, perchè nel 1945 proprio in quel giorno le Forze Alleate liberarono Auschwitz dai tedeschi. 
Da quel giorno per la prima volta, varcata la scritta d'ingresso "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi) si venne a conoscenza di quanto era accaduto e del dramma di quello sterminio.


martedì 26 gennaio 2016

Yemen. ‘Catastrofe umanitaria per i bombardamenti sauditi’. Armi vendute dall’Italia

Notizie Geopolitiche
“Catastrofe umanitaria” causata da “attacchi sproporzionati di zone densamente popolate” da parte delle forze aeree della coalizione saudita. Sono queste le parole con cui le Nazioni Unite hanno parlato dei bombardamenti della coalizione saudita sullo Yemen. 


Lo stesso Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha esplicitamente condannato i bombardamenti aerei sauditi su diversi ospedali e strutture sanitarie e l’Alto rappresentante per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha inviato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto che documenta “fondate accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani”. 

Anche Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta sui possibili “crimini di guerra” attuati da tutte le parti in conflitto.
Secondo Rete italiana per il disarmo, un’organizzazione che, tra l’altro, analizza i dati relativi alle esportazioni di armi e armamenti dall’Italia, per questi bombardamenti sarebbero state utilizzate bombe che vendute all’Arabia Saudita dall’Italia. Dopo il “caso” delle armi prodotte in Italia e finite in dotazione a navi da guerra della Birmania nonostante l’embargo dell’Unione europea e il divieto di vendere armi a paesi in guerra e dopo quello della vendita di armi all’India, impegnata in un conflitto decennale con il Pakistan, anche questa vicenda non poteva non finire in Parlamento: a chiedere chiarimenti in proposito è stato il deputato Mauro Pili che ha pubblicato sul web immagini del carico partito dall’aeroporto di Cagliari Elmas diretto alla base della Royal Saudi Air Force di Taif. Secondo Pili, si tratta di bombe prodotte dalla Rwm Italia. Il carico è stato imbarcato su un cargo Boeing 747 della compagnia azera Silk Way.
In Italia, la legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari, vieta espressamente di esportare armi a paesi in guerra. Nonostante da mesi l’Arabia Saudita continui a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime anche tra i civili, ad oggi non esiste alcun mandato internazionale che autorizzi queste “missioni di pace”, ammesso che bombardare da un aereo possa essere considerata tale. Né è mai stata ufficialmente dichiarata guerra. Semplicemente l’Arabia Saudita, insieme con gli altri paesi che hanno aderito alla sua “mission” (Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto), continuano a bombardare un paese straniero. E, cosa che rende tutto ben più grave, lo fa utilizzando le bombe prodotte in un paese, l’Italia, che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 della Costituzione).
Bombardamenti, quelli effettuati dall’Arabia Saudita, che hanno causato gravi danni: secondo i dati riportati dall’Onu sarebbero oltre seimila i morti. E di questi circa la metà sarebbero civili. Numeri che uniti agli oltre 20mila feriti, ai milioni di sfollati, e alla popolazione ridotta alla fame giustificano gli inviti a sospendere questa guerra non dichiarata. Inviti però fino ad ora non ascoltati: l’Arabia Saudita continua a bombardare lo Yemen. L’ultima spiegazione fornita dal ministro Pinotti che, in realtà, “le bombe non sono italiane”, ma solo di passaggio in quanto prodotte in altri paesi non sembra molto credibile. A seguito di una visura camerale, alcuni parlamentari hanno scoperto che a produrre queste bombe è una società italiana di proprietà della tedesca Rheinmetall, ma con sede a Ghedi, in provincia di Brescia, e a Domusnovas, in Sardegna.
Evasive, finora, le risposte fornite da altri membri dell’esecutivo.

di C. Alessandro Mauceri