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sabato 14 luglio 2018

USA. La polizia americana macchina infernale: 700 morti in sei mesi

Il Dubbio
Le statistiche sugli "omicidi legali" negli Stati Uniti. Come d'abitudine l'associazione del partito radicale "Nessuno tocchi Caino" ha diffuso ieri i dati sulle uccisioni a opera della polizia negli Usa. Sono dati utili in un momento in cui la richiesta di politiche securitarie, pur non giustificata dai dati sulla criminalità che indicano tutti i reati principali in netto calo, torna a essere massiccia.


Dall'inizio dell'anno al 30 giugno le forze dell'ordine negli stati Uniti hanno già ucciso 617 persone secondo alcuni siti di ricerca, 698 secondo altri. I decessi salgono però a 806 se si tiene conto dei casi di suicidio: di solito persone che, circondate dalla polizia o dopo aver preso ostaggi, spesso a seguito di liti domestiche, si tolgono la vita. 

Alcune morti sembrano causate da incidenti, in particolare stradali. La quasi totalità dei casi però riguarda persone uccise a seguito dell'uso volontario di armi da fuoco da parte di agenti di polizia.

Dei 698 morti, 587 vengono indicati come "uccisi da arma da fuoco", 85 travolti da un veicolo della polizia, 17 morti sono stati causati dall'uso del cosiddetto Taser, la pistola elettrica la cui sperimentazione sta per essere avviata anche in Italia. In 240 casi su 298 non viene precisata la "razza" delle vittime, dal momento che la stampa negli Usa spesso ritiene discriminatorio indicare l'appartenenza razziale o etnica. Sono comunque accertate 239 morti di soggetti bianchi, 127 neri, 74 ispanici, 10 "nativi", intendendo con questo termine pellerossa o alascani, 7 asiatici, un mediorientale. Tra le vittime si contano 65 donne.

L'età media degli uccisi dalla polizia nei primi mesi del 2018 è di 37 anni. I minori di 12 anni uccisi sono stati 8, tra cui 4 bambini vittime di un uomo che li aveva presi in ostaggio dopo essere stato circondato dalla polizia e altri 3 uccisi da poliziotti per motivi personali e non di servizio. Altre 17 vittime avevano meno di 18 anni.

Nelle statistiche Usa, le persone uccise dalla polizia vengono definite "omicidi giustificati". Con tale definizione si intendono anche i casi di "legittima difesa". In media per ogni 4 cittadini uccisi legalmente dalla polizia, ce ne sono altri 3 vengono uccisi legalmente da privati cittadini. 

Le statistiche citate non tengono conto delle vittime di civili, ma basandosi sui dati pubblicati ogni anno dal Federal Bureau of Investigation (Fbi), nei primi 6 mesi di quest'anno i civili dovrebbero aver ucciso "legalmente" circa 490 persone.

Nello stesso arco di tempo, negli Usa sono state compiute 12 esecuzioni. Significa che per 12 persone uccise rispettando le garanzie processuali circa 650 "criminali" o sospetti tali sono stati uccisi al momento dell'arresto, e 490 addirittura al momento di commettere il reato.

Il clamoroso squilibrio giustifica la polemica in corso sugli altissimi costi economici di un sistema penale capitale visto che poi, nella realtà, un "criminale" ha 95 volte più probabilità di venir ucciso al momento di commettere un reato o in quello dell'arresto che non dopo una serie di regolari processi.

Uno studio del 2015 condotto congiuntamente dal Washington Post e dalla Bowling Green State University aveva calcolato che negli ultimi 10 anni solo 54 agenti di polizia erano stati formalmente accusati di omicidio. Dei 54 poliziotti, 23 erano poi stati assolti, 12 condannati, e per 19 il procedimento era ancora aperto. Nei casi di condanna, la pena media è stata 4 anni.

Paolo Delgado

mercoledì 16 dicembre 2015

USA: nel 2015 la polizia ha ucciso almeno 1.077 persone di cui 207 disarmati e 18 minori

Internazionale
Nicholas Robertson, un nero di 28 anni, è una delle 1.077 persone uccise dalla polizia statunitense dall'inizio del 2015. Di queste 1.077 persone, 207 erano disarmate e 18 erano minorenni. 

Il 12 dicembre Nicholas Robertson, un nero di 28 anni, è stato ucciso da due agenti di polizia a Lynwood una città vicina a Los Angeles. Robertson era armato e secondo i testimoni si stava comportando in modo strano; la madre ha riferito che fosse ubriaco. I poliziotti intervenuti per evitare che Robertson ferisse qualcuno gli hanno sparato dopo che l'uomo non ha lasciato la sua arma come richiesto.

Robertson è una delle 1.077 persone uccise dalla polizia statunitense dall'inizio del 2015. Di queste 1.077 persone, 207 erano disarmate e 18 erano minorenni. Sono i dati raccolti dal quotidiano britannico The Guardian, che sta tenendo il conto dall'inizio dell'anno e raccoglie i dati in un progetto di data journalism: The Counted. Il progetto unisce le informazioni pubblicate sulla stampa e le segnalazioni dei lettori, perché il governo statunitense non tiene un registro complessivo delle morti dovute alle azioni delle forze dell'ordine.

Nel conteggio rientrano diversi tipi di episodi: la maggior parte delle morti considerate sono state dovute a ferite da arma da fuoco, ma non mancano i casi di persone uccise dopo essere state colpite con un taser, quelli di persone investite da auto della polizia o morte in custodia. The Guardian ha pensato di cominciare questa raccolta di dati dopo l'omicidio di Michael Brown a Ferguson, in Missouri, il 9 agosto del 2014: Brown, un ragazzo nero, aveva 18 anni ed era disarmato.

Le cinque città dove la polizia ha ucciso più persone nel 2015.

Los Angeles. Venti persone sono state uccise dalle forze dell'ordine; se si considera tutta la California, si sale a 196.

Houston. Nel capoluogo texano i morti sono stati 16. Dopo la California, il Texas è lo stato in cui la polizia ha ucciso il maggior numero di persone: 106.

Indianapolis. Si scende a 10 morti e sono solo 21 in tutto lo stato dell'Indiana.

Phoenix. Delle 42 persone uccise dalla polizia in Arizona (quarto stato per numero assoluto), nove sono morte nel capoluogo.

Las Vegas. Anche nella più grande città del Nevada i morti per mano di poliziotti sono nove. Il conteggio sale a 16 se si considera tutto lo stato.

In proporzione al numero di abitanti, i cinque stati in cui la polizia ha ucciso più persone sono: Oklahoma, New Mexico, Wyoming, District of Columbia, Alaska.

sabato 11 gennaio 2014

Giustizia: mai così pochi omicidi dall'unità d'Italia, eppure la percezione è contraria

Corriere della Sera
La nostra percezione è che sia aumentata la violenza, ma le cifre dimostrano il contrario. I delitti impuniti si concentrano al Sud. La provincia più pericolosa delle grandi città. Al calo degli omicidi strumentali si contrappone l'aumento di quelli espressivi, nati da impeti di follia o frustrazioni inespresse.
Nelle carceri italiane sono ristretti 9.077 detenuti (di cui 6.049 con una condanna definitiva) che devono rispondere del reato di omicidio volontario. Il numero totale degli assassini o dei presunti tali rinchiusi nelle patrie galere è dunque molto alto - un sesto dell'intera popolazione carceraria - e in qualche modo potrebbe alimentare anche quel comune sentire che tende a espandere la percezione del pericolo ovunque: sulle banchine affollate della metropolitana di una grande città così come lungo una strada isolata di campagna. A forza di leggere la cronaca nera, infatti, ci si sente più insicuri nei luoghi assimilabili all'hinterland torinese di Caselle così come al popoloso quartiere romano della Magliana. Gli autori degli ultimi due omicidi eclatanti - il triplice assassinio che ha distrutto la famiglia Allione accanto all'aeroporto di Torino, e quello che ha annullato la giovane vita di Daniele Fulli sull'argine del Tevere - hanno confessato.

Ma la scia lunga dell'insicurezza che lascia dietro di sé ogni fatto di sangue amplificato dai media non si cancella tanto facilmente. Eppure, in Italia i morti ammazzati sono sempre di meno. Anzi, secondo i dati ufficiali (ancora non certificati dal ministero dell'Interno) nel 2013 si è registrato il tasso di omicidi più basso dall'Unità d'Italia. In realtà, le serie storiche disponibili partono dal 1879, anno in cui nel neonato Regno unitario si registravano quasi duemila ammazzamenti. Da allora, cioè 9 anni dopo la presa di Porta Pia, il decremento è stato costante. Una discesa inesorabile interrotta solo in tre periodi eccezionali: i due dopoguerra (circa 2.500 omicidi tra 1944 e il 1946) e negli anni bui 1988-1992 in cui alla mattanza della criminalità organizzata si somma il terrorismo rosso e nero. Poi, dal 1992-1993, biennio di picco della tecnica stragista di Cosa nostra, la diminuzione degli omicidi è stata di nuovo costante. Fino al 2013, anno in cui viene addirittura abbattuto il muro dei 500 omicidi. Lo scorso anno, infatti, polizia e carabinieri hanno certificato 480 omicidi consumati e 1.207 tentati.

Queste statistiche - elaborate da Marzio Barbagli, professore emerito all'Università di Bologna, su dati forniti dal ministero dell'Interno - dicono molto sull'aspetto quantitativo del fenomeno, un po' meno su quello qualitativo. Eppure, ammette Barbagli, "a partire dal 2004 il sistema di raccolta e catalogazione dati del ministero dell'Interno è migliorato e ora ha potenzialità straordinarie". Tuttavia, aggiunge il docente, "persiste al Viminale quella resistenza a fornire i dati all'esterno che aveva raggiunto il suo apice con il ministro Pisanu". A ben guardare le tabelle elaborate sui dati del Dipartimento della pubblica sicurezza (seppure non aggiornate) si ha la conferma, per esempio, che la criminalità organizzata ammazzi di meno anche se poi gli omicidi compiuti dai sicari delle quattro mafie italiane rimangono per lo più impuniti. Da un lato, dunque, le armi vengono tenute sotto chiave perché le sparatorie fanno male agli affari illegali; dall'altro, fatta la divisione per macro aree della Penisola, emerge un alto tasso di omicidi non risolti soprattutto al Sud e nelle isole: al Nord infatti si risolvono 7,5 casi su 10 mentre nel Mezzogiorno il rapporto è ribaltato, con 5,6 omicidi impuniti su 10. Però "bisogna fare attenzione - avverte Barbagli - perché il dato del Sud è fortemente influenzato dalla presenza delle organizzazioni mafiose in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia".

La controprova la fornisce il dato nazionale: quando uccide, la criminalità organizzata la fa franca anche in 9 casi su dieci (triennio 2004-2006); se invece la mano omicida è quella di un criminale che non ha alle spalle un'organizzazione militare, polizia e carabinieri catturano e fanno condannare anche 7 assassini su dieci. "Tutto questo ha un spiegazione abbastanza semplice", ammette il sociologo Maurizio Fiasco che da decenni studia l'onda criminale dalla Capitale e dal Lazio: "I cosiddetti omicidi strumentali, quelli consumati per un fine diverso, come la rapina, vengono quasi sempre scoperti da quando le tecniche investigative si sono raffinate. Soprattutto da quando sulla scena del crimine hanno fatto irruzione le scienze biologiche, l'esame del Dna, l'analisi millimetrica degli spostamenti grazie ai tabulati telefonici e alle telecamere di sicurezza, l'uso del Luminol per rintracciare anche la più piccola traccia di sangue".

Come dire, il delitto anche se compiuto da un mezzo "professionista" viene quasi sempre scoperto se poi il crimine non è contestualizzato in un ambiente mafioso-omertoso. Rimangono da analizzare, dunque, gli omicidi più preoccupanti. Quelli della porta accanto. I cosiddetti crimini "espressivi " che hanno a che fare con un impeto di follia, con uno sguardo sbagliato, con un desiderio o una frustrazione inespressa che poi deflagra in famiglia o nei dintorni di questa. Molti i profili border line dei potenziali assassini pronti a implodere: padri padroni, maschi prevaricatori e violenti (il 30 per cento degli omicidi colpisce le donne), madri fragili e inadeguate fino a sprofondare nell'uxoricidio, i cultori della sopraffazione sessuale, i bulli e le cattive ragazze di periferia come dei quartieri alti. Il sociologo Fiasco spiega che questo tipo di omicidi - molti dei quali si consumano tra le mura domestiche - "sono in aumento perché sta venendo meno il capitale sociale delle singole comunità: in altre parole, se manca la funzione censoria e di contenimento assicurata da famiglie numerose, per cui strutturate, e dal vicinato; ovvero se manca il freno dato dal legame col territorio, sia esso con la partecipazione a una comunità parrocchiale o a una polisportiva, il potenziale omicida "espressivo" troverà davanti a sé un'autostrada".

E tutto questo, contrariamente a quanto si crede, attecchisce più in provincia e negli sterminati hinterland che un tempo erano campagna, piuttosto che nelle grandi città". Su un punto il sociologo Fiasco e lo statistico Barbagli non concordano: il primo si sente di affermare che "con la crisi economica aumentano gli omicidi espressivi perché la crisi è sofferenza delle persone che poi rivolgono su altri, spesso su chi amano, la violenza subita". Il secondo, dati alla mano, sostiene che negli anni dell'austerità e della disoccupazione aumentano altri reati (come le rapine) ma non gli omicidi. "In ogni caso - chiosa Fiasco non senza polemica - da 10 anni, da quando le statistiche giudiziarie sono passate dall'Istat al ministero, non sappiamo più nulla delle vittime. Non riusciamo più a distinguere un omicidio dall'altro".

di Dino Martirano