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sabato 24 settembre 2016

Intervista a Bauman: Di fronte alle paure che attraversano il mondo «Parliamoci. È vera rivoluzione culturale»

Avvenire
«Le guerre di religione? Solo una delle offerte del mercato ». Zygmunt Bauman, il più acuto studioso della società postmoderna che ha raccontato in pagine memorabili l’angoscia dell’uomo contemporaneo – lo incontriamo ad Assisi prima del suo intervento – ci parla della sfida del dialogo.
Zygmunt  Bauman

Professore, la sua intuizione sulla postmodernità liquida continua a offrire uno sguardo lucido sul tempo presente. Ma in questa liquidità si registra un esplosione di nazionalismi, identitarismi religiosi. Come si spiegano?
Cominciamo dal problema della guerra. ll nostro mondo contemporaneo non vive una guerra organica ma frammentata. Guerre d’interessi, per denaro, per le risorse, per governare sulle nazioni. Non la chiamo guerra di religione, sono altri che vogliono sia una guerra di religione. Non appartengo a chi vuole far credere che sia una guerra tra religioni. Non la chiamo neppure così. Bisogna stare attenti a non seguire la mentalità corrente. In particolare la mentalità introdotta dal politologo di turno, dai media, da coloro che vogliono raccogliere il consenso, dicendo ciò che loro volevano ascoltare. Lei sa bene che in un mondo permeato dalla paura, questa penetra la società. La paura ha le sue radici nelle ansietà delle persone e anche se abbiamo delle situazioni di grande benessere, viviamo in una grande paura. La paura di perdere posizioni. Le persone hanno paura di avere paura, anche senza darsi una spiegazione del motivo. E questa paura così mobile, inespressa, che non spiega la sua sorgente, è un ottimo capitale per tutti coloro che la vogliono utilizzare per motivi politici o commerciali. Parlare così di guerre e di guerre di religioni è solo una delle offerte del mercato.

Al panico delle guerre di religione si unisce quello delle migrazioni. Già anni fa Umberto Eco diceva che per chi voleva capitalizzare la paura delle persone, il problema dell’emigrazione era arrivato come un dono dal cielo.…
Sì è così. Guerre di religione e immigrazione sono nomi differenti dati oggi per sfruttare questa paura vaga incerta, male espressa e mal compresa. Stiamo però qui facendo un errore esistenziale, confondendo due fenomeni differenti: uno è il fenomeno delle migrazioni e l’altro il fenomeno dell’immigrazione, come ha fatto osservare Umberto Eco. Non sono un fenomeno, sono due differenti fenomeni. L’immigrazione è un compagno della storia moderna, lo Stato moderno, la formazione dello Stato è anche una storia di immigrazione. Il capitale ha bisogno del lavoro il lavoro ha bisogno del capitale. Le migrazioni sono invece qualcosa di diverso è un processo naturale che non può essere controllato, che va per la sua strada.

Come pensa si possa trovare un equilibrio per questi fenomeni?

La soluzione offerta dai governi è quella di stringere sempre più il cordone delle possibilità di immigrazione. Ma la nostra società è ormai irreversibilmente cosmopolita, multiculturale e multireligiosa. Il sociologo Ulrich Beck dice che viviamo in una condizione cosmopolita di interdipendenza e scambio a livello planetario ma non abbiamo neppure iniziato a svilupparne la consapevolezza. E gestiamo questo momento con gli strumenti dei nostri antenati… è una trappola, una sfida da affrontare. Noi non possiamo tornare indietro e sottrarci dal vivere insieme.

Come integrarci senza aumentare l’ostilità, senza separare i popoli?
È la domanda fondamentale della nostra epoca. Non si può neppure negare che siamo in uno stato di guerra e probabilmente sarà anche lunga questa guerra. Ma il nostro futuro non è costruito da quelli che si presentano come 'uomini forti', che offrono e suggeriscono apparenti soluzioni istantanee, come costruire muri ad esempio. La sola personalità contemporanea che porta avanti queste questioni con realismo e che le fa arrivare ad ogni persona, è papa Francesco. Nel suo discorso all’Europa parla di dialogo per ricostruire la tessitura della società, dell’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale. Passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro. Di una cultura che privilegi il dialogo come parte integrante dell’educazione. Si faccia attenzione, lo ripete: dialogo-educazione.

Perché secondo lei il Papa è convinto che sia la parola che non ci dobbiamo stancare di ripetere? 
Alla fine il dialogo cos’è? Insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore. Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori. Si tratta di una rivoluzione culturale rispetto al mondo in cui si invecchia e si muore prima ancora di crescere. È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentraci sugli obiettivi a lungo termine. E questo è il pensiero di papa Francesco, il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen.

Stefania Falasca

giovedì 11 settembre 2014

Peace is the future: Comunità Sant’Egidio, da Mare Nostrum a Frontex Plus sia condivisione di responsabilita’

AGENPARL
Anversa – Il passaggio di testimone da ‘Mare nostrum’a ‘Frontex plus’ non deve risolversi in un fallimento. Il tentativo in atto da parte del governo italiano – ha spiegato Mario Morcone, capo dipartimento del Ministero dell’Interno al meeting della Comunita’ di Sant’Egidio in corso ad Anversa – “mira a sollecitare una cooperazione più profonda, che non potrà essere rivolta ad una semplice suddivisione di costi, ma, sulla base di quanto affermato tra più o meno comprensibili cautele diplomatiche, dovrà realizzare un passo credibile verso una chiara condivisione di responsabilità”. 


Se l’intesa di Dublino dovesse essere per i partner europei “un ‘moloch’’ invincibile e impossibile da scardinare, ritengo sia maturo il tempo per introdurre il cosiddetto ‘mutuo riconoscimento europeo” delle decisioni di rilascio dello status di protezione internazionale’. 

Che Europa dell’asilo è, ha domandato Morcone, “un’Europa che tiene prigionieri in un singolo Stato coloro ai quali abbiamo riconosciuto la protezione internazionale? Che Europa è quella che ripristina, in sostanza, i confini nazionali solo per i migranti che comunque abbiamo ritenuto meritevoli del nostro aiuto? Che Europa è quella che riconosce il valore dei ricongiungimenti familiari e delle condizioni di particolare vulnerabilità, ma nel concreto rinforza gli steccati tra singoli Paesi dell’area Schengen?”. 

Per Daniela Pompei, responsabile per l’immigrazione della Comunità di Sant’Egidio, se Frontex vuol dire “solo salvaguardia delle frontiere, non serve e non salva. Allora e’ meglio continuare Mare Nostrum che ha salvato piu’di 117 mila persone”. 
Si tratta di svegliare l’Europa dal torpore e condurla sulla strada di un sano realismo suffragato dai dati. Sulla base di uno studio, il fabbisogno di immigrati in Europa per il 2015 e’di cinque milioni. Tanti ne dovrebbero essere inseriti nel continente per mantenere lo standard di vita già eroso dalla crisi economica. 

Per Zygmunt Bauman, intellettuale noto per le sue analisi sulla “societa’ liquida”, l’Europa non prende atto dell’effetto “pull and push”, lo “spingi e tira”, prodotto dal progresso economico che espelle lavoratori dal sistema produttivo quando diventa tradizionale: l’Europa “sta licenziando le persone per produrre a più basso costo”, d’altra parte “le persone cercano il pane e l’acqua dove sono disponibili” La strada e’ trovare soluzioni locali a problemi globali. Il lavoro dei politici deve andare in questa direzione per affrontare i problemi su larga scala.