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domenica 24 febbraio 2019

Autostrada del Tibet, la tomba dei camionisti. Sono 30 milioni, percorrono fino a 400 mila Km all'anno lavorando 20 ore al giorno.

Asai News
La morte di una coppia getta luce sulle terribili condizioni di lavoro per circa 30milioni di camionisti. Oltre 14 milioni di camion trasportano il 76% di tutto il traffico merci cinese. Percorrono in media circa 100mila chilometri ogni anno. Il trasporto di merci su gomma in Cina è più economico, veloce e flessibile rispetto a quello su rotaia. Una giornata lavorativa può durare 20 ore e ciascuna corsa anche un intero mese.

Hong Kong (AsiaNews/China Labour Bulletin) – Ni Wanhui e sua moglie Li Chan avevano appena festeggiato l'undicesimo compleanno del figlio maggiore nella città natale di Hebei, e stavano guidando il loro camion sulla lunga strada verso ovest, Chongqing, Qinghai e Tibet. Un viaggio di 3.800 chilometri sola andata. Il 27 dicembre 2018, la polizia del Qinghai ha trovato i loro corpi lungo un tratto a detta di tutti pericoloso della strada verso il Tibet. I primi rapporti indicano l'ipossia acuta come causa di morte.

La sezione Wudaoliang dell'autostrada tibetana è nota ai camionisti cinesi come “la zona proibita della vita” (生命 禁区). Ad un'altitudine di 4.600 metri, i conducenti sono a serio rischio di mal di montagna, che causa cefalea, stanchezza, disorientamento e perdita di conoscenza. Per i camionisti, è l'unico modo per entrare ed uscire dal Tibet.

Prima della loro tragica morte, i coniugi erano diventati celebrità minori da social media su Kuaishou, popolare piattaforma per la condivisione di filmati, con oltre 214mila follower e 300 video che documentavano le loro vite sulla strada. Le loro morti hanno gettato luce sulle terribili condizioni di lavoro che i camionisti cinesi devono sopportare ogni giorno. È un lavoro fisicamente impegnativo, a bassa retribuzione e molto stressante. E per i conducenti che hanno sottoscritto un prestito per l'acquisto del proprio camion, vi è l'ulteriore pressione di ripagare il finanziamento quanto prima. Questo li costringe a rimanere sulla strada il più a lungo possibile.

Secondo le stime, i camionisti cinesi sono 30 milioni. Essi percorrono in media circa 100mila chilometri ogni anno, ma alcuni effettuano spostamenti fino a 400mila chilometri. Le statistiche ufficiali riportano che più di 14 milioni di camion trasportano il 76% di tutto il traffico merci cinese e negli ultimi 20 anni tale proporzione è andata aumentando in modo costante. I camionisti hanno consegnato quasi 40 miliardi di tonnellate di merci nel 2017, il doppio del volume nel 2007.

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giovedì 6 aprile 2017

Tibet: monaco Gyatso rilasciato dopo nove anni di carcere, torture durante la detenzione

laogai.itIl monaco tibetano Tsulitrim Gyatso era stato condannato per aver guidato una protesta nel 2008 davanti l'ufficio del governo locale a Tsenyi, una piccola città nella contea di Ngaba, nella regione di Ngaba. 

Il monaco tibetano Tsulitrim Gyatso
Il religioso è noto per diverse azioni di protesta contro il dominio cinese in Tibet. Secondo una fonte della regione, il monaco appartenente al Monastero Amchok Tsenyi ha raggiunto la sua città natale dopo la mezzanotte del 1° aprile, accolto da una calorosa accoglienza. Le autorità cinesi avevano imposto al monaco di entrare nella sua città natale solo dopo quest' ora.
Le condizioni fisiche del monaco 52 enne dopo aver subito gravi torture durante la detenzione, non sono state ancora appurate. Il 17 marzo 2008 circa 600 monaci del monastero avevano effettuato una manifestazione davanti alla sede del governo locale chiedendo la libertà in Tibet, il ritorno del Dalai Lama e il rilascio dell'11° Panchen Lama.

La repressione violenta della polizia cinese con utilizzo di armi da fuoco causò il ferimento di due monaci e ne seguì un arresto di massa dopo che i militari avevano circondato il monastero il giorno seguente. Dopo la diffusione su come la polizia cinese abbia affrontato brutalmente la situazione, le aree popolate del Tibet e della Regione autonoma del Tibet furono testimoni di molte auto-immolazioni e proteste contro il dominio cinese in questa regione dell'Asia centrale. 

Finora sono 147 i tibetani che si sono auto-immolati in segno di protesta contro il regime repressivo di Pechino dal 2009.

mercoledì 15 luglio 2015

Cina: forte tensione per morte in carcere del Lama tibetano Tenzin Delek Rinpoche

Ansa
Dopo 13 anni trascorsi in carcere il Lama tibetano Tenzin Delek Rinpoche è morto in una prigione nel sudovest della Cina dove stava scontando una condanna a 20 anni, e la sua scomparsa rischia di infiammare ulteriormente una delle aree a popolazione tibetana più irrequiete.

Tenzin Delek Rinpoche
È stata la famiglia ad annunciare la morte di Rinpoche, che aveva 65 anni ed era estremamente popolare in tutto il Tibet e in particolare nella regione di Kardze, provincia del Sichuan, dove aveva fondato tre monasteri e strutture sociali di sostegno per gli orfani e gli anziani. 

Inoltre, si era battuto contro un progetto di deforestazione conquistandosi ulteriori simpatie da parte della popolazione locale. Aveva trascorso alcuni anni a Dharamsala in India, dove si trova il grosso della diaspora tibetana ed aveva studiato con il Dalai Lama, il leader buddhista considerato un pericoloso nemico da Pechino. Proprio il suo legame col Dalai Lama, secondo gli attivisti pro-Tibet, lo avrebbe portato nel mirino dei servizi di sicurezza cinesi, che dal 1987, quando rientrò a Kardze, avrebbero cercato un motivo per "incastrarlo".

L' occasione si presentò nel 2002, quando una bomba esplose in un'affollata area di Chengdu, capitale del Sichuan e metropoli in rapido sviluppo considerata la "porta" verso la Cina del sudovest. Tre persone rimasero ferite dal rudimentale ordigno e nessuno rivendicò l'attentato. Poi giorni dopo l' esplosione, la polizia arrestò un tibetano di nome Lobsang Dondrup, che aveva 28 anni e che fu indicato come il responsabile dell' attentato. Nella sua "confessione" Dondrup avrebbe affermato che l' attentato era stato finanziato da Delek Rinpoche.

La confessione ha un ruolo centrale nel sistema giudiziario cinese. Spesso è la "prova" in base alla quale gli imputati vengono condannati e spesso sono estorte con la tortura. Il processo nel quale i due tibetani furono condannati a morte si svolse nel gennaio del 2003, senza che gli imputati avessero avuto la possibilità' di nominare legali di fiducia e a porte chiuse. Fonti tibetane affermano che Dondrup avrebbe rinnegato la confessione davanti al tribunale e avrebbe affermato con forza la propria innocenza.

Il giovane si rifiutò di presentare un appello e fu fucilato pochi giorni dopo. Tenzin Delek Rimpoche si dichiarò "completamente innocente" delle accuse e ricordò che i tibetani non hanno mai fatto ricorso ad atti terroristici per sostenere la loro causa. In appello, la sua condanna fu commutata in ergastolo e successivamente in 20 anni di reclusione. "Ho sempre insegnato che non bisogna danneggiare nessuna forma di vita, neanche una formica, come potrei essere responsabile di un'azione del genere?", avrebbe detto il monaco ad un familiare che lo ha visitato in carcere nel 2009.

Familiari e amici affermano che da alcuni anni la sua salute si era deteriorata, e che soffriva di attacchi di cuore e di alta pressione. Gli sforzi dei suoi sostenitori per ottenere che fosse rilasciato in libertà provvisoria per potersi curare non hanno dato frutti. Kardze è stata al centro delle proteste anticinesi del 2008 e del 2009 con il movimento delle immolazioni con il fuoco, cioè dei suicidi di protesta contro la politica cinese nel territorio. Fino ad oggi oltre 140 tibetani hanno usato questa tragica forma di protesta contro la politica cinese del territorio. Decine di immolazioni si sono verificate nel Sichuan.

di Beniamino Natale

martedì 4 novembre 2014

La Cina fa pressione sul Nepal e il governo: "Non accoglieremo più i rifugiati dal Tibet"

AsiaNews
Su pressioni del governo cinese, Kathmandu ha deciso di non fornire più ai profughi tibetani i documenti necessari per raggiungere l'India, residenza del Dalai Lama e del suo governo in esilio. Lo sdegno della società civile: "Vi siete venduti a Pechino".
Kathmandu - Il governo nepalese ha deciso di negare i documenti e persino lo status di "rifugiato politico" ai tibetani che arrivano sul proprio territorio dalla Cina. Nonostante Kathmandu sia stata per decenni il tradizionale "corridoio" verso Dharamsala - città indiana, sede del governo tibetano in esilio e dimora del Dalai Lama - le pressioni di Pechino hanno convinto l'esecutivo a invertire la rotta. Attivisti per i diritti umani denunciano: "Profughi svenduti in nome dell'economia".

Shes Narayan Poudel, capo della Commissione nazionale per il coordinamento dei rifugiati, conferma: "Abbiamo deciso di non fornire più ai tibetani i documenti da rifugiati. Se continuassimo a riconoscerli come tali, dovremmo affrontare nuove ondate migratorie. E non abbiamo più spazio". Senza il riconoscimento ufficiale, i profughi in Nepal non hanno il permesso di spostarsi dai campi d'accoglienza e tanto meno possono lavorare. Al momento sono circa 20mila i tibetani nel Paese, sparsi in 21 centri.

Una fonte governativa, anonima, spiega: "Il governo cinese ha esercitato forti pressioni su quello nepalese per fermare questa pratica. Secondo Pechino, non si possono considerare rifugiati politici perché in Tibet non c'è repressione religiosa o etnica. La Cina vuole anche che il Nepal rimandi indietro coloro che chiedono accoglienza".

Secondo diversi attivisti per i diritti umani, la questione è puramente economica. Al momento Kathmandu sta portando avanti una politica di riavvicinamento alla Cina dopo anni di cooperazione con l'India e non vuole irritare i nuovi possibili partner. Tuttavia, la situazione dei tibetani in Nepal e questa decisione del governo hanno provocato lo sdegno della società civile.

Subidh Pykurel, attivista per i diritti umani, dice: "Il governo dovrebbe trattare allo stesso modo tutti coloro che chiedono protezione. Senza documenti, i rifugiati vivono agli arresti domiciliari e questo non è giusto". Kapil Shresth, docente universitario, aggiunge: "La situazione peggiore è quella dei genitori, con documenti, che hanno figli sprovvisti dei permessi. Non si può ignorare il diritto internazionale, il governo deve ripensare a questa scelta".
di Christopher Sharma

mercoledì 8 ottobre 2014

Cina - Tibet, da Pechino nuove restrizioni sui monasteri buddisti

MISNA
Le autorità cinesi hanno lanciato una campagna per rafforzare le restrizioni alla vita monastica a Driru, provincia di Nagchu, ordinando la demolizione delle strutture religiose di recente costruzione e chiedendo che i monaci più giovani siano espulsi dai monasteri e rimandati presso le loro famiglia, secondo le fonti Radio Free Asia (Rfa). 

La campagna ” di riordinamento e di pulizia” è stata lanciata il 20 settembre e proseguirà fino al 20 ottobre. I tibetani di Driru, una provincia considerata politicamente instabile dal governo centrale cinese, hanno a lungo resistito a manifestazioni forzate di fedeltà a Pechino che ha imposto severe restrizioni nella zona, tra cui un giro di vite sulle comunicazioni.

Istruzioni dettagliate per la nuova campagna di Pechino sono contenute in un documento di 30 pagine che viene distribuito porta a porta da dipendenti pubblici in tutti i monasteri e villaggi di Driru “, ha detto la fonte Rfa, parlando in condizione di anonimato. “Tutti le nuove stupa – si legge nel comunicato – i tumuli di pietre con mantra scolpiti a mano e santuari costruiti dopo il 2010 sono stati dichiarati illegali e devono essere distrutti entro il tempo stabilito. I monaci di età inferiore a dodici anni non possono più essere iscritti nei monasteri di Driru e quelli ora presenti devono tornare alle loro case, sempre entro il 20 ottobre, o saranno espulsi. I monaci a capo dei monasteri saranno ritenuti penalmente responsabili . Allo stesso tempo le famiglie che si rifiutano di riprendere i loro bambini possono essere detenute per sei mesi o mandati in prigione per un termini da uno a tre anni”.

E’ inoltre vietato tenere le foto del Dalai Lama e se verranno trovate in loro possesso, i monaci e le monache saranno ‘rieducati’ e privati dei benefici statali previsti dal governo cinese.

giovedì 13 marzo 2014

Nepal - Tibet - Cina: Tibetani in Nepal nel mirino delle autorità: raid e arresti sommari

AsiaNews
Per non irritare la Cina, il governo di Kathmandu ha autorizzato la polizia a sorvegliare in maniera costante la comunità tibetana residente nel Paese. Perquisizioni notturne e limitazioni agli spostamenti durante gli anniversari "sensibili". Attivista per i diritti umani: "Proibito persino pregare insieme".
Kathmandu - Per compiacere il governo cinese, le autorità nepalesi hanno arrestato un gruppo di tibetani che lo scorso 10 marzo hanno manifestato contro Pechino in occasione dell'anniversario della fallita insurrezione anti-comunista del 1959. Lo confermano fonti di polizia: gli arrestati sono stati identificati come Jumpa, Sonam Tashi, Sonam Chodung, Kansang Poldon, Mingma, Apa, Jigned Lama, Suzil Lama, Tanzim Padma e Padma Dolma. La polizia non ha comunicato le accuse mosse contro i rifugiati o il luogo della loro detenzione.

A seguito proprio della fallita insurrezione anti-cinese, oltre al Dalai Lama anche un grande numero di tibetani ha lasciato il proprio Paese per stabilirsi in India e in Nepal. Qui vivono circa 20mila tibetani, che il governo tiene sotto stretto controllo per evitare problemi con Pechino: quasi tutti sono internati in 18 campi profughi, per la maggior parte nella valle di Kathmandu. Il Nepal e la Cina hanno iniziato da circa un decennio un percorso di ri-avvicinamento economico, politico e diplomatico: Kathmandu teme di perdere le ricche commesse dell'imprenditoria cinese e quindi cerca in ogni modo di evitare tensioni.

In quest'ottica, il governo - guidato dal Congress - ha proibito ai tibetani di celebrare l'anniversario. La polizia ha pattugliato i campi per circa un mese, effettuando perquisizioni a sorpresa anche di notte. Nonostante questa situazione, alcuni rifugiati della zona di Hattisar sono riusciti a issare le bandiere tibetane e a urlare slogan anti-cinesi.
Tsering Lama, attivista per i diritti umani dei tibetani in Nepal, dice: "Molti non sono riusciti a dormire per i raid degli agenti nei campi e persino nelle stanze da letto. Gli agenti sono arrivati a guardare la gente dalle finestre e a bussare all'improvviso per effettuare delle perquisizioni. In più, ci hanno di fatto chiusi dentro i campi senza la possibilità neanche di pregare insieme. Questa è una violazione dei nostri diritti".
di Christopher Sharma

lunedì 29 luglio 2013

Nepal, su “consiglio” della Cina parte la sorveglianza dei rifugiati tibetani

AsiaNews
Da oggi sono attive 19 telecamere di sicurezza nelle aree di Boudhanath e Jorpati, a maggioranza tibetana. Monaci e attivisti per i diritti umani definiscono la mossa “antidemocratica” e accusano Kathmandu di assecondare Pechino, che in cambio avrebbe promesso aiuti economici.


Kathmandu  - Inizia oggi il programma di controllo e sorveglianza su rifugiati e attivisti tibetani in Nepal. Il governo di Kathmandu ha installato telecamere di sicurezza a Boudhanath Stupa e Jorpati, aree ad alta densità tibetana nella capitale. L'obiettivo, spiegano le autorità, è di monitorare le attività di rifugiati, attivisti per i diritti umani e sostenitori della causa tibetana, per evitare ogni tipo di piano, campagna o attività anti-cinese. Secondo fonti di AsiaNews, anonime per motivi di sicurezza, "il programma di controllo è frutto della pressione del governo cinese. Pechino ha promesso aiuti economici in cambio di questo servizio di sorveglianza".

Il programma è costato al governo 2,5 milioni di rupie nepalesi (circa 19.800 euro). Come spiegato dalla polizia, 19 telecamere CCTV controlleranno le attività nelle aree a maggioranza tibetana, mentre altre 16 telecamere saranno concentrate nella sola zona del Boudhanath Stupa, luogo sacro al buddismo situato a Kathmandu. Secondo le autorità infatti, Boudhanath e Jorpati sono "la zona calda del movimento Free Tibet e delle attività anti-cinesi".

Le agenzie di controllo nepalesi registreranno qualunque cosa: dal traffico stradale e pedonale, alle attività religiose in corso nei templi. Molti monaci tibetani e attivisti hanno già criticato la mossa di Kathmandu. Secondo Ananda, un leader religioso buddista, "riprendere le attività di preghiera all'interno del Boudhanath Stupa viola i diritti democratici".

di Kalpit Parajuli

Il Nepal ha 1.414 km di frontiera in comune con il Tibet e dal 1990 al 2006 la monarchia parlamentare, su consiglio dell'India, ha consentito la libera circolazione degli esuli tibetani nel Paese. Il Dalai Lama e i membri del governo tibetano in esilio a Dharamsala (India) hanno visitato più volte il Paese, che ospita più di 20mila rifugiati. Dopo l'abolizione della monarchia nel 2006 e la salita al potere di formazioni maoiste e comuniste il Nepal ha cambiato rotta, abbandonando lo storico alleato indiano e allacciando stretti rapporti con la Cina. In cambio di aiuti economici Pechino ha chiesto la chiusura delle frontiere con il Tibet e la repressione di qualsiasi manifestazione anticinese.

sabato 22 giugno 2013

Nepal - “Perseguitati e senza diritti”, l’appello dei rifugiati tibetani

Asia News
Dei 22mila profughi presenti in Nepal, nessuno ha manifestato per la Giornata mondiale dei rifugiati. “Siamo nel mirino della polizia e non godiamo di alcun diritto, per questo motivo abbiamo scelto di non scendere in strada” racconta un cristiano fuggito dal Tibet.
Kathmandu  - Il 20 giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale per i rifugiati, migliaia di Tibetani fuggiti in Nepal sono rimasti nelle proprie case temendo la repressione di Kathmandu. "Non siamo liberi di prendere parte alle manifestazioni - spiega Dolma Tsering - quando la polizia capisce che veniamo dal Tibet interviene per arrestarci".

Concentrati soprattutto nell'area della capitale, i 22mila rifugiati tibetani presenti in Nepal lamentano l'atteggiamento repressivo delle autorità. AsiaNews ha incontrato una piccola comunità nell'area di Bauddha, dove il cristiano tibetano Dawa Lama ha spiegato che "rifugiati da altri Paesi, come ad esempio il Buthan, sono liberi di lavorare e godono di normali diritti". "Noi non possiamo nemmeno professare il nostro credo religioso - ha proseguito Dawa - Siamo spaventati e per questo abbiamo deciso di non manifestare".

La severità di Kathmandu nei confronti dei rifugiati tibetani è sempre più spesso ricollegata alla crescente influenza cinese. Dal 2009, anno in cui è salito al potere l'Unified communist party of Nepal (Ucpn), di chiara ispirazione maoista, la politica estera nepalese ha subito una decisa virata verso Pechino. Il 18 aprile scorso, in occasione di un incontro con il presidente cinese XI Jinping, il leader nepalese Pushpa Kamal Dahal ha sottolineato la propria alleanza con la Repubblica popolare affermando che "l'integrità e la stabilità nazionale di entrambi i Paesi non saranno compromesse in nome della libertà religiosa e dei diritti umani".
In Nepal si contano circa 70mila rifugiati, provenienti in prevalenza da Bhutan, Tibet, Somalia e Nigeria. Shankar Koirala, portavoce del ministero degli Interni nepalese, ha dichiarato che "la politica di Kathmandu è di non negare i diritti ai rifugiati ma di evitare allo stesso tempo che il suolo nepalese sia usato contro altre nazioni". E ha aggiunto: "Siamo in buoni rapporti politici e diplomatici con la Cina, i tibetani sono liberi di manifestare ma non contro Pechino. Questo è il motivo per cui li controlliamo".