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venerdì 24 novembre 2017

Nuova Guinea. Violento raid della polizia nel "carcere" per rifugiati dell'isola di Manus

La Repubblica
Caos e violenze sull'Isola di Manus: dove la polizia ha fatto irruzione nel famigerato centro di detenzione per richiedenti asilo che fin dal 2012 ospita i migranti che tentavano di raggiungere l'Australia dai paesi dell'Asia sud-orientale. 


Dichiarato incostituzionale, il centro era stato chiuso lo scorso 31 ottobre, ma centinaia di persone avevano rifiutato di lasciarlo affermando di temere per il loro futuro e la loro sicurezza. Secondo le prime notizie decine di persone sarebbero state arrestate, compreso il portavoce dei richiedenti asilo, il giornalista iraniano Behrouz Boochani.

Il centro di Manus era nato in virtù di quella "Pacific Solution" firmata nel 2001 dove di pacifico c'era solo l'Oceano che i disperati tentavano di attraversare, ma che di fatto era una soluzione estrema per dissuaderli a raggiungere l'Australia. Il governo di Canberra aveva infatti firmato un accordo con la vicina Papua Nuova Guinea affinché, in cambio di aiuti economici, l'arcipelago si facesse carico dei rifugiati diretti in Australia. Nel 2012 erano nati così due centri di detenzione: quello di Manus, appunto, esclusivamente maschile e quello di Nauru per donne e bambini. Qui in teoria le persone sarebbero dovute rimanere il tempo di esaminare le loro domande d'asilo. Ma di fatto nessuna delle persone entrate è mai riuscita ad ottenere il visto d'entrata in Australia. I centri in breve tempo si sono trasformati in lager: tanto che sia Amnesty International che l'Unhcr ne avevano denunciato più volte sovraffollamento, soprusi, e violenze fra le diverse etnie, visto che nel campo c'erano iraniani, pachistani, siriani, afghani ma anche persone fuggite da Myanmar, Sri Lanka e perfino dalla Somalia.

Dopo la sentenza di un tribunale di Port Moresby arrivata dopo che nel 2014 violente proteste all'interno del centro erano sfociate nell'uccisione di un migrante iraniano e la condanna arrivata perfino dalle Nazioni Unite, ad agosto 2016 i governi di Australia e Papua Nuova Guinea avevano concordato la chiusura di Manus. Una scelta diventata esecutiva solo alla fine di ottobre 2017. Su seicento rifugiati presenti, però, almeno quattrocento avevano rifiutato di lasciare il centro di detenzione lamentando che il loro futuro era troppo incerto. Poco appetibile l'offerta di essere spostati in un altro campo a Lorengau, sempre sull'isola di Manus, tanto più dopo le minacce nei loro confronti da parte della popolazione locale. E anche le altre possibilità offerte non avevano nulla di convincente visto che si parlava o di rimpatrio o di trasferimento in altri paesi come la Cambogia. "Non vogliamo altre prigioni" avevano protestato i profughi occupando illegalmente il centro.

Nel raid di stanotte, denunciano i migranti attraverso foto e video postati su Facebook e Twitter, ci sono stati tafferugli, la polizia ha fatto numerosi arresti e ha distrutto i pochi beni di quelle persone affinché non avessero nulla a cui tornare. "Hanno bruciato le nostre scorte di cibo e le nostre coperte e distrutto la riserva d'acqua pulita".

Parlando alla radio poche ore fa, il ministro dell'immigrazione australiano Peter Dutton, l'evacuazione è avvenuta senza violenze, ma ha confermato la linea dura: "I contribuenti australiani hanno speso 10 milioni di dollari per una nuova struttura e vogliamo che si spostino". Al momento la situazione sembra essere sotto il controllo della polizia: secondo quanto riportato da Tim Costello, capo dell'associazione umanitaria World Vision Australia, presente fuori dal campo "la polizia ha costretto le persone rimaste a salire su dei bus che sono poi partiti".




di Anna Lombardi

mercoledì 1 novembre 2017

Papua Nuova Guinea/Australia - Chiude l'inferno di Manus Island: ma dove andranno i rifugiati?

Euro News
Da stamattina niente piu' luce, acqua e cibo nel centro di detenzione australiano in Papua Nuova Guinea. Chi non ha ottenuto lo status di profugo dovrà andarsene. Ma non si sa dove.

Ore contate per il centro di detenzione per profughi stabilito dall’Australia a Manus Island, in Papua Nuova Guinea. Dalla mattina del 31 ottobre, niente piu luce, acqua e cibo. Il centro è stato dichiarato “illegale e anticostituzionale” dalla corte suprema australiana. Chi non ha ottenuto l’asilo politico, dovrà essere rimpatriato, ma la maggior parte dei 600 ospiti, molti dei quali iraniani, non possono farlo perchè il loro paese non accetta rimpatri forzati. Gli stessi rifugiati hanno paura a restare a Manus Island: temono violenze da parte dell’ostile comunità locale.

Ruvida la dichiarazione del ministro degli esteri della Papua Nuova Guinea, Petrus Thomas, rivolto al governo di Canberra: “L’Australia ha la responsabilità legale, finanziaria e morale di questi uomini”.

A Sydney, intanto, ieri si è svolta una manifestazione a favore dei rifugiati, con la richiesta di accoglierli sul suolo australiano.

“Quello che il governo sta facendo è prendere 600 persone e spingerle fuori dal centro in altri luoghi sull’isola, dove non sono sicuri e dove non ci sono servizi”, spiega l’attivista Ian Rintoul di “Refugee Action Coalition”. “Due dei siti individuati sono ancora cantieri in costruzione. Non abbiamo idea del livello di sanità, sappiamo che non ci sono strutture mediche, non esiste un modo per procurarsi il cibo”.

Il centro di Manus Island è un inferno, piu’ volte nel mirino delle organizzazioni che si occupano di diritti umani: violenze, abusi sessuali, torture da parte delle guardie, persino omicidi. Accade di tutto là dentro, dopo la sua riapertura – tra le polemiche – avvenuta nel 2012.

Durante le operazioni di chiusura di Manus Island, fa sapere il capo della polizia Gari Baki, “l’incolumità dei rifugiati e degli operatori del centro non è scontata”.

sabato 1 febbraio 2014

Papua Nuova Guinea, mons. Young: no all’esecuzione capitale di 13 detenuti

Radio Vaticana
“Profonda preoccupazione” e “assoluta contrarietà alla pena capitale” sono state espresse da mons. Douglas Young, arcivescovo di Mount Hagen, in Papua Nuova Guinea, per la determinazione del ministro della Giustizia. Kerenga Kua, di far eseguire l’esecuzione capitale entro l’anno per 13 detenuti attualmente nel braccio della morte. 

Il ministro Kua – riferisce l’agenzia Fides - ha reso noto che il governo sta esaminando una relazione elaborata dopo il “viaggio studio” di alti funzionari. Si dovrà decidere quale sarà la forma più adatta per mettere in pratica la pena capitale. 

Fra metodi di esecuzione che potrebbe essere utilizzati, vi sono: soffocamento, iniezione letale, fucilazione, scossa elettrica, impiccagione. Il ministro ha detto che “una volta scelto il metodo, si costruirà un impianto per ‘giustiziare’ i 13 condannati”. Secondo gli osservatori, la fucilazione riscuote molti consensi, perché è un metodo “tra i più economici”. 

La pena capitale è stata riattivata nel maggio 2013 dal governo per affrontare il problema di un tasso di criminalità crescente, con l’idea di “creare una società più ordinata e pacifica”. 

L'arcivescovo Young, parlando a nome della Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, ha ribadito la condanna della decisione di ripristinare la pena di morte nel paese, rilanciando l’appello per l’abrogazione. E’ noto che la pena capitale, affermano i vescovi, non costituisce un deterrente efficace per la lotta al crimine.

mercoledì 24 luglio 2013

La Chiesa deplora l’accordo fra Australia e Papua Nuova Guinea sui rifugiati

Agenzia Fides
Port Moresby – La Chiesa in Papua Nuova Guinea esprime grande tristezza e critica fortemente il recente accordo siglato tra l'Australia e la Papua Nuova Guinea sul trattamento e sul reinsediamento dei rifugiati e dei richiedenti asilo. 
In una nota inviata a Fides dalla Commissione episcopale per le questioni sociali, si afferma: “La Conferenza Episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone è stata colta di sorpresa dall'annuncio che tutti i richiedenti asilo che arrivano in Australia via mare saranno trasportati sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, e quelli ritenuti ‘veri rifugiati’ saranno reinsediati in Papua Nuova Guinea e altre isole del Pacifico”. 

Secondo molti osservatori, con l’accordo l’Australia, alla vigilia delle elezioni, “scaricherebbe” il problema dell’afflusso dei profughi su un paese come la Papua, tra i più poveri del mondo, impreparato, e già alle prese con gravi problemi sociali.

I Vescovi ricordano che “in Papua Nuova Guinea non manca la compassione verso chi è nel bisogno”, e notano che “il paese, in questo momento della sua storia, non ha la capacità di accogliere un afflusso considerevole di rifugiati e di provvedere alle loro necessità immediate”.

La Papua Nuova Guinea è “giustamente orgogliosa della protezione garantita dalla sua Costituzione a tutte le persone, cittadini e non cittadini, allo stesso modo”. Quindi, prosegue il testo, “è giusto condurre le persone oltre i nostri confini contro la loro volontà? È giusto tenere in campi di detenzione persone che non hanno infranto le nostre leggi?”.

Infatti, come sottolinea un recente rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le condizioni di soggiorno nel Centro dell’isola di Manus “non soddisfano le norme di protezione internazionale, e la situazione attuale a Manus rischia di provocare danni a livello psicosociale”. 

I Vescovi, dunque chiedono al governo che nuovi rifugiati arrivino in Papua Nuova Guinea solo se “saranno radicalmente migliorate le strutture e le condizioni che li ospitano”. 

L’appello più forte è al governo dell’Australia, “affinché trovi una soluzione più umana per le persone in cerca d'asilo nel loro paese”, dice il testo, in quanto “nel trattamento dei rifugiati per motivi politici, religiosi ed economici sono coinvolti principi fondamentali dei diritti umani”.
Secondo p. Philip Gibbs SVD, Segretario della Commissione, “la Papua Nuova Guinea è stata portata a credere di unirsi all'Australia in una giusta campagna contro i trafficanti di esseri umani. Ma abbiamo il sospetto che l’accordo sia frutto di una convenienza politica, a scapito di persone in cerca di rifugio”. 

Il Segretario ricorda anche che “il Santo Padre Francesco ha recentemente espresso nel viaggi a Lampedusa l'atteggiamento giusto per tutti i cristiani”, parlando di accoglienza, solidarietà e lotta alla “globalizzazione dell’indifferenza”. (PA)

martedì 28 maggio 2013

Death penalty by suffocation passes Papua New Guinea parliament

News.com.au
AUSTRALIA'S vicina vicina Papua Nuova Guinea si è spostato di introdurre la pena di morte - e di soffocamento è uno dei metodi di esecuzione approvati.

Il parlamento della nazione ha superato modifiche al proprio codice penale che permetterà condanne a morte per lo stupro, omicidio e rapina.

Modi approvati persone possono essere eseguiti comprendono l'iniezione letale, impiccagione, fucilazione, elettrocuzione e la morte medica da "deprivazione di ossigeno".

La mossa arriva sulla scia di una serie di omicidi violenti e crimini sessuali nel paese quest'anno. In particolare, le donne accusate di essere streghe sono state uccise in raccapriccianti pubbliche show-trial.

In un incidente, una giovane madre è stato spogliato e bruciato vivo in un mercato pubblico, mentre in un altro un ex insegnante è stato decapitato.

Il portavoce PNG primo ministro Peter O'Neill giustificato le misure in un comunicato.

"Si tratta di sanzioni molto dure, ma riflettono la gravità della natura dei reati e la richiesta da parte della comunità per il Parlamento di agire."

"Quale metodo (di esecuzione è) da utilizzare sarà determinato dal Capo dello Stato il parere del Consiglio Direttivo Nazionale (cabinet)", ha detto.

Il Parlamento ha inoltre abrogato il controverso 1971 Sorcery Act, cioè coloro condannato per aver ucciso accusato "stregoni", sarà condannato a morte,

Il primo ministro Julia Gillard ha espresso la sua opposizione alla pena di morte in visita in PNG all'inizio di questo mese.

"L'Australia è universalmente contraria alla pena di morte", ha detto la signora Gillard. "Questa non è una domanda circa la pena di morte in PNG. Si tratta della pena di morte da nessuna parte."

Signora Gillard ha detto che l'Australia avrebbe continuato la sua relazione di aiuto con PNG. Il programma educa i bambini, offre la medicina per i malati e ha contribuito a ridurre i tassi di mortalità infantile.

La morte per impiccagione è stato parte del codice penale di PNG da prima dell'indipendenza dall'Australia nel 1975, ma non è stata applicata dal 1954.

Dipartimento degli Affari Esteri australiano è stato contattato per un commento.

mercoledì 24 aprile 2013

Appello Amnesty - Papua Nuova Guinea: donne accusate di "stregoneria" rischiano la vita

Amnesty International
Una donna, gravemente ferita, e le sue due figlie sono nelle mani da un gruppo che le accusa di praticare la "stregoneria" in Papua Nuova Guinea. Si teme per la loro incolumità dopo che all'inizio di aprile una donna accusata di "stregoneria" era stata decapitata. La risposta della polizia si è dimostrata finora gravemente insufficiente.

Secondo fonti interne al paese, la donna avrebbe riportato gravi lesioni intorno al collo a causa di un'aggressione subito intorno al 2 aprile 2013. Gli abitanti hanno bloccato le strade per impedire alle tre donne di lasciare Lopele, distretto di Bana, sud di Bougainville, per sottoporsi a cure mediche specialistiche. Le donne sono ora trattenute in un centro sanitario rudimentale da membri della comunità che le accusano di praticare la "stregoneria". La polizia ha risposto finora solo inviando un funzionario a Lopele per negoziare la liberazione delle donne.

Intorno al 4 aprile, Helen Rumbali, attivista per i diritti delle donne e insegnante, è stata decapitata davanti all'intera comunità dopo essere stata accusata di "stregoneria". La polizia, presente sul posto, ha riferito di non esser stata in grado di intervenire a causa della ostilità della folla.

A marzo, la commissione per la riforma costituzionale della Papua Nuova Guinea ha chiesto al governo di abrogare l'atto sulla stregoneria del 1971, che attualmente riduce le pene per coloro che hanno aggredito o ucciso qualcuno accusato di stregoneria.