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mercoledì 18 maggio 2016

Proteste dei rifugiati e richiedenti asilo in Australia "detenuti" nel campo di Manus Island - PNG

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'Australia non fa arrivare i migranti sul suo territorio ma li intercetta e li chiude nei centri di Manus Island e Nauru nelle isole di Papua Nuova Guinea.

Le condizioni in questi centri sono disastrose e in aperta violazione dei diritti umani.

Richiedenti asilo in Australia "detenuti" nel campo di Manus Island - PNG

I richiedenti asilo e rifugiati che sono costretti a stare in queste strutture stanno mettendo  sono in scena forti proteste con uno sciopero della fame di massa avvenuto nel mese di gennaio 2016.

Il centro in PNG è ritenuto incostituzionale dalla Corte Suprema del paese, questo sta spingendo il primo ministro, Peter O'Neill, a chiedere un voto del parlamento per chiuderlo.

Tuttavia le autorità australiane hanno detto che questo provvedimento potrebbe richiedere dei tempi lunghi e hanno ripetuto che i rifugiati ei richiedenti asilo non potranno mai andare in Australia.

Un richiedente asilo, Behrouz Boochani, ha dichiarato di essere determinato ad avere il rispetto dei diritti umani verso l'Australia che lo ha esiliato con la forza in un luogo che descrive come un inferno.

Si stima che circa 200 - 250 persone hanno preso parte alla protesta.

La protesta è iniziata nel "
compound"  Delta, dove sono alloggiate le persone che sono già riconosciute come rifugiati e si è diffusa agli altri "compound" del campo.

Inoltre i rifugiati che possono uscire hanno paura di uscire nel centro di Manus perché nella città la loro sicurezza è a rischio.

ES

Fonte: RNZ

giovedì 22 gennaio 2015

Manus Island: la Guantanamo d’Australia - Campi offshore dove sono reclusi da anni rifugiati richiedenti asilo

Il Journal
L’Australia è tristemente nota per la sua ‘politica di respingimento’ dei migranti che cercano di raggiungerla via mare. A pagarne le spese alcune isole del Pacifico, divenute le sedi di veri centri di detenzione.
Le immagini che arrivano oggi dal centro per i rifugiati di Manus Island in Papa Nuova Guinea, Australia, ricordano quelle a noi tristemente familiari dei migranti di Ponte Galeria a Roma.

Sono 700 i rifugiati del centro australiano che hanno dato il via ad uno sciopero della fame, mentre 20 tra loro sono arrivati all’estremo gesto di ingerire lamette e cucirsi le labbra.

“Vogliono discutere di come potranno essere reinsediati in Australia- la destinazione iniziale del loro viaggio- in modo sicuro”, ha dichiarato Ian Rintoul, portavoce della Refugee Action Coalition, che è in contatto con i richiedenti asilo presso la struttura di Manus Island.

Le guardie locali hanno fatto irruzione nel campi “Delta” e “Oscar” alle 16:30 locali , catturando i presunti capi della protesta

I richiedenti asilo si sono barricati nel campo Delta lo scorso venerdì, nel timore che le forze di polizia potessero ripetere le azioni di violenza già messe in campo nel febbraio 2014, che hanno portato alla morte del 23enne iraniano, Reza Berati.

I ‘disturbatori’ più aggressivi del campo sono stati rinchiusi come d’abitudine nell’unità d’isolamento ‘Chauka’.
Cos’è Manus Island
Il centro di Manus Island è stato riaperto nel novembre 2012 come strumento temporaneo e destinato ai rifugiati e ai richiedenti asilo che cercano di raggiungere l’Australia in barca dall’Indonesia.

Sotto il suo sistema di detenzione in mare aperto, l’Australia reindirizza tutti i richiedenti asilo che arrivano in barca nei campi offshore della Papua Nuova Guinea e nella piccola isola-nazione del Pacifico, Naru. È qui che i rifugiati sono reclusi, anche per tempi piuttosto lunghi.

Alcuni rifugiati che stanno prendendo parte alla protesta infatti sono rinchiusi nel centro dal 2013.

Il centro Manus ha rappresentato il fulcro della politica d’immigrazione australiana che ha avuto inizio sotto il governo laburista precedente, allo scopo di scoraggiare i richiedenti asilo dal tentare di fare viaggi in barca spesso mortali (questa la tesi ufficiale). Quando il governo di coalizione conservatore di Abbott è salito al potere alla fine del 2013, il programma è stato ampliato e Manus Island ha guadagnato da allora la fama di Guantanamo Bay d’Australia.

L’anno scorso, il governo ha cercato di regolare i flussi dei rifugiati quando ha annunciato ai richiedenti asilo arrivati via mare che non sarebbero stati reinsediati in Australia.

Sebbene abbia aiutato l’ economia locale su Manus Island , il governo australiano quest’anno prevede di spendere 2,9 miliardi di dollari per mantenere il suo sistema di trattamento offshore. Se si pensa che l’UNHCR prevede di spendere 3,5 miliardi di dollari per 11 milioni di rifugiati in tutto il mondo nello stesso periodo, si comprende quanto il governo australiano voglia restare fuori dalla gestione immigrazione.
Accordi con la Cambogia
L’ Australia ha inoltre catturato l’attenzione internazionale quando ha firmato un accordo con la Cambogia in base al quale, in cambio di 38 milioni di aiuti alla nazione cambogiana, i migranti provenienti da lì sarebbero costretti a fare ritorno in patria.

L’ accordo ha attirato le ire e le critiche della comunità internazionale che lo vedono come un tentativo di “esternalizzare” gli obblighi legali dell’Australia.

Ma così com’è l’accordo non ha avuto ancora alcun effetto sui richiedenti asilo attualmente in programma di detenzione in Australia, molti dei quali stanno attendendo notizie da anni sul proprio destino, senza sapere dove andare.

mercoledì 28 maggio 2014

Australia - La Chiesa: urge rivedere la politica di detenzione dei profughi a Manus Island

Agenzia Fides
Sydney – La Chiesa australiana chiede al governo di riconsiderare la sua politica di detenzione e reinsediamento dei rifugiati a Manus Island, isola dove esiste il più grande centro di raccolta e detenzione dei profughi che si accostano alle acque australiane da diversi paesi, soprattutto dal Sudest asiatico. 

Lo riferisce una nota inviata all’Agenzia Fides dall’Ufficio per i migranti e i rifugiati, della Conferenza Episcopale australiana.
Il Vescovo Gerard Hanna, delegato dell’Episcopato per il settore dei migranti, dichiara: “Una analisi indipendente ha evidenziato che l'attuale politica dell'Australia su migranti e rifugiati porta a conseguenze tragiche. Tale politica, che ha un approccio punitivo verso i rifugiati in cerca di protezione, sta mettendo a rischio la vita di molte persone: per questo ne auspichiamo una profonda revisione”. Secondo i Vescovi, ci si potranno aspettare continui disordini a Manus Island, “se migranti e rifugiati non avranno alcuna speranza di un cambiamento della situazione”.
L’Australia, con la sua determinazione di adottare misure deterrenti, “sta allontanando molti veri rifugiati. Il mancato riconoscimento dei diritti umani fondamentali e questa politica costituiscono un disprezzo per quanti arrivano sulle nostre coste in cerca di protezione” aggiunge Mons. Hanna.
Ma, su tale delicata situazione umanitaria, nota, “il nostro governo continua a chiudere gli occhi verso coloro che lasciano la loro patria a causa di violenze e persecuzioni”, nella speranza di una vita migliore. Secondo la Chiesa australiana, dato che quello dei rifugiati è un fenomeno globale in crescita, “i paesi sviluppati sono chiamati ad accettare la cura per i rifugiati, senza adottare misure che infliggono danno e sofferenza”.