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domenica 28 febbraio 2021

Iran - Pena di morte - La scelta agghiacciante. La condannata, Zahra Esmaili, muore di crepacuore alla vista delle esecuzioni prima di lei, la sua salma viene comunque impiccata.

Il Mattino
Impiccata quando il suo cuore si era già fermato per il terrore di aver visto 16 uomini morti sul patibolo prima di lei. È la sorte toccata, secondo il suo avvocato, a una donna iraniana, Zahra Esmaili, condannata alla pena capitale per avere ucciso nel 2018 il marito, indicato come un funzionario dei servizi d'Intelligence e accusato da lei e dai figli di continue violenze sui familiari. «Sedici uomini sono stati impiccati prima di lei, sotto i suoi occhi. 

Zahra prima di salire sul patibolo ha avuto un arresto cardiaco ed è morta. Nonostante ciò, il suo corpo senza vita è stato impiccato», ha scritto in un post su Facebook il suo legale, Omid Moradi, citato dalla Bbc in persiano.

L'avvocato ha fornito, insieme all'agghiacciante particolare, anche un bilancio più pesante delle esecuzioni avvenute mercoledì nel carcere di Rajei-Shahr, nella città di Karaj, una trentina di chilometri ad ovest di Teheran. In precedenza, infatti, l'organizzazione Iran Human Rights, con base a Oslo, aveva confermato l'esecuzione di sette persone, tra cui appunto Zahra.

L'avvocato assicura di avere visto il certificato di morte secondo il quale la donna è morta per arresto cardiaco prima che le venisse messo il cappio al collo. La vicenda di Zahra Esmaili, 42 anni, aveva suscitato vasto clamore in Iran perché durante il processo i media avevano dato ampio risalto alle accuse di violenze subite dalla donna e dai due figli per mano del marito e padre.

Le altre donne impiccate in Iran
Non è la prima volta, del resto, che donne ritenute vittime di violenza domestica sono impiccate per avere ucciso il marito. È capitato tre anni fa anche a due minorenni, come ha denunciato nel suo ultimo rapporto il relatore dell'Onu sui diritti umani in Iran, Javaid Rehman. 

Si tratta di Mahboubeh Mofidi e Zeinab Sekaanvand, la prima fatta sposare quando aveva 13 anni e la seconda a 15 anni. Entrambe sono salite sul patibolo dopo essere state riconosciute colpevoli dell'uccisione dei mariti quando avevano 17 anni. 

Il relatore dell'Onu si dice «profondamente preoccupato per l'alto numero di esecuzioni» in Iran, e «allarmato dalle notizie su esecuzioni segrete» di persone arrestate in manifestazioni di protesta, con «condanne a morte emesse dopo processi ingiusti e dopo l'uso sistematico della tortura per ottenere confessioni forzate». 

Secondo Rehnam, nei primi 11 mesi del 2020 sono state almeno 233 le impiccagioni in Iran, tra cui quelle di tre persone che erano minorenni al momento del crimine imputato loro.

sabato 27 febbraio 2021

Texas - Pena di morte - Buona notizia - Sospesa l’esecuzione di Ramiro Ibarra. Un ringraziamento a chi ha firmato l’appello!

santegidio.org
Una buona notizia! La Corte d’appello penale del Texas ha sospeso l’esecuzione di Ramiro Ibarra, disponendo di verificare la sua disabilità mentale. La condanna a morte di una persona con tale fragilità infatti viola l’ottavo emendamento della costituzione, che vieta la punizione crudele e insolita.


La corte ha emesso la sentenza mercoledì 24 febbraio, ordinando a un tribunale di grado inferiore di riesaminare la fondatezza degli argomenti utilizzati per la condanna capitale. Il tribunale dovrà anche verificare l’affidabilità delle prove usate per la condanna di Ramiro alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche sul test DNA. 

Ramiro Ibarra ha oggi 66 anni, è stato condannato a morte nel 1997. Doveva essere giustiziato il 4 marzo, dopo aver trascorso 23 anni nel braccio della morte.

In questo inizio di 2021 Ramiro Ibarra è il terzo condannato a morte con la data di esecuzione fissata, che ha ricevuto una sospensione da parte dello Stato del Texas.

Ringraziamo tutti coloro che hanno firmato l’appello e che hanno contribuito a promuovere una giustizia più umana.

venerdì 26 febbraio 2021

Guerre dimenticate - Congo - Altri 13 morti il 24 febbraio nel Nord Kivu, oltre mille morti in quindici mesi nel paese.

Quotidiano.net
Altri tredici morti a Kisima il 24 febbraio, nel nord del Kivu, fanno salire ad almeno 1.013 il numero di civili uccisi nel territorio di Beni dal novembre 2019. A segnalarlo è una ong mista statunitense e congolese insieme per la difesa dei diritti umani "Human Rights Watch".

In tutto il Kivu le vittime civili di violenze registrate dall’inizio delle rilevazioni dell’osservatorio, nel giugno 2017, sono "oltre 10mila": tra cui, 4.265 uccisioni, 174 stupri di gruppo, 2.183 sequestri di persona con richiesta di riscatto nota e 3.411 rapimenti.

mercoledì 24 febbraio 2021

Qatar: 6500 lavoratori del Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti preparando i Mondiali 2022

La Repubblica
Più di 6500 operai provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Nepal e Sri Lanka sono morti lavorando in condizioni disumane nei cantieri del Qatar da quando, nel 2010, il Paese del Golfo si è aggiudicato i Mondiali di calcio 2022. 


E il bilancio in realtà sarebbe molto più grave, perché la cifra non comprende i lavoratori provenienti da altri stati come il Kenya e le Filippine.


martedì 23 febbraio 2021

Paraguay - Rivolta di centinaia di detenuti nel carcere di Tacumbú, il più grande del paese, almeno 7 morti

sicurezzainternazionale.luiss.it 
Una protesta scoppiata nella prigione di Tacumbú, la più grande del Paraguay, martedì 16 febbraio, si è conclusa con un bilancio di almeno 7 vittime tra la popolazione carceraria. Centinaia di detenuti, armati di coltello, hanno scatenato oltre 24 ore di caos, prendendo il controllo di uno dei padiglioni della prigione, sequestrando 19 guardie e massacrandosi tra di loro. L’intervento delle forze antisommossa ha permesso di riportare l’ordine. Gli agenti, tuttavia, non sono riusciti ad evitare l’uccisione di almeno 7 persone, 3 delle quali decapitate. 

“Non si tratta di uno scontro tra clan”, ha chiarito il ministro della Giustizia, Cecilia Pérez, in un’intervista radiofonica, mercoledì 17 febbraio, dopo che alcuni media locali avevano fatto accenno ad una lite tra detenuti della mafia paraguaiana, Clan Rotela, e membri del gruppo brasiliano, Primer Comando Capital (PCC), la più grande organizzazione criminale del Sud America, che controlla parte del traffico illegale di droga, armi e persone al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay. Secondo il governo di Asunción, la rivolta sarebbe iniziata in seguito al trasferimento di un detenuto del PCC che distribuiva droga all’interno della prigione. Andando più nel dettaglio, il ministro ha successivamente rivelato che la protesta sarebbe stata provocata dalla reazione di un settore organizzato contro il trasferimento di un pericoloso prigioniero, Efrén Orlando Benitez, coinvolto in un presunto piano di fuga che avrebbe consentito a diversi detenuti di scappare. Benitez era stato condannato a 19 anni di carcere nel gennaio 2020.

Mentre il caos dilagava all’interno di Tacumbú, fuori dal carcere, le famiglie di centinaia di detenuti si erano radunate per chiedere cosa stesse succedendo. Davanti all’entrata principale della prigione, file di poliziotti antisommossa stavano schierati, pronti ad entrare, con elmetti, scudi, manganelli e armi da fuoco. La tensione saliva dentro e fuori l’edificio, situato vicino al centro della capitale paraguaiana. Le tv diffondevano immagini dei rapitori che minacciavano di uccidere le guardie. Secondo gli ostaggi, circa 1.000 persone si sarebbero ammutinate mentre almeno 19 guardie carcerarie sarebbero state sequestrate.

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lunedì 22 febbraio 2021

Povera Ucraina, una guerra civile dimenticata nel cuore dell'Europa

Corriere della Sera
Il destino di uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, grande quanto la Francia, che parla russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali. 
Povera Ucraina, tornata nel dimenticatoio dopo una fugace notorietà nel 2019, quando Trump cercò di colpire il rivale Biden mettendo nel mirino gli affari del figlio Hunter con gli oligarchi di Kiev. Povera Ucraina, di nuovo in soffitta benché la sua guerra civile tra filo-russi e occidentalisti abbia fatto in sette anni, 14.500 morti e decine di migliaia di feriti.


Ma chi ne parla? Dopotutto l'Ucraina è uno Stato-cuscinetto tra est e ovest, anche se è grande quanto la Francia. Povera Ucraina, condannata dalla Storia a parlare russo nell'orientale Donbass e ucraino, o polacco, ai suoi confini occidentali (a questi si richiamavano i dimostranti di Piazza Maidan).

Povera Ucraina che nel 1954 ricevette da Krusciov il regalo avvelenato della Crimea, oggi annessa dalla Russia di Putin e da allora diventata il secondo Muro dopo quello del Donbass, per la disperazione di chi lamenta la mancanza di una unità nazionale che il crollo dell'URSS pareva aver promesso. Povera Ucraina, che oggi teme di perdere i proventi del transito del gas russo diretto in Occidente se Berlino e Mosca riusciranno a completare il NorthStream-2 a dispetto delle sanzioni americane.

Che nel suo esercizio di democrazia dell'aprile 2019 ha eletto Presidente Volodymyr Zelenski, un attore comico noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di presidente in uno sceneggiato tv. Ma uomo nuovo che prometteva guerra alla corruzione e un accordo con la Russia. 

Due anni dopo purtroppo la corruzione è come sempre dilagante (e blocca gli aiuti FMI e UE), e con Putin i sorrisi si alternano a colpi bassi micidiali (chiuse le TV filo-russe in Ucraina, sanzioni contro novanta imprese ucraine in Russia). Gli accordi di Minsk, il "formato Normandia"? Interessano solo un piccolo gruppo di diplomatici. E Biden, se entrasse in scena, non aiuterebbe. Del resto Ucraina, e Libia, vengono considerate affari degli europei. La Libia è già persa, ora povera Ucraina.

Franco Venturini

sabato 20 febbraio 2021

Bielorussia: due giornaliste, Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, condannate a due anni carcere, con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente

ANSA
Con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente. La leader dell'opposizione Tikhanoskaya: 'Lukashenko non ci spezzerà'.

Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova Copyright ANSA/EPA

Un tribunale della Bielorussia ha condannato due giornaliste a due anni di carcere ciascuno con l'accusa di fomentare le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko.

L'emittente televisiva di opposizione con sede in Polonia, Belsat, ha reso noto che Katerina Bakhvalova, 27 anni, e Daria Chultsova, 23, sono state condannate per aver condotto "azioni di gruppo che violano gravemente l'ordine pubblico" durante le riprese di una protesta a novembre.

"Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre.
Lukashenko non può spezzarci", ha scritto su Twitter Svetlana Tikhanovskaya, leader dell'opposizione bielorussa commentando la sentenza.