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mercoledì 14 ottobre 2020

La Norvegia, che non è membro della UE, sanziona Polonia e Ungheria per il mancato rispetto dei diritti umani

Il Post
La Norvegia ha un’idea precisa su diritti umani e stato di diritto - Continua a tagliare le sovvenzioni a Polonia e Ungheria, due paesi semi-autoritari, e si mostra più efficace dell'Unione Europea che per ora ne sta solo discutendo

La prima ministra norvegese Erna Solberg (EPA/Valda Kalnina)

Negli ultimi mesi la Norvegia ha preso una serie di iniziative per sanzionare due paesi membri dell’Unione Europea – Ungheria e Polonia – a causa delle loro ripetute violazioni dei diritti umani e dello stato di diritto. Il governo norvegese, che dal 2013 è guidato da Erna Solberg, del Partito Conservatore, ha sospeso l’erogazione di milioni di euro di sovvenzioni, provocando effetti molto più rilevanti ed estesi di quelli prodotti finora dalle iniziative dell’Unione Europea, a quanto pare non altrettanto efficaci.

La Norvegia non è membro dell’Unione Europea, ma fa parte del mercato unico grazie all’accordo sullo spazio economico europeo (SEE, che include i paesi dell’Unione, Islanda, Liechtenstein e Norvegia), che ha tra i suoi obiettivi quello di ridurre le disparità economiche in tutto il SEE. Attraverso il sistema delle sovvenzioni del SEE e della Norvegia, il governo norvegese dà ingenti somme di denaro a quindici paesi membri dell’Unione economicamente più deboli, tra cui Ungheria e Polonia. 

Negli ultimi anni, però, il governo norvegese è diventato sempre più esigente per quanto riguarda gli standard richiesti sui diritti umani e sullo stato di diritto per accedere ai fondi erogati: «a volte è andato anche oltre la stessa Unione Europea», ha scritto Politico.




venerdì 9 marzo 2018

Due giorni per fermare l’espulsione di Taibeh Abbasi, la 18enne afgana che ha commosso la Norvegia

Amnesty International
Taibeh Abbasi è una studentessa di 18 anni.
Rischia di essere rimpatriata l’11 marzo in Afghanistan, un paese dove non è mai stata.

Taibeh e la sua famiglia hanno ottenuto lo status di rifugiati in Norvegia nel settembre 2012. Tuttavia, il 25 marzo 2014 il direttore dell’immigrazione glielo ha revocato, affermando non ci fossero prove sufficienti di un fondato timore di persecuzione in Afghanistan e che Kabul fosse un luogo sicuro per il rimpatrio.
“A Kabul non c’è futuro per me e per i miei fratelli, se non quello di essere una minoranza discriminata – ha dichiarato Taibeh –. In quanto ragazza, sarei particolarmente esposta. I miei sogni di educazione e carriera sarebbero infranti“.

Chiedi insieme a noi al Governo norvegese di: fermare immediatamente l’ordine di rimpatrio di Taibeh Abbasi e della sua famiglia in Afghanistan interrompere temporaneamente i rimpatri in Afghanistan fino a che non possano avvenire in sicurezza e dignità.

Qui l’appello lanciato da Amnesty International per chiedere alla prima ministra Erna Solberg di annullare il provvedimento di espulsione.

venerdì 19 gennaio 2018

Norvegia - Il parlamento vuole espellere i richiedenti asilo afgani in mezzo alla guerra

Corriere della Sera
Ieri è stato un giorno triste per i richiedenti asilo afgani che vivono in Norvegia e per i difensori dei diritti umani: i parlamentari di uno dei paesi più ricchi al mondo hanno mostrato di aver perso compassione.



Il parlamento di Oslo ha infatti respinto una proposta di sospensione temporanea dei rimpatri dei richiedenti asilo afgani e un’altra, persino più modesta, che aumentava il numero dei criteri da soddisfare prima di decidere di rinviare una persona nel paese dal quale era fuggita. Se approvata, questa proposta avrebbe avvicinato la procedura norvegese agli standard internazionali.

Invece, siano nel pieno di una clamorosa violazione dei diritti umani. L’Afghanistan rimane un paese estremamente pericoloso. Il numero delle vittime civili ha raggiunto livelli record nel 2017. Neanche un mese fa una bomba nel centro di Kabul ha ucciso almeno 40 persone in quello che è apparso un attacco deliberato contro gli studenti.

Nonostante gli attentati, i rapimenti e le varie persecuzioni, la Norvegia, sia in rapporto alla sua popolazione che in termini assoluti, rimpatria più afgani di ogni altro paese europeo. Secondo le autorità di Kabul, il 32 per cento (97 su 304) degli afgani rimpatriati nei primi quattro mesi del 2017 proveniva dalla Norvegia.

Secondo Eurostat, la Norvegia ha rimpatriato in Afghanistan 760 persone nel 2016 e 172 nei primi sei mesi del 2017.

In un rapporto dello scorso anno Amnesty International ha denunciato casi di afgani rimpatriati dai paesi europei, Norvegia compresa, che sono stati uccisi o feriti in attentati o che vivono nel costante timore di subire persecuzioni.

Tra gli afgani su cui la decisione del Parlamento rischia di produrre conseguenze c’è Taibeh Abbasi (in primo piano nella foto), una ragazza di 18 anni residente nella città di Trondheim, il cui caso ha dato vita a grandi proteste studentesche. Taibeh è nata in Iran e non ha mai visto l’Afghanistan, dove ora ha il terrore di essere rinviata.

Lo scorso ottobre, durante una manifestazione in suo favore, ha preso la parola per la prima volta in pubblico:
“Non c’è un futuro per me e i miei fratelli in Afghanistan. Subiremo discriminazione e proveremo sulla nostra pelle cosa vuol dire essere una minoranza a rischio, soprattutto io che sono una donna. I miei sogni di terminare gli studi e avere una professione saranno distrutti”.

Riccardo Noury

venerdì 5 giugno 2015

Norvegia - Halden il carcere più umano del mondo. Recidiva solo al 20% negli USA 75% - Italia 69 %

The Post Internazionale
Nel carcere di massima sicurezza di Halden, in Norvegia, nessuna finestra è sbarrata. Visto da fuori, potrebbe sembrare un campus universitario o un ospedale.
Lungo le mura del carcere non ci sono né filo spinato né guardie armate a pattugliare, ma solo alberi di pino e betulle. Eppure, finora nessun detenuto ha mai cercato di fuggire.
I prigionieri hanno una stanza privata con televisione a schermo piatto, una doccia, un frigo e mobili in legno. Trascorrono la maggior parte della giornata fuori dalla loro cella. Possono giocare a baseball, fare jogging e allenarsi sulle pareti da arrampicata.

La durata massima delle sentenze in Norvegia, anche per gli omicidi, è di 21 anni. Le prigioni cercano dunque di preparare i detenuti al ritorno nella società e per questo ricreano un ambiente simile a quello al di fuori del carcere.

La filosofia del sistema giudiziario norvegese è “meglio fuori che dentro”: il periodo in carcere deve servire non a punire, ma a riabilitare il prigioniero.

Ad Halden sono incarcerati assassini, stupratori e pedofili. Si trova qui anche Anders Behring Breivik, il responsabile dell'attacco sull’isola di Utoya che nel 2011 uccise 77 persone. Breivik non è stato portato a Ringerike, la prigione più sicura della Norvegia, perché da qui avrebbe avuto la vista su Utoya.

Halden, rinominata “la prigione più umana del mondo”, è costata oltre 187 milioni di euro. In Norvegia per ogni prigioniero si spendono circa 80mila euro all’anno, il triplo rispetto agli Stati Uniti.

Non solo si tende a riabilitare i prigionieri, ma in Norvegia si cerca anche di evitare di incarcerarli: solo 75 ogni 100mila abitanti nel Paese scandinavo, rispetto a 707 negli Stati Uniti e 103.8 in Italia.
Il metodo norvegese sembra funzionare: nel Paese scandinavo c’è un tasso di recidività del 20 per cento, tra i più bassi al mondo. Negli Stati Uniti invece il 75 per cento dei detenuti vengono arrestati nuovamente dopo la scarcerazione e in Italia la percentuale di recidiva media è del 68.45 per cento.
Nella prigione norvegese di Bastoy, solo il 16 per cento dei detenuti scarcerati torna a commettere crimini o reati.

“Se trattiamo le persone come fossero animali quando sono in prigione, è probabile che si comportino come animali. Per questo qui cerchiamo di trattare i detenuti come esseri umani”, dice Arne Nilsen, ex direttore di Bastoy, in un’intervista al The Guardian.

Quando i detenuti vengono scarcerati, si fa in modo che riescano a trovare un lavoro e che abbiano una casa, per evitare che la povertà e la disoccupazione li inducano a ricascare nei circoli viziosi di violenza e criminalità. Inoltre, in Norvegia a tutti i cittadini sono garantite le cure pubbliche e una pensione minima.

“La vera giustizia è rispettare i prigionieri: in questo modo insegniamo loro a rispettare gli altri”, dice Nilsen. “Ma continuiamo a tenerli d’occhio. È importante che quando siano scarcerati siano meno propensi a commettere altri crimini. Così si crea una società più giusta”.

sabato 11 aprile 2015

Norvegia: Halden, il carcere indulgente non fa bene solo ai detenuti ma a tutta la Norvegia. Recidiva molto bassa.

www.ilpost.it
Un bell'articolo del New York Times spiega perché il carcere norvegese accusato di essere troppo indulgente non fa bene ai detenuti: fa bene a tutta la Norvegia.


Il carcere norvegese di Halden è considerato quello che garantisce le più alte condizioni di civiltà e rispetto umano del mondo: quando fu aperto l'8 aprile del 2010 gran parte della stampa internazionale lo definì, in modo piuttosto demagogico e superficiale, una "prigione a cinque stelle" perché le sue celle hanno la tv e il frigorifero, l'estetica di edifici e arredi è molto curata, e il suo muro di cinta è confuso tra gli alberi ed è privo di accessori minacciosi.

Partendo dall'idea che le carceri punitive non funzionano in termini di "rieducazione" e maggior sicurezza per i cittadini, nel realizzare Halden il governo norvegese ha seguito il principio secondo cui è necessario che i detenuti siano trattati umanamente affinché abbiano maggiori possibilità di reinserimento nella società e minori incentivi a compiere nuovi reati: per questo la prigione - che è costata quasi duecento milioni di euro e il lavoro di dieci anni - è dotata di uno studio di registrazione, percorsi da jogging, una cucina comune e una foresteria per i parenti che si fermino in visita ai detenuti.

A circa cinque anni dalla sua apertura, la giornalista del New York Times Magazine Jessica Benko ha visitato Halden per raccontare la vita quotidiana all'interno della prigione norvegese e per capire se l'esperienza di un carcere il più possibile accogliente e simile al mondo esterno stia funzionando. Benko scrive che dall'esterno Halden non sembra nemmeno un carcere: il muro di cinta che lo circonda è alto circa otto metri, ma fuori dal suo perimetro non ci sono né bobine di filo spinato, né recinzioni elettrificate e tantomeno torrette presidiate da cecchini istruiti a sparare su possibili fuggitivi. Eppure, scrive la giornalista, in questi cinque anni nessuno ha mai provato a fuggire.

Confrontato con le strutture penitenziarie di altri paesi - racconta Benko - Halden sembra qualcosa di completamente fuori dal mondo: le sue strutture moderne, accoglienti e ben arredate, la libertà di movimento che offre (compatibilmente con la detenzione) e l'atmosfera calma e silenziosa sono caratteristiche opposte a quelle delle carceri che ci sono più o meno familiari. Queste attenzioni nei confronti degli occupanti sono la materializzazione dei principi norvegesi riguardo alle punizioni e al perdono: il trattamento dei detenuti è totalmente dedicato a prepararli per la vita che dovranno condurre quando usciranno dalla prigione. In Norvegia non solo non c'è la pena di morte, ma neppure l'ergastolo: la pena massima per qualsiasi crimine è di 21 anni di detenzione. "Meglio fuori che dentro" è il motto non ufficiale dell'autorità penitenziaria norvegese, che si propone la reintegrazione nella società per tutti i detenuti che vengono rilasciati: questo dipartimento statale lavora con le altre agenzie governative per assicurare una casa, un lavoro e l'accesso ai servizi di assistenza sociale per ciascun carcerato prima ancora che venga rilasciato.

Grazie a un reddito pro capite tra i più alti del mondo, che deriva soprattutto dall'estrazione di petrolio nel Mare del Nord, la Norvegia può permettersi di garantire un welfare esteso ai suoi cittadini e di investire molto denaro nel suo sistema carcerario: secondo i dati del Vera Institute of Justice di New York, infatti, un detenuto di Halden costa al sistema carcerario norvegese circa 85mila euro l'anno, rispetto ai 28.500 euro spesi per un detenuto negli Stati Uniti. A un primo sguardo la differenza tra le due cifre sembra molto elevata, ma se gli Stati Uniti d'America avessero un numero di carcerati proporzionalmente simile a quello norvegese (75 ogni 100.000 abitanti, contro i circa 700 degli USA), il governo americano potrebbe spendere per ciascun detenuto la stessa cifra della Norvegia e in più risparmierebbe 41,3 miliardi di euro ogni anno. In un periodo come questo, in cui il sistema penitenziario statunitense è molto criticato per la durezza delle sue sentenze, l'eccessivo affidamento sull'isolamento dei detenuti e la disparità di trattamento tra le etnie - scrive Benko - i cittadini USA dovrebbero chiedersi che vantaggi porta spendere tanto denaro per 2,2 milioni di detenuti e se non sia il caso di imparare qualcosa dal sistema norvegese, che parte da un punto di vista diametralmente opposto.

In Norvegia la pena di morte per i civili fu eliminata nel 1902, mentre l'ergastolo venne abolito nel 1981; fino al 1998, però, le prigioni norvegesi funzionavano in maniera simile a quelle degli altri paesi democratici. In quell'anno il Ministero della Giustizia riformò i metodi e gli obiettivi del sistema penitenziario nazionale, dando esplicita priorità alla riabilitazione dei prigionieri attraverso l'educazione, la formazione lavorativa e la terapia. Nel 2007 le riforme si concentrarono sulla reintegrazione, con particolare attenzione verso l'assistenza ai detenuti nella ricerca di una casa e di un lavoro stabile ancora prima della scarcerazione. Halden fu la prima prigione costruita dopo questa serie di riforme, così la riabilitazione divenne il fondamento della sua progettazione: ogni caratteristica della struttura fu sviluppata con l'obiettivo di moderare la pressione psicologica sugli occupanti, ridurre i conflitti e minimizzare le tensioni interpersonali. Per questo all'interno del muro perimetrale, a separare la prigione dalla campagna circostante, ci sono quasi 50mila metri quadri di foresta tipica del sudest norvegese, un paesaggio composto di cespugli di mirtillo, pini silvestri, felci, muschi e betulle. Secondo Gudrun Molden - una degli architetti che hanno progettato Halden - la foresta di mirtilli non è solo un ambiente naturale utile alla riabilitazione, ma per i norvegesi rappresenta un paesaggio familiare, che fa parte della crescita e dei ricordi di ciascuno.

In tutto il mondo, la maggior parte delle prigioni di massima sicurezza è realizzata su terreni completamente piatti e privi di vegetazione, per ridurre al minimo il rischio di fughe e per togliere ai detenuti la possibilità di nascondersi. Jan Stromnes, vicedirettore del carcere, ha raccontato a Benko che quando alcuni membri dello staff provenienti da altre prigioni norvegesi arrivarono la prima volta a Halden, si preoccuparono per la presenza del bosco: "Erano piuttosto sorpresi dal fatto che ci fossero alberi e dal loro numero. Non sarebbe stato meglio rimuoverli? E cosa sarebbe successo se i detenuti si fossero arrampicati? Noi rispondemmo che, beh, se si fossero arrampicati avrebbero potuto sedersi sui rami e restarci finché non si fossero stancati, e a quel punto sarebbero tornati giù," e sorridendo ha aggiunto "Nessuno ha mai provato a nascondersi nel bosco. Ma anche se provassero a scappare là dentro non andrebbero molto lontano: resterebbero comunque dentro".

"Dentro" significa all'interno del perimetro del muro di cinta, l'elemento che più di ogni altro definisce il carcere. Quello di Halden è visibile da ogni punto della prigione e rappresenta un ineludibile promemoria che ricorda costantemente ai detenuti la loro condizione. Poiché gli edifici di Halden sono stati concepiti appositamente per essere "a misura d'uomo", hanno un'ampiezza modesta e non sono più alti di due piani; in un contesto simile, il muro diventa una presenza di dimensioni notevoli, scrive Benko. Le due responsabilità principali del sistema penitenziario - detenzione e riabilitazione - sono in costante tensione tra loro e gli architetti che progettarono Halden pensarono che il muro avrebbe potuto rappresentare la prima: "Ci siamo affidati al muro" come simbolo e strumento di punizione, ha spiegato Molden a Benko.

Quando nel 2002 Molden e i suoi collaboratori visitarono l'area di Halden, in preparazione al concorso internazionale indetto per progettare la prigione, decisero che avrebbero lasciato il contesto naturale più intatto possibile: per dirigersi alle proprie attività quotidiane di scuola, lavoro o terapia, i detenuti avrebbero camminato all'aperto, su e giù per le colline, su superfici irregolari, esattamente come avrebbero fatto al di fuori della prigione. Gli architetti decisero di realizzare gli edifici abitati dai detenuti a forma di anello, mentre nella scelta dei materiali presero ispirazione dai colori della natura circostante. Il materiale principale di cui sono fatti gli edifici è un mattone di cotto annerito; per rappresentare la detenzione è stato scelto un materiale "duro", pannelli di acciaio zincato, mentre il legno di larice non trattato - con le sue sfumature che vanno dal tortora al grigio chiaro - rappresenta il lato "morbido" associato alle idee di riabilitazione e crescita.

Il sistema penitenziario norvegese enfatizza la "sicurezza dinamica", un metodo che vede le relazioni interpersonali tra gli addetti e i detenuti come il fattore fondamentale per garantire la sicurezza all'interno del carcere. L'opposto di questo approccio è rappresentato dalla "sicurezza statica", predominante nella maggior parte delle prigioni di massima sicurezza, che si affida a un ambiente progettato per prevenire i comportamenti pericolosi dei detenuti. In questo tipo di carceri gli occupanti sono costantemente sorvegliati da videocamere, costretti da porte che possono essere chiuse a distanza, mentre il vandalismo e la violenza sono evitati grazie a un mobilio a prova di manomissione. Quando devono essere spostati, i detenuti sono ammanettati e scortati a destinazione, mentre le guardie carcerarie vengono addestrate a ridurre al minimo le interazioni umane per evitare il rischio di scontri.

La sicurezza dinamica non cerca di limitare i danni o di rendere le violenze impossibili, ma si occupa di prevenirle favorendo le interazioni tra detenuti e guardie carcerarie: durante la progettazione di Halden, ad esempio, agli architetti fu ordinato di fare in modo che le guardiole fossero più piccole possibili, così da spingere gli addetti della prigione a passare il proprio tempo nelle aree comuni insieme ai carcerati. A Halden, infatti, le guardie socializzano con i detenuti ogni giorno e conversano con loro mentre prendono un caffè, un tè o durante un pasto. Le aree esterne del carcere sono sorvegliate da telecamere, ma i detenuti spesso si muovono senza accompagnamento, usufruendo di un basilare livello di fiducia che l'amministrazione penitenziaria giudica essenziale per il loro progresso personale. Nelle classi dove si fa lezione, nei laboratori, nelle aree comuni o nelle zone delle celle, invece, non ci sono telecamere a riprendere quanto succede; questa sorveglianza molto blanda potrebbe permettere a un detenuto con cattive intenzioni di tenere comportamenti violenti, ma questo evidentemente non succede: nei cinque anni di funzionamento di Halden, la cella d'isolamento non è mai stata usata.

Benko fa notare che la relativa calma della vita di Halden non dipende dalla natura tranquilla dei norvegesi o dalla loro omogeneità come gruppo etnico: solo tre quinti dei detenuti del carcere, infatti, sono cittadini norvegesi, gli altri provengono da 30 nazioni (prevalentemente Europa dell'est, Africa e Medio Oriente) e parlano norvegese poco o per niente. Per questa ragione, la "lingua franca" del carcere è l'inglese, necessario perché le guardie carcerarie possano comunicare con i prigionieri stranieri.

Dei 251 detenuti di Halden, circa la metà sono stati imprigionati per crimini violenti come omicidio, aggressione o stupro, mentre un terzo è dentro per traffico o spaccio di droghe; nonostante ciò, incidenti violenti o minacce sono piuttosto rari e avvengono quasi tutti nell'Unità A. Questa è la zona più restrittiva del carcere: ospita i detenuti che hanno bisogno di un'assistenza medica o psichiatrica stretta, oppure quelli che hanno commesso crimini che li metterebbero in pericolo nelle Unità B e C, le aree più "libere" del carcere dove la maggior parte degli occupanti convive durante il giorno seguendo i programmi scolastici, lavorativi o di terapia.

Benko racconta di aver incontrato alcuni detenuti dell'Unità A nell'area comune di un blocco occupato da otto uomini: nella stanza c'erano un divano arancione di vinile, alcuni scaffali con giochi da tavolo, riviste e manuali di diritto, mentre sotto la finestra che dava sul cortile dell'unità due detenuti erano intenti a giocare a carte con una guardia. Un prigioniero chiamato Omar le ha passato una cialda a forma di cuore appena cucinata, mentre Benko parlava con Chris Giske, un detenuto che parlava in ottimo inglese: "Hai sentito parlare del caso di Sigrid?" le ha chiesto Giske. "È uno dei casi più famosi in Norvegia". Nel 2012, una ragazza di 16 anni chiamata Sigrid Schjetne sparì una sera mentre rientrava a casa; il suo corpo fu trovato un mese dopo e la condanna di Giske lo rese uno degli assassini più odiati nella storia norvegese.

Dopo aver assaggiato il tipico formaggio marrone norvegese (il "brunost" o "mysost", fatto di siero caramellato del latte, uno scarto di produzione del formaggio che viene cotto per mezza giornata), il direttore della prigione Are Hoidal ha spiegato a Benko che mangiare tutti insieme waffle e altri spuntini è un'abitudine tipica delle famiglie norvegesi, per questo la ricerca della "normalità" all'interno di Halden prevede che anche i detenuti dell'Unità A si incontrino una volta a settimana nelle aree comuni per prendere parte a questa specie di rituale. A Halden alcuni detenuti seguono corsi di cucina per ottenere certificati professionali e Benko ammette che il pasto migliore che ha ricevuto in Norvegia - lasagna piccante, pane all'aglio e insalata con pomodori secchi - le è stato preparato da un detenuto che aveva passato quasi metà dei suoi 40 anni in carcere.

La giornalista ha anche incontrato i detenuti dell'Unità C8, un settore dedicato al recupero dalla tossicodipendenza: questi stavano tornando alle loro celle dopo aver fatto la spesa settimanale al negozio di alimentari interno della prigione. Dopo aver portato in cucina il cibo necessario per i pasti comuni, ciascuno è tornato nella propria cella per riempire il piccolo frigo personale di snack, frutta e bevande. Uno dei prigionieri era Tom, un uomo poco sotto la cinquantina con il corpo ricoperto di tatuaggi: la sua testa era completamente rasata, con "Fuck the Police" scritto in corsivo sul lato destro e "RESPECT" in maiuscolo su quello sinistro. Un tatuaggio sotto all'occhio destro era stato cancellato, mentre sotto quello sinistro c'era il numero "666?; una lunga cicatrice gli percorreva il collo e la testa, residuo di un incidente in motocicletta che lo aveva lasciato in coma l'ultima volta che era stato fuori di prigione.

Benko racconta che a un certo punto Tom ha indicato la stanza dietro di lei e ha detto "Ora sei rimasta sola, vedi?": la donna si è girata e ha visto che c'erano altri otto detenuti che giocavano ai videogiochi o ritiravano la biancheria stesa, ma non c'era nessuna guardia. Le condanne ricevute da quel gruppo di carcerati includevano omicidio, possesso illegale di armi e aggressione, ma lei si è mantenuta calma nonostante la sorpresa: gli agenti potevano vederla dalle finestre della loro guardiola e in ogni caso Benko racconta di essere stata lasciata più volte da sola, con le guardie che aspettavano al fondo del corridoio per permetterle di intervistare i detenuti in una situazione più riservata. Dopo la frase apparentemente minacciosa, infatti, Tom la ha rassicurata aggiungendo, con un tono quasi d'orgoglio, "ed è tutto OK".

Quando Halden fu aperto, i giornali descrissero l'arredamento del carcere come "lussuoso", "elegante" e lo compararono a quello di un piccolo hotel. In realtà - scrive Benko - i mobili di Halden non sono molto diversi da quelli di un dormitorio universitario: la loro caratteristica particolare, piuttosto, è quella di essere mobili "normali", cioè non progettati per un carcere. Gli arredi potrebbero essere usati come corpi contundenti o dati alle fiamme; anche in cucina - come un detenuto ha fatto notare - ci sono molti oggetti che potrebbero essere usati come armi, se qualcuno lo volesse: i piatti sono di ceramica, i bicchieri di vetro, le posate di metallo e a disposizione dei detenuti ci sono anche lunghi coltelli da cucina, legati a un cavo di metallo plastificato.

Gli agenti penitenziari cercano di limitare ogni tensione che potrebbe sfociare in violenza: se due detenuti hanno problemi, una guardia o il cappellano della prigione li riuniscono per una sessione di mediazione che dura finché i due non hanno raggiunto un accordo pacifico e si sono stretti la mano. Anche le gang rivali accettano di non combattersi all'interno del carcere, benché la promessa non resti valida quando i componenti vengono rilasciati. I pochi incidenti violenti accaduti a Halden si sono verificati quasi esclusivamente nell'Unità A, dove sono tenuti i prigionieri con problemi psichiatrici più gravi. Se un detenuto viola le regole, le conseguenze sono rapide, coerenti e applicate in modo uniforme. Eventuali comportamenti recidivi vengono puniti con la reclusione all'interno della cella durante le ore di lavoro, a volte senza la possibilità di guardare la televisione: Benko scrive che un detenuto le ha raccontato di un prigioniero proveniente dall'Europa dell'Est che riuscì a connettere il suo televisore a Internet e per questo l'apparecchio gli venne tolto per cinque mesi. "Cinque mesi!" ha detto stupito il detenuto alla giornalista, "Non so come abbia fatto a sopravvivere".

Benko ammette che a un primo sguardo è difficile credere che Halden, con i suoi 251 detenuti, possa rappresentare un modello per un paese come gli Stati Uniti d'America, dove la media nelle prigioni di massima sicurezza è di 1.300 prigionieri. Anche i numeri totali - 3.800 detenuti in Norvegia, 2,2 milioni di Usa - potrebbero apparire logisticamente e finanziariamente incomparabili, eppure c'è stato un momento in cui gli USA pensarono di adottare un approccio alla giustizia criminale simile a quello norvegese: nella sua "guerra al crimine", il presidente Lyndon B. Johnson nominò una commissione di 19 esperti (President's Commission on Law Enforcement and Administration of Justice, commissione presidenziale sull'applicazione della legge e l'amministrazione della giustizia) perché studiassero, tra le altre cose, le condizioni e le pratiche delle carceri statunitensi, già allora catastroficamente sovrappopolate. La relazione del 1967 che ne risultò, intitolata "The Challenge of Crime in a Free Society" (la sfida del crimine in una società libera), sosteneva che molti penitenziari statunitensi fossero dannosi per la riabilitazione: "La vita in molte carceri è nella migliore delle ipotesi sterile e futile, nella peggiore indicibilmente brutale e degradante. [...]

Le condizioni in cui vivono i detenuti sono la peggiore preparazione possibile alla riuscita del loro reinserimento nella società e spesso semplicemente rinforzano in loro un modello di manipolazione e distruttività". Nelle raccomandazioni, la commissione propose una visione delle carceri molto simile a quella di Halden: "Architettonicamente, la prigione moderna dovrebbe assomigliare il più possibile a un normale ambiente residenziale. Le stanze, ad esempio, dovrebbero avere porte invece che sbarre. I detenuti dovrebbero mangiare seduti a piccoli tavoli in un'atmosfera informale. Ci dovrebbero essere classi, ambienti per il tempo libero, aree diurne e magari un negozio e una biblioteca".

A metà degli anni settanta, il federal Bureau of Prisons (dipartimento federale carcerario) statunitense completò tre carceri di detenzione preventiva progettate secondo i principi della relazione del 1967. I tre Metropolitan Correctional Centers (o MCC, centri correzionali metropolitani) ospitavano gruppi di 44 detenuti in unità autonome, dove ognuna delle celle singole con porte di legno si affacciava su un'area comune, dove i detenuti mangiavano, socializzavano e s'incontravano con visitatori e consulenti, riducendo la necessità di spostamenti al di fuori dell'unità. Tutti i prigionieri passavano l'intera giornata fuori dalle proprie celle, con un solo agente penitenziario privo di armi, in un ambiente finalizzato a diminuire lo stress, dotato di mobili di legno, tavoli all'interno delle celle, bagni di porcellana, lampade a vista, pareti dai colori vivaci, lucernari e pavimenti in moquette.

Quando questi centri aprirono, però, l'atteggiamento pubblico e della politica verso i programmi di riabilitazione nelle prigioni americane era cambiato: tra i responsabili di questo cambio di approccio ci fu Robert Martinson, un ricercatore di sociologia alla City University di New York. In un articolo del 1974 sulla rivista Public Interest, Martinson descrisse uno studio che analizzava l'impatto dei programmi di riabilitazione nei confronti della recidiva di reato sulla base di dati raccolti dal 1945 al 1967.

Nonostante circa la metà dei programmi individuali avessero ottenuto risultati nella riduzione della recidiva, l'articolo di Martinson concludeva che nessun tipo di programma riabilitativo del sistema penitenziario aveva dato esiti soddisfacenti.

Lo studio di Martinson diede materiale alla stampa e ai politici per affermare che "nulla funziona" quando si tratta di riabilitazione dei detenuti. "Non funziona" divenne il titolo di una puntata del programma di attualità 60 Minutes in onda sul canale televisivo CBS, mentre nel 1975 il governatore della California Jerry Brown dichiarò che i programmi di riabilitazione "Non riabilitano, non dissuadono, non puniscono e non proteggono". Uno dei maggiori psichiatri del Bureau of Prisons si dimise, deluso da un atteggiamento che percepiva come l'abbandono dell'impegno alla riabilitazione, mentre nel 1974, alla cerimonia d'inaugurazione del MCC di San Diego, il Procuratore Generale degli Stati Uniti d'America William Saxbe dichiarò che la possibilità per il sistema penitenziario di ottenere la riabilitazione era un "mito", tranne che per i criminali più giovani.

Lo studio di Martinson fu presto contestato: nel 1975 un'analisi degli stessi dati fatta da un altro sociologo criticò la scelta dello studioso di ignorare i risultati positivi, per giungere a una conclusione generale priva di fondamento. Nel 1979, Martinson pubblicò un altro studio che ribaltava esplicitamente le sue conclusioni precedenti, dichiarando che "contrariamente alla mia posizione precedente, alcuni programmi di trattamento hanno un effetto apprezzabile sulla recidiva". Ma oramai la narrativa del "nulla funziona" si era fermamente radicata: nel 1984, una relazione del Senato Usa che proponeva sentenze penali più dure citò lo studio di Martinson del 1974, ignorando completamente il suo cambio di opinione successivo. Le politiche d'intransigenza nei confronti del crimine che furono promosse in seguito dal Congresso e dal governo Usa prevedevano minimi di pena obbligatori, detenzioni più lunghe, normative che autorizzavano processi per i minorenni uguali a quelli degli adulti e il rilascio di detenuti senza programmi di reintegrazione. Tra il 1975 e il 2005, la quota di detenuti negli Stati Uniti d'America è passata da circa 100 ogni 100mila cittadini a quasi 700, uno dei dati più alti nel mondo: nonostante gli statunitensi rappresentino il 4,6 per cento della popolazione mondiale, infatti, le prigioni americane trattengono il 22 per cento dei detenuti di tutto il mondo.

Oggi - scrive Benko - il modello dei MCC è conosciuto come direct supervision (supervisione diretta) e sopravvive in circa 350 strutture, per la maggior parte locali e di detenzione breve, che rappresentano meno del 7 per cento del totale. I dati degli ultimi 40 anni mostrano che queste prigioni hanno livelli di violenza e di recidiva inferiori alla media: alcune di queste strutture, se direttamente comparate con quelle precedenti, hanno visto le violenze ridursi del 90 per cento. Come spiega Benko, però, applicare le statistiche di questo piccolo gruppo di carceri all'intera organizzazione penitenziaria statunitense non ha senso: per potersi avvicinare al sistema norvegese, l'intero atteggiamento nazionale verso la detenzione - a tutti i livelli - dovrebbe cambiare radicalmente.

Non è poi facile valutare esattamente quanto il metodo norvegese funzioni. Per provare ad avere più dati, la giornalista del New York Times Magazine ha incontrato l'antropologo Ragnar Kristoffersen, insegnante all'Accademia del Sistema Penitenziario norvegese, dove si occupa di formare le guardie carcerarie. Kristoffersen ha pubblicato uno studio che compara i tassi di recidiva nei paesi scandinavi: un sondaggio tra i detenuti rilasciati nel 2005 ha mostrato che in Norvegia il tasso di recidiva dopo due anni era del 20 per cento, il più basso della Scandinavia. Per dare un riferimento, una ricerca del 2014 realizzata negli Stati Uniti d'America ha stimato che circa il 68 per cento dei detenuti rilasciati nel 2005 sono stati arrestati per una nuova violazione entro tre anni.

Parlando di Halden, Kristoffersen si è detto disgustato dagli articoli della stampa anglosassone che descrivevano il carcere come un hotel di lusso, ma passando al tema dell'efficacia del "metodo Halden" nei confronti della recidiva si è dimostrato molto cauto, sostenendo che le statistiche non sono abbastanza affidabili per valutare le pratiche detentive in generale.

Da un sistema giudiziario all'altro, infatti, ci possono essere molte differenze nella gestione dei reati: ad esempio, il tipo di sentenze e la loro durata, il genere di crimine o quanto è facile che un soggetto sia rimesso in carcere per una violazione tecnica alla liberazione per buona condotta. A queste differenze, che rendono quasi impossibile comparare i sistemi penali, si aggiunge la diversa definizione di "recidiva" in ciascun paese: alcune nazioni considerano qualunque tipo di arresto come una nuova violazione, altre includono solo i casi che terminano in detenzione, mentre per altre ancora sono rilevanti anche le violazioni della liberazione per buona condotta. Quindi Benko ha provato a comparare le statistiche di Norvegia e Usa utilizzando gli stessi criteri per entrambi i paesi e ha ottenuto un dato di recidiva sorprendentemente simile: 25 per cento in Norvegia, 28,8 per cento negli Stati Uniti d'America.

Ma per Kristoffersen è pressoché impossibile comparare l'efficacia dei programmi di reintegrazione, in particolare quella di Halden: le statistiche di recidiva norvegesi, infatti, sono divise in base alla prigione di rilascio; quasi nessun prigioniero, però, è liberato direttamente da un carcere di massima sicurezza, perciò non esistono dati di recidiva per Halden: "Bisogna fare attenzione perché c'è un tipo di errore logico che capita di frequente quando si parla di queste cose, ma non bisognerebbe mescolare due tipi di principi diversi. Uno è: Come si combatte il crimine? Come si riduce la recidiva? Mentre l'altro è: Quali sono i principi di umanità su cui si vuole basare il proprio sistema? Si tratta di due domande diverse". Riguardano tutta la comunità dei cittadini, ma di volta in volta quelli che sono detenuti oppure gli altri. Kristoffersen ha continuato dicendo: "A noi piace pensare che trattare i detenuti con gentilezza, con umanità contribuisca alla loro riabilitazione. Ma ci sono scarse prove scientifiche a sostenere che trattare le persone con gentilezza le dissuaderà dal commettere nuovi crimini. Molto scarse". Poi ha aggiunto "Però se tratti male le persone, questo si riflette anche su di te".

Kristoffersen ha raccontato a Benko che durante i corsi di formazione, alle guardie carcerarie viene spiegato che trattare i detenuti con umanità è qualcosa che dovrebbero fare non per i detenuti, ma per se stessi. Questa teoria si basa sull'idea che insegnare agli agenti penitenziari a essere duri, violenti e sospettosi avrà conseguenze sulla loro vita, sull'immagine che hanno di se stessi, sulle loro famiglie e persino sui sentimenti e atteggiamenti dell'intera Norvegia. Kristoffersen ha chiuso il suo discorso con una citazione in genere attribuita allo scrittore russo Fëdor Dostoevskij: "Il grado di civiltà di una società può essere valutato entrando in una delle sue prigioni".

Benko scrive di aver sentito la stessa frase poco prima di lasciare il carcere, pronunciata dal direttore di Halden Are Hoidal: che si è detto orgoglioso che le persone vogliano lavorare nella prigione che gestisce e la giornalista conferma che tutti gli addetti di Halden che ha incontrato si sono dichiarati entusiasti di "fare la differenza". "Rendono possibili dei grandi cambiamenti" ha detto Hoidal riferendosi ai dipendenti di Halden. E ha aggiunto: "Ho il miglior lavoro del mondo".

di Andrea Fiorello

domenica 22 febbraio 2015

Norvegia-Oslo - Grande successo "Anello della Pace" 1000 musulmani che proteggono la Sinagoga

TGCom24
Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all'indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen




Pagina Facebook Fredens Ring
Mano nella mano, col calare della sera e la fine del giorno di shabbat centinaia di musulmani norvegesi hanno formato un "anello di pace" a protezione della principale sinagoga di Oslo. 

Un gesto simbolico lanciato quasi casualmente su Facebook da giovani scandinavi di fede islamica all'indomani degli attacchi terroristici di Copenaghen che hanno colpito uno dei tempi ebraici della capitale danese causando anche la morte di un uomo.

All'appello postato sul social network da una giovane musulmana, Hajdar Ashrad, 17 anni, hanno risposto anche non islamici in una mobilitazione che è andata al di là delle aspettative, soprattutto se si pensa che in Norvegia gli ebrei sono una netta minoranza (non più di un migliaio) a fronte dei musulmani che sono arrivati a contare quasi 200mila presenze in un Paese di neanche 5.5 milioni di abitanti.
"Violenza in nome dell'Islam? Jihadisti devono passare su di noi" - Su Facebook del resto i giovani organizzatori erano stati chiari e determinati: "Se gli jihadisti vogliono usare violenza nel nome dell'Islam - avevano scritto a inizio settimana - devono prima passare attraverso noi musulmani. Poiché l'Islam significa proteggere i nostri fratelli e sorelle a prescindere dalla loro religione, significa superare l'odio e non sprofondare allo stesso livello dei nemici... Noi musulmani vogliano dimostrare che disprezziamo profondamente ogni tipo di odio nei confronti degli ebrei formando un cerchio umano attorno alla sinagoga"

sabato 21 febbraio 2015

Norvegia - La Sinagoga di Oslo protetta dai musulmani. Si attendono 1000 partecipanti convocati su Facebook

Vita
Un gruppo di giovani musulmani norvegesi intendono formare un scudo umano intorno alla sinagoga di Oslo (vi foto) dopo la celebrazione dello Shabbat di questo Sabato (21 febbraio), un gesto che hanno chiamato “L’anello della pace”. 

Un segno di solidarietà e fratellanza interreligiosa verso la comunità ebraica della capitale norvegese ma anche un gesto per contrastare pregiudizi contro ebrei e musulmani.

«Pensiamo che dopo gli attacchi terroristici a Copenaghen sia giunto il momento per noi musulmani di prendere le distanze dai gesti di avversione nei confronti degli ebrei» ha spiegato il giovanissimo ( ha solo 17 anni) Hajrad Arshad, organizzatore dell'evento.

Ervin Kohn, uno dei leader della piccola comunità ebraica di Oslo, ha acconsentito ad autorizzare l'evento a condizione che si presentino più di 30 persone. A giudicare dal reclutamento sulla pagina Facebook, sono attese più di 1.000.

domenica 1 febbraio 2015

In Norvegia, paese più ricco d'Europa, gli indigenti saranno puniti con multe e carcere

La Repubblica
A stretto giro, sebbene non manchino le critiche di alcuni partiti e di varie organizzazioni umanitarie, il governo norvegese approverà la riforma legale che proibisce la mendicità nel paese. Sono previste pene pecuniarie e carcere per tre mesi. I rom nel mirino.
Roma - Fra pochi mesi in Norvegia la mendicità sarà proibita dalla legge. La prima ministra, Erna Solberg, conta sull'appoggio della maggioranza parlamentare. La riforma legale, proposta dai conservatori e dalla destra xenofoba, sta per essere ultimata. La proibizione, abolita nel 2005, ha ricevuto consensi anche dai partiti del centro. Multe e carcere sono le misure restrittive con cui il governo intende punire gli indigenti.

Dalla riforma locale a quella nazionale. Già a partire dal 2013, il paese più ricco d'Europa in termini di reddito e benessere, ha conferito ai municipi l'autonomia rispetto alle soluzioni da adottare per fronteggiare la povertà per le strade. 

La riforma locale, che prevede la possibilità di multare i mendicanti e di incarcerarli, ha trovato consenso soprattutto nel sud del paese, ma non nella capitale. Nei municipi aderenti, la polizia utilizza registri appositi in cui segnalare le generalità degli indigenti. La crisi economica ha dato maggiore impulso ai flussi migratori. La Norvegia, infatti, è fra le destinazioni più gettonate dall'Europa più povera. Con una sovrabbondanza di materie prime, come il petrolio, il gas e l'energia idroelettrica, e una scarsità di manodopera, il paese si caratterizza per una densità di popolazione fra le più basse del continente e per un tasso di disoccupazione non di certo preoccupante. Secondo una statistica della polizia locale, dei duecento indigenti che, ogni giorno, chiedono l'elemosina ad Oslo, solo sette sono norvegesi. Il resto proviene dall'est.

Proibita la povertà. I promotori della riforma legale sostengono che, negli ultimi anni, gli indigenti siano più aggressivi. Questo, a giudizio dei richiedenti, comporta un aumento della criminalità. Oslo, con una popolazione sette volte minore rispetto a quella di Berlino, sarebbe vittima dello stesso numero di scippi. Inoltre, i sostenitori adducono come ragione fondante la correlazione fra l'elemosinare e il traffico di esseri umani. "È importante tenere conto del contesto. Non è che non sopportiamo di vedere le persone bisognose, questa soluzione si adotta a causa del vincolo fra gli indigenti e la criminalità organizzata", ha dichiarato, qualche mese fa in occasione della riforma locale, la prima ministra Erna Solberg. Al contempo, sono stati stanziati più fondi da destinare al sociale e ai rom, direttamente in Romania.

Le organizzazioni umanitarie dicono no. L'iniziativa del governo norvegese ha ricevuto numerose critiche. Fra queste, quella di Sunniva Ørstavik, rappresentante della Gender Equality and Anti-Discrimination, LDO, che teme la discriminazione del popolo rom. Anche la Commissione Nazionale per i Diritti Umani denuncia i possibili effetti discriminatori e la violazione della libertà di espressione. "La proposta è molto delicata. Ho detto apertamente alle autorità, che spero non continuino con questa iniziativa. Sembra allettante usare metodi penali per trattare un problema sociale. La mendicità è una questione di povertà", fa sapere alla stampa norvegese il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks.


dI MARIA CRISTINA FRADDOSIO

venerdì 15 marzo 2013

Norvegia: con una prigione senza sbarre... il tasso di recidiva più basso in Europa

Panorama

Una prigione senza sbarre, in cui i detenuti godono di molte libertà. È in Norvegia e aiuta il reinserimento. La racconta un ex-carcerato.

È subito dopo l'imbarco sul traghetto diretto alla prigione di Bastoy, nel fiordo di Oslo a una settantina di chilometri dalla capitale, che si capisce che le cose sull'isola sono diverse. L'operatore del traghetto è un detenuto che sta scontando una pena di 14 anni per spaccio di droga. Lui nota la sorpresa, sorride e saluta: "Sono Petter" si presenta. Prima di essere trasferito a Bastoy, Petter era stato per 8 anni in un carcere di massima sicurezza. "Qui ci danno fiducia e ci responsabilizzano" osserva. "Ci trattano da adulti". Pensate le reazioni se tutto questo avvenisse in Italia.

Di sicuro sono molte le differenze tra i due paesi. La Norvegia ha una popolazione di poco meno di 5 milioni di abitanti, 12 volte meno dell'Italia, e conta meno di 4 mila carcerati, contro circa 66 mila in Italia. Ma ciò che veramente è diverso è l'atteggiamento verso i prigionieri. Perfino nella prigione di massima sicurezza di Skien, a 30 chilometri a nord di Oslo, una fortezza in cemento dove è stato rinchiuso anche Anders Breivik, l'uomo che nel luglio del 2011 ha massacrato 77 persone sull'isola di Utøya, la perdita della libertà è l'unica vera pena che affligge i condannati. Le celle hanno la televisione, il computer, le docce e i bagni sono puliti. 

Le condanne non superano mai i 21 anni di detenzione, dato che la Norvegia non prevede né la pena di morte né l'ergastolo, e tutti hanno la possibilità di fruire di programmi educativi e formativi, quindi di trascorrere il proprio tempo studiando o imparando un mestiere.
I prigionieri vivono in piccoli agglomerati, che sostituiscono i tradizionali bracci, limitando in questo modo la diffusione della subcultura da carcere che esiste nei sistemi tradizionali. Risultato: in Norvegia c'è il tasso di recidiva più basso d'Europa: meno del 16 per cento. Petter racconta che a Bastoy "è come vivere in un villaggio o in una comunità. Ognuno ha il suo lavoro, ma abbiamo anche del tempo libero a disposizione, quindi possiamo dedicarci alla pesca o, in estate, andare in spiaggia a nuotare. Sappiamo di essere prigionieri, però ci sentiamo persone".

Molti commentatori avevano descritto le condizioni di vita dei 115 detenuti a Bastoy come comode e lussuose, fino a definire la prigione un "villaggio vacanze". Sono stato anch'io in prigione e ho passato i primi 8 anni, dei 20 che ho scontato in carcere, in una cella con un letto, una sedia, un tavolo e un secchio come gabinetto. In quel periodo mi è capitato di trovarmi coinvolto in una rissa, intrappolato in un assedio, e sono stato testimone di gravi atti di violenza. Centinaia di prigionieri si sono tolti la vita nel penitenziario dov'ero io e molti altri sono stati assassinati. Ma nonostante tutto ciò alcuni giornalisti ripetevano che il posto in cui mi trovavo era un villaggio vacanze. Quando poi installarono le toilette nelle celle e, qualche anno dopo, sono arrivate piccole televisioni, si sono moltiplicati i titoli che definivano l'istituto come una "prigione lussuosa".

Thorbjorn è una guardia di 58 anni che presta servizio a Bastoy da 17 anni. Durante il giorno, spiega, sui 2,6 km quadrati dell'isola ci sono 70 membri del personale, 35 dei quali sono poliziotti penitenziari. Il loro compito principale è contare i prigionieri: subito alla mattina, poi due volte al giorno nel rispettivo posto di lavoro, una volta alle 17 in uno specifico luogo di raduno e infine alle 23 nelle loro abitazioni. Solo quattro poliziotti penitenziari restano sull'isola dopo le 16. Thorbjorn indica piccole casette di legno dipinte a colori vivaci. "Sono le case dei prigionieri" spiega. Possono ospitare fino a sei persone; i detenuti condividono la cucina e gli altri spazi comuni, ma ognuno ha una stanza singola. "Solo un pasto al giorno viene servito nella sala mensa. I detenuti guadagnano l'equivalente di 7 euro al giorno e hanno anche un buono che può arrivare fino a 80 euro al mese da spendere nel piccolo supermercato dell'isola, dove possono acquistare i viveri necessari per colazione e cena.

In Norvegia, i prigionieri ai quali restano fino a 5 anni di detenzione possono chiedere di essere trasferiti a Bastoy. Per essere accettati devono avere la volontà di condurre una vita senza crimini dopo il rilascio. Sull'isola c'è una fattoria dove i detenuti badano alle pecore, alle mucche e alle galline, oppure coltivano frutta e verdura. "Gran parte del cibo se lo coltivano da soli" aggiunge Thorbjorn. Le altre occupazioni possibili sono in lavanderia, nelle stalle, nel negozio di riparazione delle biciclette (molti ne hanno comprata una con i propri soldi), nel servizio di manutenzione del verde o in falegnameria. La giornata lavorativa inizia alle 8.30 del mattino.


Passiamo accanto ad alcune cabine telefoniche rosse dalle quali i detenuti possono chiamare familiari e amici. A sinistra si erge un grande edificio: è qui che ogni settimana i prigionieri incontrano le persone che vengono a far loro visita, in stanze private dove sono ammessi anche i rapporti coniugali. Dalla finestra dell'ufficio di Arne Nilsen, il direttore, si scorgono la chiesa, la scuola e la biblioteca. "Nelle carceri chiuse" dice "i detenuti sono internati per anni senza avere la possibilità di lavorare o senza che venga attribuito loro alcun tipo di responsabilità. Ma per la legge la punizione è la perdita della libertà. Se trattiamo le persone come bestie quando sono in prigione, è probabile che si comportino come tali anche dopo".


Nilsen, psicologo clinico di professione, non vuole sentire che gestisce un campo vacanze. "Non si cambiano le persone con la forza" sostiene. "Qui trattiamo i prigionieri con rispetto e in questo modo insegniamo loro a rispettare gli altri. Però li teniamo sotto osservazione tutto il tempo. Così è meno probabile che commettano altri crimini quando verranno rilasciati. Questo significa giustizia per la società". E il tasso di recidiva tra gli ex prigionieri di Bastoy gli dà ragione: è del 16 per cento, il più basso d'Europa.


Ma chi sono i prigionieri di Bastoy? Hessle ha 23 anni e sta scontando una condanna di 11 anni per omicidio. "Ho ucciso per vendetta" racconta. "Vorrei non averlo mai fatto, adesso devo pagare per quello che ho commesso". Esile, capelli chiari, racconta di avere iniziato a 15 anni a entrare e uscire dagli istituti penitenziari. Le droghe non solo gli hanno rovinato la vita, ma l'hanno anche spinto a compiere atti criminali.


Sono tre le regole d'oro che vigono nel carcere di Bastoy: niente alcol, niente droga e niente violenza. Questo ragazzo, che ha ancora quasi quattro anni da scontare, lavora nelle scuderie e si prende cura dei cavalli. Come vede il suo futuro? "Non sono più attratto dalla droga. Quando esco, voglio tornare a vivere e costruirmi una famiglia. Qui sto imparando come farlo". Hessle ama la chitarra e insieme ad altri detenuti suona nella Bastoy blues band. Lo scorso anno hanno anche ottenuto il permesso di partecipare a un festival musicale e aprire il concerto della rock band Zz Top.


Bjorn è il maestro della band della prigione. Qui lui stesso ha scontato cinque anni per aver aggredito la moglie in un "momento di follia". Ora torna in carcere una volta alla settimana per dare lezioni di chitarra: "So che queste persone hanno il potenziale per cambiare". Ex ricercatore sociale, Bjorn ha preso contatti con alcune imprese di costruzioni per le quali lavorava in passato, che hanno promesso di prendere in considerazione l'idea di assumere alcuni membri della band, a condizione che diano prova di affidabilità e impegno. "Non si tratta solo di musica" afferma "ma di dare a queste persone la possibilità di dimostrare quanto valgono".


Sven, 29 anni, un altro membro della band, è stato condannato a scontare otto anni di detenzione per omicidio. Prima era un operaio disoccupato, ora lavora nel deposito di legname.


La guardia carceraria che mi presenta alla band è una donna e si chiama Rutchie. "Sono molto orgogliosa del ruolo che ricopro qui, e anche la mia famiglia lo è" afferma. In Norvegia ci vogliono tre anni di preparazione per diventare guardia carceraria. "Ci sono tante cose da imparare sulle persone che arrivano in prigione" spiega. "Dobbiamo cercare di capire come sono diventati dei criminali e aiutarli a cambiare. Io sto ancora imparando".


Vengo poi presentato a Vidor, che, con i suoi 72 anni, è il detenuto più anziano dell'isola. Lavora in lavanderia ed è il capo della casa che divide con altri tre uomini. Racconta che sta scontando 15 anni per duplice omicidio colposo. C'è una profonda tristezza nei suoi occhi, che traspare anche quando sorride. "Gli assassini come me non hanno un posto in cui nascondersi" afferma. E prosegue raccontandomi che dopo il delitto aveva "veramente toccato il fondo". In un primo tempo non faceva altro che piangere. "Se ci fosse stata la pena capitale, avrei voluto che me la infliggessero". È stata la prigione ad aiutarlo. "Mi hanno fatto capire perché ho compiuto quei crimini e come tornare a vivere". Adesso studia filosofia. "Quando uscirò, avrò 74 anni e sarei contento di viverne altri 10 e poi andarmene da questo mondo".