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domenica 25 luglio 2021

Voghera - Una società armata e impaurita arriva a tollerare le uccisioni e si diminuisce così la sicurezza collettiva - di Mario Giro

Il Domani
Un assessore che spara in piazza non è normale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'aumento del tasso generale di violenza, che la destra favorisce e la sinistra non sembra in grado di fermare


Ci stiamo incamminando verso modelli non nostri: quelli di paesi in cui sparare non fa scandalo. Gli Stati Uniti da decenni si dibattono con tale problema, con tantissime morti imputabili alla diffusione delle armi. Anche altri paesi d'Europa si sono messi su tale china.
Tutto ciò non aumenta la sicurezza collettiva ma la diminuisce. Una società armata è una società impaurita dove tutti si sentono in diritto di farsi giustizia da sé. È un modo di definire la giustizia non secondo la legge ma secondo le sensazioni personali. 
Nella società odierna la percezione individuale di sé stesso e degli altri è divenuta un mantra assoluto.

Ci possiamo aspettare che uccidere sia considerato tollerabile o lo stia diventando. Quando ci si sposta dall'oggettività del reale ad un'illimitata soggettività, tutto diviene opinabile, inclusa la difesa personale. Non esiste più l'obiettività di una situazione: se "io sento" di essere minacciato, posso permettermi di sparare. È ciò che è successo a Voghera. A tali condizioni diventa un'impresa quasi impossibile dibattere sul tema: la sensazione personale vale di più di qualunque ragionevole discussione oggettiva.

Lo si constata in tanti settori e su tanti argomenti: oggi le sensazioni dell'io divengono la legge di sé stessi, tendendo a superare la norma comune scritta. È divenuto frequente criticare i giudici per non saperla calare sulle sensazioni o convinzioni soggettive. 
Ma la legge è fatta proprio per evitare i personalismi o le emozioni unilaterali: le norme collettive servono a rendere oggettiva la realtà e ad interpretarla in maniera ragionevolmente comune. L'alternativa è il caos, che è esattamente la situazione in cui stiamo cadendo.
Ovviamente dotarsi di armi crea le condizioni più pericolose per far esplodere tale estremismo soggettivo. Coloro che fanno le leggi (il parlamento) e coloro che le amministrano (la magistratura) dovrebbero domandarsi come rafforzare la consapevolezza collettiva che una società si regge sulla concreta realtà oggettiva delle situazioni, delle azioni e dei fatti.

Se al posto di tale realtà si lascia libero l'individuo di inseguire le proprie emozioni, si distrugge la società stessa. La legge non è mai soggettiva ma comune e il più possibile aderente alla realtà oggettiva. Non si può decidere il tasso di pericolosità e di allarme secondo le proprie emozioni, creando una specie di legge personale.

Si dirà che è l'individuo, e non la norma, a trovarsi in certe situazioni e a dover decidere come reagire. Questo è lo spirito del tempo: l'individuo si fa norma a sé stesso e decide prevalentemente in base a sé stesso. 

L'individuo diviene il vero sovrano. Ma se vogliamo una società in cui sia possibile vivere insieme, tale prospettiva è inaccettabile. Siamo una comunità e per continuare ad esserlo l'io deve sciogliersi nel noi. Ecco perché sparare come è accaduto a Voghera rimane inammissibile.

Mario Giro

domenica 16 giugno 2019

Italia - I reati negli ultimi 10 anni sono la metà, ma i media favoriscono l'aumento della paura e la politica dell'odio incassa consenso.

Il Dubbio
Il ruolo dei Tg, il racconto mediatico, il lavoro svolto dai giornalisti: così si crea una percezione sbagliata. Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio.


Nel 2017, i casi di legittima difesa sono stati 27, di cui quattordici non sono stati neanche rinviati a giudizio. Se accendete la tv o leggete i giornali o andate a un comizio di Matteo Salvini, vi convincerete che le persone accusate e condannate per aver sparato a un ladro che stava entrando in casa, siano mille, duemila, un milione. Comunque tanti, troppi casi, al tal punto da pensare che la questione sia una emergenza e che ha fatto bene il ministro dell’Interno a modificare la legge.


Stesso ragionamento, vale per i reati. I dati del Viminale dicono che negli ultimi dieci anni sono dimezzati furti, rapine, omicidi. Ma la percezione delle persone è opposta, a tal punto che tra gli italiani crescono – come raccontato in questi anni dal Censis – odio e paura. Come mai? È la domanda che si sono fatti sul Corriere della sera Milena Gabanelli e Luigi Offedu. La risposta la hanno trovata mettendo sotto accusa i nostri Tg. 

Nei cinque principali telegiornali il 36,4 per cento dei servizi è occupata dalla cronaca contro il 18,2 per cento della tv tedesca. La considerazione è esatta ma va ampliata tenendo conto di tutta la televisione italiana e ancora più in generale di tutta l’informazione. Sembra infatti che la responsabilità sia sempre degli altri (in questo caso i Tg) quando tutto il sistema mediatico italiano in questi anni ha soffiato sul fuoco, costruendo l’idea diffusa che siamo un Paese ad alto rischio criminalità e che lo Stato è assente in difesa dei propri cittadini.

Qualche tempo fa, partecipando a una trasmissione, il conduttore mi ha chiesto: «Ma se i reati diminuiscono perché le persone hanno questa percezione?». La risposta era insita nel suo programma, nelle ore e ore di servizi dedicati alle rapine, ai furti, ai furbetti del cartellino sottoposti alla gogna del pubblico e dopo qualche tempo assolti senza avere diritto di replica. L’attenzione va infatti posta non solo e non tanto sui Tg, quanto sull’intera programmazione della tv pubblica e privata. Dalla mattina fino a tarda notte chi guarda il piccolo schermo viene bombardato da servizi dedicati alle rapine, ai furti, alle persone che delinquono o alle persone che vengono accusate di aver commesso un reato e solo per questo sono considerate colpevoli.

È una dinamica che si fonda su alcuni fattori chiave. Proviamo a metterne in risalto alcuni. Il primo è quello della ridondanza: la stessa rapina viene mandata in onda più volte, con un montaggio e una musica che tendono a enfatizzare gli elementi violenti. Il secondo è quello della saturazione: tutto il palinsesto è costruito mettendo in evidenza gli aspetti negativi che accadono nella realtà. Il terzo è quello della “colpevolezza”: se si parla di una inchiesta viene presentata come una sentenza. Basta cioè un avviso di garanzia per essere giudicati colpevoli.

Se questo vale per l’informazione di carta, su cui bisogna rileggere la validissima ricerca fatta dall’Osservatorio informazione dell’Unione Camere penali, ancora di più è vero per la televisione, in cui l’impatto emotivo è più forte. Le immagini abbassano il livello di criticità, siamo più proni a pensare che ciò che vediamo sia vero, dimenticando – anche quando lo sappiano – che dietro c’è un punto di vista, una costruzione discorsiva, una visione del mondo. Per questo leggendo Gabanelli, domenica scorsa sul Corriere, sono rimasta un po’ allibita. Report per primo ha fatto passare l’immagine di un Paese allo sbando, in preda a bande di corrotti, dove tutto va male. In linea con l’attacco alla cosiddetta “casta” che ha conquistato un pezzo del giornalismo nostrano, il programma di Rai3 ha contribuito ad aumentare la sfiducia nei confronti della politica e dello Stato.

[...]


lunedì 4 marzo 2019

Migranti. Decreto sicurezza, chiusura dei centri di accoglienza: «A rischio 50mila posti di lavoro» e per i migranti lavoro nero e maggiore insicurezza per tutti

Avvenire
Valeria Cattaneo, 35 anni di Brescia, è preoccupata. Tra poche settimane sarà licenziata. Alcuni suoi colleghi sono già a casa. "Ho paura - spiega Valeria - per le spese mensili che faticherò a sostenere, ma c'è anche amarezza nel vedere svilito il lavoro su cui in tanti abbiamo investito".


Dopo una laurea in Lingua, la futura disoccupata ha conseguito un master in didattica, frequentato corsi di aggiornamento e addirittura scritto dei testi sul tema. Da tre anni insegna italiano ai profughi accolti nel Bresciano. Oggi la sua cooperativa è scesa da 180 ospiti in diversi sedi a una quarantina ("Non sono né scomparsi, né rimpatriati", precisa).

A breve è prevista una nuova riduzione, per questo ha perso il posto. La nuova sicurezza in salsa gialloverde, quella prevista dalla legge 132 voluta da Salvini, passa anche da qui: il licenziamento di tanti operatori. Sono 50mila quelli a rischio in tutta Italia, secondo la Funzione Pubblica- Cgil; a questi vanno aggiunti i lavoratori assunti in altro modo, come i 75 lasciati a casa dopo la chiusura del centro di via Corelli a Milano, che erano impiegati con il contratto del commercio. Una forza lavoro a maggioranza femminile e prevalentemente giovane.

Spiega Maurizio Bove, responsabile Immigrazione della Cisl: "La nuova legge colpisce migliaia di giovani professionisti: insegnanti, psicologi, mediatori culturali, tutti con lauree e master specifici. Con le loro competenze e la loro passione, queste persone stavano provando ad andare oltre l'approccio emergenziale che finora ha caratterizzato l'accoglienza, ma oggi si trovano all'improvviso espulsi dal mercato: non si tratta di mettere fine alla "mangiatoia", ma di tagliare fondi ad un nuovo settore che poteva caratterizzarsi come un'eccellenza".

Un altro esempio viene proprio dal secondo impiego di Valeria: oltre all'insegnamento dell'italiano nei centri, ha lavorato a Labour Int, un progetto pilota che vedeva insieme aziende, il Comune di Milano e la Cisl per l'inserimento lavorativo dei profughi. "Di 40 che hanno fatto il tirocinio, 25 sono stati assunti con contratti fino a tre anni". Ora quel modello non sarà più replicabile, una collega di Valeria, Maddalena Camera, che ha 32 anni, è rimasta a casa. Gli stessi richiedenti asilo, con le nuove norme volute da Salvini, rischiano di rimanere senza permesso di soggiorno, perdendo il contratto che hanno già firmato.

Non scompariranno, finiranno nell'irregolarità e quindi nel lavoro nero. Eppure, tagliare le ore di italiano e i progetti di inserimento lavorativo, ridurre il numero di psicologi che aiutano gruppi di adolescenti che hanno visto morire un compagno di viaggio, è coerente con la filosofia della legge "sicurezza".

Basta leggere i bandi che le Prefetture stanno emanando per la gestione dei centri nel 2019: a Milano è stato pubblicato a inizio febbraio, a Monza più di recente, in tutta Italia la linea è quella dettata da Roma. Secondo Valerio Pedroni, dei Padri Somaschi, "la linea del governo produce due danni: l'abbandono delle persone nei centri, sempre più parcheggiate e spinte a buttare via il tempo senza fare niente, neanche imparare l'italiano, e il taglio di posti di lavoro". Pedroni è responsabile per l'area migranti del Cnca Lombardia, il coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza guidato da don Armando Zappolini.

"In Lombardia gestiamo circa 2mila posti letto, ma a queste condizioni metà rischiano di non venire rinnovati". Almeno altri cento lavoratori resteranno a casa. Valeria e i suoi colleghi, la Cisl e gli altri sindacati, il Cnca e tante realtà dell'accoglienza di qualità saranno in piazza oggi a Milano per "People-Prima le persone", la grande manifestazione in difesa dei diritti di tutte le persone. Dai disabili colpiti dai tagli ai bambini a cui si toglie il piatto a mensa, fino ai profughi a cui si impedisce di costruire il futuro nelle nostre città. "Siamo stati travolti - dice Daniela Pistillo del Comitato Insieme senza Muri - da un'ondata di partecipazione che è andata ben al di là delle nostre aspettative. Sarà una bella giornata".

Stefano Pasta

martedì 4 dicembre 2018

Paradosso italiano: i reati diminuiscono ma la paura cresce. Ma è l'effetto della propaganda.

La Stampa
Diventa più marcata la distanza tra la sicurezza reale e quella percepita. La prova? I reati diminuiscono eppure i cittadini hanno sempre più paura. 


E in tanti plaudono alla nuova legge sulla legittima difesa fortemente voluta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, che salverebbe dall'incriminazione chi uccide per difendersi.

Incrociando i dati del Viminale, del Censis e di Noto sondaggi emerge la fotografia di un Paese dove, a fronte di un calo dell'8 per cento dei reati, un italiano su due ha talmente paura da ritenere la sicurezza il problema più grave dopo l'emergenza lavoro e uno su tre vorrebbe l'introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un'arma da fuoco per la difesa personale. 

Secondo il Censis, i più convinti in questa direzione sono le persone meno istruite (il 51 per cento tra chi ha al massimo la licenza media) e gli anziani.

Nel rapporto, realizzato con Federsicurezza, viene sottolineato inoltre l'aumento del numero di persone che possono sparare: nel 2017 in Italia si contano 1.398.920 licenze per porto d'armi (dall'uso caccia alla difesa personale). In sostanza c'è un'arma da fuoco nelle case di quasi 4,5 milioni di italiani (di cui 700 mila minori). Nel complesso, come evidenzia l'analisi effettuata dal Viminale sei mesi fa, i reati sono scesi dell'8 per cento.

Dall'1 agosto 2016 al 31 luglio 2017 erano infatti 2.453.872, mentre dal 1 agosto 2017 al 31 luglio 2018 sono diventati 2.240.210. Più nel dettaglio, si è registrata, nello stesso arco temporale, un'inflessione del 14 per cento degli omicidi (passati da 371 a 319), la riduzione dell'11 per cento delle rapine (da 31.904 a 28.390) e meno 8 per cento dei furti (da 1.302.636 a 1.189.499). Il Censis rivela che Milano era al primo posto con 237.365 reati nel 2016 (il 9,5 per cento del totale), poi Roma (con 228.856 crimini, il 9,2 per cento), seguono Torino e Napoli con percentuali intorno al 5,5.

Ma un conto sono i numeri effettivi, un altro è quello della percezione della sicurezza. "La gente ha paura al punto da ritenere il tema prioritario - osserva Antonio Noto, direttore di Noto sondaggi. L'allarme sicurezza è equamente distribuito sul territorio nazionale, senza particolari distinzioni tra Nord e Sud".

Ad essere preoccupato per la propria incolumità è il 46 per cento degli italiani, mentre il 33 per cento è d'accordo a incrementare l'uso delle armi per la difesa personale. "E non si tratta solo di elettori del centrodestra - prosegue il sondaggista. Di questo 33 per cento, infatti, il 40 per cento è vicino al centrodestra, un altrettanto 40 per cento non ha ideologie politiche e il 20 appartiene al centrosinistra".

Tra le altre caratteristiche di questa fetta di cittadini che rivendicano il diritto a sparare in caso di aggressione, il 65 per cento sono uomini, il resto donne, il 50 per cento ha più di 50 anni, il 25 per cento è composto da adulti e il rimanente 25 per cento da giovani. Ma, al di là dei numeri, quali ragioni si annidano dietro la paura della gente e l'aspirazione a farsi giustizia da sé? Secondo il professor Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia alla Sapienza e Decano nazionale di sociologia, "un certo clima politico e la complicità mediatica hanno alimentato la paura e la voglia di autodifendersi. Ci stiamo americanizzando, ma in realtà la cultura antropologica degli italiani è fondata sulla solidarietà e non sulla solitudine e la paura, che spingono a considerare le armi come un terzo braccio in grado di risolvere i problemi".

Il sociologo invita, inoltre, a riflettere su una ricerca secondo cui "in Veneto, dove si registrano più permessi per uso sportivo e venatorio, ci sono meno delitti che in Calabria dove il numero delle licenze è inferiore". E conclude auspicando "più partecipazione pubblica e una maggiore fiducia nelle istituzioni: non bisogna isolarsi ed essere monadi ma maturare spirito critico".

Grazia Longo

giovedì 29 marzo 2018

Ricerca Neos: regolarizzare gli immigrati riduce il tasso di criminalità

Econopoly - Il Sole 24 Ore
L’autore di questo post della serie a cura di Neos Magazine è Alessio Mitra, Master student in Applied Economics alla University of Bath (UK); ha studiato Economia e Commercio (BSc) all’Università di Torino ed ha approfondito gli studi economici presso University of Geneva e University of Copenhagen; collabora con IPR (Institute for Policy Research of the University of Bath) 


Politica valutata: Assegnazione del permesso di soggiorno e regolarizzazione dello stato giuridico degli immigrati entrati illegalmente in Italia.
Obiettivo: Ridimensionare il numero di immigrati residenti illegalmente nel Paese, diminuendo così la propensione di questi a compiere attività illecite.
Effetto: Riduzione del tasso di criminalità degli immigrati regolarizzati di 0,6 punti percentuale rispetto ad un punto di partenza del 1,1%.

A seguito della recente pressione migratoria proveniente dai paesi a sud del Mediterraneo, in Italia, come in Europa, il tema dell’immigrazione ha progressivamente acquisito un crescente interesse pubblico. Una delle principali preoccupazioni sulle quali converge l’apprensione dell’opinione pubblica è la possibilità di una relazione tra criminalità ed immigrazione clandestina.

L’immigrazione è un fenomeno relativamente recente per l’Italia. L’incremento del numero di stranieri residenti legalmente in Italia diviene rilevante solo a partire degli ultimi decenni, con un incremento da 500 mila a 5 milioni tra il 1990 ed il 2015.

La politica italiana sull’immigrazione è definita dalla legge 40/1998 e 189/2002. La legge 189/2002 (anche denominata Legge Bossi-Fini) fu approvata dal Parlamento italiano durante la XIV Legislatura, ai tempi del secondo governo Berlusconi. Tale provvedimento integrò in tema di immigrazione la pre-esistente 40/1998.

A partire del paper scientifico del professor Paolo Pinotti “Clicking on Heaven’s Door: The effect of immigrant Legalization on Crime” pubblicato nel gennaio 2017 dall’American Economic Review, uno dei più rinomati giornali accademici al mondo, analizzeremo l’effetto che la regolarizzazione di immigrati irregolari in Italia ha sulla loro propensione ad essere coinvolti in attività criminali gravi. È inoltre importante ricordare che la validità dello studio riportato è esclusiva al contesto italiano, con più complessa generalizzazione ad altri paesi.

Secondo la legge italiana, il governo centrale decide annualmente una quota di permessi regolari di soggiorno per immigranti che abbiano trovato dall’estero un datore di lavoro disponibile ad assumerli. In altre parole, i migranti dovrebbero trovare un datore di lavoro disponibile ad assumerli ancora prima che possano mettere piede sul suolo italiano. Dal momento che i datori di lavoro sono riluttanti ad assumere sconosciuti, è molto difficile che ciò avvenga e normalmente i migranti decidono prima di entrare illegalmente in Italia e successivamente accettano di lavorare in nero nella speranza che in futuro il loro datore di lavoro li sponsorizzi per il permesso di soggiorno.

Lo status di immigrato irregolare comporta un alto numero di svantaggi sociali a danno dell’individuo. Egli è infatti relegato al di fuori del mercato del lavoro legale, dunque con minori possibilità e opportunità e un salario considerevolmente inferiore, tutti elementi necessari per dare una svolta positiva e dignitosa alla sua vita. Questo comporta un minore costo-opportunità per commettere atti illegali, in altre parole, in mancanza di alternative, un immigrato irregolare è più incentivato a commettere crimini rispetto ad uno regolare per il solo fatto della sua condizione davanti alla legge.

L’assegnazione del numero assai limitato di permessi di soggiorno viene effettuata ogni anno (tipicamente in novembre) in un unico giorno, chiamato da Paolo Pinotti “clicking day”. In tale giorno i datori di lavoro devono accedere al sito internet del Ministero degli Interni e fare richiesta di sponsorizzazione per uno o più migranti. Pinotti mostra come il numero di domande di soggiorno durante il clicking day del dicembre 2007 sia di poco inferiore al numero totale degli immigrati irregolari stimati presenti in Italia. Questo rafforza l’idea che la grande maggioranza degli immigrati irregolari già presenti nel territorio italiano applichi per un permesso di soggiorno mediante sponsorship.

Le domande vengono poi processate e convalidate dal sistema elettronico in ordine di arrivo. Ne consegue che a causa dell’elevato numero di richieste sul server, tutto ciò si trasforma in una vera e propria lotteria dove pochi minuti in più o in meno possono rivelarsi decisivi nel determinare l’accettazione o il rifiuto della domanda.

Nel 2007, ad esempio, dopo 25 minuti dall’apertura del portale tutte le domande sono state rigettate.

Utilizzando un disegno con regressione discontinua (metodo econometrico in grado di isolare gli effetti di relazione causale), Paolo Pinotti identifica l’effetto causale dello stato legale degli immigrati sul numero di crimini gravi da loro commessi.

Comparando il tasso di criminalità degli immigrati irregolari prima e dopo il “clicking day” (differenziando tra chi è divenuto regolare e chi invece no) troviamo un effetto stimato dello stato legale del 0,6% nella riduzione del tasso di criminalità degli immigrati. Significativo se considerato l’1,1% di base.
Tale risultato si rivela essere molto interessante ed utile al dibattito pubblico in vista di future decisioni politiche riguardanti l’immigrazione. Qualora massicce politiche di rimpatrio non fossero percorribili, a causa degli intrinsechi elevati costi, mancanza di accordi bilaterali con i paesi di provenienza degli immigrati irregolari o la difficile identificazione del paese di origine del migrante, la regolarizzazione potrebbe essere una valida alternativa.
Tutto ciò al fine di evitare l’accumulo di grandi conglomerati di immigrati irregolari con più elevata probabilità di commissione di reati gravi.

Una potenziale critica a tale soluzione è che le politiche di regolarizzazione possano aumentare l’aspettativa di future regolarizzazioni, e quindi incrementare l’immigrazione irregolare. Per quanto tale possibilità non sia escludibile, ad oggi non sono ancora state trovate sufficienti evidenze scientifiche a supporto di tale tesi.

Alessio Mitra - Master student in Applied Economics alla University of Bath (UK)

giovedì 2 marzo 2017

Migranti. A Milano, Marcello Cardona il questore controcorrente: "più accoglienza significa più sicurezza"

Libero
"Maggiore accoglienza significa maggiore sicurezza". Si presenta con queste parole il nuovo questore di Milano, Marcello Cardona, con lo spirito dell'inclusione che gli deriva dall'esperienza dell'emergenza migranti e in particolare al Cara di Mineo.


Il Questore Marcello Cardona



Un approccio che dovrà fare i conti con la dura campagna politica contro "l'accoglienza a tutti i costi" che proprio a Milano trova il suo terreno di scontro più aspro. "Produrre sicurezza non significa che dobbiamo blindare le città o che dobbiamo blindare i quartieri - ha detto Cardona durante il suo primo incontro ufficiale con i giornalisti.



"Produrre sicurezza credo che intanto sia un dovere istituzionale, ma produrre sicurezza anche per gli stranieri che hanno il diritto di avere loro sicurezza. Dobbiamo far sì che anche attraverso la sicurezza si trovi un punto di incontro tra religioni, costumi e modi di essere. Non è detto che bisogna vedere le cose sempre in senso negativo" Mentre pronuncia queste frasi Cardona allarga le braccia, come se involontariamente volesse mimare un abbraccio. 
Il nuovo questore è uomo diretto, conosce bene la stampa (è giornalista pubblicista) e gli effetti che possono avere le sue dichiarazioni pubbliche. Ma è soprattutto un poliziotto orgoglioso del "sistema Italia" e della gestione dei migranti. Nonostante le critiche. Cardona è nato a Milano da genitori calabresi, ha iniziato la sua carriera a Sondrio 25 anni fa. Oggi ne ha 61, è sposato e ha due figlie nate sotto la Madonnina.

A Milano è arrivato nel 1982 per lavorare nella Criminalpol. Ne11996 è stato trasferito a Roma e da li la carriera lo ha portato a ricoprire importati ruoli fino a diventare questore di Varese, Livorno e Catania. "Ciò non toglie - sottolinea Cardona - che i problemi del terrorismo ci sono, sono importanti, il nostro territorio è stato investito in modo fortunatamente positivo".

Cardona si riferisce all'uccisione del terrorista Anis Amri a Sesto San Giovanni, un successo a livello internazionale seppure totalmente casuale. "Il quadro della sicurezza a Milano è estremamente soddisfacente facendo un paragone con le altre grandi città italiane e con le capitali europee. 

C'è una attività preventiva importante come hanno dimostrato l'organizzazione di Expo, l'episodio dell'attentatore di Berlino e come confermano le statistiche con i reati in calo del 5%. Credo che anche attraverso una accoglienza organizzata e ben fatta il livello di sicurezza può aumentare in modo incredibile".

Salvatore Garzillo

mercoledì 31 dicembre 2014

Carcere 2014: calano del 20% i detenuti e calano anche i reati del 7,7%. Meno carcere più sicurezza?

Radio Vaticana
Nella conferenza stampa di fine anno il premier Matteo Renzi si è soffermato su vari temi e, in particolare, sulle risposte date dal governo per affrontare la crisi del sistema penitenziario. Renzi ha ricordato alcuni dati, tra cui la riduzione del 20% dell'affollamento nelle carceri, l'aumento del 10% dei posti nelle celle e il calo del 7,7% dei reati.
Sono questi miglioramenti sufficienti? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto a Patrizio Gonnella presidente dell'Associazione Antigone, impegnata nel tutelare i diritti nel sistema penale

"Dei miglioramenti ci sono: nell'ultimo anno sono calati di 10 mila i detenuti. E questo è il segno di una condanna europea che è avvenuta anche perché - lo ricordo - molte associazioni come Antigone hanno presentato centinaia di ricorsi per trattamento inumano e degradante. Avevamo un tasso di affollamento in Europa elevatissimo.

Ci superava solo la Serbia!
Questo non significa che i problemi siano risolti. Abbiamo ancora più detenuti rispetto ai posti letto regolamentari, c'è la questione dell'umanizzazione della vita detentiva, c'è la questione dei diritti, tra cui quelli della salute. La salute va assicurata, tantissimi detenuti ci scrivono perché sono in stato di abbandono terapeutico. C'è ancora un carcere che è organizzato in modo antico.

C'è un dato positivo che rassicura l'opinione pubblica: diminuiscono i detenuti e non crescono i reati. Vuol dire che le politiche che vanno nel segno di una maggiore apertura non producono questioni che ci devono allarmare dal punto di vista della sicurezza".

Questo nonostante la crisi che, invece, potrebbe alimentare i reati...

E questo è segno di una grandissima civiltà. Tutti fanno grande fatica, ma non c'è la tentazione di superare la crisi facendo del male agli altri, rubando agli altri. Io penso - non lo dico perché sono su Radio Vaticana - che un grande contributo sicuramente è di Papa Francesco, perché ha dato un messaggio di solidarietà che è arrivato alle persone. C'è un nesso causale evidente nel messaggio pubblico di quelli che possiamo riconoscere come i grandi opinionisti di massa. E sicuramente, tra questi, c'è il Pontefice. Ci sono anche i massimi vertici dello Stato e ha avuto un grandissimo ruolo in questo senso il presidente Giorgio Napolitano che noi rimpiangeremo: non è frequente che un capo dello Stato, per vari anni, abbia posto il tema della giustizia, del carcere, degli ospedali psichiatrici giudiziari al centro della sua agenda pubblica. L'unico messaggio alle Camere, in dieci anni, è stato su questo terreno, rivolto agli ultimi. Noi dobbiamo evitare, invece, che chi - come nella politica - per prendere quattro voti di più, parli alla pancia delle persone alimentando intolleranza, paura, violenza. Quei discorsi li dobbiamo bandire dal nostro discorso pubblico.

Il premier Renzi ha anche fatto capire che l'amnistia e l'indulto non sono le riposte più adeguate al sovraffollamento nelle carceri...

Noi dobbiamo non emettere provvedimenti emergenziali "una tantum" che poi, tutto sommato, non sono delle vere soluzioni. E noi lo sappiamo. Però, penso che effettivamente un po' sia vero che dobbiamo guardare al sistema nella sua complessità. Ad esempio, ha fatto molto bene al sistema l'abrogazione del reato in ottemperanza all'obbligo di espulsione del questore, per quanto riguarda gli immigrati irregolari. Andare a finire in carcere solo perché non avevi il documento a posto, era un eccesso punitivo e violento nei confronti di chi già proveniva da un percorso di vita fatto di sofferenze. Nel 2011 erano entrate 15 mila persone con questo titolo di reato, nel corso dell'intero anno. Fortunatamente, ora questo titolo di reato non c'è più: quella persona, solo per questo "reato" andava in carcere e conosceva un mondo di criminalità che di certo lo aiutava ad entrare in circuiti di illegalità ben più significativi. È proprio un errore, anche dal punto di vista economico.

domenica 2 marzo 2014

Repubblica Centrafricana: Sicurezza a rischio per oltre 15mila civili

UNHCR
In Repubblica Centrafricana al momento oltre 15mila persone in 18 località del nord-ovest e del sud-ovest del paese sono circondate e minacciate dall'attività di gruppi armati. È quanto risulta dall'attività di monitoraggio del Gruppo Protezione coordinato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). 

Il rischio di essere attaccate, per queste persone, è molto alto e sono quantomai necessarie migliori misure di sicurezza. L’ondata di violenza ha colpito tutte le comunità del paese, ma la maggior parte delle persone coinvolte è di religione musulmana e minacciata dai miliziani anti-Balaka. Particolarmente preoccupante è la situazione nel quartiere PK12 della capitale Bangui e nelle città di Boda, Bouar e Bossangoa. 

La popolazione civile dallo scorso settembre viene presa di mira sulla base delle loro credenze religiose. Ciò riguarda sia le comunità cristiane che quelle musulmane. A Paoua e in alcune aree di Bangui le comunità continuano a vivere e lavorare insieme, ma le violenze stanno diventando sempre più frequenti.

Sabato scorso – in base alle informazioni a disposizione – tre uomini di religione islamica sono stati uccisi in un quartiere di Bangui vicino all'aeroporto. La scorsa settimana un convoglio con a bordo persone in fuga da una locaità sotto assedio nel quartiere PK12 è stato attaccato da miliziani anti-Balaka. Tutti i 21 uomini che facevano parte del convoglio sono stati uccisi, mentre i 119 bambini terrorizzati e le 19 donne sono fuggiti in un villaggio nelle vicinanze. Di recente a Boali, a nord della capitale, un attacco perpetrato da miliziani anti-Balaka ha provocato la morte di 11 persone. Gli 800 sopravvissuti, traumatizzati, hanno cercato rifugio presso una chiesa dove – da allora – sono ospitati dal prete e protetti dalle forze internazionali.

L'UNHCR e le agenzie partner rispondono a queste situazioni attraverso la protezione che si riesce ad assicurare con la presenza sul terreno, l'assistenza umanitaria, la richiesta di ulteriori misure di protezione e – in casi eccezionali – facilitando lo spostamento di queste comunità verso luoghi più sicuri. La sola attività umanitaria tuttavia non è sufficiente per garantire una soluzione della crisi. L'Agenzia ONU per i Rifugiati ribadisce pertanto il proprio appello a tutti i gruppi armati perché pongano fine agli attacchi indiscriminati nei confronti della popolazione civile ed invita inoltre al dispiegamento di ulteriori contingenti internazionali, dato che la loro dimensione attuale è decisamente inadeguata in rapporto alla grandezza del paese e alla portata della crisi.

Il nuovo governo della Repubblica Centrafricana ha urgentemente bisogno di sostegno per intraprendere efficacemente attività mirate al rispetto della legge, in particolare attraverso il dispiegamento di forze di polizia e il ripristino di un sistema giudiziario che metta fine alle impunità. Le milizie armate devono essere disarmate, smobilitate e – quando possibile – reintegrate nella società. È inoltre necessaria una rapida azione in favore dello sviluppo, in modo che le persone sfollate possano recuperare un ambiente più stabile e che la vita economica e sociale possa tornare alla normalità.

Dal dicembre 2012, violenza e instabilità hanno costretto quasi un milione di persone a fuggire dalle proprie case in Repubblica Centrafricana, restando entro i confini del paese o cercando rifugio nei vicini Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo.

mercoledì 12 febbraio 2014

Carcere: In cella tutta la pena aumenta la recidiva! Con pene alternative società più sicura.

Il Sole 24 Ore
Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, recita un antico proverbio. E la saggezza popolare trova riscontro in vari studi di economisti - italiani e internazionali - su carcere e recidiva. Gli scienziati sociali lo chiamano «effetto dei pari» ed è la conclusione a cui giungono dopo una serie di studi quantitativi sulla propensione alla recidiva, cioè sulla probabilità di tornare a commettere altri reati e di rientrare in galera.
Insomma, il carcere è una scuola criminale: quando entrano, i condannati rafforzano i legami con altri detenuti e allentano quelli con il resto della società; quando escono dal carcere dopo aver scontato la pena, gli ex detenuti diventano reciprocamente un punto di riferimento, influenzandosi a vicenda.

Ben lungi dall'essere affermazioni apodittiche, queste conclusioni sono il risultato, ottenuto empiricamente, di una serie di ricerche che ormai da qualche decennio studiosi di varie parti del mondo portano avanti utilizzando le migliori tecniche di indagine quantitativa. 

Risultati preziosi in questo delicato passaggio politico-parlamentare sul carcere, perché smentiscono luoghi comuni e allarmismi in nome della sicurezza, che partono da un'idea distorta di "certezza della pena", intesa non come "certezza della qualità della pena" ma come pena da scontare interamente chiusi "dentro", a doppia mandata. 

E più sono le mandate, più "fuori" ci si sente sicuri. 

Al contrario, gli studi economici dimostrano che il carcere "chiuso" produce soltanto altro carcere e che il sovraffollamento (con il suo carico di promiscuità, invivibilità, degrado, insalubrità e morti, che si porta dietro) è un moltiplicatore della recidiva. Dunque, non "conviene" alla sicurezza collettiva.

Piuttosto, è sulle misure alternative alla detenzione (scorrettamente equiparate a "libertà" o a "premi") che bisogna puntare per ridurre la recidiva. In questa direzione si muovono le misure legislative in corso di approvazione (dopo il via libera della Camera, il decreto "svuota carceri, che decade il 21 febbraio, è ora all'esame del Senato). 

Ma il passo è ancora claudicante perché ancora è troppo radicata la cultura carcero-centrica nonché l'idea, supportata da uno strepitìo politico di fondo, che le misure alternative siano un regalo ai delinquenti e che solo il carcere garantisca la quiete degli onesti. 

Il problema non è limitato all'Italia. L'aumento della popolazione carceraria è ormai una costante in molti paesi occidentali

Negli ultimi trent'anni i detenuti sono cresciuti di oltre sei volte negli Stati Uniti e sono raddoppiati in molti paesi europei, fra cui Italia e Francia. 

Effetto automatico dell'aumento della popolazione carceraria è l'incremento sia delle persone alla prima esperienza di carcere sia dei recidivi. 

Di fronte a questo fenomeno è quindi lecito chiedersi se il carcere svolga o meno la sua funzione di "riabilitazione" o funga soltanto da parcheggio, dove soggetti ritenuti pericolosi o indesiderabili vengono isolati per un periodo più o meno lungo dal resto della società. In altre parole, la prima domanda è se il carcere riesca a favorire il reinserimento sociale o sia soltanto uno strumento di controllo attraverso l'incapacitation dei detenuti.

di Roberto Galbiati e Donatella Stasio